﻿<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><Search><pages Count="490"><page Index="1"><![CDATA[’’
                                                   litalia 1945-1955
                                                   litalia 1945-1955
                                             la ricostruzione
                                             la ricostruzione
                                                                   del Paese
                                                                   del Paese

                                        e le FORZe aRMaTe
                                       e le FORZe aRMaTe
      Stato Maggiore della difeSa
         Ufficio Storico
            Commissione
            Italiana
                                      congresso di studi storici internazionali
            Storia
            Militare                  congresso di studi storici internazionali
       Ministero della difesa
                                             CIsM - sapienza Università di Roma
                                                        Roma, 20-21 NovembRe 2012
                                                        Centro alti Studi per la Difesa (CaSD)
                                                                             Palazzo Salviati
                                                                atti del congresso]]></page><page Index="2"><![CDATA[ProPrietà letteraria

                                       tutti i diritti riservati:
                    Vietata anche la riproduzione parziale senza autorizzazione
                                  © 2014 • Ministero della Difesa
                                    Ufficio Storico dello SMD
                             Salita S. Nicola da Tolentino, 1/B - Roma
                                 quinto.segrstorico@smd.difesa.it




                                             A cura di:
                                         Dott. Piero Crociani
                                         Dott.ssa Ada Fichera
                                        Dott. Paolo Formiconi

                                  Hanno contribuito alla realizzazione del
                               Congresso di studi storici internazionali Cism
                                     Ten. Col. Cosimo sCHiNAiA
               Capo Sezione Documentazione Storica e Coordinamento dell’Ufficio Storico dello SMD
                                           Ten. Col. Fabrizio RiZZi
                             Capo Sezione Archivio Storico dell’Ufficio Storico dello SMD
                                              CF. Fabio sERRA
                                   Addetto alla sezione Documentazione storica
                                  e Coordinamento dell’Ufficio Storico dello SMD
                                     1° mar. Giuseppe TRiNCHEsE
                               Capo Segreteria dell’Ufficio Storico dello SMD
                                     mar. Ca. Francesco D’AURiA
                      Addetto alla Sezione Archivio Storico dell’Ufficio Storico dello SMD
                                      mar. Ca. Giovanni BOmBA
                               Addetto alla sezione Documentazione storica
                              e Coordinamento dell’Ufficio Storico dello SMD


                                      ISBN: 978-88-98185-09-2]]></page><page Index="3"><![CDATA[3



             Presentazione

             Col. Matteo Paesano      1






             Italia 1945-1955 la ricostruzione del Paese


                   el 1945 il Paese è un cumulo di macerie con una bassissima produzione
             N industriale e una inflazione fuori controllo, almeno fino al 1951. Alla distru-
             zione fisica del Paese si accompagna il profondo disagio morale conseguente alla
             grave frattura che si è verificata nella società italiana con i lunghi anni di guerra
             sui vari fronti (dall’Africa alla Russia, le sconfitte, i prigionieri, gli internati ecc.),
             con la divisione del Paese in Regno del Sud e Repubblica Sociale italiana, con la
             fine delle illusioni “popolari” sulle capacità demiurgiche dell’Uomo della Provvi-
             denza, con la pessima prova delle classi “dirigenti” (al Nord come al Sud), con i
             conflitti sul territorio nazionale (la guerra di liberazione contro i tedeschi ex alleati
             ma anche una autentica guerra civile).
                L’italia era entrata nella seconda guerra mondiale come membro dell’Asse e
             ne era uscita come cobelligerante a fianco degli Alleati. Nell’immediato dopo-
             guerra il governo italiano si era trovato di fronte a due problemi fondamentali:
             raggiungere un soddisfacente accordo di pace e assicurare il sostentamento della
             popolazione avviando la ricostruzione. La collaborazione economica, militare e
             politica prestata agli Alleati durante il periodo della cobelligeranza, aveva reso
             meno gravosi, alla fine della guerra, i controlli di questi. È noto che lo sforzo mi-
             litare aveva riscosso l’apprezzamento di alcune importanti autorità militari alleate
             ma l’atteggiamento prevalente dei vincitori era piuttosto quello di non concedere
             attenuanti agli italiani. Facevano eccezione parziale gli Stati Uniti d’America, che
             non avevano nei confronti dell’italia particolari rivendicazioni e che al contrario
             intravedevano l’importanza geo-strategica della penisola in funzione della dottri-
             na del containment, che prevedeva il contenimento dell’espansione sovietica sullo
             scacchiere europeo non solo nel contesto territoriale tedesco (con la cosiddetta
             “cortina di ferro”, che avanza ad ovest ben oltre il porto polacco di Stettino, come
             al principio formulato da Churchill) ma anche sul confine orientale italiano e sulla
             regione adriatica e balcanica (è il caso della guerra civile in Grecia).

             1  Capo dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa, già Presidende CISM, rappresentante
                della Difesa per la storia militare nei consessi nazionali e internazionali. in applicazione del D.
                L. n. 95 del 6 luglio 2012, convertito in legge dall’art. 1. comma 1, L. 7 agosto 2012, n.135 l’Ufficio
                Storico dello SMD sostituirà la CISM in tutte le sue funzioni e attribuzioni, senza soluzione di conti-
                nuità, quale unica legale istituzionalità rappresentativa a livello nazionale ed internazionale.]]></page><page Index="4"><![CDATA[4                        L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                La svolta che preannuncia per l’Italia, un nuovo ruolo all’interno della “guerra
             fredda” e della contrapposizione tra i blocchi Est ed Ovest, si identifica nella ne-
             cessità del superamento del trattato di Bruxelles, che nel 1948 riuniva alcuni paesi
             vincitori della seconda guerra mondiale e non comprendeva l’Italia, ma che non
             rispondeva all’ottica di uno scontro mondiale tra stati Uniti e Unione sovietica.
             Washington dunque vinse le ultime resistenze dei vincitori per coinvolgere l’Italia
             come Paese fondatore di una nuova Alleanza atlantica, capace di avere capacità di
             reazione e ufficializzare la necessità di un coordinamento delle Forze Armate dei
             Paesi membri. La nuova prospettiva delle Forze Armate italiane, a cui è necessa-
             rio guardare con attenzione dopo oltre cinquant’anni di storia, si svolge così dal
             principio degli anni Cinquanta del Novecento all’interno del Comando integrato
             dell’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico, la NATO, che risulta essere il
             contesto garante sia per la loro ristrutturazione e modernizzazione, sia per l’arti-
             colazione di una dottrina della sicurezza basata sulla collaborazione e sulla fiducia
             che le istituzioni euro-atlantiche avrebbero ispirato alle nuove generazioni della
             Repubblica italiana, ormai nell’ottica del “ripudio della guerra come strumento di
             aggressione”, mirante a costruire un’Europa di pace, di progresso e di benessere.]]></page><page Index="5"><![CDATA[5



             intervento del Presidente del Casd

             Gen. sq. a. orazio stefano Panato



                  ignor Ministro della Difesa, Signor Capo di Stato Maggiore della Difesa, au-
             s torità e gentili ospiti, sono lieto di portare il benvenuto ed il saluto del CASD
             in questo Congresso che si propone di esaminare, sotto i più svariati punti di vista,
             un periodo particolarmente significativo della  nostra vita nazionale, quello della
             ricostruzione che va dal 1945 al 1955.
                Sono lieto che avvenga qui, perché il CASD come Loro sanno, oltre ad essere
             un istituto di alta formazione per la Difesa, è anche un centro di ricerca nel campo
             della Difesa, della sicurezza e anche della storia militare.
                                          il periodo della ricostruzione credo sia uno dei
                                          periodi non adeguatamente esplorati dal punto di
                                         vista storiografico, per una serie di ragioni. Innan-
                                        zitutto, annoveriamo fra queste lo scoramento che
                                        ha invaso gli animi di tanti all’indomani del disastro
                                       materiale e morale della seconda Guerra mondiale.
                                      Nei settant’anni di vita unitaria, il nostro Paese ave-
                                      va raggiunto lo status di potenza regionale, eravamo
                                     arrivati, anche se ultimi, al tavolo dei quattro grandi
                                    europei; con la fine della guerra tutto sembrava finito!
                                       La necessità e l’impellenza di ricostruire, di restituire
                                   un assetto stabile induceva a guardare avanti piuttosto
                                  che  riflettere sul presente.
                                     La seconda ragione è legata, a mio avviso, ad una sorta
                                 di rimozione che le élite dell’epoca hanno operato nei ri-
                                 guardi del presente, motivazione molto comprensibile dal
                                punto di vista umano. Tali élite non avevano alcuna voglia
                               di scandagliare il presente, perché avrebbe voluto dire chie-
                                 dere ragione di esistenze e istituzioni. Quindi era preferibile
                                  guardare al futuro che incombeva, rispetto al riflettere sul
                                   presente.
                                        È emblematico di questa volontà di superare rapi-
                                      damente il recente passato l’esempio relativo all’A-
                                        eronautica, ovvero alle difficoltà che la mia Forza
                                         Armata ha dovuto affrontare, negli anni Settanta,
                                           allorché si decise di istituire un Museo dell’A-
                                            eronautica. Gli aeroplani del Dopoguerra, re-
                                             taggio e memoria quindi della guerra stessa,]]></page><page Index="6"><![CDATA[6                        L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             non esistevano già più! Erano stati abbandonati tutti all’oblio e quindi alla di-
             struzione, e fra questi anche il “Savoia Marchetti 79”, una delle realizzazioni più
             significative sul piano tecnologico e storico dell’Aeronautica Militare e del quale
             non c’era più in circolazione nemmeno un esemplare!
                io credo che le due giornate di Congresso rappresentino oggi un’occasione
             preziosa per colmare una lacuna storiografica, ma anche per rendere omaggio a
             quanti, quando tutto sembrava finito, hanno fatto sì che invece il Dopoguerrafosse
             un momento di inizio per una “nuova” storia, che poi ha portato ad una prosperità
             che non era neanche pensabile precedentemente né immaginabile anche nel caso
             di un’ipotetica vittoria.
                Non voglio dunque togliere tempo ai relatori, che mi accingo ad ascoltare con
             interesse.
                Benvenuti a tutti e grazie!]]></page><page Index="7"><![CDATA[Atti del Congresso internAzionAle                                     7



             Intervento del Capo Ufficio Storico
             dello Stato Maggiore della Difesa


             Col. Matteo Paesano



                  ignor Ministro, Signor Capo di Stato Maggiore della Difesa, Signor Presi-
             s dente del CASD, Autorità, relatori, gentili Signore e Signori, come Presiden-
             te della Commissione Italiana di Storia Militare e a nome dei Capi Uffici Storici
             degli stati maggiori e dei Comandi Generali che la compongono (e che ringrazio
             sentitamente per il supporto logistico e morale fornito in piena condivisione di
             intenti), ho il piacere e l’onore di rivolgerVi il benvenuto.
             Sono lieto di comunicarvi che il Signor Presidente della Repubblica, Giorgio Na-
             politano, tramite il Suo Consigliere Militare, Gen. Rolando Mosca Moschini, ha
             voluto manifestare il suo apprezzamento per l’attività meritoria della Commissio-
             ne italiana di storia militare.
                Nel porgerVi il deferente saluto della Commissione Italiana di Storia Militare,
             mi è gradito esprimerVi gratitudine per aver voluto, con la Vostra presenza, con-
             ferire rilevanza e autorevolezza al Congresso che si apre oggi.
                Ciò costituisce altresì motivo di soddisfazione e gratificazione, poiché indicati-
             va dell’interesse e dell’attenzione che l’Italia e le sue più alte cariche istituzionali
             ci riservano.
                Colgo l’occasione per rinnovare il mio ringraziamento a tutti i relatori che por-
             teranno il loro prezioso contributo, approfondendo le complesse ed interessanti
             problematiche legate al decennio 1945-1955, durante il quale l’Italia ha affrontato
             la ricostruzione del Paese e delle sue Forze Armate.
                In questa prestigiosa sede del CASD, resa disponibile dal Signor Presidente,
             Gen. di Squadra Aerea Orazio Stefano Panato (che ringrazio, unitamente al Suo
             qualificato personale che mi ha sempre fornito un prezioso supporto), si rinnova
             l’incontro annuale con la Cism.
                Signori convenuti, permettetemi dunque di presentarvi, in breve, la Commis-
             sione italiana di storia militare che organizza l’odierno Congresso internazionale.
                La CISM è stata istituita con Decreto del Ministro della Difesa nel 1986, ed è
             stata, di recente, configurata proprio come organo di consulenza diretta del Gabi-
             netto del Ministro. Essa ha come sua “mission” la promozione di iniziative tese a
             migliorare la conoscenza della storia militare italiana, avvalendosi del contributo
             di civili, ovvero autorevoli esponenti del settore accademico, e di militari, qualifi-
             cati rappresentanti del mondo delle Forze Armate, che si dedicano allo studio dei
             più complessi aspetti della disciplina storico-militare.
                Non è certo la prima volta che la Commissione prende in esame nei suoi con-]]></page><page Index="8"><![CDATA[8                        L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             vegni l’italia del secondo Dopoguerra.
                In diverse occasioni infatti, la CISM si è occupata di tale periodo coi suoi con-
             vegni  L’Italia nella Seconda Guerra Mondiale; Le Forze Armate e la fine della
             guerra; L’Italia nel Dopoguerra e Le Forze Armate dalla scelta repubblicana alla
             partecipazione atlantica, i cui atti costituiscono altrettanti volumi.
                L’interesse per i rapporti tra le Forze Armate e le istituzioni, infatti, ha costi-
             tuito sempre il fulcro centrale degli studi della Commissione, come ad esempio
             nel 2006, quando, celebrando il sessantesimo del referendum, si è interessata ai
             rapporti fra “Repubblica e Forze Armate”.
                Nel corso degli ultimi anni, la CISM, per i Congressi nazionali, ha infatti se-
             guito il filo rosso delle celebrazioni dei vari anniversari che di frequente hanno
             caratterizzato la nostra storia nazionale.
                Quest’anno, invece, volendo distaccarci da questo susseguirsi di celebrazioni,
             e in vista anche del prossimo anno in cui ricorderemo il primo conflitto mondiale,
             abbiamo deciso di trattare della fase di ricostruzione che ha caratterizzato l’italia
             del decennio 1945-1955, un periodo di profondo disagio causato dai lunghi anni
             di guerra sui vari fronti ed in particolare dal biennio in cui il nostro territorio è
             stato attraversato dal conflitto.
                Una crisi che costituisce per noi un tema storico ma anche di respiro attuale:
             allora come oggi ci si trovava nella situazione di porre un rimedio ad una serie di
             disagi per assicurare il sostentamento della popolazione e un futuro migliore.
                Lo sforzo politico e militare per una svolta per un nuovo ruolo dell’italia all’in-
             terno degli equilibri creati dalla “guerra fredda” e la ristrutturazione e moderniz-
             zazione della dottrina della sicurezza sono stati principi fondanti della collabo-
             razione fra le istituzioni euro-atlantiche e le nuove generazioni della Repubblica
             Italiana, ormai ispirate dal “ripudio della guerra come strumento di aggressione” e
             a favore dell’edificazione di un’Europa di pace, progresso e benessere.
                 Non mi dilungo oltre, poiché sono qui presenti numerosi conferenzieri che in
             questi due giorni di Congresso sapranno illustrarvi al meglio quanto caratterizzò
             il periodo storico di cui trattiamo.
                Mi sia consentito ora, al termine di questa mia breve introduzione ai lavori del
             Congresso della CISM, ringraziare: l’Università  “La Sapienza” di Roma ed in
             particolare: il Pro-Rettore Prof. Antonello Folco Biagini, che ci ha sempre soste-
             nuto e a cui mi lega una conoscenza di anni; il Prof. Paolo simoncelli e il Prof.
             Marco Cilento per aver dato la disponibilità relativa al riconoscimento dei crediti
             universitari per il nostro Convegno;  l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Mi-
             lano, nella persona del Prof. Massimo De Leonardis, Direttore del Dipartimento
             di Scienze Politiche, Segretario Generale della CISM, Vice-Presidente del Board
             Internazionale, che si occupa anche dei contatti con le Commissioni omologhe
             all’estero e con il Board internazionale.
                Un “grazie” va agli studenti sia delle Università sia dei Licei, in particolare il]]></page><page Index="9"><![CDATA[Atti del Congresso internAzionAle                                     9



             “Liceo Hegel”, e degli Istituti professionali oggi intervenuti; la vostra presenza
             costituisce un prezioso valore aggiunto al Congresso ed è fonte, per noi, di estre-
             ma gratificazione.
                Un sentito riconoscimento va alla Società Italiana di Storia Militare che ha
             collaborato per la riuscita della manifestazione, in particolare il Prof. Virgilio Ilari
             e Prof. mariano Gabriele.
                Non posso inoltre non rendere grazie alla “Vittoria Assicurazioni”, che ha for-
             nito quest’anno un importante supporto al Convegno CISM.
                Signor  Ministro, mi consenta un ringraziamento speciale per avermi onorato
             nel 2007 di far parte dell’allora Suo Stato Maggiore ed avermi consentito di porre
             le fondamenta per allestire un Ufficio Storico dello SMD che supporta, da allora,
             la CISM in tutte le sue attività.
                Signor Capo di Stato Maggiore della Difesa, non posso che porgerLe il mio
             ringraziamento per l’azione di sostegno e stimolo nei confronti della Commissio-
             ne Italiana di Storia Militare, per aver accolto favorevolmente il nostro progetto
             di divulgazione e salvaguardia della memoria storica dello smD e delle Forze
             Armate.
                Ho dunque ora il piacere e l’onore di cedere la parola al Signor Capo di Stato
             maggiore della Difesa.]]></page><page Index="10"><![CDATA[]]></page><page Index="11"><![CDATA[11



             Intervento del Capo di Stato Maggiore
             della Difesa



             Generale Biagio aBrate






             Signor Ministro della Difesa,
                   norevoli  parlamentari  delle  Commissioni  Difesa  di  Senato  e  Camera,
             O cari Capi di  stato  maggiore delle Forze  Armate e Rappresentanti  del
             Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, del Segretario Generale della
             Difesa/Direttore Nazionale degli Armamenti e del Comandante Generale della
             Guardia di Finanza, Autorità tutte, italiane ed estere, Illustri esponenti del mondo
             accademico, Amici e colleghi, Cari studenti delle Università e degli Istituti supe-
             riori, Signore e Signori.
                Mi  sia  innanzitutto  consentito  di  ringraziare  il  Ministro  della  Difesa,
             Ammiraglio Giampaolo DI PAOLA, per la Sua presenza all’odierna giornata di
             apertura dell’annuale congresso di studi storici organizzato dalla Commissione
             italiana di storia militare.
                Un evento che, nella sua ciclicità, è oramai diventato un appuntamento fisso
             e, direi, imperdibile nell’agenda non solo degli “addetti ai lavori”, ma di tutti gli
             amanti della storia militare.
                Un ambito di studio, una passione, per gran parte dei presenti, che non può
             essere relegata al solo contesto nazionale, né può essere appannaggio esclusivo
             di coloro che hanno indossato o indossano l’uniforme, come peraltro testimoniato
             dalla presenza, oggi, di tanti esponenti della Società civile.
                Perché la storia militare è la storia di un popolo, è la storia dei popoli, è la storia
             di tutti noi.
                Un patrimonio di valori e di ideali la cui valenza universale è attestata dall’affi-
             liazione della Commissione internazionale di storia militare (nel cui ambito ope-
             ra la “Commissione” italiana) all’UNESCO, l’organizzazione delle Nazioni Unite
             per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.
                il Generale Panato e il Colonnello Paesano hanno perfettamente contestualiz-
             zato, nei loro interventi, la “due giorni” di dibattiti e di incontri che ci attendono
             qui, al CASD, alla presenza di relatori di alto profilo che, al di là dello specifico
             background professionale, hanno in comune il desiderio di condividere emozioni
             e trasmettere “cultura”.
                La “cultura” nella sua accezione più alta e meritoria, intesa come quell’insieme
             di conoscenze che concorrono a “formare” la personalità di un individuo.]]></page><page Index="12"><![CDATA[12                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Perché è questo lo scopo ultimo e più nobile della Commissione Italiana di
             Storia Militare, testimoniata da decine di convegni, mostre e pubblicazioni tema-
             tiche: la diffusione della conoscenza militare a beneficio di tutti.
                Perché dietro singoli eventi, luoghi e personaggi del passato, tutti Noi pos-
             siamo intravedere e cogliere quegli ammaestramenti, quelle “lezioni di vita” che
             ci consentano di affrontare, con sempre maggior determinazione, le sfide che ci
             attendono.
                I nostri momenti di incontro sono la dimostrazione più lampante dell’attualità
             del messaggio storico: un concetto con cui tutti Noi ci siamo imbattuti e siamo sta-
             ti abituati a convivere sin da studenti. Anche i momenti storici più noti e dibattuti,
             su cui pensiamo di sapere tutto, possono riservarci infatti inimmaginabili “sorpre-
             se”, come il tema sviluppato quest’anno, “L’Italia 1945-1955 – la ricostruzione
             del Paese e le Forze Armate”.
                Proprio le Forze Armate italiane, nella delicata fase di ricostruzione, morale e
             materiale, del Paese, hanno avuto un ruolo chiave, anche grazie alla lungimiranza
             di leader politici, italiani ed esteri, che hanno saputo “vedere” e “prevedere” l’av-
             vento di un nuovo “ordine mondiale”.
                Uno scenario geo-politico, a tutti noi ben noto, in cui la funzione di “deterren-
             za” dello strumento militare sarebbe stata fondamentale per il mantenimento dello
             status quo. Una organizzazione, le Forze Armate, che ha saputo, al tempo stesso,
             riorganizzarsi al proprio interno, dopo i disastri della guerra, e proporsi, da alle-
             ato, ai nuovi partner internazionali, contribuendo, nei fatti, a restituirci prestigio,
             credibilità e autorevolezza.
                L’argomento scelto per il convegno, pertanto, ha da subito suscitato il mio
             interesse, con ciò condividendo la proposta avanzata dal Colonnello Paesano a
             nome di tutti i componenti del Comitato Scientifico, una joint venture di valore
             tra i rappresentanti delle Forze Armate – Esercito, Marina, Aeronautica, Arma dei
             Carabinieri – del Corpo della Guardia di Finanza, delle Università “Sapienza”
             di Roma e “Cattolica” di Milano e dell’Istituto per la Storia del Risorgimento
             italiano.
                Iniziativa di cui, peraltro, mi sono fatto latore nei confronti del Signor Ministro
             della Difesa, che ha manifestato un grande interesse ed un vivo apprezzamento.
                Un evento organizzato con “La Sapienza Università di Roma”, la cui plurien-
             nale collaborazione nell’organizzazione degli eventi della “Commissione” conti-
             nua a dare risultati eccellenti. E ringrazio per questo il Prorettore, il Chiarissimo
             Professor Antonello BiAGiNi.
                Una manifestazione di rilevanza tale da essere inserita tra le celebrazioni isti-
             tuzionali del 4 novembre, “Giorno dell’Unità nazionale” e “Giornata delle Forze
             Armate”.
                Ed è per questo che ringrazio di cuore tutti coloro che hanno reso possibile dare
             concretezza, anche quest’anno, al nostro tradizionale appuntamento.]]></page><page Index="13"><![CDATA[Atti del Congresso internAzionAle                                    13



                Esponenti del mondo accademico ed istituzionale, italiano ed estero, colleghi
             delle Forze Armate e delle Forze di Polizia, cultori della materia che avremo il
             piacere di ascoltare in qualità di Presidenti e relatori delle varie sessioni; perso-
             nalità che, con entusiasmo e professionalità ammirevoli, sono riuscite ancora una
             volta a vincere la sfida, superando difficoltà e imprevisti. Uomini saggi e appas-
             sionati che, sono sicuro, avranno cura di trasmettere, alle giovani generazioni,
             l’amore per la storia militare.
                A Loro la nostra più profonda gratitudine.
                Con questi sentimenti, ringrazio tutti i presenti per l’attenzione e cedo la parola
             al Signor Ministro della Difesa, Ammiraglio DI PAOLA.


















             Genieri alpini. Primi anni ‘50]]></page><page Index="14"><![CDATA[]]></page><page Index="15"><![CDATA[15



             Intervento del Ministro della Difesa

             amm. Giampaolo Di Paola





                  a coloro che prenderanno parte ai due giorni di questo congresso organizzato
             È dalla CISM (grazie al Colonnello Paesano, al Prof. Biagini, e a quanti vi
             hanno lavorato), che spetta il compito di approfondire le tematiche relative alla
             storia del decennio1945-1955 in Italia. È del resto questo il compito degli studio-
             si: comprendere il senso delle cose.
             sono i giovani coloro che sono chiamati a svolgere il compito di comprendere
             quel decennio di ricostruzione in Italia,  un decennio che si connota come punto
             di partenza per il decennio futuro che invece ci aspetta. Esistono infatti, secondo
             me, numerose similitudini e analogie tra il passato, nella ricostruzione dell’Italia,
             e quello che verrà, ovvero un momento attuale di necessità di rinnovamento.
             L’Italia entrò a far parte dell’Alleanza Atlantica, e fu un elemento fondante per
             il Paese e per le Forze Armate, perché in caso contrario sarebbe rimasta avulsa
             dall’evoluzione del mondo occidentale. Dobbiamo quindi ringraziare, sia politica-
             mente sia militarmente, chi ebbe la capacità di capirne l’importanza.
             Qualche anno dopo, a Roma, si firmò il Trattato di Roma che aprì la strada per
             l’Unione Europea.
             Oggi sia l’Unione Europea sia l’Alleanza Atlantica stanno vivendo un momento
             di profondo cambiamento. A motivo della crisi che stiamo affrontando, al di là di
             un futuro economico, l’Unione Europea ha aperto un nuovo dibattito di riflessione
             su se stessa e sul suo compito.
             Il decennio 1945-1955 è quindi fondamentale. All’epoca, e mi rivolgo soprattutto
             ai giovani, c’era una volontà superiore di pensare più ai doveri che ai diritti, più
             all’impegno, al sacrificio, al sacrificarsi. Il dovere aveva, e deve avere ancora
             oggi, un’importanza grande quanto quella del diritto.
             Il pilastro delle politiche economiche comunitarie e la sicurezza sono comunque
             stati sempre, ieri come oggi, le due facce della medaglia per la stabilità e anche per
             il rinnovamento di un Paese. La creazione della moneta unica, infatti, ha prodotto
             la necessità di una politica economica e fiscale oggi coordinata, e forse, si spera,
             un domani condivisa.
             Si inizia oggi a parlare di sicurezza europea, adeguata ad una dimensione grande
             quale quella dell’Europa, e quindi punto di partenza rilevante, input per una seria
             riflessione su se stessa e per quanti operano nel settore.
             i Consigli Europei non hanno mai portato la tematica all’attenzione dei Capi di
             governo. Finché l’argomento rimarrà di pertinenza solo dei Ministri della Difesa,
             non si farà mai davvero un passo in avanti.]]></page><page Index="16"><![CDATA[16                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             Gli stati Uniti chiedono a noi componenti dell’Alleanza Atlantica un impegno
             condiviso, poiché individualmente non possiamo farcela.
             Il decennio dunque che sarà analizzato, nel corso del congresso CISM, aiuta a
             comprendere questo: la dimensione europea non è una fuga dalle responsabilità
             nazionali, come vogliono spesso far passare i giornali. Anzi, la sicurezza europea
             è un approccio comprensivo che mette insieme tutti gli elementi costitutivi e le
             capacità dei Paesi che devono avere funzione connettiva fra loro per operare in
             una logica di responsabilità, come sta facendo la riforma dello strumento militare.
             Questa è la lezione che ci viene da quel decennio: ieri si ricostruiva l’Italia, oggi
             si deve costruire la coscienza europea per costruire l’Europa.
             Ogni generazione è chiamata alle sue sfide, voi fate seguito alle vostre!















































             Lancieri dell’8° reggimento di cavalleria blindata “Lancieri di Montebello”]]></page><page Index="17"><![CDATA[17



             Intervento del Prorettore della Sapienza
             Università di Roma


             Prof. antonello BiaGini






                   el 1945, l’Italia è un Paese ferito, con una bassa produzione industriale e
             N un’alta inflazione, almeno fino al 1951. Alla distruzione fisica del Paese si
             accompagna il profondo disagio morale conseguente alla grave frattura che si è
             verificata nella società italiana con i lunghi anni di guerra sui vari fronti (dall’A-
             frica alla Russia), con le sconfitte, con la fine delle illusioni “popolari” sulle ca-
             pacità demiurgiche dell’Uomo della Provvidenza, con la divisione del Paese in
             Regno del Sud e Repubblica Sociale Italiana, con la pessima prova delle classi
             “dirigenti” (al Nord come al Sud), con i conflitti sul territorio nazionale (la guerra
             di liberazione contro i tedeschi ex alleati che fu anche una autentica guerra civile),
             le rappresaglie, i prigionieri, gli internati...
                il secondo dopoguerra si apre in uno scenario che è anche di frantumazione
             politica, determinato dalla pluralità e disomogeneità dei centri di potere: il Go-
             verno Militare Alleato, il Governo monarchico, le autorità militari di occupazione
             e quelle dei Comitati di Liberazione Nazionale erano in contrasto tra loro. La
             guerra partigiana al nord aveva alimentato le speranze rivoluzionarie di una parte
             del movimento di resistenza, che vide nel governo guidato da Ferruccio Parri
             (1945) un primo passo verso un rinnovamento delle istituzioni. La rinascita politi-
             ca, configuratasi attraverso “l’epurazione”, si spense presto per la forte opposizio-
             ne politica interna ed esterna. La complessa struttura amministrativa dello Stato,
             conservatrice per natura, deluse le aspettative rivoluzionarie.
                Dal punto di vista economico, enormi furono le difficoltà che l’Italia dovette
             affrontare. sebbene la struttura industriale del Paese non fosse stata gravemente
             danneggiata, anche per l’intervento di salvaguardia degli operai, esistevano grandi
             difficoltà nel rifornimento di materie prime e nella riconversione industriale alla
             produzione di pace. E tragiche erano le condizioni delle infrastrutture e del settore
             primario (non tanto per la produzione di grano, che nel 1945 era al 75% di quella
             di prima della guerra, quanto per quella dello zucchero e della carne, scesa al 10%
             e al 25% di quella anteguerra). Diverse furono le manifestazioni di malcontento
             della popolazione, come quella di Milano del 1945 contro il razionamento dei
             generi alimentari, che favoriva la “borsa nera”. La disoccupazione segnava indici
             sempre più alti e il costo della vita era aumentato di 20 volte rispetto al 1938.
                ma la guerra aveva provocato anche disastri morali. La lotta armata ai nazi-]]></page><page Index="18"><![CDATA[18                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             fascisti in alcuni casi si era trasformata da guerra patriottica di liberazione in una

             vera e propria guerra civile,con i suoi strascichi di odi e vendette private. L’ordine
             pubblico era fortemente compromesso dalla delinquenza per bande organizzata in
             molte regioni e dal movimento separatista siciliano, che si giovava di complici-
             tà mafiose. Al deterioramento dell’ordine pubblico contribuivano i conflitti nelle
             fabbriche del Nord e le occupazione delle terre al Sud. Parri, per l’opposizione dei
             liberali e anche per il mancato appoggio dei partiti della sinistra, fu costretto nel
             dicembre 1945 alla dimissioni in favore di Alcide De Gasperi, appoggiato da una
             coalizione comprendente i partiti del CLN, a eccezione del Partito d’Azione, con
             Palmiro Togliatti ministro della Giustizia e Pietro Nenni ministro degli Esteri. De
             Gasperi rimase ininterrottamente capo del governo sino al 1953, caratterizzando
             la storia italiana di quel periodo, che fu decisivo per l’immediato futuro. Il lea-
             der democristiano decise di perseguire una linea politica dettata dalla continuità:
             l’amministrazione centrale dello Stato rimase immutata, così come numerose leg-
             gi vigenti durante il fascismo.
                Le forze progressiste ottennero la vittoria al referendum istituzionale del 2
             giugno 1946 per la scelta tra monarchia e repubblica, a cui furono ammesse al
             voto per la prima volta anche le donne. invano Vittorio Emanuele III, nel tentativo
             di salvare l’istituto monarchico, un mese prima del referendum aveva abdicato in
             favore del figlio Umberto. Lo scrutinio assegnò 12.718.641 voti per la repubblica
             contro i 10.718.502 voti per la monarchia. Con il referendum si votò anche per
             la scelta dei membri dell’Assemblea Costituente, incaricata dell’elaborazione di
             una nuova carta costituzionale in sostituzione dello statuto Albertino. Capo prov-
             visorio dello Stato fu eletto il liberale Enrico De Nicola, che dal 1° gennaio 1948,
             secondo la prima disposizione transitoria della Costituzione, assunse titolo e at-
             tribuzioni di Presidente della Repubblica. La maggioranza dei voti andò ai gran-
             di partiti di massa, mentre quasi spariva dalla scena politica il Partito d’Azione,
             espressione delle élite borghesi che avevano combattuto il fascismo. Tuttavia reg-
             geva ancora un equilibrio fra progressisti e moderati, poiché comunisti e socialisti
             rappresentavano il 40% dei votanti. Un’affermazione notevole ebbe il movimento
             dell’Uomo Qualunque, fondato dal giornalista Guglielmo Giannini.
                Ben presto la grande coalizione dei partiti del CLN si ruppe. All’interno del
             partito socialista, durante il congresso del gennaio 1947, vi fu una scissione tra
             la corrente minoritaria degli “autonomisti”, con a capo Giuseppe saragat, soste-
             nitori di una politica filo-occidentale, e i “fusionisti” di Pietro Nenni, orientati a
             una strettissima collaborazione, se non alla fusione, con i comunisti. Nacque così
             il PSDI di Saragat, disposto a collaborare con la Democrazia Cristiana in senso
             anticomunista. Nel maggio successivo De Gasperi formò un nuovo governo senza
             comunisti e socialisti. L’esclusione dei partiti della sinistra è stata vista come il
             risultato di un accordo politico di De Gasperi con gli americani per ottenere dagli
             stati Uniti un prestito di 100 milioni di dollari.]]></page><page Index="19"><![CDATA[Atti del Congresso internAzionAle                                    19



                Tutto ciò, naturalmente, deve essere visto in connessione con il contesto inter-
             nazionale.
                L’italia era entrata nella seconda Guerra mondiale come membro dell’Asse
             e ne era uscita come cobelligerante a fianco degli Alleati. Nell’immediato dopo-
             guerra il Governo italiano si era trovato di fronte a due problemi fondamentali:
             raggiungere un soddisfacente accordo di pace e assicurare il sostentamento della
             popolazione avviando la ricostruzione. La collaborazione economica, militare e
             politica prestata agli Alleati durante il periodo della cobelligeranza aveva reso
             meno pesante, alla fine della guerra, la “sorveglianza” alleata. Anche se lo sforzo
             militare dell’Italia “badogliana” aveva riscosso l’apprezzamento di alcune impor-
             tanti autorità militari alleate, tuttavia l’atteggiamento prevalente dei vincitori era
             di non concedere attenuanti. Facevano eccezione parziale gli stati Uniti d’Ame-
             rica, che non avevano nei confronti dell’Italia particolari rivendicazioni e che al
             contrario intravedevano l’importanza geo-strategica della penisola in funzione del
             containment, ossia il contenimento dell’espansione sovietica non solo nel con-
             testo territoriale tedesco ma anche sul confine orientale italiano e sulla regione
             adriatica e balcanica (guerra civile in Grecia).
                Alla conferenza di pace di Parigi partecipò in prima persona il Presidente del
             Consiglio Alcide De Gasperi, che invocando i meriti della cobelligeranza e della
             svolta democratica chiese di dare respiro e credito alla nuova italia repubblicana.
             L’Assemblea dei vincitori tenne in poco conto le richieste di De Gasperi, che il
             10 febbraio 1947 firmò il trattato di pace. Sul piano formale, il nostro Paese fu
             considerato alla stessa stregua delle altre nazioni europee sconfitte e alleate del-
             la Germania, anche se le condizioni di pace imposte furono relativamente meno
             gravose, in quanto l’Italia era ormai già vista, soprattutto dagli Stati Uniti, come
             parte dell’area politica occidentale. L’Italia dovette subire rettifiche di frontiera
             in favore della Francia e della Jugoslavia, cedere alla Grecia il Dodecanneso e
             rinunciare a tutte le colonie, sia quelle fasciste che quelle prefasciste. Dovette
             inoltre pagare milioni di dollari, ricevuti in prestito dagli Stati Uniti, all’URSS,
             all’Albania, all’Etiopia, alla Grecia e alla Jugoslavia. La flotta navale fu quasi
             interamente consegnata ai vincitori. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia rinuncia-
             rono a chiedere le riparazioni di guerra. Ad ogni modo, la perdita delle colonie non
             fu sentita come un grave danno, sia per lo scarso valore attribuito a quelle terre
             sia per il processo di decolonizzazione che presto si sviluppò in Asia e in Africa.
                La svolta che preannunciava per l’Italia un nuovo ruolo all’interno della “Guer-
             ra Fredda” e della contrapposizione tra i blocchi Est ed Ovest fu il superamento
             del trattato di Bruxelles, che nel 1948 aveva riunito alcuni Paesi vincitori della
             Seconda Guerra Mondiale. Esso quindi non comprendeva l’Italia, il che non ri-
             spondeva agli interessi degli tra Stati Uniti. Washington dunque vinse le ultime
             resistenze dei vincitori per coinvolgere l’italia come Paese fondatore di una nuova
             Alleanza atlantica, capace di avere capacità di reazione, e per coordinare, con la]]></page><page Index="20"><![CDATA[20                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             NATO, le Forze Armate dei Paesi membri.
                La nuova prospettiva delle Forze Armate italiane, a cui è necessario guardare
             con attenzione dopo oltre cinquant’anni di storia, si svolge così dal principio degli
             anni Cinquanta del Novecento all’interno del Comando Integrato dell’Organiz-
             zazione del Trattato del Nord Atlantico, la NATO, che risulta essere il contesto
             garante sia per la loro ristrutturazione e modernizzazione sia per l’articolazione
             di una dottrina della sicurezza basata sulla collaborazione e sulla fiducia che le
             istituzioni euro-atlantiche avrebbero ispirato alle nuove generazioni della Repub-
             blica Italiana, ormai nell’ottica del “ripudio della guerra come strumento di ag-
             gressione”; una dottrina mirante a costruire un’Europa di pace, di progresso e di
             benessere.
                Intanto con il “piano marshall”, operativo sino al 1953, si era data una prima
             spinta alla ricostruzione del Paese. Nel giro di pochi anni l’italia divenne uno
             stato prevalentemente urbano e industriale sino a posizionarsi al settimo posto tra
             i paesi più industrializzati. Un rilevante progresso si ebbe nell’industria tessile,
             siderurgica, meccanica, chimica, petrolchimica e dell’edilizia. Diversi furono i
             fattori che determinarono un progressivo e costante sviluppo economico, come la
             favorevole congiuntura internazionale, caratterizzata da un incremento vertigino-
             so del commercio tra gli Stati; la fine del tradizionale protezionismo economico
             italiano; la disponibilità di nuove fonti di energia; la trasformazione dell’industria
             dell’acciaio. Lo sviluppo però non fu omogeneo: aggravò le differenze economi-
             che tra il Nord ed il Sud del Paese e favorì l’incremento del settore edilizio, con
             conseguente abbandono delle campagne.
                Il completamento della ricostruzione e il successivo “miracolo economico”
             ebbero come presupposto una legislatura, quella tra il 1948 e il 1953, di grande
             stabilità politica. I principi politici della nuova Carta Costituzionale, entrata in vi-
             gore il 1° gennaio 1948 vennero messi alla prova dalle elezioni del 18 aprile 1948.
             La situazione economica, con l’attuazione della “linea Einaudi”, nel frattempo
             andava migliorando: la diminuzione dell’inflazione, anche a prezzo di un aumento
             della disoccupazione, riportava lo sviluppo economico nell’alveo del tradizionale
             sistema capitalistico. L’appoggio della Confindustria, soddisfatta dall’allontana-
             mento dal governo di socialisti e comunisti, e l’arrivo di investimenti dall’estero,
             fece sì che la produzione del 1948 tornasse ai livelli del 1938.
                Le elezioni del 1948 videro il trionfo elettorale della Democrazia Cristiana,
             che rispetto alle elezioni del 1946 guadagnò cinque milioni di voti e ottenne più
             del 48% dei voti, mentre il “Fronte Democratico Popolare” (PCI e PSI uniti) arri-
             vò solo al 31%. La schiacciante vittoria della DC era dovuta ad una serie di cause:
             il colpo di stato comunista a Praga (febbraio 1948), che accrebbe la paura che i
             comunisti volessero fare altrettanto in Italia, e l’appoggio dato alla DC dal Vatica-
             no e dal clero, che definì il voto al partito cattolico come un dovere per i credenti.
             Nonostante la maggioranza conseguita, De Gasperi non volle fondare la sua poli-]]></page><page Index="21"><![CDATA[Atti del Congresso internAzionAle                                    21



             tica sul solo partito cattolico e chiamò al governo esponenti dei partiti laici minori
             anche per tenere a freno le spinte integraliste all’interno della DC. Proseguì poi
             con decisione l’opera di reinserimento dell’Italia nella comunità internazionale.
                L’Italia, infatti, dopo aver aderito nel 1948 all’OECE e al Consiglio d’Euro-
             pa, intensificò i rapporti con lo schieramento occidentale attraverso l’adesione
             alla NATO (aprile 1949). Inoltre, l’inserimento nel mercato europeo proseguì con
             l’adesione alla CECA e poi, nel 1957, alla CEE. L’adesione allo schieramento
             occidentale del governo aumentò le tensioni sociali, che raggiunsero il culmine
             con l’attentato a Palmiro Togliatti (14 luglio 1948) e la scissione all’interno della
             CGIL, con la formazione nel 1950 della CISL, di orientamento cattolico, e della
             UIL, di ispirazione repubblicana e socialdemocratica.
                Le elezioni politiche del 1953 videro una netta flessione della DC, che fallì nel
             far scattare la cosiddetta “legge truffa”, ossia la legge che attribuiva un premio di
             maggioranza alla coalizione che avesse ottenuto più del 50% dei voti. Alle dimis-
             sioni di De Gasperi seguirono una serie di governi poco stabili. Questi governi
             avviarono una riforma agraria e istituirono la Cassa del mezzogiorno. si avviaro-
             no politiche di costruzione di grandi infrastrutture e si potenziò l’IRI, sviluppando
             numerose imprese statali. Inoltre, la creazione nel 1953 dell’ENI, per potenziare
             la ricerca e la produzione degli idrocarburi, servì per controllare l’iniziativa priva-
             ta e impedire manovre speculative nel settore petrolifero.
                i governi centristi indirizzarono una parziale riforma agraria nelle zone più
             depresse del Paese, già avviata con il progetto De Gasperi-Segni nell’aprile del
             1949 per l’espropriazione e il frazionamento delle grandi proprietà agricole. La
             legge che alla fine venne approvata assegnava ai contadini solo un terzo o metà
             delle  terre  originariamente  destinate  alla  redistribuzione.  La  riforma  divenne
             strumento di clientelismo elettorale e non riuscì a formare l’auspicata classe di
             piccoli proprietari contadini ma piuttosto piccole aziende a carattere familiare e
             perciò scarsamente produttive, che ben presto chiusero i battenti. Gli stessi gover-
             ni approvarono l’istituzione della Cassa del mezzogiorno, che con un’azione di
             sovvenzioni statali ai privati cercò di avviare, con una politica di costruzione di
             grandi infrastrutture, l’unificazione sociale ed economica del Meridione al resto
             d’italia. Con il potenziamento dell’iRi, per lo sviluppo delle imprese statali, e la
             già ricordata creazione dell’ENi lo stato diveniva imprenditore. La scoperta del
             metano in Val Padana e la realizzazione di una moderna industria siderurgica sotto
             l’egida dell’iRi permisero di fornire alla rinata industria italiana acciaio a prezzi
             sempre più bassi.
                Ma il “miracolo economico” non avrebbe avuto luogo senza il basso costo del
             lavoro. Gli alti livelli di disoccupazione negli anni cinquanta furono la condizione
             perché la domanda di lavoro eccedesse abbondantemente l’offerta, con le preve-
             dibili conseguenze in termini di andamento dei salari. Lo sviluppo quindi, non fu
             omogeneo ed anzi aggravò lo squilibrio tra Nord e Sud. Tra gli effetti del boom]]></page><page Index="22"><![CDATA[22                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             vanno annoverati: l’abbandono imponente delle campagne; la brusca trasforma-
             zione dei costumi; il consumismo; lo sregolato sviluppo edilizio.
                L’evoluzione della società italiana e del contesto internazionale non fu sen-
             za conseguenze politiche. Dopo una serie di tentativi da parte delle correnti più
             conservatrici della DC di spostare l’asse del governo a destra, il PSI cominciò a
             collaborare con la DC prima con un appoggio parlamentare esterno al governo di
             Amintore Fanfani (1962) ed infine con la partecipazione diretta al governo di Aldo
             moro (1963). Nenni, dopo la denunzia dei crimini di stalin fatta da Krusciov al
             XX Congresso del PCUs (febbraio 1956) e dopo la repressione armata da parte
             dell’URss della rivolta ungherese (ottobre 1956), si era andato convincendo che
             i valori della democrazia e della libertà erano altrettanto importanti della socia-
             lizzazione dei mezzi di produzione. La fase internazionale di distensione tra i due
             blocchi della Guerra Fredda favorì il connubio DC-PSI. L’ingresso dei socialisti
             al governo trovò una forte opposizione da parte della Confindustria mentre al-
             tri imprenditori erano favorevoli alla corresponsabilizzazione dei lavoratori, se
             non altro per far diminuire gli scioperi, e contavano sui benefici di una maggiore
             stabilità politica, che avrebbe permesso la realizzazione di una programmazione
             economica più accurata.
                in cambio del loro appoggio al governo i socialisti domandarono l’istituzione
             delle regioni a statuto ordinario, una riforma agraria tendente alla soppressione
             della mezzadria, la riforma della scuola e soprattutto la nazionalizzazione della
             produzione elettrica, che fu attuata nel 1962 dal governo Fanfani con la creazione
             dell’ente statale ENEL. Venne attuata anche la scuola media unica, con l’obbligo
             scolastico fino al 14º anno d’età. Fu invece bloccata la riforma agraria e anche
             l’istituzione delle regioni, perché la corrente conservatrice della DC temeva il
             costituirsi delle “regioni rosse”. Il sistema dell’economia “mista”, che si configura
             con l’intervento dello Stato nell’economia (IRI, ENI ecc.) e la capacità dei vecchi
             e nuovi imprenditori (Agnelli, Pirelli, Borghi, Zanussi, Merloni, Falck ecc.) di
             conquistare nuovi mercati con prodotti innovativi e concorrenziali (ma dal punto
             di vista estetico anche di qualità tecnologica), produce quello che per molti anni è
             stato definito il “miracolo economico”. La società si trasforma, caratterizzandosi
             sempre più come una società urbana e industriale (a danno del settore agrario), e
             con un forte spostamento di popolazione dal Sud verso il Nord. Da qui una nuova
             fase della storia italiana, caratterizzata da problemi sociali interni e politicamente
             “bloccata” nella contrapposizione tra la DC e il PCI. Politici come Moro e Fanfani
             tentarono, come si è accennato, il superamento dello stallo con progetti progres-
             sivi come l’apertura a sinistra, ma tutto ciò appartiene al decennio successivo
             rispetto al tema del convegno.]]></page><page Index="23"><![CDATA[Atti del Congresso internAzionAle                                    23]]></page><page Index="24"><![CDATA[24                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate]]></page><page Index="25"><![CDATA[Atti del Congresso internAzionAle                                    25]]></page><page Index="26"><![CDATA[26                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate]]></page><page Index="27"><![CDATA[Atti del Congresso internAzionAle                                    27



                                          ’
                                       litalia 1945-1955

                                la ricostruzione


                                                         del Paese



                          e le FORZe aRMaTe



                      congresso di studi storici internazionali
                      congresso di studi storici internazionali

                                     CIsM - sapienza Università di Roma











                        I GIORNATA 20 NOVEMBRE 2012
                                                                 I SESSIONE


                                                  la rinascita



                                                   Presidenza Prof. Mariano GABRIELE]]></page><page Index="28"><![CDATA[]]></page><page Index="29"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            29



             I riflessi della situazione internazionale
             sulle Forze Armate

             Massimo de leonarDis       1




             Il trattato di pace
                   n conflitto perduto, la Seconda Guerra Mondiale, determinò la crisi delle
             U Forze Armate. Un altro conflitto sui generis, la Guerra Fredda, vinto anche
                      2
             dall’italia , ne favorì la rinascita. Naturalmente, come sempre ed inevitabilmente
             ancor di più durante la Guerra Fredda, l’evoluzione delle istituzioni militari e la
             politica di difesa furono strettamente influenzate dalla situazione internazionale,
             che nel giro di pochi anni vide un rovesciamento delle alleanze: i vincitori si divi-
             sero e divennero nemici, gli sconfitti furono riabilitati ed accolti come alleati, per
             prima, in ordine temporale, l’Italia.
                La politica estera italiana ricominciò a Brindisi da una matita ed un foglio di
             carta, come scrive il Maresciallo Badoglio, nelle sue memorie, sorvolando sul
             fatto che si era “dimenticato” di avvisare del trasferimento del governo il tito-
             lare di Palazzo Chigi, l’Ambasciatore Raffaele Guariglia, Barone di Vituso, che
                                                                        3
             dovette rifugiarsi nell’Ambasciata di spagna presso la santa sede . Due tra i più
             importanti  diplomatici  italiani  del  secondo  dopoguerra  hanno  posto l’accento
             sull’importanza dello spartiacque del 1943. Nel 1967, Pietro Quaroni scriveva:
             «L’armistizio del 1943 non è stato solo il crollo della politica estera fascista, è
             stato, se si vuole, il crollo di tutta la politica estera italiana che, più o meno va-
                                                                                4
             gamente, era stata seguita dal Regno d’Italia, dal momento del suo inizio» . Nel
             1993, Sergio Romano osservava che gli avvenimenti del 1943 dimostrarono che
             «l’Italia non poteva né badare da sola alla propria sicurezza né dare un contributo
                                                      5
             determinante alla difesa del proprio territorio» .  Per restare al tema della relazio-

             1  Professore  ordinario  di  Storia  delle  relazioni  ed  istituzioni  internazionali,  Direttore  del
                dipartimento  di  Scienze  politiche  nell’Università  Cattolica  del  Sacro  Cuore  di  Milano,
                docente di Storia contemporanea all’Università Europea di Roma, Vice presidente della
                Commissione  Internazionale  di  Storia  Militare,  Segretario  generale  della  Commissione
                italiana di storia militare.
             2  si veda il brillante pamphlet del diplomatico L. Incisa di Camerana, la vittoria dell’italia
                nella terza guerra mondiale, Roma-Bari, 1996.
             3  Sul personaggio cfr. R. Guariglia, Ricordi 1922-1946, Napoli, 1950 e F. Scarano, Raffaele
                Guariglia. L’uomo e il diplomatico al servizio delle Stato, Salerno, 2002.
             4  P. Quaroni, Chi è che fa la politica estera in Italia, in M. Bonanni (a cura di), la politica
                estera della Repubblica Italiana, vol. III, Milano, 1967, p. 810.
             5  S. Romano, Guida alla politica estera italiana, Milano, 1993, pp. 5-6.]]></page><page Index="30"><![CDATA[30                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                               ne, e passando quindi direttamente all’ela-
                                               borazione del Trattato di Pace , con le sue
                                                                          6
                                               clausole militari punitive, va osservato che
                                               esso fu negoziato in un periodo (tra la fine
                                               del 1945 e l’inizio del 1947) di transizio-
                                               ne della politica internazionale: la “Grande
                                               Alleanza”  di  guerra  tra  le  Grandi  Poten-
                                               ze era chiaramente in crisi, ma la Guerra
                                               Fredda non era ancora dichiarata. La politi-
                                               ca estera italiana era anch’essa in una fase
                                               d’incertezza,  per  ragioni  interne  ed  inter-
                                               nazionali. il ciellenismo «sterilizzava ogni
                                               possibilità di una politica estera italiana» .
                                                                                    7
                                               In effetti, quale politica estera poteva avere
                                               un governo (comprendente comunisti e so-
                                               cialisti) il cui Ministro degli Esteri Alcide
             Josif Stalin                      De Gasperi nel telegramma del l° maggio
                                               1945 alle rappresentanze italiane a Mosca,
             Washington, Londra e Parigi, affermava: «Ingresso truppe jugoslave oltre fron-
             tiera orientale e a Trieste non giustificato né da ragioni militari, né politiche, né
                    8
             morali» , mentre il Partito Comunista invitava ad accogliere i partigiani di Tito
                             9
             come «liberatori» . In un telegramma del 28 giugno 1946 ai nostri rappresentanti
             a Washington, Londra e Parigi (ma non più a Mosca!),  De Gasperi denunciava
                                                              10
             «la tragedia che si svolge ai danni degli Italiani nella stessa zona (B) che può oggi
             considerarsi come un vasto campo di concentramento alla Buchenwald», mentre


             6  sul Trattato di Pace cfr. L’Italia del dopoguerra. Il trattato di pace con l’Italia, a cura di
                R. H. Rainero e G. Manzari, Roma, [1998], S. Lorenzini, l’italia e il trattato di pace del
                1947, Bologna, 2007, I. Poggiolini, Diplomazia della transizione. Gli alleati e il problema
                del trattato di pace italiano (1945-1947), Firenze, 1990.
             7  R Gaia, L’Italia nel mondo bipolare. Per una storia della politica estera italiana (1943-
                1991), Bologna, 1991, p. 86.
             8  I Documenti Diplomatici Italiani, Decima serie: 1943-1948 [DDI], vol. II, 12 dicembre
                1944-9 dicembre 1945, Roma, 1992, n. 163, pp. 226-27.
             9  Cfr. P. Pallante, Il Partito comunista italiano e la questione di Trieste nella Resistenza,
                in  Storia  Contemporanea,  VII  (1976),  n.  3,  pp.  500-502;  R.  D’Agata,  la questione  di
                Trieste nella vita politica italiana dalla liberazione al trattato di pace, in Storia e Politica,
                IX (1970), n. 4, pp. 654-55. In generale cfr. M. de Leonardis, Il problema delle frontiere
                orientali, in L’Italia in guerra. Il 6° anno - 1945, a cura di R. H. Rainero, Roma, 1996,
                pp. 277-320; Id., la questione di trieste, in L’Italia del dopoguerra. Il trattato di pace
                con l’italia, a cura di R. H. Rainero-G. Manzari, Roma, [1998], pp. 95-115; M. Galeazzi,
                Togliatti e Tito: tra identità nazionale e internazionalismo, Roma, 2005.
             10  DDI, vol. III, 10 dicembre 1945 - 12 luglio 1946, Roma, 1993, n. 617.]]></page><page Index="31"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            31



             il PCI negava (e negherà o minimizzerà per decenni) le atrocità del regime di Tito.
             Anche dopo la fine del ciellenismo, «è tuttavia più che sicuro che in materia di po-
             litica estera il principio dell’antifascismo ha avuto solo dei riflessi negativi, perché
                                                                    11
             ha impedito una valutazione realista degli interessi nazionali» .
                Sul piano internazionale il realista Stalin sapeva bene che l’Italia, conquistata
             dagli anglo-americani, alla fine avrebbe fatto parte del blocco occidentale e acco-
             glieva con freddo scetticismo le professioni e promesse di neutralismo del gover-
             no italiano, in qualche caso un po’ risibili. Ad esempio il presidente del Consiglio
             De Gasperi, i1 14 agosto 1946, si lanciò con il ministro degli esteri sovietico Mo-
             lotov in un’apologia dell’economia dirigista, spiegandogli, «con evidente appro-
             vazione» del suo interlocutore, che poiché il governo controllava «tutto il sistema
             bancario», non era «possibile nessuna immissione di capitale nelle industrie senza
             il controllo del Governo» ed accennando «al progetto attualmente allo studio di
                                                                  12
             nazionalizzazione degli stabilimenti di produzione elettrica» . L’ostilità di Mosca
             era quindi scontata.
                Non era invece per niente sicuro, e men che meno efficace, il sostegno delle
             tre Potenze occidentali. Animati da spirito punitivo i britannici; a parole amici i
             francesi, ma in realtà anch’essi non dimentichi della “pugnalata nella schiena” e
             comunque impegnati a trovare una soluzione ai loro problemi (in primis quello
             tedesco) e per questo alieni dallo scontentare l’URSS. Amici più sinceri gli ame-
             ricani, ma anche loro per nulla disposti a prendere di petto Mosca per compiacere
             l’italia. il ministro degli esteri britannico Bevin si diceva d’accordo di non trattare
             l’Italia «come se Mussolini fosse stato ancora al potere», ma dichiarò pubblica-
             mente di non considerare duro il trattato di pace, tenendo conto dei «danni causati
                                               13
             durante il periodo delle aggressioni» , un concetto ripetuto, privatamente e in
             maniera risentita, anche dagli americani.
                Questi ultimi non mancavano di rassicurare i loro interlocutori italiani, ma
             ammettevano tra loro, come l’ammiraglio Stone con Truman fin dal 18 aprile ,
                                                                                   14
             di non riuscire a «concretizzare» quella pace «giusta» per l’Italia che dicevano di
             volere. Per il vice-presidente della Commissione Alleata l’italia andava trattata
             non «come un nemico sconfitto, ma piuttosto come un partner nel Mediterraneo».
             Il presidente Truman, che l’ambasciatore Tarchiani (gliene va dato atto) riusciva
             ad avvicinare abbastanza sovente, abbondava in dichiarazioni di amicizia e in

             11  C.  M.  Santoro,  La  politica  estera  di  una  media  potenza.  L’Italia  dall’Unità  ad  oggi,
                Bologna, 1991, p. 188.
             12  Verbale del colloquio, DDI, vol. IV, 13 luglio 1946-1° febbraio 1947, Roma, 1994, n. 150,
                p. 169. Com’è noto la nazionalizzazione delle industrie elettriche fu poi realizzata nel 1962
                ed in effetti l’impronta della Repubblica italiana fu più “sovietica” che liberale.
             13  Cfr. Poggiolini, op. cit., pp. 78-79 e 95.
             14  Foreign Relations of the United States [FRUS],1946, vol. II, Council of Foreign Ministers,
                Washington, 1970, pp. 72-79.]]></page><page Index="32"><![CDATA[32                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                               rassicurazioni tanto calorose quanto neces-
                                               sariamente  generiche .  meno ottimista  e
                                                                  15
                                               benevolo era il segretario di Stato Byrnes,
                                               del quale Egidio Ortona, allora consigliere
                                               d’ambasciata  a Washington,  notò  la  «im-
                                               preparazione  e difettosa conoscenza dei
                                               problemi  internazionali,  per  non  parlare
                                               della sua totale ignoranza e quasi della sua
                                               allergia per i problemi italiani» , alle qua-
                                                                           16
                                               li si aggiungeva una notevole suscettibilità
                                               quando gli si facevano rilevare i continui
                                               «cedimenti».  Mentre  nell’autunno  prece-
                                               dente Tarchiani lo aveva visto «pieno di en-
                                               tusiasmo e sicuro della parte preponderan-
                                               te» che gli Stati Uniti avrebbero avuto nel
                                               trattato di pace con l’Italia, ora, a febbraio,
             Harry Truman                      trovò Byrnes «più cauto e scettico». Nelle
                                               sue memorie l’ambasciatore a Washington
             scriverà che egli «teneva più ad andare d’accordo con gli inglesi e ad evitare
                                                                     17
             scontri troppo duri con i russi, anziché contentare» gli italiani . Agli americani,
             scrisse l’Ambasciatore Quaroni, parlando con gli italiani si mostravano «estrema-
             mente bellicosi», «dei leoni», poi al tavolo dei negoziati era «tutt’altra cosa», e
             «molla[va]no tutto», diventavano «pecore», perciò il loro appoggio «non vale[va]
             un fico secco» . Quanto ai francesi, secondo l’ambasciatore Antonio Meli Lupi di
                          18
                                                                                   19
             Soragna, «chiacchiere e parole cortesi» non sarebbero mancate, ma «fatti [...]».
                Secondo l’ambasciatore Quaroni, l’Unione Sovietica mirava a screditare in
             campo internazionale la Gran Bretagna e soprattutto gli Stati Uniti, dimostrando
             che chi era appoggiato da loro non otteneva «assolutamente niente», mentre «chi
             è appoggiato da Unione Sovietica finisce per ottenere tutto quello che essa con-
             sente accordargli» . Harold Nicolson, veterano delle assise di Versailles nel 1919,
                             20
             presente ora anche a Parigi alla conferenza dei 21 Paesi apertasi il 29 luglio 1946,
             commentò che Molotov e Viscinskij vi fecero ingresso «consci del loro potere»,



             15  Ibi, p. 304.
             16  E. Ortona, Anni d’America. La Ricostruzione: 1944-1951, Bologna, 1984, pp. 152-53.
             17  Tarchiani a De Gasperi, 4-2-46, DDI, vol. III, n. 160, p. 213; A. Tarchiani, Dieci anni fra
                Roma e Washington, Verona 1955, p. 95.
             18  Le espressioni citate in Quaroni a De Gasperi, 14-10-45, DDI, vol. II, p. 850, Quaroni a
                Prunas, 1-12-45, ibi, p. 1025, Quaroni a De Gasperi, 13-12-45, DDI, vol. III, p. 22.
             19  Soragna a Prunas, 12-5-46, ibi, n. 436, p. 511.
             20  Quaroni a De Gasperi, 8-7-46, ibi, n. 675.]]></page><page Index="33"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            33



                                                                                   21
             mentre Byrnes e gli americani entrarono «carichi delle loro magnifiche virtù» .
             Non era difficile immaginare chi avrebbe prevalso.
                La nomina del leader socialista Nenni a ministro degli Esteri (avvenuta con
             la curiosa prassi dell’annuncio al momento della formazione del primo governo
             della Repubblica, rinviando però ad ottobre 1946 l’effettivo ingresso a Palazzo
             Chigi, retto nel frattempo ad interim da De Gasperi), se suscitò imbarazzo alla
                                          22
             nostra ambasciata a Washington , avrebbe dovuto invece essere sia un segnale
             per i sovietici sia un modo di migliorare i rapporti con il governo laburista inglese.
             Incontrando però il 19 gennaio 1946 Nenni, allora vice-presidente del consiglio,
             Bevin «non era certo in quel momento, e visibilmente lo voleva ostentare, uno dei
             grandi capi del Labour Party che parlava. – riferì il nostro rappresentante diplo-
             matico Carandini  – Era His Majesty’s Foreign Secretary debitamente corazzato
                             23
             e cautelato dai suoi uffici contro le insidie di un colloquio con un correligionario
             politico». Degli inglesi, e in particolare di molti funzionari del Foreign Office, era
             ben noto lo spirito punitivo verso l’italia: il nuovo sottosegretario permanente sir
             Orme sargent non mancò di sottolineare con Nenni l’argomento «della inscindibi-
             lità delle responsabilità fasciste con quelle del popolo italiano» . il trattato di pace
                                                                    24
             costituì quindi l’ultimo atto della politica estera dell’Italia fascista, non il primo
             di quella dell’Italia democratica. Il nuovo Stato non disponeva ancora nemmeno
             di un sigillo e l’ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna, firmando il trattato,
             appose sulla ceralacca l’impronta della sua chevalière di marchese, un titolo che
             la Repubblica non avrebbe più riconosciuto.
                Nel suo famoso discorso del 10 agosto alla conferenza della pace il Presidente
             del Consiglio De Gasperi aveva rilevato addirittura una formulazione a suo dire
             più sfavorevole all’Italia rispetto agli altri alleati della Germania: «Ma in verità
             più che il testo del trattato ci preoccupa lo spirito; esso si rivela subito nel pream-
             bolo. Il primo “considerando” riguarda la guerra di aggressione e voi lo ritroverete
             tale e quale in tutti i trattati coi cosiddetti ex satelliti; ma nel secondo “conside-
             rando” che riguarda la cobelligeranza voi troverete nel nostro un apprezzamento
             sfavorevole che cercherete invano nei progetti per gli stati ex nemici. Esso suona:
             “Considerando che sotto la pressione degli avvenimenti militari il regime fascista
             fu rovesciato [...]”. Ora non v’ha dubbio che il rovesciamento del regime fascista


             21  H. Nicolson, The Later Years, 1945-1962, New York 1968, p. 69-70, cit. in Poggiolini, op.
                cit., p. 75.
             22  Cfr. Ortona, op. cit., pp. 164-65.
             23  Carandini a De Gasperi, 19-1-46, DDI, vol. III, n. 106, p. 147. Per preparare la visita, il
                12 Carandini aveva inviato a Bevin una lunga lettera nella quale, illudendosi di captarne la
                benevolenza, aveva sottolineato che il nuovo governo De Gasperi aveva «indubbiamente
                una più marcata tendenza di sinistra». Sugli altri colloqui londinesi di Nenni cfr. Carandini
                a De Gasperi, 29-1-46, ibi, n. 136.
             24  Carandini a De Gasperi, 26-1-46, ibi, n. 125, p. 171.]]></page><page Index="34"><![CDATA[34                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             non fu possibile che in seguito agli avvenimenti militari, ma il rivolgimento non
             sarebbe stato così profondo se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione
             dei patrioti che in patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici, senza l’in-
             tervento degli scioperi politici nelle industrie del nord, senza l’abile azione clan-
             destina degli uomini dell’opposizione parlamentare antifascista (ed è qui presente
             uno dei suoi più fattivi rappresentanti [il riferimento era a Ivanoe Bonomi], n. d.
                                           25
             r.) che spinsero al colpo di Stato» .
                Su queste frasi si possono fare alcune osservazioni. Comprensibilmente De
             Gasperi sopravvalutava largamente l’operato dell’opposizione antifascista, sotto-
             valutava l’azione del Re (definita «colpo di Stato», in singolare consonanza con il
             giudizio fascista) ed ignorava completamente la mozione del Gran Consiglio del
             25 luglio. Comunque il preambolo finale diede parziale soddisfazione alle istanze
             di De Gasperi, riaffermando che era stata l’incipiente sconfitta a provocare la ca-
             duta del fascismo ed il conseguente cambio di campo, ma riconoscendo «l’aiuto
             degli elementi democratici del popolo Italiano».
                De Gasperi  aveva  poi  proseguito  ricordando  il  sopra citato  comunicato  di
             Potsdam del 2 agosto 1945, da lui così tradotto: «L’Italia fu la prima delle potenze
             dell’asse a rompere con la Germania alla cui sconfitta essa diede un sostanziale
             contributo ed ora si è aggiunta agli alleati nella guerra contro il Giappone. L’italia
             ha liberato se stessa dal regime fascista e sta facendo buoni progressi verso il rista-
             bilimento di un governo ed istituzioni democratiche … Tale era il riconoscimento
             di Potsdam. Che cosa è avvenuto perché nel preambolo del trattato si faccia ora
             sparire dalla scena storica il popolo italiano che fu protagonista?». In realtà la tra-
             duzione conteneva una forzatura. il testo originale inglese del comunicato recitava
             infatti: «Italy has freed herself from the Fascist regime», il cui senso era la sem-
             plice constatazione di fatto che l’Italia non era più fascista, non il riconoscimento
             che si era liberata da sola.
                Bisogna comunque riconoscere che la ferita più dolorosa inferta all’Italia dal
             Trattato di Pace fu la perdita dei territori Istriani, Giuliani e Dalmati a favore della
             Jugoslavia. Le clausole militari del Trattato di Pace, che non occorre qui citare
             diffusamente, erano severe, ma certo meno di quelle imposte alla Germania dopo
             la Prima Guerra mondiale. De Gasperi denunciò che «nelle precauzioni prese
             dal trattato contro un presumibile riaffacciarsi di un pericolo italiano si è andati
             tanto oltre da rendere precaria la nostra capacità difensiva connessa con la nostra
             indipendenza. Mai, mai nella nostra storia moderna le porte di casa furono cosi


             25  Un motivo ricorrente nei documenti diplomatici italiani era che la nuova Italia doveva rifiu-
                ta re il “nazionalismo”, giocare la carta di separare la responsabilità morale dell’antifascismo
                e  del  popolo  italiano  da  quella  del  regime  fascista,  dare  rilievo  alla  cobelligeranza,  e
                sottolineare che l’evoluzione sfavorevole della guerra non aveva «determinato», ma solo
                «reso possibile», il crollo del regime fascista, una sfumatura che vi è da dubitare venisse
                compresa dai vincitori.]]></page><page Index="35"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            35



             spalancate, mai le nostre possibilità di dife-
             sa così limitate».
                Tuttavia si possono rilevare tre fatti. il
             primo è che ci si stava avviando verso un
             sistema  internazionale  nel  quale  i  singoli
             Paesi, fossero pure Grandi Potenze o tan-
             to più se ex Grandi Potenze, non sarebbero
             comunque più stati in grado di garantire da
             soli la loro sicurezza ed indipendenza, ma
             avrebbero potuto farlo solo grazie ad un ac-
             cordo con una delle due Superpotenze, le
             uniche in grado di difendere se stesse ed
             i loro alleati. Naturalmente gli stati Uniti
             avrebbero potuto garantire sicurezza in un
             regime liberamente scelto, l’URSS avreb-
             be imposto sudditanza e soppressione della
             libertà.
                In secondo luogo, nelle condizioni in cui versava l’Italia, le pur severe con-
             dizioni militari del Trattato di Pace più che un limite indicavano, per Esercito e
             Aeronautica, un livello di forze arduo da raggiungere: «Il massimo concesso dagli
             alleati – aveva dichiarato il capo di Stato Maggiore del Regio Esercito Raffaele
             Cadorna nella seduta del Consiglio di Difesa del 25 agosto 1945 – lo raggiungere-
             mo se le finanze lo consentiranno» . Diverso il caso della Marina, che disponeva
                                            26
             ancora di navi in misura largamente superiore a quella autorizzata dal Trattato di
             Pace, per cui furono cedute o demolite 104 unità per complessive 181.014 tonnel-
             late. Infatti, nel discorso radiofonico del 15 settembre 1947, in occasione dell’en-
             trata in vigore del trattato di pace dopo il deposito delle ratifiche, De Gasperi
             dedicò un cenno solo alla marina.
                Infine va rilevato che il panorama politico della nuova Italia repubblicana era
             largamente dominato da tendenze internazionaliste e pacifiste, espresse, in ma-
             niera sincera o strumentale, dai partiti (Democrazia Cristiana, Partito Comunista,
             Partito Socialista) che contavano quasi l’80% dei seggi all’Assemblea Costituen-
             te. Tale impostazione ebbe il suo momento culminante nel primo comma dell’art.
             11 della Costituzione repubblicana: «L’italia ripudia la guerra come strumento di
             offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
             internazionali», formula assai simile a quella di uno dei più curiosi documenti
             della storia diplomatica, quel trattato Briand-Kellogg che nel 1928 aveva messo
             “fuorilegge” la guerra. Le clausole militari limitative non erano certo in cima ai


             26  R. Cadorna, la riscossa, II ed., Milano, 1976, pp. 66 e 69; M. Brignoli, Raffaele Cadorna
                1889-1973, Roma, 1981, 144-46.]]></page><page Index="36"><![CDATA[36                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             pensieri del governo. Alcuni anni dopo, uno dei migliori alti ufficiali dell’Esercito
             italiano del dopoguerra, il Generale di Corpo d’Armata Giorgio Liuzzi, capo di
             Stato Maggiore dell’Esercito dal 1954 al 1959, scriverà: «In un periodo in cui il
             solo parlare di rimessa in efficienza delle Forze Armate era interpretato come ec-
             cesso di militarismo o bieca mania di guerrafondai […] le Autorità politiche […]
             si presentarono nel 1946 alla conferenza internazionale per il trattato di pace di
             Parigi, preoccupate più dalla eventualità che all’Italia venisse prescritto un mini-
                                                         27
             mo di forze militari che da quella di un massimo» .

             L’ingresso nell’Alleanza Atlantica
                Poche settimane dopo la firma, il 10 febbraio 1947, del Trattato di Pace, la si-
             tuazione internazionale si mise in movimento. In pochi mesi, a marzo con la Dot-
             trina Truman si ebbe la “dichiarazione ufficiale” della Guerra Fredda e a giugno
             con il Piano marshall la prima iniziativa che formalizzava la divisione dell’Europa
             in due campi. In maggio i comunisti furono sbarcati dai governi in Belgio, Francia
             e Italia, giusto in tempo per poter appunto aderire al Piano Marshall.
                Il 15 dicembre l’Italia riconquistò formalmente la sua piena sovranità quando
             le ultime truppe anglo-americane di occupazione lasciarono il suo territorio. il 1°
             gennaio 1948 entrò in vigore la nuova costituzione repubblicana. La normalizza-
             zione formale della situazione italiana era compiuta. Ben più importanti furono
             però le scelte sostanziali compiute il 18 aprile 1948 ed il 4 aprile 1949. Con la
             prima il popolo italiano compiva la scelta di campo tra Est e Ovest, tra comuni-
             smo e anti-comunismo . Con l’ingresso nell’Alleanza Atlantica come membro
                                  28
             fondatore, fu garantita la sicurezza dell’Italia e sancito il mutamento di status da
             nemico sconfitto ad alleato a pieno titolo in poco più di due anni. A soli quattro
             anni dalla fine della guerra l’Italia divenne quindi alleata delle potenze occidentali
             che l’avevano sconfitta. Il fatto in sé non era del tutto senza precedenti. La Fran-
             cia, ad esempio, già nel gennaio 1815 concluse un trattato di alleanza con la Gran
             Bretagna e l’Austria; era la Francia di Luigi XVIII e non più di Napoleone (che
             però preparava il suo effimero ritorno), come l’Italia del 1949 era quella di De
             Gasperi e non più di Mussolini. Tuttavia ciò che era più facile per la diplomazia
             tradizionale del congresso di Vienna non lo era altrettanto nell’epoca delle con-
             trapposizioni ideologiche.
                «Superare il rapporto ex nemico-vincitore [...] – secondo un autorevole stori-
             co  – in ultima analisi, costituì l’ostacolo principale per l’inclusione dell’Italia
                29

             27  G. Liuzzi, Italia Difesa?, Roma, 1963, p. 24. Liuzzi, israelita, nel 1939 era stato per questo
                congedato dall’Esercito.  Non era quindi certo un nostalgico.
             28  Questa la scelta fondamentale.
             29  P. Pastorelli, l’adesione dell’italia al Patto atlantico, ora in Id., la politica estera italiana
                del dopoguerra, Bologna, 1987, p. 231.]]></page><page Index="37"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            37



             nel patto atlantico». Il trattato di pace del 1947, con le clausole militari, riduceva
             il potenziale contributo alla difesa comune. inoltre il governo di Roma cercò di
             “negoziare” la sua adesione all’alleanza occidentale, per ottenere la revisione di
             tali clausole militari, attirandosi così accuse di ricatto soprattutto dagli inglesi. Le
                                                                   30
             vicende dell’ammissione dell’italia come membro originario  del Patto Atlantico
             sono state diffusamente ricostruite e, anche per questo, non è opportuno riassu-
                                  31
             merle diffusamente qui .
                Diversamente che in altri Paesi, i militari non giocarono in Italia un ruolo di
             primo piano nella decisione di aderire all’alleanza atlantica. Ciò dipese sia dalla
             mancanza nel nostro Paese di organi istituzionali che riunissero politici, diploma-
             tici e militari elaborare le scelte di politica estera e di difesa, sia dalla crisi di pre-
             stigio della classe militare a seguito della sconfitta. Un intervento degno di nota
                              32
             fu il memorandum  del 30 luglio 1948 del Capo di Stato Maggiore della Difesa,
             Generale Claudio Trezzani, con il quale, nell’incertezza sulla reale efficacia del
             futuro patto atlantico per la difesa dell’integrità territoriale dell’Italia, si invitava
             ad esplorare la possibilità di una neutralità armata, sostenuta da forniture milita-
             ri americane. Nel negoziato con gli americani ebbe una certa importanza ai fini
             del chiarimento delle rispettive posizioni la missione a Washington nel dicembre
             1948 del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Generale Luigi Efisio Marras, che
             appunto appurò definitivamente che gli americani non erano disponibili ad accor-
             di militari con l’Italia al di fuori della costituenda cornice atlantica. In precedenza,
             in ottobre, a Parigi, il Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio Franco
             Maugeri, aveva incontrato il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito francese Gene-
             rale Georges Revers, su invito di quest’ultimo, che, oltre a parlargli della coope-
             razione militare franco-italiana, gli sottolineò i vantaggi per l’Italia dell’adesione
             all’alleanza atlantica. Di tale incontro, si discusse in una riunione tra il Presidente


             30  Sembra  più  preciso  definire  l’Italia  membro  “originario”  che  “fondatore”,  poiché  in
                nostro Paese non partecipò ai negoziati fondativi dell’Alleanza, il cui testo, già definito,
                in particolare da Canada, Stati Uniti e i cinque Stati aderenti al Patto di Bruxelles (Belgio,
                Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Regno Unito) poté solo accettare.
             31  Anche perché vi è una specifica relazione del Prof. Matteo Pizzigallo. Cfr. O. Barié, Gli
                Stati Uniti, l’Unione Occidentale e l’inserimento dell’Italia nell’Alleanza Atlantica”, in Id.
                (a cura di), L’alleanza occidentale. Nascita e sviluppi di un sistema di sicurezza collettivo,
                Bologna, 1988, pp. 115-207; Id., The Final Stage of Negotiations: December 1948 to April
                1949, in E. Di Nolfo (ed.), The Atlantic Pact Forty Years Later. A Historical Reappraisal,
                Berlin-New York, 991, pp. 41-57; A. Varsori, The First Stage of Negotiations: December
                1947 to June 1948, ibi, pp. 19-40; Id., La scelta occidentale dell’Italia (1948-1949), in
                Storia delle relazioni internazionali, a. I (1985), n. 1, pp. 95-160 e n. 2, pp. 303-368; P.
                Pastorelli,  l’adesione dell’  italia al Patto atlantico,  in  Storia  Contemporanea,  a.  XIV
                (1983), n. 6, pp. 1015-1030.
             32  Cfr. il testo del memorandum in L. Nuti, L’Esercito Italiano nel secondo dopoguerra 1945-
                1950. La sua ricostruzione e l’assistenza militare alleata, Roma, 1989, doc. 18, pp. 384-86.]]></page><page Index="38"><![CDATA[38                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             del Consiglio De Gasperi, i Ministri degli Esteri e della Difesa, Carlo Sforza e
                                                                             33
             Randolfo Pacciardi, il Generale Marras e lo stesso Ammiraglio Maugeri .
                il 2 marzo 1949 il segretario di stato Dean Acheson sottopose al presidente
             americano Harry Truman due liste di argomenti, a favore e contro l’ammissione
                                                                                34
             dell’Italia nell’imminente Alleanza Atlantica, ai fini di una decisione finale . Di
             essi si considerano qui solo quelli di carattere militare e strategico. Alcune argo-
             mentazioni contrarie erano poi ribaltate nell’altra lista: il bicchiere poteva essere
             visto mezzo vuoto o mezzo pieno.
                Tra gli argomenti contrari si richiamavano le clausole militari limitative del
             trattato di pace: «(4) Le clausole del Trattato di pace relative alle limitazioni degli
             armamenti circoscrivono strettamente gli insediamenti militari dell’italia; di con-
             seguenza il contributo che potrebbe dare sia come auto-intervento e mutuo aiuto
             sia come sicurezza dell’area nord-atlantica sarebbe limitato.  5) Come membro
             del Patto, l’Italia vorrebbe che fosse assicurata la difesa del suo territorio; il che
             sarebbe difficile e imporrebbe un drenaggio delle forze militari e delle risorse
             disponibili per le altre Parti».
                Tra quelli favorevoli si ricordava invece che l’Italia «4) Anche se è sottoposta
             alle limitazioni del Trattato di pace, l’Italia dispone della terza maggiore Marina
             dell’Europa Occidentale, di un esercito autorizzato di 12 divisioni combattenti
             (già esistenti su una base di quadri), di una forza aerea di 350 aeroplani, inclusi
             200 apparecchi da combattimento, e di una delle principali flotte mercantili eu-
             ropee, con un surplus di marinai addestrati. Ciò può essere raffrontato favorevol-
             mente non solo rispetto ad altre nazioni come la Norvegia, ma anche rispetto alla
             Francia, la quale – pur essendo considerata affidabile – prevede il mantenimento
             in attività solo di nove divisioni. 5) L’Italia settentrionale dispone di un complesso
             industriale altamente perfezionato e dispone di un surplus di manodopera spe-
             cializzata, che potrebbe essere utilizzata, se le armi fossero disponibili, dopo l’e-
             splosione di un conflitto che logicamente renderebbe l’Italia libera dai vincoli del


             33  Cfr. F. Maugeri, Ricordi di un marinaio, Milano, 1980, pp. 289-93; A. Varsori, la scelta
                occidentale dell’Italia (1948-1949), parte II, in Storia delle relazioni internazionali, a. I,
                n. 2 (1985), pp. 329-30; L. Nuti, La missione Marras, 2-22 dicembre 1948, in Storia delle
                relazioni internazionali, a. III, 1987, n. 2, pp. 343-368.
             34  Allegato a  Memorandum  by  the  Secretary  of  State,  2-3-49,  in  FRUS,  1949,  vol.  IV,
                Western Europe, Washington, 1975, pp. 142-145. È qui utilizzata la traduzione italiana di
                P. Cacace, Venti anni di politica estera italiana (1943-63), Roma, 1986, pp. 590-592. Il
                riferimento alla flotta militare ed alla marina mercantile costituiva la novità di maggiore
                rilievo rispetto all’analogo elenco di ragioni per l’ammissione dell’italia annesso al report
                of  the  International  Working  Group  to  the  Ambassadors’  Committee,  24-12-1948,  in
                FRUS, 1948, vol. III, Western Europe, Washington, 1974, pp. 333-343. Già Churchill, nel
                periodo successivo alla caduta del fascismo, aveva costantemente indicato uno dei vantaggi
                principali  di  un  armistizio  con  l’Italia  nella  possibilità  di  neutralizzare  o  addirittura
                impiegare al servizio dell’inghilterra l’ancora potente Regia marina.]]></page><page Index="39"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            39



             Trattato.  6) Le autorità militari statuniten-
             si hanno ritenuto che “in termini di guerra
             terrestre  in  Europa  Occidentale,  l’Italia  è
             strategicamente  importante.  in termini  di
             guerra marittima, non vi è questione circa
             la  sua  potenzialità  strategica,  critica,  ri-
             spetto al controllo del Mediterraneo” … .
             7) La Francia considera l’Italia vitale alla
             propria difesa e le autorità militari dei due
             Paesi sono periodicamente  impegnate  in
             colloqui sui rispettivi quadri».
                Il punto 6) proseguiva poi così: «è di
             grande  importanza  negare  al  nemico  di
             usare l’italia come una base per il control-
             lo marittimo e aereo del mediterraneo cen-
             trale, nonché di negare al nemico l’uso del
             complesso industriale e della manodopera                    Dean Acheson
             italiana».  Una  considerazione  molto  simi-
             le aveva fatto alla fine del 1948 il britannico Generale Sir William Morgan: «Il
             problema è individuare il modo migliore e più economico al fine di incoraggiare
             l’Italia a negare al nemico il proprio territorio», una frase che riecheggiava sini-
             stramente l’articolo due dell’armistizio di Cassibile del 3 settembre 1943 («L’Ita-
             lia farà ogni sforzo per negare ai tedeschi tutto ciò che potrebbe essere adoperato
             contro le Nazioni Unite»), espressione di una concezione politico-strategica che
             generò una campagna d’Italia disastrosa. Giustamente è stato quindi osservato che
             nel primo dopoguerra «da un punto di vista militare, la percezione comune dell’I-
                                                                        35
             talia era quella di teatro strategico, non attore in ambito strategico» .
                Chi seguisse il filo delle illusioni dell’antifascismo, potrebbe senz’altro pen-
             sare che il cambio di campo dell’Italia nel 1943 figurasse tra le ragioni a favore.
             Nient’affatto. L’unico riferimento era contenuto invece nel punto 6 degli argo-
             menti contrari: «Nelle due guerre mondiali, l’Italia ha mostrato di essere un alle-
             ato inefficace e infido, avendo cambiato bandiera in entrambe le guerre». Ai fini
             dell’ammissione ad un’alleanza che aveva lo scopo conclamato dai membri di
             «salvaguardare la libertà dei loro popoli, il loro comune retaggio e la loro civiltà,
             fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sulla preminenza


             35  L. Sebesta, Politica di sicurezza italiana e innovazioni strategiche nell’Europa degli anni
                cinquanta, in E. Di Nolfo-R. H. Rainero-B. Vigezzi (a cura di), l’italia e la politica di
                potenza in Europa (1950-60), Milano, 1992, p. 674. Sull’importanza del territorio italiano
                come sede di basi navali ed aeree, cfr. il rapporto della Central Intelligence Agency (CiA)
                dell’aprile 1948 in A. Brogi, L’Italia e l’egemonia americana nel Mediterraneo, Firenze,
                1996, p. 47.]]></page><page Index="40"><![CDATA[40                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                         del  diritto»  (così  il  preambolo  del  trattato  nord-
                                         atlantico), non contava che l’Italia nel 1943 avesse
                                         abbandonato la Germania nazista e scelto le demo-
                                         crazie (un campo peraltro inquinato dalla Russia di
                                               36
                                         Stalin) . Pesava invece l’essere stati inaffidabili e
                                         poco utili: un’ennesima lezione di Realpolitik.

                                         La NATO e il riarmo
                                            Costituita  l’alleanza,  l’Italia  si  adoperò  sia
                                         per avere in essa un rango adeguato sia per sal-
                                         vaguardare le sue esigenze strategiche. Le esigen-
                                         ze di rango, sempre presenti nella politica estera
                                         italiana, motivarono la richiesta di far parte dello
             Claudio Trezzani
                                        Standing Group, organo direttivo militare dell’al-
             leanza, nel quale invece entrarono solo Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, e che
             peraltro perse molta della sua importanza con la creazione del Comando supremo
             Alleato in Europa (SHAPE), per essere poi sciolto nel 1966 a seguito dell’uscita
             di Parigi dalla struttura militare integrata. i ministeri degli esteri e della difesa
             s’impegnarono in un’intensa attività diplomatica per ottenere che l’Italia facesse
             parte dello Standing Group. I Capi di Stato Maggiore della Marina e dell’Esercito,
             Ammiraglio Emilio Ferreri e Generale Marras, svilupparono una propria diploma-
             zia parallela per ottenere l’appoggio dei loro omologhi statunitensi, Ammiraglio
             Louis Denfeld e Generale Omar Bradley. L’addetto navale a Washington, Capi-
             tano di vascello Francesco Baslini, manifestò un certo ottimismo sul sostegno
                       37
             americano , che alla luce di altre fonti appare però infondato. In occasione infatti
             della serie di incontri che i Joint Chiefs of Staff statunitensi ebbero nell’estate
             1949 con i Capi di Stato Maggiore degli alleati atlantici, l’ambasciatore a Parigi
             Pietro Quaroni osservò: «Mentre le conversazioni con i minori, fra cui noi, sono
             durate in media un’oretta, quelle con i francesi e gli inglesi sono durate un giorno
             e mezzo» .
                      38
                Più sostanziale fu la richiesta dell’Italia di essere ammessa in due dei cin-
             que gruppi strategici regionali [1) Stati Uniti-Canada; 2) Atlantico Settentriona-


             36  Allo stesso modo nel 1915 l’Italia aveva scelto quello che sarebbe stato poi fatto passare
                per il campo delle democrazie, al quale si sarebbero associati anche gli Stati Uniti.
             37  Cfr. G. Giorgerini, Da Matapan al Golfo Persico. La Marina militare italiana dal fascismo
                alla Repubblica, Milano, 1989, pp. 611-14; M. Gabriele, Mediterraneo (1945-1953), in
                rivista di studi politici internazionali, a. XLVI, n. 1 (Gennaio-Marzo 1979), p. 40.
             38  Telespresso dell’8 agosto 1949, cit. in A. Varsori, Il ruolo internazionale dell’Italia negli
                anni del centrismo (1947-1958), in Aa. Vv., 1947/1958. L’Italia negli anni del centrismo,
                Roma, 1990, p. 218, n. 55; cfr. A. Varsori, l’italia fra Alleanza Atlantica e CED (1949-
                1954), in Storia delle relazioni internazionali, a. IV (1988), n. 1, pp. 131-32.]]></page><page Index="41"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            41



             le; 3) Europa Settentrionale; 4) Europa Occidentale; 5) Mediterraneo] nei quali
             si articolò la struttura militare dell’Alleanza fino alla creazione, dopo la guerra
             di Corea, dei comandi integrati. Roma chiese quindi di far parte non solo del
             gruppo strategico Mediterraneo, ma anche di quello europa occidentale. L’italia
             rifiutò sempre l’ipotesi d’intese e patti mediterranei separati, perché «tali solu-
             zioni l’avrebbero confinata a quell’area periferica, senza nemmeno darle potere
             di decisione nel settore, poiché le principali deliberazioni sarebbero state prese a
             Washington e a Londra, “sopra” la testa di quell’eventuale coalizione di piccole
                                                                                39
             “pedine” mediterranee, e non in cooperazione con “partner” mediterranei» . La
                                                     40
             valenza o vocazione mediterranea dell’italia  era semmai un modo per esaltare
             la sua “atlanticità”, per inserirsi nell’Europa e fungere da cerniera tra essa ed il
             mare nostrum. sul piano militare si trattava di non sancire una divisione tra il
             teatro strategico mediterraneo e quello dell’Europa continentale, che oltre tutto
             avrebbe spaccato l’italia in due aree difensive; soprattutto nelle impostazioni stra-
             tegiche britanniche si pensava infatti di fissare la linea di difesa sul Reno e le Alpi
                                                        41
             occidentali, abbandonando l’Italia settentrionale . Nel caso dei gruppi strategici
             si ottenne una parziale soddisfazione: per volontà inglese il gruppo europa oc-
             cidentale ricalcò la preesistente composizione e struttura del Patto di Bruxelles,
             ma l’italia avrebbe potuto partecipare alle riunioni in cui fossero in discussione
             argomenti di suo diretto interesse, mentre il gruppo Mediterraneo fu ribattezzato
             Europa Meridionale-Mediterraneo Occidentale. inoltre nella Strategic Guidance
                                              42
             for North Atlantic Regional Planning  preparata il 1° marzo 1950 dallo Standing
             Group fu sottolineato che le tre regioni europee [europa occidentale, europa
             Meridionale-Mediterraneo Occidentale ed Europa Settentrionale] dovevano «es-
             sere considerate come un tutto».
                Fino alla guerra di Corea, il Patto Atlantico fu molto più un patto di garanzia
             politica, basato sul concetto di deterrenza, che un’alleanza militare integrata. Si
             riteneva, infatti, che l’URSS, pur avendone la capacità, non avesse l’intenzione
             di aggredire l’Europa occidentale e che la sola garanzia dell’intervento degli stati
             Uniti (detentori del monopolio dell’arma atomica fino all’estate 1949) avrebbe
             dissuaso mosca dall’attaccare. Le risorse economiche dell’Occidente potevano



             39  Brogi, op. cit., p. 345; cfr. ibi, pp. 50-51, 63-65.
             40  Sul tema cfr. M. de Leonardis (a cura di), Il Mediterraneo nella politica estera italiana del
                secondo dopoguerra, Bologna, 2003.
             41  Tra  la  fine  del  1947  e  l’inizio  del  1948,  gli  Stati  Uniti  cominciarono  a  considerare  la
                necessità di difendere tutta la penisola, importante non solo come base di controllo per le
                rotte mediterranee, ma anche come “fianco dei Balcani” (cfr. Brogi, op. cit., p. 47), ma solo
                nella primavera del 1952 ebbe luogo la prima esercitazione NATO (denominata «Lago di
                Garda») in cui fu considerata la difesa dell’Isonzo.
             42  Pubblicata in NATO Strategy Documents 1949-1969, ed. by G. W. Pedlow, [Bruxelles,
                1997], pp. 91-105.]]></page><page Index="42"><![CDATA[42                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                                  43
             così essere dedicate alla ripresa economica e non al riarmo . Quindi le avances
             italiane per una revisione delle clausole militari del Trattato di Pace caddero nel
             vuoto. scoppiata la guerra di Corea l’Alleanza Atlantica varò un consistente piano
             di riarmo e divenne a tutti gli effetti la NATO (o «il NATO», come si scrisse ini-
             zialmente in Italia); anche l’Italia doveva fare la sua parte.
                Howard Hilton, dell’Office of Western European Affairs del Dipartimento di
                                         44
             Stato, elencò cinque possibilità : 1) Accettare il trattato di pace quale esso era,
             mettendo così in pericolo la difesa dell’Europa occidentale; 2) Interpretare con
             larghezza ma nei limiti della legalità il trattato, non garantendo così né la difesa
             dell’Italia, né una piena produzione bellica alla NATO; 3) Ignorare la violazione
             di certe clausole, indebolendo però in tal modo la posizione degli Stati Uniti come
             difensori del diritto; 4) Rivedere il trattato secondo le procedure in esso previste,
             con un iter lungo ed incerto a causa del potere di veto sovietico nel Consiglio di
             sicurezza dell’ONU; 5) Rivedere il trattato in base alla prassi internazionale e
             con la giustificazione degli «sviluppi imprevisti durante i negoziati» per la sua
             stipulazione.
                Fu quest’ultima la soluzione adottata. Nel gennaio 1951, un documento del
             National Security Council americano invitò l’amministrazione ad operare affin-
             ché «le limitazioni del trattato non impedissero all’Italia di far fronte ai comuni
             obblighi difensivi» in sede NATO. In giugno il ministro della Marina statunitense
             Francis Matthews osservò che la Marina Militare italiana eccedeva già di circa
             16.000 tonnellate il limite di 67.500 previsto dall’art. 59 del trattato di pace per le
             navi da combattimento . in base al Military Defence Assistance Program l’italia
                                  45





             43  Cfr. M. de Leonardis, Defence or Liberation of Europe. The Strategies of the West against
                a Soviet Attack (1947-1950), in The Atlantic Pact Forty Years Later, cit., pp. 176-206,
                The Strategies of the Brussels Pact and of the Atlantic Alliance (1948-1952). The Difficult
                                                                           th
                Defence of Western Europe, in Military Alliances since 1945, Atti del XXVI  international
                Congress  on  Military  History,  Bruxelles,  2000,  pp.  35-49,  Ultima  ratio  regum.  Forza
                militare e relazioni internazionali, II ed. rivista e accresciuta, Milano, 2013, cap. VI e VII.
             44  Cfr. E. T. Smith, From Disarmament to Rearmament: The United States and the Revision
                of the Italian Peace Treaty of 1947, in Diplomatic History, vol. 13, n. 3, summer 1989, pp.
                369-71.
             45  Tale  tonnellaggio  era  circa  un  decimo  della  flotta  da  battaglia  esistente  all’inizio  della
                seconda guerra mondiale, che contava su 662.000 tonnellate, con altre 270.000 tonnellate
                di naviglio ausiliario, per un totale di 932.000, ridotte alla fine della guerra (durante la
                quale erano state costruite 130.000 tonnellate) a 310.380. In adempimento alle clausole del
                trattato di pace erano state cedute o demolite 104 unità per complessive 181.014 tonnellate,
                riducendo la marina italiana  a 129.000 tonnellate  tra naviglio  di guerra ed ausiliario.
                Sulla flotta dopo il trattato di pace cfr. A. Santoni, Storia e politica navale dell’ultimo
                cinquantennio (dalla cortina di ferro alla guerra del Golfo), Roma, 1995, pp. 6-7.]]></page><page Index="43"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            43



                                                                  46
             doveva ricevere entro il 1954 6.020 tonnellate di naviglio , mentre il piano di
             difesa a medio termine della NATO prevedeva per la Marina Militare 127.652 ton-
             nellate di navi da combattimento. Sempre in base allo stesso piano, l’Aeronautica
             avrebbe dovuto avere 453 aerei invece dei 350 autorizzati e l’Esercito 470.000
                                    47
             uomini invece di 185.000 .
                Il 26 settembre 1951 Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, si espressero quindi
             a favore della revisione del Trattato di Pace, in una dichiarazione congiunta, alla
             quale in dicembre si associarono 11 Stati firmatari, mentre l’Unione Sovietica ed i
             suoi satelliti subordinarono il loro consenso al ritiro dell’italia dalla NATO. L’iter
             si concluse nel maggio 1955, quando, in sede di Consiglio Atlantico, Stati Uniti,
             Gran Bretagna, Francia, Canada, Belgio, Olanda e Grecia, ossia gli Stati firmatari
             del Trattato membri della NATO, dichiararono formalmente di considerare «i vari
             aspetti discriminatori del Trattato di pace con l’Italia superflui e non più consoni
                                             48
             con la posizione della nuova Italia» . Anche qui una decisione politica, ma non
             giuridicamente ineccepibile.
                L’appartenenza alla NATO costituì un grandioso fattore di crescita, moderniz-
             zazione ed internazionalizzazione delle Forze Armate italiane: una storia in larga
                                  49
             parte ancora da scrivere .

















             46  In base al MDAP, per l’anno fiscale 1950 l’Italia doveva ricevere un finanziamento totale
                di  $  39.526  milioni,  dei  quali  24.486  destinati  all’Esercito,  7.570  alla  Marina  e  7.470
                all’Aeronautica cfr. (E. T. Smith, The United States, Italy and NATO: American Policy
                towards Italy, Ann Arbor, 1981, p. 165). Sul MDAP cfr. L. S. Kaplan, A community of
                interests: Nato and the military assistance program, 1948-1951, Washington, 1980.
             47  Cfr. Smith, From Disarmament to Rearmament ..., cit., pp. 370-72 e Id., The United States,
                Italy and NATO ..., cit., pp. 222-23.
             48  Cfr. L. V. Ferraris, Manuale della politica estera italiana, Roma-Bari, 1996, pp. 17-20.
             49  Si vedano tuttavia Giorgerini, Da Matapan …, cit., O. Bovio, Storia dell’Esercito Italiano
                (1861-1990),  Roma,  1996,  N.  Labanca  (a  cura  di),  Le  armi  della  Repubblica:  dalla
                liberazione a oggi, Torino, 2009, V. Ilari, Storia militare della prima repubblica 1943-1993,
                II ed., Invorio, 2010, de Leonardis, Ultima ratio regum …, cit., cap. IX e X, rispettivamente
                su Marina ed Aeronautica, Id., Italy’s Foreign and Security Policy after the Second World
                War, numero monografico di UNISCI Discussion Papers, n. 25, January 2011.]]></page><page Index="44"><![CDATA[]]></page><page Index="45"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            45



             I Ministri della Difesa. 1945-1955

             aldo a. Mola    1



             Un cometa di Ministri della Guerra
             nel vortice tra guerra e trattato di pace…
                  ra il 25 luglio 1943 e il 2 luglio 1955 si susseguirono in Italia quattro capi
             T di Stato (Vittorio Emanuele III e Umberto II, re dal 9 maggio al 13 giugno
             1946; Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato, monarchico e liberale, e
             Luigi Einaudi, primo presidente eletto a norma della Costituzione, parimenti mo-

             narchico e liberale) e diciassette governi (1). Per l’articolo 5 dello Statuto del
             regno d’Italia il sovrano, capo supremo dello Stato, “comanda(va) alle forze di
             terra e di mare; dichiara(va) la guerra, fa(ceva) i trattati di pace…”. Per la Costitu-
             zione della repubblica il presidente “è il Capo dello Stato (…) ha il comando delle
             forze armate, presiede il consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge,
             dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere”. Esiste dunque una continuità
             tra l’Italia dell’età monarchica e quella della repubblica per lo speciale rapporto
             configurato sia dallo Statuto albertino del 4 marzo 1848 sia dalla carta repubblica-
             na in vigore dal 1° gennaio 1948 tra il capo dello Stato e le forze armate: un nesso
             diretto, al di sopra di quello tra il capo dello Stato e il governo, comprendente il
             ministro della Guerra o, come venne denominato dal 4 febbraio 1947, della Difesa
             con la unificazione dei ministeri della Guerra, della Marina e dell’Aeronautica  in
             un unico dicastero.
                In tale cornice va collocata la sequenza dei governi, dei Ministri della Guerra
             (poi Difesa) e dei Sottosegretari. Dei diciassette governi susseguitisi in un dodi-
             cennio, due (o tre, se si distingue, correttamente, il ministero insediato il 25 luglio
             da quello dell’11 febbraio 1944) furono presieduti dal Maresciallo d’Italia Pietro
             Badoglio (1943-44), due dall’ex deputato Ivanoe Bonomi, già socialista riformi-
             sta, poi democratico, nel 1921 eletto nelle file del Blocco nazionale comprendente
             il “ras” del Partito nazionale fascista a Cremona, Roberto Farinacci, presidente del
             Consiglio nel 1921-22, presidente del Comitato Centrale di Liberazione Naziona-
             le dall’ottobre 1943; uno da Ferruccio Parri, professore di lettere, impiegato alla
             Banca Commerciale Italiana, già comandante delle Brigate partigiane “Giustizia
             e Libertà” nella guerra di liberazione; nove da Alcide De Gasperi, segretario della
             Democrazia Cristiana; uno da Giuseppe Pella, esperto di questioni economiche;


             1  Già  docente  a  contratto  all’Università  Statale  di  Milano,  Direttore  del  Centro  Europeo
                “Giovanni  Giolitti”  per  lo  Studio  dello  Stato  (Dronero),  condierettorte  editoriale  de  il
                Parlamento Italiano: 1861-1891, collaboratore dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore
                dell’Esercito.]]></page><page Index="46"><![CDATA[46                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             uno da Amintore Fanfani, già docente di economia, fautore del corporativismo, e
             uno da Mario Scelba, deputato democristiano, come i precedenti.
                   I governi si susseguirono per blocchi storici: a quelli “di guerra” (Badoglio
             e Bonomi), dopo la parentesi Parri seguì la lunga egemonia di De Gasperi, che
             presiedette maggioranze molto diversificate. Dopo l’“esarchia” del Comitato di
             liberazione nazionale (Partito liberale, democrazia del lavoro, democrazia cristia-
             na, partito d’azione, partito socialista, partito comunista) e due governi “di sini-
             stra”  (DC, PCI, PSI) De Gasperi varò una maggioranza di centro (DC, PLI, PSDI,
             PRI), destinata a durare un decennio per approdare, dopo sette anni di travaglio,
             all’avvento del centro-sinistra incardinato  sull’asse democrazia cristiana-partito
             socialista, con apporto di socialdemocratici e repubblicani, suoi primi fautori.
                In quell’arco di tempo, si  contarono 12 diversi ministri della Guerra (o Difesa):
             Antonio Sorice (25 luglio 1943 -11 febbraio 1944), Taddeo Orlando (11 febbraio
             1944, confermato il 22 aprile 1944), Alessandro Casati (18 giugno 1944, confer-
             mato il 18 giugno 1945), Stefano Jacini (dal 21 giugno al 10 dicembre 1945, con
             Parri), Manlio Brosio (nel I ministero De Gasperi), Cipriano Facchinetti nel II go-
             verno De Gasperi, Luigi Gasparotto (III governo De Gasperi, dal 3 febbraio 1947
             al  31 maggio 1947), Mario Cingolani dal 31 maggio 1947, sostituito il 15 dicem-
             bre da Cipriano Facchinetti), Randolfo Pacciardi  nei V, VI,  VII e VIII governo De
             Gasperi, Giuseppe Codacci Pisanelli nel IX ministero De Gasperi e Paolo Emilio
             Taviani nel governo presieduto da Giuseppe Pella, confermato nei seguenti, presie-
             duti da Amintore Fanfani, Mario Scelba, Antonio Segni e Adone Zoli.
                Anche a lasciare tra parentesi il periodo della guerra di liberazione e a far
             data dal solo governo Parri (giugno-dicembre 1945), si registrarono otto cambi di
             titolari: più numerosi rispetto a quelli di ogni altro ministero “pesante”. Rispetto
             al turbinio di meteore susseguitesi alla Guerra (Difesa), tra il 1945 e il 1953 agli
             Esteri si succedettero cinque ministri in dieci anni, ma ancora più stabili furono i
             ministri degli Esteri (Alcide De Gasperi, contemporaneamente presidente del Con-
             siglio, Carlo Sforza) e dell’Interno (Mario Scelba ne fu titolare dal 1947 al 1953.
             Altrettanto avvenne per Tesoro, Finanze e Bilancio che registrarono l’intercambio
             di tre personalità eminenti: Luigi Einaudi, Giuseppe Pella ed Ezio Vanoni.
                Oltre quella dei ministri, ancora più turbinosa fu la sequenza dei sottosegretari
             di Stato dei tre ministeri militari e, dal 1947, di quello della Difesa. I loro nomi e
             i partiti di appartenenza dànno la misura delle vicissitudini dell’Italia tra guerra di
             liberazione, ricostruzione e stabilizzazione  nell’ambito dell’Alleanza Atlantica e
             dell’ingresso nella NATO (1949).
                Al Generale Taddeo Orlando, Comandante dell’Arma dei Carabinieri, sottose-
             gretario con Badoglio, dal 22 aprile 1944 affiancato dal comunista Mario Palermo,
             seguirono Mario Palermo e Giambattista Oxilia (I governo Bonomi), Mario Paler-
             mo e Luigi Chatrian (II Bonomi), Luigi Chatrian e il comunista Pompeo Colajanni
             (governo Parri e I governo De Gasperi), Luigi Chatrian ed Enrico Martino (II De]]></page><page Index="47"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            47



             Gasperi), Luigi Chatrian, Vito Mario Stampacchia, Giuseppe Brusasca e France-
             sco Moranino, comunista, poi condannato all’ergastolo per omicidio, rifugiato in
             Cecoslovacchia, graziato dal presidente della repubblica Giuseppe Saragat), Luigi
             Chatrian, Ugo Rodinò, Luigi Meda (IV governo De Gasperi), Meda,  Rodinò ed
             Enrico Malintoppi (V De Gasperi), Malintoppi, Enrico Bovetti e Nicola Vaccaro
             (VI De Gasperi), Silvano Baresi, Onofrio Jannuzzi e Raffaele Resta (VII De Ga-
             speri), Angelo Edoardo Martini, Giacinto Bosco e Gaetano Vigo (VIII D Gasperi),
             Angelo Edoardo Martino e Giacinto Bosco (Pella).
                I continui cambi dei ministri e sottosegretari rispecchiarono la rapida sequenza
             dei diversi tempi della storia d’Italia. Al di là degli obiettivi più o meno dichiarati
             delle diverse forze politiche, essi vanificarono alla radice la continuità d’azione
             del Ministero, come era accaduto negli anni 1918-1922.
                Il dodicennio in esame fu scandito in quattro diverse fasi. La prima andò dal-
             la caduta del governo mussolini alla restituzione dell’amministrazione civile al
             governo nazionale (luglio 1943-dicembre1945); la seconda coincise con la prepa-
             razione del referendum sulla forma dello stato e dell’elezione dell’Assemblea Co-
             stituente ; la terza durò dal trattato di pace all’adesione alla NATO; la quarta vide
             la riorganizzazione delle Forze Armate dell’italia nel rapido declino dei Quattro
             Grandi (USA,URSS, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, Francia) e l’avven-
             to del bipolarismo USA-URSS (NATO-Patto di Varsavia).
                Quei diversi segmenti si iscrissero in cornici ora di minori ora di vaste dimen-
             sioni: fu il caso del passaggio dalla monarchia alla repubblica.
                Anche se non poté essere detto con toni elevati, le Forze Armate furono un
             pilastro della politica estera dei governi dal periodo bellico al (punitivo)Trattato di
             pace e alla definizione delle sorti delle ex colonie italiane: una partita, questa, che
             si protrasse sino al 1950, con ripetuti cambi di linee da parte delle maggiori forze
             partitiche, in specie della sinistra. Inizialmente fautore della completa rinuncia a
             ogni eredità coloniale, sia per motivi ideologici sia per segnare la discontinuità
             con l’Italia liberale e monarchica interamente bollata come reazionaria, dopo il
             Trattato di pace il Partito comunista non escluse la presenza italiana in Libia in
             subordine agli obiettivi dell’Unione Sovietica, che aspirava a esercitare maggior
             influenza nel Mediterraneo.
                Altro pegno di lungo periodo fu la difesa dei confini nazionali, sia prima sia
             dopo la firma del Trattato di pace, che ebbe conseguenze amare e definitive ma
             meno traumatiche sul versante italo-francese mentre aprì una ferita gravissima e
             mai rimarginata su quello orientale. Il confine italo-austriaco al Brennero (unica
             eredità certa dell’intervento nella Grande Guerra) non venne rimesso in discus-
             sione (non tanto per compiacere l’Italia quanto per lo status imposto all’Austria),
             ma l’ “italianità” dell’Alto Adige fu e rimase al centro di lungo, aspro, complesso
             contenzioso, che solo gli accordi De Gasperi-Gruber evitarono divenisse soggetto
             di trattative internazionali.]]></page><page Index="48"><![CDATA[48                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Nel 1943-44 il Ministero della Guerra affrontò la ricostruzione del Regio Eser-
             cito nella cornice della resa senza condizione del 3-29 settembre 1943 e della
             subordinazione dell’azione governativa alla Commissione Alleata di Controllo.
             i suoi obiettivi precipui furono ottenere il dispiegamento dei reparti nella guerra
             contro l’occupazione germanica (il Raggruppamento Motorizzato prima, i Grup-
             pi di combattimento poi e il Corpo Italiano di Liberazione infine); il ripristino
             della legalità e il contenimento di forze di disgregazione (l’Esercito volontario
             per l’indipendenza della Sicilia, infiltrati del nemico e di suoi alleati, movimenti
             anti-Stato) e incorporare le composite e variegate formazioni partigiane dell’Italia
             settentrionale nel quadro della Guerra di liberazione.
                In quest’opera, dopo la breve parentesi del ministro Sorice, spiccarono le per-
             sonalità del generale Taddeo Orlando, Comandante Generale dell’Arma dei Ca-
             rabinieri, e di Alessandro Casati. La loro azione va inquadrata nell’ambito della
             ricostruzione nazionale incardinata sulla difesa della Banca d’italia e sull’opera
             del ministro del Tesoro dei governi Bonomi II e Parri, il liberale e monarchico
             Marcello Soleri, cuneese, già ministro della Guerra nel II governo Facta (ago-
             sto-ottobre 1922), e del ministro del Bilancio, il suo conterraneo, Luigi Einaudi.
             Difesa della moneta, superamento della inondazione di Am-Lire (che fu tra le
             maggiori cause del disordine economico e della svalutazione) e prestiti naziona-
             li furono fondamenta della lenta, tenace ardua ricostruzione delle forze armate,
             quale espressione dello Stato: un’impresa titanica, libera da inflessioni partitiche
             mentre era in corso un intreccio di conflitti che assumevano le ideologie quale
             termine di riferimento dell’ordine sociale  venturo.


             Liberali, cattolici e repubblicani alla Guerra (Casati, Jacini, Brosio…
                Negli anni 1945-46 si susseguirono alla Guerra tre personalità di straordinaria
             levatura intellettuale e morale. Il conte Alessandro Casati (1881-1955), nipote di
             Gabrio Casati, presidente del Consiglio del regno di Sardegna con Carlo Alberto,
             senatore del regno, era stato ministro della Pubblica istruzione nel governo presie-
             duto da Benito mussolini dal 1° luglio 1924 (dopo l’assassinio di Giacomo mat-
             teotti) al  5 gennaio 1925. Esponente del liberalismo lombardo, cattolico sensibile
             al modernismo, ufficiale decorato nella Grande Guerra, Presidente del Consiglio
             superiore della pubblica istruzione su designazione di Giovanni Gentile (1923),
             concentrato negli studi storici ed eruditi dopo l’avvento del regime di partito uni-
             co, nel 1943 fu tra i promotori del partito liberale. Riparato nel seminario di San
             Giovanni in Laterano (come  De Gasperi, Ivanoe Bononi, il socialista Nenni e i
             massoni Meuccio Ruini e Roberto Bencivenga), Ministro della Guerra nei due go-
             verni Bonomi, fu poi membro della Consulta Nazionale e presidente del Consiglio
             supremo di Difesa.
                Stefano Jacini (1886-1952), nipote dell’omonimo uomo politico risorgimen-
             tale e postunitario cattolico liberale, a sua volta fu cattolico aperto al rinnova-]]></page><page Index="49"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            49



                                               mento spirituale e culturale del Novecento,
                                               con Alessandro Casati, Tommaso Gallarati
                                               Scotti e altri. Ufficiale pluridecorato nella
                                               Grande Guerra e deputato del Partito popo-
                                               lare dal 1919 al 1926, richiamato in servi-
                                               zio nel 1940 e ufficiale di Stato maggiore,
                                               tra i fondatori della  Democrazia  cristiana
                                               nel  1942-43,    dopo  la  resa  del  settembre
                                               1943 riparò in Svizzera ove ebbe contatti
                                               con esuli di diverso orientamento (il repub-
                                               blicano Cipriano Facchinetti, il comunista
                                               Concetto Marchesi…) e collaborò con “Il
                                               Secondo Risorgimento” di Luigi Einaudi.
                                               Restituito  all’italia  su sollecitazione  del
                                               presidente  del  Consiglio  Ivanoe  Bonomi,
                                               membro della Consulta Nazionale, fu no-
             Manlio Brosio                     minato ministro della Guerra nel governo
                                               presieduto  da  Parri,  che  aveva  conosciu-
             to sin dalla preparazione dell’offensiva di Vittorio Veneto. Espresse la robusta
             continuità del cattolicesimo liberale patriottico della Lombardia che risaliva al
             magistero di Alessandro Manzoni.  Monarchico, all’avvento della repubblica fu
             ambasciatore in Argentina, poi rappresentante dell’Italia all’Unesco. Senatore di
             diritto dall’aprile 1948, propugnò l’adesione alle nascenti istituzioni comunitarie
             europee.
                Manlio Brosio (1897-1980), Ministro della Guerra nel I governo De Gasperi,
             iscrisse la sua lunga militanza politica nella cornice del liberalismo patriottico di
             matrice risorgimentale e laica. Allievo ufficiale dal 1916, combattente plurideco-
             rato nel Corpo degli Alpini, laureato in giurisprudenza nel 1920, collaborò alla
             “Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, polemizzando contro combattentismo e
             reducismo, considerati germi del fascismo da lui avversato. Diffidato nel 1927,
             cinque anni dopo venne depennato dal novero degli oppositori e nel 1936 risultava
             filofascista. Il giovane Dante Livio Bianco, collaboratore nel suo studio forense,
             si iscrisse al PNF. Nondimeno raccolse attorno a sé un cenacolo crescentemente
             critico nei confronti del regime. Alla caduta di mussolini divenne segretario del
             Partito liberale e membro della giunta militare del Comitato di liberazione nazio-
             nale. Ministro senza portafoglio nel governo Bononi, ministro per la Consulta  e
             vicepresidente del Consiglio nel governo Parri, divenne punto di riferimento della
             sinistra liberale, in specie sulla questione del cambio istituzionale. Ministro della
             Guerra nel I governo De Gasperi, si schierò apertamente per la Repubblica, in
             alternativa a Benedetto Croce (fautore della libertà di opzione) e di Edgardo So-
             gno e di Luigi Einaudi, dichiaratamente monarchici. Assicurò la lealtà delle Forze]]></page><page Index="50"><![CDATA[50                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             Armate nelle settimane del referendum, del farraginoso spoglio delle schede, delle
             tumultuose sedute  del governo, che dal 10 giugno forzò l’esito anticipando la
             vittoria della repubblica e conferendo al presidente del Consiglio De Gasperi le
             funzioni di Capo dello Stato, cui Umberto II rispose lasciando l’Italia senza rico-
             noscere e validità al referendum.
                Rimasto estraneo al II governo De Gasperi, nominato ambasciatore a Mosca
             (1947-1951), inizialmente contrario all’adesione dell’Italia alla NATO e fautore
             della neutralità disarmata e di una linea di “comprensione” dell’URSS, dal 1952 al
             1954 fu Ambasciatore a Londra , poi negli Stati Uniti (1955-61) e a Parigi (1961-
             64). Segretario generale della NATO  dal 1964 al 1971 continuò ad avere incarichi
             di prestigio e di alta responsabilità sino al 1972, quando tornò alla politica attiva
             in Italia e fu eletto senatore nelle file liberali: contrario alla nuova sinistra del par-
             tito,   guidata da Valerio Zanone, nel congresso di Genova (aprile 1976) si schierò
             con Edgardo sogno e non venne rieletto. Negli ultimi anni si dedicò agli studi di
             storia e nel novembre 1978 rievocò Giovanni Giolitti quale massimo statista della
             Nuova italia a Cavour. manlio Brosio ebbe  alto senso dello stato e del ruolo delle
             Forze Armate quali custodi della continuità della nazione e dell’unità nata dal
             Risorgimento.


             … e alla Difesa (Facchinetti, Cingolani, Pacciardi, Codacci Pisanelli).
                Due volte ministro, il repubblicano Cipriano Facchinetti (1889-1952) collegò
             la ricostruzione delle Forze Armate alla tradizione risorgimentale di ispirazione
             democratica. Massone come il repubblicano federalista Arcangelo Ghisleri, segua-
             ce di Carlo Cattaneo assai più che di Giuseppe Mazzini, Facchinetti inizialmente
             avversò l’impresa di Libia nel 1911-12, ma
             poi propose un corpo di volontari repubbli-
             cani da affiancare all’Esercito. Acceso inter-
             ventista nel 1914-15, volontario in guerra,
             gravemente ferito (perse l’occhio sinistro ed
             ebbe lesionato il destro), decorato, promos-
             se il Comitato d’azione fra mutilati invalidi
             e feriti di guerra. Fondatore di “L’Italia del
             Popolo”, antagonista del “Popolo d’Italia”
             di Benito Mussolini, eletto deputato nell’a-
             prile  1924,  aderì  all’  “Aventino”  e  venne
             dichiarato decaduto da deputato (novembre
             1926). Esule in Svizzera e poi in Francia,
             con Eugenio Chiesa,  fu tra i fondatori del-
             la  Concentrazione  antifascista  (socialisti,
             repubblicani,  democratici,  lega  dei  diritti
             dell’uomo,1927) aderì inizialmente a “Giu-]]></page><page Index="51"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            51



             stizia e Libertà”. Alto dignitario del Grande Oriente d’Italia dell’esilio, nel feb-
             braio 1943 venne arrestato dai tedeschi e consegnato all’Italia, ove fu condannato
             a trent’anni di detenzione dal Tribunale Speciale. Liberato, ma sotto sorveglianza,
             dopo la caduta di Mussolini nel settembre 1943 riparò in Svizzera. Ne rientrò su
             sollecitazione di Bonomi  con altri esuli destinati alla Ricostruzione (Luigi Ei-
             naudi, Stefao Jacini, Gustavo Colonnetti..). Deputato del partito repubblicano (2
             giugno 1946),  Facchinetti fu tra i laici più impegnati nel dialogo con i cattolici in
             vista degli equilibri postbellici. Da ministro della Guerra nel secondo governo De
             Gasperi fronteggiò con misura e abilità la sollevazione partigiana del settembre
             1946. Tra i fautori più decisi dell’esclusione del partito comunista dal governo tor-
             nò ministro della Difesa con De Gasperi.  Fu senatore di diritto dall’aprile 1948.
                Di sedici anni più anziano, il veneto Luigi Gasparotto (Sacile, Udine, 1873-
             Cantello, Varese,1954), avvocato, massone da fine Ottocento, militante nelle file
             radicali, contrario all’impresa di Libia del 1911-12. Eletto deputato nell’ottobre
             1913,  nel 1914-15 fu interventista militante e volontario nella Grande Guerra,
             meritandosi tre Medaglie d’Argento e una di Bronzo al Valor Militare, due croci
             di guerra e  la  francese Legion d’Onore.
                Tra i fondatori del Fascio parlamentare  di difesa nazionale (1917), compren-
             dente l’arco degli interventisti contro i “disfattisti”, e, nel dopoguerra, dell’Asso-
             ciazione nazionale combattenti con Ettore Viola e altri, mostrò attenzione per il
             movimento dei Fasci fondato da Benito mussolini col programma di rivendica-
             zione della Vittoria. Rieletto nelle liste degli ex combattenti, vicepresidente della
             Camera dei deputati, nel 1921 fu confermato nel “blocco nazionale” comprenden-
             te i fascisti e promosse la nascita della Democrazia sociale, guidata dal duca Gio-
             vanni Antonio Colonna di Cesarò, massone. Ministro della Guerra nel governo
             presieduto da Ivanoe Bonomi (giugno1922-febbraio1922), subentrò al deputato
             del Partito popolare italiano, Giulio Di Rodinò, che prima della nomina non si era
             mai occupato di questioni militari.
                Il Generale Angelo Gatti ne tracciò il profilo nelle caustiche pagine di tra anni
             di vita militare italiana (Mondadori, 1924). “Uomo di molto valore personale e
             di grande sensibilità artistica”  - egli osservò -, autore di  Il Diario di un fante, era
             stato valoroso combattente, “giunse al potere “con molta fede e con pochissima
             sapienza militare”. Animato da spiriti democratici si propose di risolvere gl’im-
             mensi problemi dell’esercito. Altrettanto mirò a fare nel breve periodo durante il
             quale fu ministro nel governo De Gasperi.
                Elaborò un nuovo ordinamento dell’Esercito, ispirato al progetto della “nazione
             armata” che risaliva a Carlo Pisacane e a Giuseppe Garibaldi: riduzione dell’e-
             sercito permanente a 175.000 uomini e abbreviamento della ferma (12 mesi), da
             conciliare con la  “mobilitazione armata nazionale” incardinata su 200 centri per-
             manenti. Il proposito non assunse mai forma di disegno di legge. Sia da ministro,
             sia da  vicepresidente della Camera mostro simpatia per il movimento fascista]]></page><page Index="52"><![CDATA[52                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                               quale antidoto contro il bolscevismo. Votò
                                               a favore del governo mussolini (novembre
                                               1922), promosse a  Milano l’alleanza laica
                                               contro socialisti e popolari (dicembre 1922)
                                               e nel 1924 accettò la candidatura nella Lista
                                               del Partito nazionale fascista (come Enrico
                                               De Nicola e altri liberali, democratici e po-
                                               polari) e fu rieletto vicepresidente della Ca-
                                               mera. All’opposizione dopo l’assassinio del
                                               socialista Giacomo Matteotti,  rifiutò la pre-
                                               sidenza della Camera, offertagli da Musso-
                                               lini e, dopo aver osteggiato in Aula le prime
                                               leggi fascistissime, il 14 dicembre 1926 si
                                               dimise da deputato e alternò  la professione
                                               con la scrittura di modesti romanzi storici
                                                  Commissario dell’Associazione Na-
                                               zionale Combattenti  dall’11 agosto 1943,
             Luigi Gasparotto                  all’annuncio della resa tentò di organizzare
                                               la resistenza a Milano, ma dovette riparare
             in Svizzera per sottrarsi all’arresto. Rientrato a Roma su sollecitazione di Bonomi,
             promosse il Partito Democratico del Lavoro. Fu poi ministro dell’Aeronautica
             nel secondo governo Bonomi. Eletto nel collegio unico nazionale per l’Unione
             democratica nazionale (liberali, seguaci di Nitti e demolaburisti), dal 4 febbraio
             al 19 maggio 1947 fu ministro della Difesa nel III governo De Gasperi, come
             “indipendente”. Ricalcando i progetti del 1921 propose di sostituire la coscrizio-
             ne obbligatoria con un esercito di volontari, Il suo ideale era risultato antistorico
             all’indomani della Grande Guerra, durante la quale erano stati mobilitati sei mi-
             lioni di cittadini, e al cui termine anche in Italia (meno però che altrove) i partiti
             avevano proprie milizie armate e negli altri stati nessuno disarmava. Lo fu ancor
             più all’indomani del groviglio di guerre che aveva imperversato nel 1943-45, del
             cambio istituzionale, in presenza di un diffuso ribellismo e quando si sapeva bene
             che molte formazioni partigiane avevano nascosto armi a vari livelli di segretezza,
             come emerge non solo dalle informazioni dei servizi d’ordine ma anche dal car-
             teggio tra comandanti delle formazioni di “Giustizia e Libertà”.
                Senatore di diritto dall’aprile 1948, Gasparotto fece parte del gruppo misto e
             votò convintamente l’adesione dell’Italia alla Nato. Il 25 marzo 1953, alla vigilia
             del voto sulla legge elettorale che, per assicurare la stabilità di governo, avrebbe
             attribuito un premio di maggioranza al partito o coalizione che avesse ottenuto un
             voto in più del 50% dei suffragi, declinò la proposta, avanzatagli da De Gasperi,
             di presiedere il senato. il suo nome sarebbe stato garanzia che la riforma mirava a
             consolidare la Repubblica e non era affatto antidemocratica.]]></page><page Index="53"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            53



                   Morì quando il centrismo era ormai avviato al lento crepuscolo.
                Il democristiano Mario Cingolani (1883-1971), laureato in chimica, deputato
             del partito popolare dal 1921 alla decadenza (novembre 1926),sottosegretario di
             stato al ministero del Lavoro  e della Previdenza sociale nei due governi Facta
             (1922: il cui titolare fu Arnaldo Dello Sbarba), componente dell’Alto Commissa-
             riato  per la punizione dei crimini e degli illeciti del fascismo (sezione avocazione
             dei profitti di regime), ministro dell’Aeronautica nel II governo De Gasperi (14
             luglio 1946 - 4 febbraio1947) Ministro della Difesa nel IV ministero De Gasperi
             (1 giugno -  15 dicembre 1947) non ebbe tempo di esprimere un programma com-
             piuto e risultò quasi  una parentesi tra il democratico del lavoro, Gasparotto, e il
             ritorno del repubblicano  Facchinetti: un cattolico tra due massoni.

             Randolfo Pacciardi, il repubblicano fautore
             dell’adesione dell’Italia  alla Nato
                All’indomani del successo nelle elezioni del 18-19 aprile 1948, il presidente
             del Consiglio De Gasperi rassegnò le dimissioni e venne incaricato di formare
             il nuovo governo. Il ministero uscente era un quadripartito formato da DC, PLI,
             PRI e PSDI. Alla Camera  la DC ottenne il 45,5% dei suffragi e 305 seggi, contro
             i 207 del 1946. PCI e PSI, uniti nel Fronte popolare, persero quasi dieci punti. Il
             PSI crollò da 115 a 52 deputati; il PCI  crebbe da 104 a 131, a spese dell’alleato.
             La DC non era lontana dalla maggioranza assoluta alla Camera, ma la nomina di
             cento senatori di diritto la pose in netta minoranza alla Camera Alta. Per altro De
             Gasperi era consapevole della varietà del seguito elettorale (monarchici, clericali
             reazionari, ex fascisti: il Movimento sociale italiano, reincarnazione del PNF ot-
             tenne appena 6 seggi). Perciò non esitò a riproporre la coalizione quadripartita,
             con il coinvolgimento nell’esecutivo delle personalità di spicco dei partiti alleati:
             Giuseppe Saragat (PSDI), Luigi Einaudi (PLI, di lì a poco eletto presidente della
             Repubblica) e Randolfo Pacciardi, segretario del Partito repubblicano italiano.
             Con Carlo Sforza agli Esteri, Giuseppe Pella al Tesoro (con l’interim del Bilancio)
             ed Ezio Vanoni alle Finanze il governo puntò ad accelerare la ricostruzione.
                Pacciardi (Giuncarico,  Grosseto, 1 gennaio 1899-Roma, 14 aprile 1991) fu no-
             minato ministro della Difesa  e lo rimase continuativamente sino al 7 giugno 1953.
             Per  la sua storia personale e per l’impegno profuso nell’incarico fu il ministro più
             prestigioso e fattivo del decennio.
                Pacciardi proveniva idealmente dall’interventismo democratico. Nel 1916 ten-
             tò di farsi arruolare presentando un certificato di nascita artefatto che lo dichiarava
             di un anno più anziano. Volontario nei bersaglieri dopo Caporetto, per la condotta
             esemplare meritò due medaglie d’argento e una di bronzo, nonché la Military
             Cross britannica e la francese Croix  de guerre avec palmes. Fu proposto per
             la Medaglia d’Oro. Tornato a Grosseto nel 1919, accompagnò il completamento
             degli studi (Scuola Normale) alla militanza nel Partito Repubblicano. Laureato]]></page><page Index="54"><![CDATA[54                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             in Giurisprudenza a Roma in soli due anni
             (1922), collaborò con Giovanni Conti nel
             quotidiano del partito, “La Voce repubbli-
             cana” con battaglie memorabili.
                Nell’  “Italia  Libera”,  espressione
             dell’omonima  Associazione  combattenti-
             stica nettamente antifascista, denunciò  la
             responsabilità di Mussolini nell’assassinio
             di  Matteotti  (1924),  attirandosi  l’ostilità
             del governo. Condannato a cinque anni di
             confino di polizia (1926), espatriò clande-
             stinamente in svizzera con l’aiuto della ve-
             dova e del figlio di Cesare Battisti, Ernesta
             Bittanti e Gigino. A questi lo legava anche
             l’iniziazione  massonica. Pacciardi  era in-
             fatti stato iniziato nella loggia “Ombrone”
             di Grosseto (numero di matricola 54447).
             Organizzatore  instancabile  di azioni  di-             Randolfo Pacciardi
             mostrative contro il regime, nl 1933 venne
             espulso dalla  Svizzera e si stabilì a Parigi, ove venne eletto segretario del Partito
             repubblicano (aprile 1933) ed entrò nel triumvirato della Concentrazione antifa-
             scista con il socialista Giuseppe Saragat e Alberto Cianca, di “Giustizia e Libertà”.
                Il 26 ottobre 1936 varò la Legione antifascista in aiuto della Repubblica spa-
             gnola contro i Quattro Generali (Sanjurjo, Mola, Franco e Queipo de Llano). Alla
             testa del Battaglione (poi Brigata) “Garibaldi”, ferito nella battaglia del Jarama,
             rifiutò il trasferimento della Brigata contro gli anarchici catalani, come richiesto
             dai comunisti. Tornato a Parigi, fu affiliato alla loggia “Eugenio Chiesa” in vista
             della missione politica da compiere negli stati Uniti d’America (marzo-maggio
             1938), ove fraternizzò con Fiorello La Guardia, sindaco di New York.
                Rieletto  segretario  del  Partito  Repubblicano  con  Cipriano  Facchinetti,  nel
             1940 scampò all’occupazione tedesca di Parigi prima ad Algeri poi negli Usa ove
             aderì alla “Mazzini Society”, cui propose la costituzione di una Legione italiana
             contro il regime fascista.
                Rientrato in Italia il 29 giugno 1944, sostenne la collaborazione del Pri con
             il Partito d’azione e i socialcomunisti per rovesciare la monarchia e instaurare la
             repubblica e venne eletto deputato all’Assemblea Costituente. Nell’autunno 1946
             nel Pri, di cui era segretario, confluirono autorevoli ex membri del partito d’azione
             (Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Oronzo Reale e Alberto Tarchiani, poi ambascia-
             tore negli USA).
                Nel nuovo quadro politico-militare internazionale, segnato dalla “cortina di
             ferro” tra Occidente e URSS, Pacciardi riaffermò le posizioni di dieci anni prima.]]></page><page Index="55"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            55



             Dopo il successo elettorale del 18 aprile 1948, entrò Ministro della Difesa nel go-
             verno De Gasperi e lo rimase per un quinquennio. Come egli stesso ricordò in un
             convegno promosso dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (gli
             Atti vennero pubblicati dal Ministero della Difesa) fu lui a proporre in consiglio
             dei ministri l’adesione dell’italia alla Nato senza che fosse stato posto all’ordine
             del giorno (2).
                Giorno dopo giorno mirò a risollevare sostanza e immagine delle Forze Arnate
             quale pilastro dello Stato, in linea con il dettato della Costituzione: “è Sacro dove-
             re del cittadino difendere la Patria”.

             Conclusioni:  ministri esempio di virtù patriottiche
                Il  turbinio dei titolari della Difesa in Italia tra il 1923/44 e la metà degli Anni
             Cinquanta non trova analogie in altri Paesi europei del dopoguerra e va collocato
             nella difficile ricerca di equilibri politici interni, con speciale riferimento alle già
             richiamate svolte di quegli anni: il mutamento del forma dello Stato, l’esclusione
             dal governo del Partito comunista italiano, dichiaratamente fautore del comuni-
             smo sovietico incardinato nell’URSS di Stalin, e conseguentemente del Partito
             socialista, che nel 1948 gli si unì nel Fronte popolare; la vittoria del Centro nelle
             elezioni del 18 aprile 1948 e l’adesione dell’Italia alla NATO.
                  All’indomani della guerra e in attesa del Trattato di pace e delle sue riper-
             cussioni all’interno del Paese, tra i molti nodi da sciogliere per la Ricostruzione
             primeggiarono
                a-  la “razionalizzazione” della “guerra partigiana” (incluso il ripristino dell’or-
                   dine pubblico e della sicurezza dei cittadini: tema solo recentemente risco-
                   perto più in forma giornalistica e rapsodica che metodica e scientifica);
                b- il passaggio alla forma repubblicana;
                c- la drastica contrazione della “macchina militare” con enormi conseguenze
                   pubbliche e individuali;
                d- il recupero della continuità  storica del Paese Italia.

                 Come si è veduto, per il conseguimento di tali molteplici obiettivi si prodi-
             garono ministri dalle biografie molto diverse (cattolici liberali e liberali cattolici;
             democristiani che nel corporativismo avevano veduto il terreno di convergenza
             tra diverse letture dello Stato; anticlericali italocentrici, come Facchinetti, e lai-
             ci dagli orizzonti più ampi, come Pacciardi). A parte la breve parentesi di Ma-
             rio Cingolani e l’avvento di Giuseppe Codacci Pisanelli nelle poche settimane
             dell’ultimo governo De Gasperi il ministero della Guerra/Difesa fu costantemente
             retto da politici permeati dalla tradizione patriottica risorgimentale. Almeno tre di
             loro (Facchineti, Gasparotto e Pacciardi) furono massoni, quando l’appartenen-
             za alle logge era sicuramente una carta di presentazione apprezzata dagli anglo-
             americani, come dalla Francia di Mendes-France e nelle monarchie dell’Europa]]></page><page Index="56"><![CDATA[56                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             settentrionale, tutte di antica e solida tradizione massonica.
                Nelle loro diversità essi ebbero in comune alcuni capisaldi: l’ “idea di Ita-
             lia” forgiata nel Risorgimento, nelle guerre per l’indipendenza, l’esperienza della
             Grande Guerra, l’avversione del regime di partito unico, l’apertura a orizzonti di
             collaborazione tra gli stati per la libera coesistenza tra i popoli all’insegna della
             fratellanza universale  e dei principi e enunciati nel preambolo dell’’Organizza-
             zione delle Nazioni Unite (giugno 1945), nella Dichiarazione universale dei diritti
             dell’uomo (10 dicembre 1948) e negli istituti comunitari europei che iniziarono a
             prendere corpo dal 1950-52.  Quei ministri della Difesa, infatti, ebbero in comune
             anche l’europeismo:  l’Europa dei popoli, ben inteso, che alcuni di essi meglio
             conobbero nei lunghi anni dell’esilio (Facchinetti, Pacciardi) o scrutarono dalla
             Svizzera nel 1943-44 (Jacini, Gasparotto).
                L’azione dei ministri della Difesa coniugò dunque la Ricostruzione con l’altra,
             fondamentale impresa  in corso da metà Ottocento: unificare il Paese e farne la
             base dell’Italia delle Istituzioni. Un rilievo a sé ebbe infine Manlio Brosio, liberale
             di orientamento repubblicano, a contatto con militanti del partito d’azione (quali
             Dante Livio Bianco, che si formò nel suo studio, i fratelli Carlo e Alessandro
             Galante Garrone, Giorgio Agosti e altri) poi ambasciatore a Mosca (con a fianco
             Franco Venturi, storico illustre e già esponente del Partito d’azione) e futuro Se-
             gretario Generale della NATO: emblema della sempre Nuova italia.
                La “galleria” dei Ministri della Guerra/Difesa del dodicennio  1943-1954 non
             sarebbe completa senza un’ultima constatazione. Tutti in vario modo avevano pre-
             so parte alla Grande Guerra e alla vita politica dell’italia. Alcuni erano stati al go-
             verno o in posizioni eminenti anche dopo l’avvento di mussolini alla presidenza
             del Consiglio. A conferma che il “ventennio”  ebbe una genesi molto complessa,
             un iter discontinuo e durò molto meno di quanto solitamente si dica. Due di quei
             ministri pagarono però un tributo particolarmente doloroso nella guerra di libera-
             zione dell’Italia dall’occupazione germanica. Alfonso Casati, unico figlio di Ales-
             sandro   e di Leopolda Incisa della Rocchetta, morì in combattimento il 6 agosto
             1944 presso Jesi mentre con il suo plotone proteggeva la ritirata di un reparto di
             polacchi e di italiani. Aveva 26 anni.  il 22 giugno 1944 i nazisti assassinarono il
             quarantaduenne Poldo Gasparotto, ripetutamente torturato e detenuto nel campo
             di prigionia (e poi smistamento) di Fossoli. Comandante delle formazioni di “Giu-
             stizia e Libertà” della Lombardia, era figlio di Luigi e di Maria Biglia.
                 Anche per questi motivi quei ministri meritano memoria: nell’insieme la loro
             sequenza fu una cometa luminosa. Di quelle che indicano una meta e durano nel
             tempo.

             Note
             (1) Ne ricordiamo i presidenti, dai cui nomi  i governi vengono convenzionalmente ricordati, e,
                tra parentesi, i partiti che li formarono o concordarono di sostenerli dall’esterno (PLI, Par-]]></page><page Index="57"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            57



                tito liberale italiano; DL, Democrazia del lavoro; DC, Democrazia cristiana; PRI, Partito
                repubblicano italiano; PDA, Partito d’Azione; PSDI, Partito socialdemocratico italiano, già
                Partito socialista dei lavoratori italiani; PSI, Partito socialista Italiano, già Partito socialista
                di unità proletaria; PCI, Partito comunista italiano, PNM, Partito nazionale monarchico):
                Pietro Badoglio, Maresciallo d’Italia, 25 luglio 1943-11 febbraio 1944 (militari e “tecni-
                ci”);
                Pietro Badoglio II, 11febbraio -22 aprile 1944 (Id., “governo dei sottosegretari”);
                Pietro Badoglio III, 22 aprile -18 luglio 1944 (partiti componenti del Comitato di Libera-
                zione Nazionale, CLN: PLI, DL, DC, PdA, PSI, PCI);
                Ivanoe Bonomi, 18 giugno – 10 dicembre 1944 (Idem);
                Ivanoe Bonomi II, 10 dicembre 1944 – 21 giugno 1945 (Idem)
                Ferruccio Parri (Partito d’Azione),21 giugno -10 dicembre 1945 (Idem);
                Alcide De Gasperi I (DC), 11 dicembre 1945 -15 luglio 1946 (Idem);
                Alcide De Gasperi II, 15 luglio 1946 – 3 febbraio 1947  (DC, PCI, PSI,PRI)
                Alcide De Gasperi III,  3 febbraio -31 maggio 1947 (DC,PCI, PSI)
                Alcide De Gasperi IV, 31 maggio -15 dicembre 1947(DC,PSDI, PRI, PLI)
                Alcide De Gasperi V,15 dicembre 1947 -23 maggio 1948 (DC,PSDI,PRI,PLI)
                Alcide De Gasperi VI, 24 maggio 1948- 27 gennaio 1950 (DC,PSDI,PRI,PLI)
                Alcide De Gasperi VII, 27 gennaio 1950 - 19 luglio 1951 (DC, PSDI, PRI)
                Alcide De Gasperi VIII, 26 luglio 1951- 7 luglio 1953 (DC, PRI, appoggio esterno di PSDI,
                PLI)
                Alcide De Gasperi IX, 16 luglio- 2 agosto 1953 (DC, appoggio esterno del PNM, Partito
                nazionale monarchico)
                Giuseppe Pella, 17 agosto 1953 – 12 gennaio 1954 (DC, appoggio esterno di PRI, PLI,
                PNM).
                Amintore Fanfani, 18 gennaio-8 febbraio 1954 (DC)
                Mario Scelba, 10 febbraio 1954- 2 luglio 1955 (DC, PSDI, PLI)
                Per approfondimento v. AA.VV., Il Parlamento italiano, 1861-1988, voll. 13 e ss., Milano,
                Nuova Cei, 1990 e ss.
                Per la sequenza dei Governi e i loro Atti v. Aldo G. Ricci (a cura di), Verbali del Consiglio
                dei Ministri, 1943-1948, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, voll.13 e Francesca Ro-
                mana Scardaccione (a cura di),Verbali del Consiglio dei Ministri. I governi De Gasperi,
                1948-1953, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri, voll. 3, 2007 (con intr. di Aldo
                G. Ricci). V. infine Aldo A. Mola, Stato e partiti in Italia, 1945-1985 in Storia dell’età
                presente, Milano, Marzorati, 1986.]]></page><page Index="58"><![CDATA[58                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             (2) Randolfo Pacciardi, Riflessioni sulla ricostruzione delle Forze Armate in Le Forze Armate
                dalla Liberazione all’adesione dell’Italia alla Nato, Atti del Convegno (Torino, 8-10 no-
                vembre 1985) a cura di Aldo A. Mola, Roma Ministero della Difesa, 1986, pp.381-98.
                   Esula dal lavoro presente il trentennio dell’opera politica di Randolfo Pacciardi. Negli
                anni durante i quali egli fu ministro, segretario del partito repubblicano fu il  pugliese
                Oronzo Reale(1949-1963), che appoggiò sempre più apertamente l’ex azionista Ugo La
                Malfa, vieppiù favorevole all’intervento dello Stato nella programmazione nell’economia
                nazionale e all’ingresso del partito socialista  nella maggioranza di governo: una scelta che
                comportava un cambio generale di orientamento politico e l’esclusione  dei liberali dalla
                maggioranza. Nel congresso repubblicano del 1960 Pacciardi risultò in minoranza. Nel di-
                cembre 1963 votò contro il primo governo di centro sinistra organico (comprendente, cioè,
                DC, PRI, PSDI e PSI, con Pietro Nenni vicepresidente e ministro degli Esteri), fortemente
                voluto da La Malfa. Espulso dal partito, si iscrisse al gruppo misto e nel 1964 dette vita
                all’Unione democratica per la Nuova Repubblica e al quotidiano “La Folla”, proponendo
                l’instaurazione di una repubblica presidenziale (su modello della Francia di De Gaulle).
                Osteggiato e accusato di tendenze quanto meno avventurose, nel 1968 l’UDNR ottenne un
                seguito elettorale modestissimo. Negli anni seguenti Pacciardi venne tacciato, senza alcuna
                prova, di tendenze golpiste in combutta con il liberale Edgardo Sogno e altri fautori della
                repubblica presidenziale quale alternativa al disordine dilagante e , di lì a poco, al terrori-
                smo politico. Nel 1979 Pacciardi chiese la riammissione nel Partito repubblicano, al quale
                destinò il proprio archivio. La ottenne nel 1981 (segretario ne era Giovanni Spadolini),
                quando fondò e diresse sino alla morte il periodico “L’Italia del popolo”, che si valse di
                collaboratori quali Giano Accame.]]></page><page Index="59"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            59



             La Guerra fredda



             lucio CaraCCiolo      1



                  he cosa fu la guerra Fredda? Quando cominciò? E quale fu il ruolo dell’Italia
             C in essa? Tre domande che meriterebbero tre conferenze diverse. Cercherò
             qui di affrontare la tematica in modo sintetico.
                La Guerra Fredda fu un “conflitto totale” che coinvolse tutte le dimensioni pos-
             sibili: dall’ideologia alla politica, dall’economia alle Forze Armate, in uno scontro
             che vide contrapposti in una “logica a somma zero” i due blocchi, orientale ed
             occidentale.
                Il paradosso è però rappresentato dal fatto che entrambi questi due blocchi in
             realtà servivano  due filosofie e due visioni della storia ambedue di tipo occidenta-
             le: quella liberaldemocratica e quella comunista. Dell’ideologia comunista, si era
             tuttavia impadronito l’Impero Russo, facendone la grammatica dello Stato (e non
             la sintassi, poiché la sintassi rimaneva essenzialmente quella dell’Impero Russo).
             Dell’ideologia della Rivoluzione Francese, della Rivoluzione Americana e della
             borghesia invece, si erano fatti vessilli gli Stati Uniti d’America.
                La Guerra Fredda fu, dunque, come dicevamo, un “conflitto totale”, ma che
             aveva comunque una forte radice ideologica; un conflitto che non possiamo capi-
             re se non poniamo al centro un concetto: si trattò non di uno scontro tra potenze
             incompatibili, ma di due diverse filosofie della Storia.
                Questo voleva dire che entrambi i blocchi erano interessati a preservare il mon-
             do in virtù della propria ideologia.
                Nel famoso discorso del 1947, Henry Truman parlò proprio del fatto che fosse
             necessario “tenere il mondo, perché vogliamo salvarlo e renderlo democratico”,
             cioè immagine di quella che è la nostra ideologia liberaldemocratica, la nostra
             visione del mondo.
                Tutto fu condizionato dalle premesse geopolitiche che l’URss aveva ereditato
             dall’impero Zarista. L’Unione sovietica era pur sempre il campione ideologico
             del comunismo, che era e rimane un’ideologia universale e universalista. Certo il
             socialismo in un solo Paese, ma come fine e non come mezzo per rendere tutto il
             mondo comunista, per renderlo più o meno adeguato a quelle che sono le premes-
             se filosofiche e politiche del comunismo.
                Un grande storico italiano, Renzo De Felice, una volta disse che in realtà la
             Guerra Fredda cominciò nel 1917 con la rivoluzione bolscevica, cioè quando nel-


             1  Libera  Università  Internazionale  di  Studi  Sociali  “Guido  Carli”,  Direttore  della  rivista
                Limes.]]></page><page Index="60"><![CDATA[60                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate


































             Yalta, 4 febbraio 1945.  Churchill, Roosevelt e Stalin


             lo spazio euroasiatico e nella parte più rilevante di questo spazio, cioè la Russia,
             iniziò a mostrarsi un nuovo soggetto politico, che sarebbe diventato tale nel ’22,
             cioè l’Unione Sovietica, che perseguiva un tempo le ambizioni imperiali tipiche
             di un grande impero come quello russo, ma soprattutto si erigeva a patrono di una
             filosofia della Storia e di una visione del mondo incompatibili con quelle presenti
             in Europa e negli stati Uniti d’America.
                Parlando invece dell’armistizio, possiamo citare qui un grande storico fran-
             cese, Georges Henri Soutou scrisse un libro che si intitola “La Guerra dei Cin-
             quant’anni”, dove si evocava la Guerra dei Trent’anni e quella dei Cento anni.
             Qui lo storico intendeva la Guerra Fredda, cioè la dimensione conflittuale che
             segnò l’epoca dalla fine della Guerra Mondiale alla caduta del muro di Berlino.
             Nell’opera, si identificava l’8 settembre come la data di inizio della guerra Fred-
             da: l’Italia, potenza dell’Asse, cedette le armi agli alleati anglo-americani, senza
             che questi ultimi consultassero l’Unione Sovietica; questo provocò una forte ir-
             ritazione di Stalin, infatti, nell’ottobre del 1943, per riparare in qualche modo
             all’Armistizio di Cassibile, si organizzò a Mosca una conferenza con i Ministri
             degli Esteri Alleati (britannico, statunitense e sovietico), che inaugurò una serie di
             incontri internazionali che culminerà nella Conferenza di Yalta e nella conferenza
             di Potsdam, nelle quali, contrariamente a ciò che una storiografia ed una “media-]]></page><page Index="61"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            61


































                                   Potsdam, 17 luglio - 2 agosto 1945. Attlee, Truman e Stalin;


             tizzazione” piuttosto pigre continuano a ripetere, non si è affatto diviso il mondo,
             ma si sono stabilite delle regole sufficientemente vaghe e poco interpretabili, così
             da permettere ai soggetti che avevano firmato quegli accordi (britannici, sovietici
             e americani) di darne ciascuno la propria libera interpretazione.
                Tuttavia, la migliore interpretazione, dal punto di vista concettuale, la dette
             Stalin, quando spiegò che ci si trovava nel ’45 nella logica della Pace di Augusta:
             cuius regio eius religio, “dove arrivano le mie baionette, arriva il mio sistema, e
             dove arriva il mio sistema non c’è spazio per altre religioni”.
                Il territorio conquistato dalla Armata Rossa, con qualche correzione nei primi
             mesi della stagione post-bellica, è il territorio di base del sistema est, così come
             territori liberati dalle armate americane costituiscono la piattaforma del sistema
             occidentale che verrà poi codificata il 4 aprile del 1949 con la nascita del Patto
             Atlantico e con l’organizzazione del trattato Nord-Atlantico.
                Se questo è il sistema totale e totalizzante che si confronta nel periodo più o
             meno cinquantennale del periodo della Guerra Fredda, è rilevante che una delle
             caratteristiche sistemiche della stessa è la compressione delle forze eterodosse, dei
             “terzaforzismi” sia in senso politico sia in senso geopolitico. Ciò vuol dire che le
             eresie, soprattutto in campo comunista, e in qualche misura anche in campo occi-
             dentale e liberale, vengono compresse, se non addirittura represse in ambito co-]]></page><page Index="62"><![CDATA[62                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             munista (si veda Berlino nel ’53), in nome della necessità primaria, rappresentata
             dall’esigenza di unire le forze contro il nemico, perché la logica è senza possibili
             deviazioni in un conflitto di questo genere.
                Un aspetto che mi preme sottolineare della Guerra Fredda (che di solito noi
             europei tendiamo non a considerarne le implicazioni) riguarda il conflitto, non
             troppo latente, fra americani ed europei occidentali intorno alle colonie europee,
             perché se è vero che era necessario organizzare da parte americana un blocco
             occidentale, ovvero un bastione di difesa contro una possibile invasione sovietica
             dell’Europa che avrebbe messo in crisi il sistema economico americano, è evi-
             dente che quei paesi europei, compresi Belgio, Olanda e Portogallo, che avevano
             alla fine della Seconda Guerra Mondiale sotto di sè ancora vastissimi territori,
             dovevano compattarsi dietro la bandiera americana e raggrupparsi in un comples-
             so economico, militare e politico a guida americana per fronteggiare il pericolo
             comunista e sovietico. Non era semplicemente infatti un problema di confronto
             americano e sovietico, ma era un raffronto che riguardava i sistemi politici; il
             comunismo era non solo ideologia dell’Unione Sovietica, ma di tanti altri uomini
             (molti in Europa, in Asia, in Africa) considerati agenti di potenza del principale
             nemico.
                Olandesi e belgi cercarono di resistere ai tentativi di forza americani, ma poi vi
             fu una confluenza fra elementi nazionalisti anti-coloniali e comunisti.
                Noi europei ricordiamo l’epoca della guerra Fredda come stagione di pace, ma
             non dimentichiamo ad esempio che in quel periodo due milioni di persone moriro-
             no nella guerra di Corea, altre centinaia di migliaia persero la vita in Vietnam.
                Si voleva evitare, in una logica di contrapposizione est e ovest, in ambito oc-
             cidentale, una manipolazione da parte di forze ideologicamente comuniste, affini
             all’impero sovietico, in chiave di lotta anti-coloniale e quindi di lotta anti-Europa
             occidentale se non anti-americana.
                Non dimentichiamo che gli americani nel 1945 lasciano, almeno formalmente,
             le Filippine, e questo fu un segno di quello che secondo gli americani era segnale
             di un obiettivo principale: non mantenere una colonia, ma unire le forze contro il
             dominio sovietico.
                È interessante notare in una logica di allargamento di “una visione del mondo
             a tutto il mondo”, quella che, negli anni della guerra Fredda, fu la visione di un
             grande Presidente americano, il Gen. Eisenhower, il quale, sviluppando la dottrina
             Truman, negli anni Cinquanta, organizza gli Stati Uniti di America in una visione
             che da una parte mantiene la contrapposizione totale al nemico ma dall’altra ri-
             fugge dall’idea di una guerra totale, cioè una guerra combattuta con le armi della
             deterrenza e che diventi una guerra totale.
                Intanto Eisenhower temeva che si potesse immaginare che un conflitto nucleare
             risolvesse la partita. Ciò non fu chiaro nemmeno nella sua amministrazione, quin-
             di organizzò un seminario in cui mise insieme a tre squadre che rappresentavano]]></page><page Index="63"><![CDATA[I SeSSIone - La RInaScIta                                            63



             tre diverse visioni della Guerra Fredda: 1) contenitiva, che avrebbe sviluppato i
             germi della sua dissoluzione, che è quanto poi avvenne; 2) a favore anche di un
             conflitto nucleare per distruggere l’Unione Sovietica, 3) una posizione intermedia
             fra le prime due.
                Eisenhower risolse, con una certa attualità, ponendo una domanda: cosa avreb-
             bero fatto se avessero vinto con l’Unione Sovietica? La risposta fu: “vinta una
             guerra globale, nessuno avrà poi potenza e libertà individuale da quel momento
             in avanti!”.
                La guerra globale come difesa individuale è quasi un controsenso nei suoi
             stessi termini.
                Tornando all’Italia, quel periodo (fino al crollo del Muro di Berlino) venne
             vissuto da essa non come soggetto importante in ambito occidentale, ma come
             determinante in un confronto est-ovest. L’Italia era un’importante posta in gioco,
             perché era a sovranità  limitata in ambito europeo (almeno nella prima fase della
             Guerra Fredda), conteneva la Guerra Fredda e aveva in sé lo Stato del Vaticano,
             con la sua visione universalistica, quella romano-cattolica, che nell’ambito di quel
             conflitto bellico aveva con qualche incertezza accettato la protezione occidentale;
             aveva poi il Partito Comunista, certo con la sua radice storica nazionale ma pur
             sempre rappresentante un fattore d’influenza notevole; inoltre la Democrazia Cri-
             stiana era un “alleato per necessità e non per scelta”. Infatti a conclusione della
             guerra, la Chiesa recuperò una dimensione propria, universalistica, non trionfante,
             in cui continuava a portare avanti le sue “politiche d’interesse”.
                L’Italia più che stare al confine della guerra era attraversata dalla cortina di
             ferro del conflitto.
                In conclusione, il periodo di cui abbiamo parlato meriterebbe ancora altri stu-
             di che ne illuminino altri aspetti, tuttavia quell’epoca è da considerarsi trascorsa
             perché la logica del conflitto inteso come contrapposizione fra due blocchi è allo
             stato attuale conclusa. Se è un bene o un male, non spetta a me dirlo, ma è un fatto.]]></page><page Index="64"><![CDATA[64                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate]]></page><page Index="65"><![CDATA[Atti del Congresso internAzionAle                                    65



                                          ’
                                       litalia 1945-1955

                                la ricostruzione


                                                         del Paese



                          e le FORZe aRMaTe



                      congresso di studi storici internazionali
                      congresso di studi storici internazionali

                                     CIsM - sapienza Università di Roma











                        I GIORNATA 20 NOVEMBRE 2012
                                                                II SESSIONE


                       Forze armate e società



                                             Presidenza gen. c.a. (c.a.) luciano luciani]]></page><page Index="66"><![CDATA[]]></page><page Index="67"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 67



             Il Generale Efisio Marras
             e la ricostruzione dell’esercito



             antonino ZarCone      1



                  a trattazione di alcune vicende anche solo in parte caratterizzate da una vena
             L biografica, potrebbe risultare estranea o quanto meno eccezionale rispetto
             alla linea editoriale che l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito per-
             segue oramai da tempo. La lettura di questo intervento, tuttavia, pone in evidenza
             che la connotazione di eccezionalità è ben meritata per due ordini di motivi: la
             grandezza dell’uomo e la particolarità dell’attività svolta dal Generale Marras nel-
             la veste di Capo di stato maggiore dell’Esercito nel periodo cruciale che va dal
             febbraio 1947 al novembre 1950.
                                             2
                Efisio Marras nacque a Cagliari  nel 1888, dopo aver frequentato l’Accade-
             mia militare di Torino è nominato sottotenente di artiglieria nel 1908. Da tenente
             prestò servizio in Egeo e da capitano, durante il primo conflitto mondiale, dal
             marzo 1916 all’aprile 1917, in Albania, prima presso il 37° reggimento artiglieria
             da campagna, poi quale addetto all’ufficio operazioni del corpo di occupazione.
             Maggiore nello stesso anno, negli anni 1920-1921 il Marras frequentò la Scuola
             di Guerra e successivamente l’Istituto di Guerra Marittima di Livorno. Assolse,
             in seguito, diversi incarichi di stato maggiore anche quale Capo dell’Ufficio del
             Capo di stato maggiore Generale maresciallo d’italia Pietro Badoglio. Promosso
             tenente colonnello nel 1926, dal 7 settembre 1933 al 1° settembre 1936 comandò
             il 6° reggimento artiglieria pesante campale. Da Generale di Brigata a Generale
             di Corpo d’Armata, fu prima addetto militare a Berlino, poi capo della missione
             militare italiana di collegamento presso il comando supremo tedesco. il 9 settem-
             bre 1943 fu internato in Germania e, successivamente, tradotto in Italia per essere
             consegnato alle autorità della Repubblica di Salò che lo rinchiusero in carcere, dal
             quale evase per rifugiarsi in Svizzera. Dal 20 maggio 1945 al 31 gennaio 1947
             ricoprì la carica di Comandante del Comando Territoriale di Milano, per ricoprire
             poi quella di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e, il 1°dicembre 1950, quella


             1  Colonnello di S.M. Capo  dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, laureato
                in Scienze strategiche all’Università di Torino ed in Scienze diplomatiche ed internazionali
                all’Università di Trieste. Ha partecipato alle operazioni militari in Bosnia, Timor Est ed in
                Iraq.
             2  A. Biagini- A. Gionfrida, Lo Stato Maggiore generale tra le due guerre, pag. 437-438,
                UFFICIO STORICO – SME, Roma 1987 e S.Pelagalli, Il Generale Efisio Marras addetto
                militare a Berlino (1936-1943).]]></page><page Index="68"><![CDATA[68                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                   di Capo di Stato Maggiore della Difesa,
                                                   che lasciò il 15 aprile 1954.
                                                     Il contesto politico e strategico, in
                                                   piena  guerra  fredda,  in  cui  il  Marras
                                                   si trovò a lavorare sul fronte interno e
                                                   all’estero, come capo di Stato Maggiore
                                                   dell’Esercito, era caratterizzato da una
                                                   notevole  tensione  e  da  un’avversione
                                                   generalizzata  nei confronti dell’Eser-
                                                   cito  italiano  e  dell’italia.  All’interno
                                                   dei nostri confini il Governo di Alcide
                                                   De Gasperi, pur appoggiando politica-
                                                   mente  il nuovo riordino dell’Esercito
                                                   che Marras iniziò ad intraprendere, non
                                                   solo si dovette scontrare più volte con
                                                   le forze politiche del governo avverse
                                                   sia  all’aumento  dei  finanziamenti  per
                                                   le Forze Armate sia ad un loro rinno-
                                                   vato utilizzo in teatri internazionali, ma
             Efisio Marras                         dovette affrontare anche diverse som-
                                                   mosse e scontri sociali causati dalla
             difficile realtà socio-economica del paese. 3
                In campo internazionale, invece, gli Stati che uscirono vincitori dal secondo
             conflitto mondiale, come la Francia, ma soprattutto la Gran Bretagna, conside-
             rarono l’Italia fin da subito non come uno Stato co-belligerante, ma come una
             nazione perdente alla stessa stregua della Germania, imponendo delle clausole sia
             territoriali sia di carattere militare terrestre duramente limitanti. Lo stesso Cador-
             na, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nel 1946, dopo aver letto una bozza del
             progetto di trattato di pace chiederà che: “siano almeno attenuate le durissime im-
             posizioni fatteci” , aggiungendo alla fine di un promemoria: “Praticamente quindi
                             4
             le condizioni reali in cui ci verremo a trovare sono quelle di un paese disarmato
             alla mercé di due eserciti pronti a scendere nel piano (a occidente) o già quasi nel
                                                                                    5
             piano (a oriente) per prendere le nostre contrade o per imporci la volontà dei loro
             Governi.” 6

             3  F. Stefani, La storia della Dottrina e degli Ordinamenti dell’Esercito italiano, Vol. III,
                Tomo I, Dalla Guerra di Liberazione all’Arma atomica tattica, p. 564, UFFICIO STORICO
                – SME, Roma 1987.
             4  L.  Nuti,  L’Esercito  italiano  nel  secondo  dopo  guerra,  1945-1950,  p.  321,  UFFICIO
                STORICO – SME, Roma 1995
             5  loro: Gli Stati vincitori del Secondo Conflitto Mondiale.
             6  L. Nuti, cit. , p. 326.]]></page><page Index="69"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 69



                Quando il 10 febbraio 1947 l’Italia firmò il Trattato di Pace, il generale Efisio
             marras aveva assunto l’incarico di stato maggiore dell’Esercito da soli nove gior-
             ni, a causa delle dimissioni del Generale Cadorna.
                Il nuovo Capo di Stato Maggiore Esercito quindi, si dovette scontrare subito
             con pesanti limitazioni di carattere militare che avrebbero portato l’italia non solo
             a mantenere a malapena l’ordine pubblico, ma soprattutto, a non poter più essere
             protagonista in campo internazionale a seguito di un eventuale invasione nemica.
             Tali imposizioni riguardavano:
             1)  La cifra definitiva di 185 mila uomini riguardante la forza dell’esercito, com-
                prese le guardie di frontiera e il personale dei comandi e dei servizi, con l’esclu-
                sione dell’Arma dei Carabinieri la cui forza venne fissata a 65.000. “Purché gli
                effettivi globali non oltrepassassero le 250 mila unità” .
                                                                7
             2)  L’Esercito avrebbe, inoltre, potuto essere dotato di soli 200 carri armati medi
                e pesanti.
             3)  L’armamento militare e la sua dislocazione avrebbero dovuto essere concepiti
                “in maniera da rispondere esclusivamente a compiti di carattere interno ed ai
                                                                         8
                bisogni della difesa locale delle frontiere e della difesa antiarea.”
             Oltre ovviamente tutto quello che riguarda la smilitarizzazione e le spese militari,
                ovvero:
             4)  Lo smantellamento di tutte le fortificazioni alpine ai confini con la Jugoslavia e
                la Francia e di quelle costiere in Sardegna e nelle isole della Sicilia. 9
             5)  Il divieto di possedere e sperimentare armi atomiche, missili, razzi e cannoni
                con gittate superiori ai 30 km.
             6)  Il pagamento di più di 360 milioni di dollari agli Stati vincitori
             7)  La cessione di tutte le sue colonie
                La permanenza del Generale Marras come Capo di SME si protrasse fino al 1°
             dicembre del 1950 e coincise con la fase iniziale della riorganizzazione dell’Eser-
             cito e l’adesione dell’Italia al Patto atlantico. Di quest’opera di rinnovamento il
             generale Efisio Marras fu l’artefice insieme con Randolfo Pacciardi, che resse il
             Ministero della Difesa dal maggio 1948.
                Alla fine della guerra, le truppe italiane post conflitto erano ripartite in tre cate-





             7  F. Stefani, cit.
             8  F. Stefani, La storia della Dottrina e degli Ordinamenti dell’Esercito italiano, Vol. III,
                Tomo I, Dalla Guerra di Liberazione all’Arma atomica tattica, p. 564, UFFICIO STORICO
                – SME, Roma 1987.
             9  A.A. V.V., l’esercito italiano, p. 90, UFFICIO STORICO – SME, Roma 2004.]]></page><page Index="70"><![CDATA[70                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                                        10 11
             gorie a seconda della dipendenza e dell’impiego e consistevano in:
             -  ITI-ITI: su tre divisioni di sicurezza interna, truppe di comandi ed enti interni;
             -  BR-ITI: ripartite in cinque gruppi di combattimento e cinque divisioni ammi-
                nistrative;
             -  US-ITI suddivise in un comando equivalente al corpo d’armata e due divisioni
                amministrative.
                Grazie alla collaborazione tra i rappresentanti della Military Mission of the Ita-
             lian Army e il ministero della Guerra italiano venne creato l’ordinamento per un
                                                                                  12
             Esercito di Transizione che prevedeva un effettivo di 140.000 uomini ripartiti in:
             -  Un comando centrale (Ministero e Stato Maggiore Esercito);
             -  Una organizzazione militare territoriale, basata sui Comandi Militari Territo-
                riali (C.M.T.), i distretti e i depositi;
             -  Truppe per la protezione delle frontiere, le quali oltre ai gruppi di combatti-
                mento e al Reggimento “Garibaldi”, dovevano includere almeno due gruppi
                alpini, da costituire;
             -  Truppe per la sicurezza interna, comprendenti tre divisioni e una brigata terri-
                toriale;
             -  Scuole per l’addestramento, cioè l’Accademia Militare e il Centro di Addestra-
                mento di Cesano;
             -  Unità varie dei servizi.
                Di conseguenza quando il generale Efisio Marras prese l’incarico di Capo di
             Stato Maggiore, l’Esercito era composto da: 13
             -  Cinque divisioni binarie
             -  Dieci reggimenti di fanteria autonomi di cui:
                o  Tre Alpini
                o  Uno Bersaglieri
                o  Uno Granatieri
             -  Cinque gruppi esploranti di cavalleria
             -  Tre brigate di fanteria
             -  Undici Comandi militari Territoriali
             -  Undici Centri Addestramento Reclute (C.A.R.)
             -  scuole ed enti vari.

             10  A.A. V.V., l’esercito italiano, p. 88, UFFICIO STORICO – SME, Roma 2004.
             11  I termini ITI; BR; US identificano l’Italia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America e di
                conseguenza le loro aree di impiego.
             12  ibidem
             13  A.A. V.V., l’esercito italiano, p. 88, UFFICIO STORICO – SME, Roma 2004]]></page><page Index="71"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 71



                La maggiore peculiarità di queste truppe era, inoltre, la dotazione di un equi-
             paggiamento britannico, spesso usurato, l’assenza di unità corazzate, di artiglieria
             pesante e da montagna.
                Il Marras quindi si dedicò già dopo la firma del Trattato di Pace al riordinamen-
             to dell’Esercito, che era incentrato principalmente su:
             -  un equipaggiamento di qualità migliore;
             -  un riarmamento completo dell’Esercito;
             -  la trasformazione delle divisioni binarie in ternarie;
             -  la costituzione di reparti di completamento da affiancare ai reparti già esistenti
                dell’Esercito.
                Quest’ultimo punto lo si evince con fermezza nella “Memoria sulla Necessi-
                                           14
             tà di Riarmamento dell’Esercito”  dove, inoltre, viene fatta presente ancora una
             volta la ristrettezza delle clausole del trattato di pace: “…è ben vero che il trattato
             di pace nella sua lettera (art. 53) vieta che l’Italia possegga materiale da guerra ec-
             cedente, per l’Esercito, alle necessità della forza autorizzata (al massimo 195.000
             u.), ma una rigida interpretazione di tale disposizione renderebbe praticamente
             inefficiente qualsiasi ordinamento dell’Esercito, i cui reparti non avrebbero pos-
             sibilità alcuna (non disponendo dei materiali necessari) per passare dal piede di
             pace a quello di guerra.”
                “In sostanza, perché l’Esercito possa avere l’efficienza voluta, è CONDIZIO-
             NE AssOLUTA che si addivenga al suo RiARmAmENTO e lo si fornisca dei
             materiali occorrenti.
                […] la visione del fabbisogno non può limitarsi alle unità previste dal progetto
             di nuovo ordinamento, cioè […] i reparti esistenti dell’Esercito, ma si deve esten-
             dere necessariamente ad unità complementari – che si considera indispensabile
             costituire in caso di emergenza – ed ai reparti territoriali, compresa quella contra-
             erei..”
                Tuttavia le pressioni dell’autorità politica italiana e alleata circa la priorità da
             conferire al concorso al mantenimento dell’ordine pubblico da parte dell’Eserci-
             to, mantenimento che era una clausola essenziale per entrata dell’Italia nel Patto
                      15
             Atlantico,  portò alla formazione di un esercito di campagna così proposto dal
             Capo di stato maggiore dell’Esercito marras: 16



             14  Documento 17 del “Carteggio Marras” in L. Nuti, l’esercito italiano nel secondo dopo
                guerra, 1945-1950, pp. 369-370, UFFICIO STORICO – SME, Roma 1995
             15  F. Stefani, La storia della Dottrina e degli Ordinamenti dell’Esercito italiano, Vol. III,
                Tomo I, Dalla Guerra di Liberazione all’Arma atomica tattica, p. 565, UFFICIO STORICO
                – SME, Roma 1987.
             16  Documento  17,  allegato  II,  del  “Carteggio  Marras”  in  L.  Nuti,  l’esercito  italiano  nel
                secondo dopo guerra, 1945-1950, p. 371, UFFICIO STORICO – SME, Roma 1995]]></page><page Index="72"><![CDATA[72                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             “UNITA’:
             -  otto divisioni di fanteria (delle quali una di immediato impiego, tre di pronto
                impiego e quattro da completare all’atto della mobilitazione); 17
             -  tre divisioni di fanteria motorizzate;
             -  tre brigate alpine;
             -  tre brigate corazzate;

             TRUPPE Di C.A.:
             -  due battaglioni mitraglieri;
             -  un battaglione mortai;
             -  cinque reggimenti artiglieria pesante campale ;
             -  quattro reggimenti art. c. a. pes.;
             -  due reggimenti art. c.c.;
             -  due battaglioni minatori;
             -  due battaglioni pontieri;
             -  tre battaglioni collegamenti;
             -  quattro autogruppi;
             oltre, naturalmente:
             -  l’organizzazione centrale;
             -  l’organizzazione periferica;
             -  l’organizzazione di Addestramento;
             -  l’organizzazione dei servizi territoriali.”
                Inoltre, anche se tutti gli Stati vincitori riconoscevano l’Italia come “un ele-
                                                              18
             mento indispensabile dello schieramento occidentale”  non tutti la accettavano
             volentieri, uno fra tutti la Gran Bretagna. Per questo motivo l’Italia cercò di tro-
             vare un’intesa politica con gli Stati Uniti d’America, sia per limitare la sfera di
             influenza britannica sia per ottenere degli aiuti finanziari che potessero sorreggere
             l’ingente costo del nuovo ordinamento dell’Esercito italiano. 19
                Per questo motivo, il Generale Marras fece due missioni fuori dai confini na-
             zionali, una in Germania presso le autorità statunitensi di occupazione, nell’ot-
             tobre 1948, e l’altra a Washington, presso i vertici del Pentagono. Tali missioni

             17  F. Stefani, cit., p. 565.
             18  Documento 21, in L. Nuti, L’Esercito italiano nel secondo dopo guerra, 1945-1950, p. 393,
                UFFICIO STORICO – SME, Roma 1995.
             19  A tale proposito si veda il prospetto economico relativo al solo riarmamento del’Esercito
                proposto dal Marras, in L. Nuti, L’Esercito italiano nel secondo dopo guerra, 1945-1950,
                pp. 372-382, UFFICIO STORICO – SME, Roma 1995.]]></page><page Index="73"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 73













































             furono fondamentali per chiarire al governo di Roma le intenzioni americane e per
             indurlo poi ad aderire al Patto Atlantico. L’apporto degli stati Uniti alla ricostru-
             zione delle forze armate fu determinante, specie nel campo degli armamenti e, con
             l’adesione alla NATO, si passò dalle dottrine di impiego britanniche, adattate per
             necessità nel 1944, a quelle americane.
                Grazie al susseguirsi di questi eventi vennero raggiunti gli obiettivi previsti
             dalla prima fase del piano di riordinamento dell’Esercito che il Generale marras
             aveva proposto al governo italiano nel maggio 1948. Tale processo portò l’Eserci-
             to a poter contare nel 1950 su:  20
             -  nove divisioni di fanteria;
             -  una brigata corazzata



             20  Anche perché erano ormai decadute le limitazioni del trattato di pace del 1947 e al piano
                di aiuti militari varato dagli Stati Uniti: A.A. V.V., l’esercito italiano, p. 92, UFFICIO
                STORICO – SME, Roma 2004.]]></page><page Index="74"><![CDATA[74                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             -  una brigata alpina;
             -  altre unità in costituzione
             -  un sistema scolastico e addestrativo completamente riorganizzato.
                Di conseguenza il Generale Efisio Marras, in un periodo particolarmente de-
             licato per la Forza Armata, fu il promotore del riordinamento dell’Esercito che,
             logorato dal secondo conflitto mondiale, divenne uno strumento territoriale ben
             equipaggiato e rinnovato, pronto ad affrontare diversi tipi di missione sia all’in-
             terno dei confini nazionali sia all’estero. Ne sono esempi, in tal senso, gli inter-
             venti svolti nell’estate 1948, a seguito dell’attentato a Palmiro Togliatti e nel 1950
             con l’organizzazione e l’invio in somalia di un Corpo di sicurezza nell’ambito
             dell’Amministrazione Fiduciaria italiana della somalia.]]></page><page Index="75"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 75



             Il contributo della Marina alla ricostruzione dell’Italia



             Francesco loriGa    1



                   opo trentanove mesi di guerra ed il periodo di cobelligeranza a fianco degli
             D anglo-americani la Marina si ritrovò, alla fine del conflitto, ad affrontare un
             consuntivo delle proprie forze e delle proprie potenzialità, nonché a cercare di
             individuare un proprio ruolo nel nuovo contesto internazionale che si era andato
             definendo. In effetti il naviglio disponibile alla cessazione delle ostilità costitui-
             va uno strumento di tutto rispetto, ma tale situazione, che negli intendimenti di
             coloro che negoziarono l’armistizio nell’estate del 1943 voleva rappresentare un
             adeguato strumento che consentisse all’italia di far valere un proprio peso ed un
             proprio ruolo nel contesto mediterraneo post-bellico, fu rapidamente fatta peggio-
             rare. Le pesantissime condizioni del Trattato di Pace firmato a Parigi il 10 febbraio
             1947, un vero e proprio “Diktat” come fu subito chiamato, furono devastanti per
             la Marina, obbligandola di fatto a rinunciare ad avere una flotta. Ma, in quei fran-
             genti, il pur fondamentale ruolo politico e strategico costituito dall’avere ancora
             a disposizione delle unità combattenti fu superato dalla contingente necessità di
             fornire ogni sforzo per permettere al Paese di ripartire economicamente.
                Mentre quindi le corazzate, ovvero il nocciolo della flotta combattente, erano
             ancora internate a malta ed ai Laghi Amari (sarebbero rientrate in Patria solo nel
             1948), la Marina fu utilizzata per iniziare a liberare le acque metropolitane ed i
             porti nazionali dalle migliaia di ordigni esplosivi che vi si trovavano e che rap-
             presentavano il più grande pericolo per la navigazione. Parimenti altra necessità
             prioritaria era quella di liberare i porti, in particolare quelli del Nord Italia, dai
             relitti delle navi affondate al loro interno. Appare infatti del tutto superfluo riba-
             dire come il problema del recupero del naviglio affondato per cause belliche nei
             porti e nei fondali accessibili al lavoro umano, nonché il libero accesso agli stessi,
             fosse tra i più importanti ed urgenti per la ripresa economica della Nazione. Tanto
             più lo era nella critica fase della ripresa nazionale, durante la quale i trasporti ma-
             rittimi erano oltremodo preziosi per integrare quelli ferroviari mal ridotti e quelli
             motorizzati aventi uno scarso numero di automezzi a disposizione ed una viabilità
             decisamente insufficiente.






             1  Capitano  di  Vascello,  Capo  dell’Ufficio  Storico  della  Marina,  laureato  in  Scienze
                marittime e navali all’Università di Pisa. Ha comandato le fregate Libeccio e Scirocco ed il
                cacciatorpediniere ardito.]]></page><page Index="76"><![CDATA[76                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             1.  Il dragaggio delle mine
                Dopo l’8 settembre 1943 il dragaggio era divenuto uno dei compiti più impor-
             tanti della Marina. Finite le ostilità esso raggiunse il massimo dell’attività, poiché
             era di primaria importanza liberare dalle mine tutto il litorale italiano; tale compi-
             to fu affidato dagli Alleati alla Marina italiana, che iniziò ad operare in tal senso
             nel Golfo di Taranto già durante il conflitto nel settembre 1944, quando risultava-
             no operanti 8 Flottiglie e 3 Squadriglie Dragaggio, successivamente riorganizzati
             in Gruppi Dragaggio.
                Il 1° giugno 1945, allo scopo di dare uniformità alle operazioni di dragaggio,
             fu costituito a Napoli l’Ispettorato Dragaggio, con il compito di vigilare e con-
             trollare l’attività dei dipendenti Gruppi Dragaggio. Questi, nel 1945, erano così
             costituiti:
             -  1° Gruppo a Taranto
             -  2° Gruppo a Napoli;
             -  3° Gruppo a Brindisi;
             -  4° Gruppo a La spezia;
             -  5° Gruppo a Venezia;
             -  6° Gruppo a Genova-Ventimiglia;
             -  Flottiglia Dragamine di La maddalena;
             -  Flottiglia Dragamine di Trapani;
             -  Flottiglia autonoma Dragamine di Porto Empedocle.

                Alle operazioni di dragaggio era connesso lo sminamento dei porti, anch’esso
             di grande urgenza, ed allo scopo fu costituito a Taranto un nuovo Ente, il Centro
             Operatori Subacquei, con il compito di addestrare i palombari e sommozzatori
             destinati a tale compito. Tale personale era in gran parte proveniente dai mezzi
             d’Assalto e pertanto con una professionalità molto elevata nello specifico settore.
                Le operazioni di rimozione delle mine riguardarono praticamente tutta l’estesa
             costiera nazionale, con l’eccezione del Golfo di Trieste che, per la particolare
             situazione geopolitica venutasi a creare alla fine delle ostilità, era sotto il diretto
             controllo dell’Allied Military Government, delle isole e delle coste dalmate ed
             istriane occupate dagli Jugoslavi e di Pantelleria e delle isole Pelagie, demilitariz-
             zate a seguito del Trattato di Pace.
                Nel 1946, ad integrazione delle unità dragamine militari e militarizzate di cui
             disponeva la Marina italiana, la Royal Navy britannica mise a disposizione dei
             trawelers attrezzati, i quali furono armati con marittimi militarizzati per l’esigen-
             za. Sempre nel 1946, allo scopo di avvicinare il più possibile il naviglio del dra-
             gaggio alle zone di intervento, furono costituiti dei punti d’appoggio operativi nei
             sorgitori minori (Crotone, Chioggia, Otranto, …), ridislocando opportunamente i
             Gruppi dragaggio che, alla fine del 1946, erano come di seguito costituiti:]]></page><page Index="77"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 77






























                                    (Il Regio Dragamine R.D. 20)

             -  1° Gruppo a Messina, con basi operative a Palermo e a Trapani;
             -  2° Gruppo a Napoli, con base operativa a Civitavecchia;
             -  3° Gruppo a Brindisi, con base operativa a Monopoli;
             -  4° Gruppo a La Spezia, con base operativa a Livorno;
             -  5° Gruppo a Venezia, con basi operative a Venezia e a Ravenna;
             -  6° Gruppo a Genova, con base operativa a La Spezia;
             -  7° Gruppo a Cagliari, con base operativa a Sant’Antioco;
             -  8° Gruppo ad Ancona, con basi operative ad Ancona e a Rimini
                In totale risultavano in attività 77 unità, di cui 13 trawelers britannici. Le ope-
             razioni di dragaggio, a causa della grande quantità di ordigni da bonificare, si
             protrassero a lungo dopo la conclusione del Trattato di Pace.
                Un aspetto particolare della bonifica degli ordigni bellici fu costituito dalla
             disattivazione delle mine antisbarco esistenti i molti settori del litorale italiano,
             nonché delle bombe d’aereo presenti soprattutto in prossimità o all’interno dei
             centri industriali portuali. Già conflitto durante gli Alleati avevano affidato anche
             questo compito alla Marina: nel 1944, infatti, furono composti dei reparti speci-
             fici, al comando di Ufficiali di Marina, organizzati in gruppi e sottogruppi, con
             personale scelto che aveva seguito speciali corsi di addestramento in una scuola di
             Capua. Data l’estrema pericolosità delle operazioni il suddetto personale era tutto
             volontario ed era destinatario di speciali indennità. La prima ripartizione di questi
             reparti fu la seguente:]]></page><page Index="78"><![CDATA[78                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             -  1° Gruppo a Taranto, con sottogruppi operanti a Taranto, Gallipoli e Crotone;
             -  2° Gruppo a Brindisi, con sottogruppi operanti a Brindisi, Bari, Pescara e An-
                cona;
             -  3° Gruppo a Napoli, con sottogruppi operanti a Napoli, Civitavecchia, Sapri,
                Gaeta e Livorno;
             -  4° Gruppo ad Augusta, con sottogruppi operanti ad Augusta, Messina, Reggio
                Calabria, Vibo Valentia e Porto Empedocle;
             -  5° Gruppo a Trapani, con sottogruppo operante a Trapani.

                Furono costituiti anche ulteriori sei gruppi disponibili, tre dipendenti da Taran-
             to e tre da Napoli, pronti per l’impiego nei porti dell’Italia Settentrionale, segnata-
             mente il Golfo di Genova e l’Adriatico Settentrionale, attività che effettivamente
             iniziarono non appena la guerra terminò.
                È questa un’attività che viene condotta ancora oggi, a distanza di quasi set-
             tant’anni dalla fine del conflitto. Presso i Dipartimenti e i Comandi Militari Marit-
             timi, infatti, sono tuttora costituiti degli speciali Nuclei, denominati Nuclei Servi-
             zio Difesa Anti Mezzi Insidiosi, i quali, tra i loro compiti, hanno anche quello del-
             la bonifica degli ordigni presenti in mare o, comunque, in specchi acquei. Ancora
             oggi, infatti, vengono ritrovati ordigni risalenti alla guerra che mantengono intatta
             tutta la loro pericolosità e, quindi, vanno neutralizzati. Da menzionare, infine,
             un’intensa attività di questo tipo condotta in Adriatico al tempo del conflitto nella
             ex-Jugoslavia, quando un certo numero di bombe d’aereo furono rilasciate dai ve-
             livoli NATO in mare e che dovettero essere bonificate con una campagna dedicata
             da parte dei Cacciamine italiani.

             2.  La bonifica dei porti ed il recupero dei relitti
                La Marina, già durante il periodo bellico, aveva costituito un’efficiente orga-
             nizzazione per il recupero del naviglio sinistrato, militare e mercantile, requisito o
             noleggiato, riuscendo a portare a termine un’attività assai proficua sia nelle zone
             costiere metropolitane che in quelle delle colonie e dei territori occupati.
                Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, però, la maggior parte di tale orga-
             nizzazione andò dispersa: gran parte del materiale fu requisito dagli Alleati dopo
             l’occupazione della Libia e, poi, della Sicilia, mentre molto altro fu preso dalla
             Marina tedesca e da quella della Repubblica di Salò.
                Quando perciò, già nel novembre 1943, la Marina iniziò ad impostare un pro-
             gramma di recupero delle navi affondate, si presentarono non poche difficoltà: col
             materiale accentrato a Taranto vennero costituiti comunque dei gruppi di recupero
             che iniziarono a lavorare in ausilio alla parallela organizzazione della Royal Navy
             britannica, il Mediterranean Royal Navy Salvage, che dirigeva tali operazioni. La
             rimessa in efficienza dei porti, infatti, era una questione assolutamente prioritaria,]]></page><page Index="79"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 79



             arrivando i rifornimenti per le truppe, ma anche per la popolazione, praticamente
             tutta via mare.
                I primi porti interessati furono Napoli, Bari, Castellammare di Stabia e Manfre-
             donia. Ben presto l’opera dei tecnici e degli operai italiani si impose all’attenzione
             degli Alleati, i quali richiesero immediatamente un ampliamento del contributo
             fornito dalla Marina in tal senso. Così, quando la Sicilia tornò sotto la giurisdizio-
             ne del Governo nazionale, la direzione dei lavori di recupero nei porti di Trapani,
             Marsala e Porto Empedocle fu affidata in toto alla Marina, direzione che venne
             poco dopo estesa anche a tutti i restanti porti siciliani.
                Col progredire della liberazione del territorio nazionale venne stabilito un ac-
             cordo con le Autorità Alleate che prevedeva che i recuperi del naviglio affondato
             nei porti nazionali fosse affidato:
             -  al Mediterranean Royal Navy Salvage, comunque con il concorso di gruppi
                di lavoro avanzati, nei porti più a ridosso del fronte e, comunque, in quelli di
                particolare interesse bellico;
             -  direttamente alla marina in tutti i rimanenti porti.


                Presso il Ministero della Marina, fu costituito il Comitato Ricuperi, entrato in
             funzione già nell’aprile 1944, composto da rappresentanti dello Stato Maggiore
             Marina, della Direzione Generale delle costruzioni militari navali e della Direzio-
             ne Generale della Marina mercantile. L’organo esecutivo del Comitato, che aveva
             un Ufficio di collegamento con il Mediterranean Royal Navy Salvage, fu la Divi-
             sione Ricuperi già presente nell’ambito della Direzione Generale delle costruzioni
             militari navali, che si occupava direttamente dei lavori concernenti il naviglio
             militare e quello requisito dalla Marina, mentre per il naviglio libero o noleggiato
             si limitava a dare l’autorizzazione per l’esecuzione di tali lavori da parte di Enti o
             anche privati interessati.
                Visti i diversi interessi, soprattutto economici, in gioco, il Comitato Ricuperi
             nel settembre 1944 fu ampliato con l’inclusione di rappresentanti dei ministeri
             dell’Industria e Commercio, delle Finanze e dei Lavori Pubblici, cambiando la
             propria denominazione in Comitato interministeriale Ricuperi Navi. Esso comun-
             que continuò ad essere presieduto da un rappresentante della Marina e ad operare
             dalla sede del ministero della marina. Ad esso furono chiamati a collaborare an-
             che rappresentanti degli armatori, dei cantieri, di ditte recuperatrici private e delle
             assicurazioni.
                Alle dipendenze del Comitato furono costituiti degli Uffici Ricuperi, con sedi
             e giurisdizioni come di seguito specificato:
             -  Ufficio di Genova, con giurisdizione da Ventimiglia a Santa Margherita Ligure
                inclusa;
             -  Ufficio di La Spezia, con giurisdizione da Santa Margherita Ligure esclusa alle
                Foci del magra;]]></page><page Index="80"><![CDATA[80                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             -  Ufficio di Livorno, con giurisdizione dalle Foci del Magra a Piombino inclusa,
                compresa l’isola d’Elba;
             -  Ufficio di Civitavecchia, con giurisdizione da Piombino esclusa a Terracina
                inclusa;
             -  Ufficio di Napoli, con giurisdizione da Terracina esclusa a Sant’Eufemia inclu-
                sa;
             -  Ufficio di Messina, con giurisdizione da Sant’Eufemia esclusa a Punta Sti-
                lo esclusa, nonché la parte orientale della Sicilia da Milazzo inclusa a Licata
                esclusa;
             -  Ufficio di Palermo, con giurisdizione sulla parte occidentale della Sicilia da
                milazzo esclusa a Licata inclusa;
             -  Ufficio di Taranto, con giurisdizione da Punta Stilo inclusa a Gallipoli inclusa;
             -  Ufficio di Bari, con giurisdizione da Gallipoli esclusa a Pescara inclusa;
             -  Ufficio di Ancona, con giurisdizione da Pescara esclusa a Porto Corsini inclu-
                sa;
             -  Ufficio di Venezia, con giurisdizione da Porto Corsini esclusa alle Foci dell’I-
                sonzo incluse;
             -  Ufficio di Trieste, con giurisdizione dalle Foci dell’Isonzo escluse al confine.
                Ogni Ufficio disponeva di una Sezione Ricuperi nei porti ove fosse necessario.
             Caso a parte fu la Sardegna, in quanto il locale Ufficio Ricuperi fu sciolto già nel
             gennaio 1945.
                L’opera di bonifica e rimessa in efficienza dei porti fu particolarmente impor-
             tante in tre di essi: Genova, La Spezia e Trieste. Questi tre porti, infatti, furono gli
             ultimi ad essere liberati dalla Forze Alleate ed il loro ripristino fu essenziale per la
             ripresa economica del Nord Italia e, con esso, dell’intera Nazione. Ognuno ebbe
             le sue peculiarità.

             a.  Genova
                Genova, principale porto italiano, fu liberata il 27 aprile 1945. Sottoposta a pe-
             santi bombardamenti Alleati ed alle devastazioni provocate dai Tedeschi in ritirata,
             quando il 29 aprile 1945 le prime navi britanniche arrivarono davanti alla città
             trovarono il porto chiuso e ingombro di una quantità incredibile di relitti: circa 100
             unità militari, 230 navi mercantili e 600 tra chiatte e pontoni. L’entrata di ponente
             del porto era stata completamente ostruita già nel 1944, mentre quella di levante lo
             fu solo parzialmente, avendovi mantenuto i Tedeschi un varco molto stretto e, pro-
             prio per questo, molto più controllabile. Poco prima della fine delle ostilità, infine,
             furono disseminate dai Tedeschi all’interno del porto più di 100 mine.
                I primi interventi furono curati dai Britannici, che procedettero ad una prima
             bonifica con i dragamine e ad un sommario sgombero di alcune banchine, soprat-]]></page><page Index="81"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 81




























                     (Piano del porto di Genova con indicazione degli scafi affondati)
             tutto spostando più che recuperando i relitti, in maniera tale da permettere l’arrivo
             delle prime navi e l’avvio delle operazioni commerciali.
                Dal 16 giugno 1945 subentrò nella direzione dei recuperi la Marina, la quale
             trovò una situazione difficile sia tecnicamente che politicamente: alcuni relitti,
             infatti, appartenevano a Nazioni già nemiche dell’Italia ed ora vincitrici (Francia e
             Jugoslavia), con conseguenti implicazioni di ordine giuridico ed amministrativo. I
             Francesi, infatti, intervennero quasi subito identificando le unità provenienti dalla
             propria Marina, militare o mercantile che fosse, e le fecero recuperare o demolire
             sul posto da ditte private locali, mentre più complicato fu l’iter per il recupero di
             un’unità ex-jugoslava (il Cacciatorpediniere Dubrovnik, poi italiano Premuda e
             tedesco ta 34, catturato a Cattaro nell’aprile 1941): il suo relitto, infatti, venne
             reclamato dal Governo jugoslavo di Tito quale successore del precedente regime
             politico e le conseguenti discussioni fecero sì che il recupero della nave, che ol-
             tretutto era situata in una posizione di notevole intralcio per le operazioni portuali,
             non si concretizzasse fino al marzo 1950.
                Molti piccoli scafi furono recuperati rapidamente, per lo più a cura degli stessi
             proprietari, ma per molti altri vi furono grandi difficoltà sia tecniche, causa le par-
             ticolari situazioni in cui si trovavano, sia burocratiche, per la rinuncia da parte di
             molti proprietari ad ogni diritto sui propri natanti e conseguente necessità, da parte
             del Consorzio del Porto, dell’indizione di bandi per il recupero e la vendita dei rot-
             tami, il che comportò un allungamento dei tempi generali dei lavori di ripristino.
                Non mancarono problemi anche drammatici: durante la delicata e complessa
             attività di sminamento un dragamine britannico saltò in aria su una mina magneti-
             ca, con gravi perdite nell’equipaggio, così come durante lo spostamento un relitto]]></page><page Index="82"><![CDATA[82                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate


































                   (Relitti nello specchio acqueo tra Calata Sanità e Ponte Caracciolo)
             semiaffondato fu provocata l’esplosione sempre di una mina magnetica che pro-
             vocò gravi danni ad una banchina.

             b.  La Spezia
                Se Genova era prioritaria per la riattivazione del porto, La Spezia rivestiva
             comunque una grande importanza, sia perché rappresentava comunque quella che
             era stata la più grande base della Marina italiana, ma anche come alternativa a
             Genova per l’approdo delle navi che portavano i rifornimenti verso le grandi vie
             di comunicazione del Nord italia.
                Quando attorno al 23 Aprile 1945 le formazioni partigiane operanti nell’area
             della Liguria Meridionale liberarono la città di La Spezia dall’occupazione nazi-
             fascista, la città era ridotta ad un cumulo di rovine dovute sia agli intensissimi
             bombardamenti alleati sia alle distruzioni scientificamente pianificate dalle truppe
             tedesche in ritirata. Le distruzioni rendevano pressoché isolata l’intera provincia
             in quanto sia i collegamenti ferroviari con Genova, Livorno e Parma erano inter-
             rotti sia le vie ordinarie erano percorribili con difficoltà a causa del crollo dei ponti
             e del minamento di molte infrastrutture.
                ma ciò che maggiormente preoccupava erano le condizioni della base navale e
             soprattutto dell’arsenale: l’ampia rada era costellata di oltre 300 relitti affondati e
             risultava minata con le mine magnetiche poste dai tedeschi in ogni specchio d’ac-]]></page><page Index="83"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 83












































                    (Piano del porto di La Spezia con indicazione degli scafi affondati)
             qua; le strutture murarie dei comandi erano cumuli di rovine e di fatto nessuna del-
             le grandi caserme della Marina era abitabile; le officine erano state completamente
             depredate e, di fatto, inagibili. In questa situazione gli stessi Alleati, che avevano
             fatto di Livorno il loro centro logistico per supportare le loro armate impiegate nel
             Nord Italia, non erano intenzionati a ripristinare l’efficienza della Spezia.
                La marina non poteva però accettare che la sua storica base dell’Alto Tirreno
             rimanesse un cimitero di navi affondate e di palazzi crollati e pertanto, già a par-
             tire dal 25 aprile 1945 fu iniziata un’opera sistematica di ricognizione e riorganiz-
             zazione con l’obiettivo di recuperarne le strutture.
                Il problema maggiore era l’inagibilità della città dal mare, in quanto i due ac-
             cessi delle dighe foranee erano chiuse da scafi affondati dai tedeschi e le mine ma-
             gnetiche impedivano la navigazione in sicurezza. Grazie all’aiuto della Royal Navy
             britannica, che inviò alcuni dragamine moderni, si riuscì in qualche mese ad aprire
             alcuni canali sicuri e quindi a far iniziare lo sgombero dei relitti più ingombranti.]]></page><page Index="84"><![CDATA[84                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



























































              (Scafi affondati nella seconda darsena dell’Arsenale)]]></page><page Index="85"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 85]]></page><page Index="86"><![CDATA[86                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                La maggior parte degli scafi affondati era concentrata negli specchi acquei
             dell’arsenale,  ma  non  solo:  24  navi  affondate  giacevano  nel  porto  mercantile,
             mentre entrambi gli accessi all’ampia rada erano ostruiti da navi ivi fatte affonda-
             re per bloccare qualsiasi accesso.
                I primi interventi furono concentrati agli accessi della diga foranea, per riuscire
             al più presto ad aprire un varco tra i relitti: il passo di ponente fu liberato il 23
             maggio 1945, seguito successivamente dal passo di levante. Fu così possibile far
             accedere i primi dragamine britannici per iniziare l’opera di sminamento. Pari-
             menti fu dato un forte impulso alla rimessa in efficienza dei bacini di carenaggio
             presenti in arsenale, necessari per poter riparare gli scafi che man mano venivano
             recuperati.
                Nella scelta degli scafi da recuperare fu data ovviamente la precedenza a quei
             mezzi la cui rimessa in efficienza avrebbe contribuito ad accelerare e rendere pos-
             sibili i lavori sulle altre unità. Venne pertanto dato corso con carattere di urgenza
             al recupero di una nave salvataggio sommergibili, provvista di due grosse gru da
             200 tonnellate ciascuna, nonché ad alcuni pontoni dotati anch’essi di adeguati
             mezzi di sollevamento.
                L’opera di bonifica e recupero non fu indolore: il 14 giugno 1945 il piccolo pe-
             schereccio Benvà, già requisito dalla Marina all’inizio del conflitto ed adibito alla
             vigilanza foranea ed al dragaggio meccanico delle mine ed unica nave in grado di
             navigare presente al 25 aprile, saltò in aria su una mina acustica perdendosi con
             l’intero equipaggio.
                L’opera di bonifica e recupero si protrasse per più di cinque anni: ancora alla
             fine del 1949, infatti, rimanevano sul fondo della rada circa una decina di relitti di
             una certa dimensione, il cui recupero e smantellamento sul posto fu effettuato per
             la maggior parte durante l’anno successivo.

             c.  Trieste
                Nella zona dell’Alto Adriatico erano presenti numerosi porti: Venezia, com-
             preso il sito di Marghera, la cui importanza era però relegata ad un ruolo seconda-
             rio, Monfalcone, importante soprattutto per la presenza dei cantieri navali, Trieste,
             compreso il sito di Muggia, porto importante soprattutto dal punto di vista com-
             merciale, Pola e Fiume, importanti basi navali relegate però a ruoli secondari.
                Tranne Venezia, che aveva sofferto decisamente meno di altre città i rigori del-
             la guerra, gli altri porti si trovavano nelle consuete condizioni, ovvero ingombri di
             scafi affondati o con le strutture cantieristiche danneggiate. Decisamente diversa,
             però era la situazione geopolitica: la conclusione del conflitto al confine orientale,
             infatti, aveva portato alla presenza in loco delle truppe jugoslave che rendevano
             estremamente delicata la situazione: Pola e Fiume erano ormai perdute e Trieste
             si trovò al centro di una contesa che si sarebbe risolta solo molti anni dopo e che
             comunque l’avrebbe pesantemente penalizzata nella ripresa economica.]]></page><page Index="87"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 87





























                      (Il sollevamento del relitto del Sommergibile CM 2 a Trieste)


                Dal punto di vista strettamente tecnico, i recuperi nel porto triestino non pre-
             sentarono grandi difficoltà, in quanto era presente un numero decisamente infe-
             riore di mine e gli ampi accessi al porto non erano stati sbarrati come, ad esempio,
             a Genova.
                Diverso, invece, fu l’approccio: a differenza di Genova e, soprattutto, La Spe-
             zia, la Marina non fu coinvolta direttamente, per ovvi motivi di opportunità poli-
             tica, se non attraverso l’impiego di personale da essa proveniente, essenzialmente
             sommozzatori e subacquei. Le operazioni di recupero dei relitti furono infatti qua-
             si tutte condotte dalla Società Tripcovich.

             3.  I trasporti marittimi
                Un aspetto poco noto ai più, ma che rivestì comunque una notevole importanza
             soprattutto durante il periodo immediatamente successivo alla fine della guerra, fu
             l’utilizzo delle unità della Marina nel ruolo di trasporto soprattutto di personale,
             sia militare che civile.
                La mancanza di idonee unità mercantili, soprattutto passeggeri, rappresentava
             infatti un grosso problema per la mobilità interna, soprattutto tenendo conto del
             fatto che la rete infrastrutturale di comunicazioni terrestri, sia stradale che ferro-
             viaria, era alquanto precaria.
                In tale contesto molte unità della Marina, soprattutto Cacciatorpediniere e Cor-
             vette, furono utilizzate per il trasferimento di personale tra i vari porti nazionali.
             La priorità era data al personale militare, ma sfruttava tale servizio anche la po-]]></page><page Index="88"><![CDATA[88                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate





































                           (L’Incrociatore leggero Raimondo Montecuccoli)

             polazione civile, quantunque questo fosse effettuato in maniera non regolare ed in
             base alle necessità contingenti. Servizi di questo tipo furono condotti in particola-
             re in Adriatico, ma anche lungo il litorale tirrenico.

                Caso a parte fu rappresentato dai collegamenti marittimi con la sardegna. Alla
             fine del conflitto, infatti, non vi era alcun collegamento con l’isola, a causa della
             mancanza di traghetti. Per consentire l’uscita dall’isolamento, fu organizzato per-
             tanto un regolare servizio tra Cagliari e Napoli con gli incrociatori leggeri Rai-
             mondo Montecuccoli, Eugenio di Savoia e Duca d’Aosta, unità abbastanza grandi
             e veloci per permettere il trasporto di un rilevante numero di persone.
                Tale servizio rimase attivo per parecchio tempo, fino a che non fu ripristinato
             il regolare servizio postale con i traghetti della Società Tirrenia.]]></page><page Index="89"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 89



             L’Aeronautica Militare e l’industria Aeronautica



             Basilio Di Martino    1



             Sommario
                n un periodo storico in
             i cui il dibattito dot trinale
             era soffocato dall’urgenza
             del momento, e comunque
             costretto  nell’ambito  delle
             procedure tattico-operative
             fissate dall’Alleanza Atlan-
             tica, il problema dell’Aero-
             nautica Militare era quello
             di  impostare  un’efficace
             politica  dei  mezzi  agevo-
             lando la ricostruzione di un’efficiente base industriale. È con questa chiave di let-
             tura che vanno interpretate le iniziative avviate sul finire degli anni ’40 ricorren-
             do anche allo strumento tradizionale del “concorso” per modernizzare le linee di
             volo, soprattutto in quei settori, come l’addestramento e il collegamento, nei quali
             non era necessario il ricorso a soluzioni particolarmente avanzate dal punto di vi-
             sta tecnologico. Contemporaneamente si cercò di ripercorrere la strada delle pro-
             duzioni su licenza, quale soluzione per l’accesso a nuove tecnologie, con l’avvio
             del programma Vampire che costituì il primo esempio di cooperazione industriale
             tra due ditte aeronautiche, Macchi e FIAT. La cessione di moderni velivoli a get-
             to da parte degli Stati Uniti, conseguente alle decisioni relative al rafforzamento
             delle capacità di difesa della NATO adottate all’inizio degli anni ’50, interruppe
             questo processo che l’Aeronautica Militare continuò peraltro a seguire, e nei limiti
             del possibile ad incoraggiare, finché l’avvio del programma G-91 non ne permise
             l’effettivo rilancio ad anticipazione di futuri sviluppi. Nel rapporto con l’industria
             un ruolo particolare ebbe il Reparto Sperimentale Volo, a cui fu demandato il
             compito di verificare la validità delle soluzioni proposte dell’industria mettendo
             operativamente a punto quelle più promettenti. Le sue relazioni integrano quindi
             l’esame di quel periodo della storia “aeronautica” italiana permettendo di seguire,
             anche dal punto di vista tecnico, la ricostruzione di questa componente dell’appa-
             rato produttivo nazionale.


             1   *  Generale di Brigata Aerea, Vice Direttore Tecnico di Teledife.]]></page><page Index="90"><![CDATA[90                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             La stagione del “surplus”
                Alla fine della guerra in Europa la situazione di quella che era ancora la Regia
             Aeronautica era quanto mai precaria. L’organizzazione operativa, consolidatasi
             durante il periodo della cobelligeranza, vedeva il Raggruppamento Caccia con gli
             stormi 4°, 5° e 51°, tutti su tre gruppi dei quali uno in posizione quadro, montati
             su P-39 il 4°, su Macchi e Reggiane di vario modello il 5°, su Spitfire Mk.V e
             Macchi MC.205, il 51°, il Raggruppamento Bombardamento e Trasporto, con lo
             Stormo Baltimore, su due gruppi equipaggiati con bimotori Martin M-187 Balti-
             more, lo Stormo Trasporti Notturno, su due gruppi montati su trimotori SM.82 e
             Cant.Z.1007, lo Stormo Trasporti, pure su due gruppi con una varietà plurimotori
             di diversi modelli, lo Stormo Idro, su quattro gruppi dotati prevalentemente di
             Cant.Z.506.  Oltre che dall’obsolescenza del materiale di volo l’esistenza del-
             la forza armata era condizionata dalle direttive della Air Force sub-Commission
             (AFSC) della Allied Control Commission, la commissione alleata di controllo,
             che il 27 febbraio 1945 aveva lanciato un segnale preoccupante disponendo una
             drastica riduzione del personale e dei velivoli assegnati ai reparti con la demoli-
             zione del 60% del materiale di volo e la conseguente riduzione della flotta a non
             più di 161 macchine tra caccia, bombardamento, trasporto collegamento e scuole.
             Permaneva poi il divieto assoluto di avviare qualunque produzione industriale a]]></page><page Index="91"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 91




































             carattere aeronautico senza il preventivo assenso degli Alleati ed anche la deci-
             sione di riprendere i corsi dell’Accademia Aeronautica fu in un primo tempo for-
             temente contrastata. Questo ostacolo fu poi rimosso sul finire dell’estate, ed i 15
             vincitori di concorso avrebbero dato vita nel febbraio del 1946 al corso Centauro
             2° presso la sede provvisoria di Nisida. Anche le restrizioni relative al materiale di
             volo furono in parte superate ottenendo dall’AFsC l’autorizzazione a sostituire le
             macchine più logore di produzione nazionale con l’acquisizione a titolo definitivo
             di quelle cedute a suo tempo dagli alleati all’aeronautica cobelligerante, in par-
             ticolare il Bell Airacobra P-39, di cui nel maggio del 1945 esistevano ancora un
             centinaio di esemplari che sarebbero stati utilizzati fino al 1951, e lo Spitfire Mk.V,
             presente in una dozzina di esemplari. Nell’aprile del 1946 la Direzione Generale
             Costruzioni e Approvvigionamenti concluse un accordo per la cessione di 100
             Lockheed P-38 Lightning lasciati dalla United States Army Air Force (USAAF)
             sull’aeroporto napoletano di Capodichino. Il compito di revisionare 93 di queste
             macchine portandole allo standard P-38L, e convertendone un certo numero nella
             versione da ricognizione fotografica F-5, fu affidato alle Industrie Meccaniche e
             Aeronautiche Meridionali (IMAM), che poterono così riprendere l’attività nello
             stabilimento di Capodichino in attesa di riattivare quello di Pomigliano d’Arco,
             mentre quello di Vasto veniva destinato alle costruzioni ferroviarie. Il P-38 iniziò
             la sua carriera con l’Aeronautica Militare nel giugno del 1946 presso il 4° Stormo,
             per poi passare nel novembre del 1948 ad equipaggiare il ricostituito 3° Stormo,]]></page><page Index="92"><![CDATA[92                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             svolgendo un importante ruolo come ricognitore fino alla definitiva dismissione
             nel 1956.
                Le difficoltà relative al materiale di volo erano l’aspetto più evidente di una
             crisi che investiva l’esistenza stessa della Forza Armata. Nel primo dopoguerra
             infatti l’Aeronautica militare non aveva neppure la certezza di poter conservare
             la propria autonomia dal momento che non pochi esponenti dell’Esercito e della
             Marina ne proponevano lo scioglimento, con il conseguente ritorno alla situazione
             esistente prima del 28 marzo 1923, ritenendo che soltanto in questo modo le forze
                                                                          2
             di superficie avrebbero potuto avere l’indispensabile supporto aereo.  Per contra-
             stare queste pressioni l’allora Capo di Stato Maggiore, generale Mario Aimone
             Cat, mentre provvedeva alla ristrutturazione della Forza Armata in funzione del
             nuovo quadro politico ed economico, incoraggiò la valorizzazione del contributo
             dato dalla Regia Aeronautica nel corso del conflitto, non perdendo poi occasione
             per ribadire la necessità che all’Italia fosse concesso di mantenere un’aviazione
             adeguata al dettato dell’articolo 51 del trattato di san Francisco del 26 giugno
             1945, istitutivo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, in grado cioè di con-
             correre alla difesa del territorio nazionale in attesa dell’intervento della comunità
             internazionale contro un eventuale aggressore.
                Il futuro rimaneva comunque nebuloso, anche perché per tutto il 1946 i rappre-
             sentanti alleati dell’AFSC, e quelli britannici in particolare, continuarono ad eser-
             citare un attento controllo su tutte le attività a carattere aeronautico dimostrandosi
             poco inclini a concessioni, soprattutto per quanto riguardava il settore industriale.
             L’incertezza svanì il 10 febbraio 1947, quando a Parigi venne finalmente firmato
             il trattato di pace, e questo nonostante le sue clausole fossero inaspettatamente
             dure. Malgrado il periodo di cobelligeranza avesse suscitato molte speranze, la
             realtà fu infatti ben diversa. Con l’articolo 64 l’Aeronautica Militare, inclusa la
             componente dell’Aviazione per la Marina, veniva limitata ad una forza di 200
             velivoli da caccia e da ricognizione e di 150 velivoli da trasporto, soccorso, adde-
             stramento e collegamento, con il divieto di possedere velivoli da bombardamen-
             to, e l’articolo 65 limitava l’organico a non più di 25.000 uomini con l’obbligo,
             sancito dal successivo articolo 66, di smobilitare il personale in eccesso entro sei
             mesi dall’entrata in vigore del trattato, ratificato dall’Assemblea Costituente il 15
             settembre 1947. Erano restrizioni pesanti ma si poteva ricominciare, avviando su
             queste basi la ricostruzione.
                L’Aeronautica  Militare  disponeva  all’epoca  di  486  velivoli,  257  caccia,  24
             bombardieri, 92 trasporti, 62 idrovolanti, 44 da collegamento e scuola, 7 ricogni-
             tori, e secondo quanto previsto dall’articolo 67 del trattato di pace il 30% circa di



             2  Sebastiano Licheri, L’aeronautica italiana all’indomani della Liberazione, in “L’Italia in
                guerra. Il sesto anno (1945)”, Commissione Italiana di Storia Militare, Roma, 1996, pp.
                435-454.]]></page><page Index="93"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 93






































             queste macchine doveva essere consegnato ai governi degli Stati Uniti, della Gran
             Bretagna, dell’Unione Sovietica e della Francia, o, come poi avvenne, avviato
             alla demolizione. Fu questo il destino dei velivoli più vecchi ancora in servizio,
             Macchi MC.202 e MC.205, Reggiane Re.2001, FIAT CR.42, e degli ultimi bom-
             bardieri rimasti, ma per salvaguardare una indispensabile capacità di trasporto
             aereo, particolarmente preziosa in un periodo in cui la rete delle comunicazioni
             stradali e ferroviarie era in condizioni disastrose, un certo numero di trimotori
             SM.82 e G.12 con il relativo personale fu ceduto formalmente al Sovrano Militare
             Ordine di malta sostituendo la croce bianca in campo rosso alle coccarde tricolori
             e salvandoli così dalla demolizione. Alcune nazioni, come l’Argentina, l’Egitto,
             la Siria e il Libano vennero poi a trovarsi nella necessità di procurarsi velivoli da
             combattimento e si rivolsero all’Italia acquistando un centinaio tra FIAT G.55,
             Macchi MC.205 e Savoia-Marchetti SM.79, il che consentì all’Aeronautica Mi-
             litare di ridurre il numero dei velivoli in carico ed alle industrie interessate di
             riprendere l’attività, con l’assemblaggio e la revisione di queste macchine.
                A similitudine di quanto aveva fatto l’aeronautica statunitense, nel luglio del
             1947 la Royal Air Force cedette all’Aeronautica Militare gli Spitfire che ancora
             si trovavano in Italia, in tutto 154, per lo più delle versioni Mk.IX e Mk.X, con
             i quali furono equipaggiati gli stormi 5° e 51°. Anche per l’indisponibilità di un]]></page><page Index="94"><![CDATA[94                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate






































             qualunque supporto industriale, il loro impiego operativo cessò però già nel marzo
             del 1950 e gli ultimi esemplari vennero radiati due anni dopo. Sempre nel 1947,
             in settembre, furono immessi in servizio 50 North American P-51D Mustang, ai
             quali se ne sarebbero aggiunti entro il gennaio del 1951 altri 123, che prima del-
             la definitiva radiazione, avvenuta nell’estate del 1958 avrebbero equipaggiato in
             tempi diversi gli stormi 2°, 3°, 4°, 5°, 6°, 51°, i centri di addestramento al volo
             ed i reparti volo degli alti comandi e dello stato maggiore. Quasi contemporane-
             amente furono consegnati all’Aeronautica Militare 14 Stinson L-5 Sentinel, ai
             quali ne sarebbero seguiti altri 100. Questo piccolo monoplano biposto ad ala
             alta, concepito per svolgere compiti di osservazione e collegamento in risposta
             ad una specifica dell’esercito statunitense, era stato costruito in 3.590 esemplari
             tra il 1942 ed il 1945 ed in guerra si era segnalato per versatilità e robustezza. Fu
             destinato alle scuole di volo di 1° periodo ed ai centri di addestramento al volo,
             affidandone il ricondizionamento e la revisione all’IMAM di Capodichino come
             già era avvenuto per il P-38 ed il P-51D. Quest’attività rappresentava uno sbocco
             importante per l’azienda napoletana in un momento in cui, per sopravvivere, le
             industrie aeronautiche dovevano riconvertirsi, impegnandosi soprattutto in quei
             settori produttivi collegati alla necessità di ricostruire una capacità di trasporto
             nazionale su strada e su ferrovia dove più forte era la domanda e più facile era]]></page><page Index="95"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 95






































             reindirizzare le loro competenze tecniche. La Macchi realizzò così un motofur-
             gone di successo, il Macchitre, producendo nel contempo chiatte, trebbiatrici e
             motociclette, la Piaggio vide la prepotente affermazione della Vespa, progettata
             dall’ingegner Corradino D’Ascanio, la FIAT Aviazione si dedicò alla costruzione
             di parti di automobili, la Reggiane alla produzione di macchine agricole, la Capro-
             ni, e in parte l’IMAM con lo stabilimento di Vasto, alle costruzioni ferroviarie, e
             l’Agusta diede vita alla Meccanica Verghera Agusta, o M.V. Agusta, che avrebbe
             colto significative affermazioni in campo motociclistico fino agli anni ’70.
                Erano soluzioni estemporanee che potevano al più permettere la sopravvivenza
             delle aziende in attesa di tempi migliori e non sempre davano i risultati sperati.
             Quando nel 1947 il processo di stabilizzazione della lira permise di rivedere i
             programmi e procedere ad una effettiva ristrutturazione con lo sfoltimento degli
             organici, superando i vincoli imposti dalla necessità di contenere la disoccupa-
             zione per allentare le tensioni sociali, il panorama industriale sarebbe stato quindi
             ben diverso da quello d’anteguerra, con l’uscita di scena o il ridimensionamento
             di nomi illustri, quali Caproni, Breda e Reggiane. Permettere alle ditte ancora in
             attività di consolidarsi ed eventualmente di crescere, sviluppando la capacità di
             progettare macchine allo stato dell’arte, era uno degli obiettivi che si proponeva
             l’Aeronautica Militare, quale premessa per la costruzione di uno strumento ae-]]></page><page Index="96"><![CDATA[96                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             reo efficace ed efficiente. In un campo quale quello aeronautico, intrinsecamente
             connotato in termini tecnologici, il rapporto tra il mondo industriale e il mondo
             militare era del resto da sempre molto stretto, quale manifestazione estrema del
             legame che esiste tra tecnologia e dottrina, con la prima chiamata ad individuare
             le opportunità da sfruttare e la seconda ad indicare le direttrici di sviluppo. Per
             il momento però non era possibile sostenere questo processo con commesse che
             andassero al di là della revisione delle macchine cedute dagli alleati occidentali
             ed in questo quadro acquistavano ancor più valore le pur modeste esportazioni di
             velivoli di concezione nazionale verso stati nell’impossibilità di rivolgersi ad altre
             fonti, come i paesi del Medio Oriente in lotta con Israele, o riluttanti a farlo per
             ragioni politiche, come l’Argentina.
                Il bilancio della Difesa per l’esercizio finanziario 1948-1949 assegnava all’a-
             eronautica il 13,6% dei 35 miliardi stanziati, a fronte del 49,3% dell’Esercito, del
             20,8% della Marina e del 16,3% dell’Arma dei carabinieri, e non prevedeva fon-
             di per il rinnovamento delle linee di volo. Le condizioni generali dell’italia non
             permettevano di fare di più, ma era evidente che se non si fosse modificata questa
             tendenza, e ferme restando le limitazioni imposte dal Trattato di Pace, non sarebbe
             stato possibile costruire una capacità di difesa credibile. 3



             Il rinnovamento delle linee di volo
                A modificare sostanzialmente lo scenario arrivò il 4 aprile 1949 l’adesione
             al Patto Atlantico. Pochi mesi dopo, il 6 ottobre dello stesso anno, il presidente
             Harry S. Truman firmò il Mutual Defence Assistance Act, l’equivalente in campo
             militare del piano di aiuti economici avviato con l’Economic Cooperation Act,
             altrimenti conosciuto come Piano Marshall, firmato dallo stesso Truman il 3 aprile
             del 1948. L’effetto di queste misure economiche e l’allentamento delle restrizioni
             sulla consistenza numerica dello strumento militare, sancito da una dichiarazione
             approvata dalla grande maggioranza delle nazioni firmatarie del trattato di Parigi
             resa nota il 22 dicembre 1951, permisero di avviare un programma quadriennale
             con uno stanziamento previsto di 500 miliardi di lire, 100 negli esercizi finanziari
             1950-1951 e 1951-1952, 175 per quello 1952-1953 e 125 per quello 1953-1954,
             fondi che si sarebbero poi effettivamente concretizzati portando nel quadriennio
             ad una spesa complessiva per le tre forze armate, esclusa quindi l’arma dei ca-
             rabinieri, di 492 miliardi. Nel contempo avrebbe cominciato a far sentire i suoi
             effetti il Mutual Defence Assistance Plan (MDAP), il programma di assistenza per
             la difesa comune che rappresentava lo strumento attuativo del mutual Defence



             3  Massimo  Ferrari,  Trasformazione  e  ridimensionamento  dell’industria  aeronautica  nel
                secondo dopoguerra, in Paolo Ferrari (a cura di), “L’aeronautica italiana. Una storia del
                Novecento”, FrancoAngeli Storia, Milano, 2004, pp. 125-126.]]></page><page Index="97"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 97
































             Assistance Act, rinnovato nel 1951 come Mutual Security Act e rimasto operante
             fino all’inizio degli anni ‘60.
                L’impatto fu senz’altro positivo per l’operatività dell’Aeronautica Militare, ma
             negativo per il rilancio dell’industria nazionale, dal momento che permetteva di
             acquisire gratuitamente o ad un prezzo simbolico velivoli di moderna concezio-
             ne di produzione statunitense. il rischio di un azzeramento dell’intero settore era
             molto forte e stimolò un dibattito i cui echi si ritrovano anche nelle pagine di una
             pubblicazione fortemente connotata in termini tecnico-operativi quale la Rivista
             Aeronautica. Nel 1950, tra i molti articoli che affrontano problematiche di varia
             natura dell’attività aviatoria o si soffermano su aspetti di natura storico-dottrinale,
             ne compaiono infatti due, a firma del tenente colonnello Tullio De Prato, allora
             capo collaudatore e consulente aeronautico del gruppo Caproni, che invitano a
             non perseguire in modo indiscriminato la politica del “surplus”, lasciando spazio
             all’industria almeno nei settori meno caratterizzati tecnologicamente, ed a non
                                                                          4
             ingabbiare in produzioni su licenza l’inventiva dei loro uffici tecnici.  Per De Pra-
             to, che anche se non in modo esplicito esprimeva il punto di vista della Caproni,
             all’epoca impegnata nella faticosa messa a punto di un paio di bimotori, si trattava
             di soluzioni che, se potevano soddisfare le esigenze immediate, alla lunga si sa-
             rebbero rivelate controproducenti, impedendo una reale ripresa industriale.
                Per quanto queste considerazioni non fossero prive di fondamento, la via trac-


             4  Tullio De Prato, ripresa aeronautica, Rivista Aeronautica, 1950/1, pp. 19-20, e Del senno
                di poi, Rivista Aeronautica 1950/3, pp. 169-170.]]></page><page Index="98"><![CDATA[98                       L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             ciata dal programma mDAP era una strada obbligata alla luce delle risorse dispo-
             nibili e lo sarebbe stata per almeno un decennio. L’Aeronautica militare si sforzò
             però di evitare che il gap tecnologico si approfondisse ulteriormente e puntò a
             mantenere comunque una qualche capacità nazionale affidando attività di revisio-
             ne e manutenzione di alto livello alle aziende ancora operanti nel settore, valoriz-
             zando in questa ottica la produzione su licenza di modelli stranieri ed incoraggian-
             do per quanto possibile eventuali iniziative autonome, soprattutto in relazione alle
             macchine da addestramento o destinate a compiti di supporto. Questi tentativi, se
             da un lato crearono le premesse per programmi di successo che sarebbero venuti
             a maturazione nella seconda metà degli anni ’50, dall’altro portarono l’industria
             ad essere sempre più dipendente dalle decisioni della Forza Armata, che ne rap-
             presentava il principale se non l’unico cliente, e ne consolidarono la tendenza a
             preferire le rassicuranti certezze derivanti da posizioni di mercato consolidate ai
             rischi impliciti nello sviluppo di nuove tecnologie.
                Il 3 marzo 1948, allo scopo di disporre di un ente tecnico in grado di seguire
             le attività di sviluppo avviate, sia pure con mezzi ridotti, dall’industria nazio-
             nale, controllare l’idoneità all’impiego e la rispondenza alle norme contrattuali
             dei materiali in acquisizione, curare direttamente lo studio e la realizzazione di
             allestimenti di particolare interesse per l’Aeronautica Militare, era stato costituito
             sull’aeroporto di Guidonia, già sede della Direzione Superiore Studi ed Esperien-
             ze, il Nucleo Sperimentale Volo, posto alle dirette dipendenze dello Stato Mag-
             giore Aeronautica. A Guidonia era quindi inevitabile che fosse presente almeno un
             esemplare di tutte le macchine in dotazione ai reparti di volo o comunque oggetto
             di programmi di acquisizione, e con queste premesse la sua linea di volo veniva
             ad essere quanto mai eterogenea. Alla data del 31 marzo 1949 accanto a macchine
             già appartenenti alla Regia Aeronautica, quali i trimotori S.79 e S.82 della SIAI
             Marchetti e G.12 della FIAT, erano presenti negli hangar e sui piazzali velivoli da
             caccia P-38 e P-51 di fornitura statunitense e velivoli da addestramento e da tra-
             sporto G.46, G.59 e G.212 realizzati nel dopoguerra dalla casa torinese. Nel clima
             della ricostruzione la FIAT Aviazione, pur obbligata a una diversificazione della
             produzione resa necessaria dal venir meno delle commesse militari, aveva infatti
             tentato di mantenere una capacità produttiva basata su progetti propri che aveva
             potuto concretizzarsi quando il trattato di pace aveva allentato i vincoli armistizia-
             li. Il 19 gennaio 1947 volò il trimotore da trasporto G.212, una rielaborazione del
             G.12 concepita dall’ingegner Celestino Gabrielli già nel 1943 sostituendo i motori
             FIAT A.74 RC42 da 770 cv con i più potenti Alfa Romeo 128 da 860 cv e portando
             la capacità di carico da 14 a 30 passeggeri, mentre sono del 1948 i monomotori da
             addestramento G.59 e G.46. Il prototipo del G.212 fu acquisito dall’Aeronautica
             militare insieme a sei macchine della successiva versione CP che montava mo-
             tori Pratt&Whitney R-1830 Twin Wasp da 1.065 cv, mentre un’altra dozzina di
             esemplari venne acquistata da compagnie aeree civili, nove dalla ALI, di proprietà]]></page><page Index="99"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                 99






































                   5
             FIAT,  e tre dall’egiziana sAiDE.
                Il G.59 ed il G.46 furono ancora più determinanti per la ripresa dell’attività
             della FiAT Aviazione grazie alla consistenza delle commesse nazionali ed estere.
             Il G.59, derivato dal G.55 sostituendo al motore Daimler-Benz 605 un Rolls-Roy-
             ce Merlin 500/20 da 1.420 cv con elica quadripala e rimuovendo la quasi totalità
             delle installazioni d’armamento, fu costruito in 204 esemplari in configurazione
             monoposto e biposto, 173 dei quali a partire dal 1950 andranno ad equipaggiare
             le scuole di volo di 2° periodo di Lecce e di Cagliari Elmas, oltre ai centri di
             addestramento al volo ed alle squadriglie collegamento, rimanendo in linea fino
             agli anni ’60. Anche il G.46 riprendeva la formula del G.55 utilizzando però un
             motore meno potente, il de Havilland Gipsy Queen da 225 cv prodotto su licenza
             dall’Alfa Romeo come A.R.115 ter. il primo prototipo aveva volato il 25 giugno
             1947 ed era stato subito ordinato in 12 esemplari dall’Argentina, che ne avrebbe



             5  La Avio Linee Italiane era stata costituita dalla FIAT nel 1926. Sopravvissuta alla guerra,
                nel 1949  dette vita, con altre quattro compagnie minori, alla ALI-Flotte Riunite che operò
                fino al 31 marzo 1952 quando venne assorbita dalla LAI-Linee Aeree Italiane. Utilizzò
                trimotori di costruzione FIAT e fu con il G.212 I-ELCE che la squadra del “Grande Torino”
                trovò la morte il 4 maggio 1949, nello schianto contro il muraglione posteriore della basilica
                di superga.]]></page><page Index="100"><![CDATA[100                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate






































             acquistati altri 36 a partire dal 1949, e 40 macchine sarebbero state ordinate dalla
             Siria. Queste commesse furono decisive per la sopravvivenza del programma,
             che nell’estate del 1949 vide la consegna delle prime macchine all’Aeronautica
             Militare. Nel tempo avrebbero portato le coccarde tricolori non meno di 143 G.46,
             utilizzati dai centri di addestramento al volo, dall’Accademia Aeronautica e dal
             Reparto Volo dello Stato Maggiore fino all’autunno del 1958, quando gli ultimi 50
             esemplari furono ceduti all’Aero Club d’italia.
                Il centro di Guidonia era stato concepito negli anni ’30 anche per individuare
             soluzioni tecniche innovative che, una volta sperimentate, avrebbero potuto essere
             riprodotte in serie dall’industria. I risultati non furono quelli sperati ma comunque
             nel dopoguerra si dovette abbandonare questa strada e il nuovo centro sperimen-
             tale venne creato con funzioni soprattutto di controllo e di verifica, prevedendone
             l’intervento alla fine o al massimo nel corso dei programmi di sviluppo. Non era
             esclusa la possibilità di fornire indicazioni e suggerimenti, nonché di eseguire au-
             tonomamente modifiche di particolare interesse, ma di massima l’attività di pro-
             gettazione era lasciata alle ditte.
                I programmi condotti a Guidonia nel 1948-49 sono rappresentativi di questo
             stato di cose e più in generale della situazione dell’Aeronautica Militare. L’at-
             tività era infatti indirizzata da un lato alla valutazione delle caratteristiche dei]]></page><page Index="101"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                101






































             velivoli da addestramento e da trasporto realizzati dall’industria nazionale sulla
             base di nuovi progetti o tramite la rielaborazione di macchine concepite nel pe-
             riodo bellico, dall’altro all’introduzione sui velivoli in linea di modifiche spesso
             ingegnose, atte a prolungarne la vita operativa. In relazione al primo di questi due
             obiettivi il Nucleo Sperimentale Volo curò il rilievo delle caratteristiche del nuovo
             addestratore FIAT G.46, valutando le prestazioni dell’impianto frenante Messier
             e svolgendo le prove necessarie all’omologazione del motore Alfa Romeo 115
             ter da 225 cv, e sempre nel 1949 portò a termine un’analoga attività sul G.212 e
             sul primo dei quattro trimotori G-12L, con motori A.R.128 R.C.18 in luogo dei
             FIAT A.74, costruiti su commessa dell’aeronautica tra il giugno del 1948 e l’aprile
             del 1949. Quanto al secondo, l’attività interessò innanzitutto il trimotore Savoia-
             Marchetti SM.82, che, per quanto non più in produzione, rimaneva una delle mac-
             chine di punta dell’Aeronautica militare e richiedeva indispensabili interventi di
             ammodernamento, mirati in particolare ai propulsori. Per consentirgli di operare
             a quote superiori ai 6.500 metri della tangenza massima di progetto nel 1947, la
             SIAI modificò l’esemplare M.M. 60283 applicando ai suoi motori A.R.128 delle
             turbine Moss provenienti dai motori Allison del P-38 Lightning. A Guidonia il
             personale del Nucleo Sperimentale Volo verificò la validità della modifica rag-
             giungendo a pieno carico i 10.000 metri avendo ancora un rateo di salita di 3 m/s,]]></page><page Index="102"><![CDATA[102                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate





































             con una velocità di 400 km/h. Questa soluzione rimase però allo stato di prototipo
             perché le temperature dei gas di scarico e le sollecitazioni sull’albero sarebbero
             state troppo forti per motori già provati da un’intensa attività operativa. Il proble-
             ma verrà risolto dalla ditta sostituendo gli A.R.128 con dei Pratt&Whitney Twin
             Wasp R-1830, una configurazione oggetto di prove a Guidonia nel giugno del
             1951, tre mesi dopo il volo del primo esemplare così modificato.
                Il Nucleo Sperimentale Volo, che il 20 ottobre 1949 sarebbe stato denomina-
             to Reparto Sperimentale Volo a premessa di un significativo ampliamento degli
             organici, fu impegnato anche nella valutazione del biposto Macchi MB-308, di-
             segnato dall’ingegner Ermanno Bazzocchi, con il quale la casa di Varese ripre-
             se la produzione nel dopoguerra muovendo i primi passi nel campo dei velivoli
             da addestramento. si trattava della prima macchina proposta sul mercato dopo
             il venir meno nel gennaio del 1947 del divieto relativo alle nuove costruzioni
             aeronautiche. Il piccolo biposto ad ala alta con carrello triciclo, equipaggiato con
             un motore Continental A.65 a 4 cilindri orizzontali contrapposti raffreddati ad
                 6
             aria,  fu portato in volo da Guido Carestiato il 19 gennaio 1947 e lo stesso anno
             venne presentato al Salone Aeronautico di Bruxelles, conoscendo in seguito un
             buon successo sia in campo nazionale, dove venne impiegato dalle scuole di volo

             6  Velivolo Macchi MB.308, Rivista Aeronautica n. 12/1951, pp. 929-931.]]></page><page Index="103"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                103





































             militari e civili, sia in campo internazionale, con una produzione complessiva di
             poco inferiore alle 300 unità con diverse motorizzazioni, dai 65 cv delle prime
             50 macchine agli 85, ai 90 e ai 100 cv di diverse versioni del motore Continental.
             L’Aeronautica Militare ne acquistò 80 esemplari per l’addestramento primario ed
             il collegamento, trasferendo, nell’autunno del 1950, i 40 ancora efficienti all’A-
             ero Club d’Italia che li avrebbe utilizzati per più di venti anni. La permanenza a
             Guidonia del M.M.52927, imposta dalla necessità di procedere al rilievo delle sue
             caratteristiche per verificarne la rispondenza contrattuale, durò dal 3 al 29 ottobre
             1949.
                Nel mese di novembre dello stesso anno, il Reparto Sperimentale Volo si con-
             frontò invece con il FiAT G.59 il primo esemplare della versione biposto della
             prima serie (G.59-1B NC1) arrivò a Guidonia il 30 novembre e l’attività speri-
             mentale con questo velivolo da addestramento avanzato si protrasse a lungo so-
             vrapponendosi a quella svolta con un altro addestratore di concezione nazionale, il
             SAI Ambrosini S.7, proposto quale possibile alternativa al FIAT G.46 di cui mon-
             tava lo stesso motore, l’A.R. 115 ter da 225 cv a 6 cilindri in linea, ed anch’esso
             destinato ad essere lungamente utilizzato presso le scuole di volo. il primo pro-
             totipo di questa macchina progettata dall’ingegner Sergio Stefanutti aveva volato
             il 9 luglio 1939 ed il velivolo era stato poi valutato a Guidonia quale possibile
             soluzione per la scuola caccia venendo acquisito in una decina di esemplari tra]]></page><page Index="104"><![CDATA[104                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             l’ottobre del 1942 ed il luglio del 1943. La versione prodotta dall’Ambrosini nel
             dopoguerra presentava però modifiche sostanziali che interessavano in primo luo-
             go il motore. Ne furono acquisiti 28 esemplari biposto e 117 monoposto, utilizzati
             per l’addestramento avanzato e per l’allenamento dei piloti in servizio presso lo
             stato maggiore e gli alti comandi.
                Il programma MDAP continuava intanto a far affluire in Italia nuove macchi-
             ne destinate a potenziare le diverse specialità dell’Aeronautica Militare. A parti-
             re dal dicembre del 1950 arrivarono così 82 cacciabombardieri Republic P-47D
             Thunderbolt, che andarono ad equipaggiare gli stormi 5° e 51°, sostituendovi gli
             Spitfire e rimanendo in linea fino al 1953 quando furono a loro volta sostituiti dai
             Republic F-84G Thunderjet. La linea d’addestramento si arricchì invece del ro-
             busto e collaudato biposto Noth American T-6 Texan, la cui fornitura era iniziata
             già sul finire del 1948, e 230 di queste macchine arrivarono alle scuole di volo di
             2° periodo di Brindisi, Lecce e Cagliari, mentre i nuovi reparti antisommergibi-
             li dell’Aviazione per la Marina ebbero 40 monomotori Curtiss S2C-5 Helldiver,
             assegnati dal settembre 1950 all’86° Gruppo, e 22 bimotori da pattugliamento
             Lockheed PV-2 Harpoon, consegnati nel 1952 all’87° Gruppo.

             Il Vampire e la serie “80”
                Le  forniture  statunitensi  avvenivano  a  condizioni  estremamente  favorevoli,
             sulla base dei dettami del mutual Defence Assistance Programme inteso a rivita-
             lizzare le capacità di difesa dei paesi europei, e proprio per questo motivo ebbero
             riflessi negativi sull’industria nazionale. L’abbondante disponibilità di materiale
             a basso costo veniva a frustrare le speranze di una ripresa produttiva nel settore
             dei velivoli da combattimento e non solo, investendo i settori dell’addestramento
             e del trasporto, ed anche le costruzioni su licenza, già in corso per il velivolo a re-
             azione de Havilland D.H.100 Vampire a metà del 1950, si sarebbero rivelate eco-
             nomicamente svantaggiose rispetto all’acquisizione delle macchine più avanzate
             in arrivo dagli Stati Uniti. Il caso del Vampire è comunque interessante perché fu
             il primo esempio di programma di cooperazione tra più industrie, FIAT e Macchi
             per la cellula, Alfa Romeo per il motore, che permise di mettere a punto metodo-
             logie e procedure innovative.
                Il velivolo britannico, di costruzione mista legno-metallo ed equipaggiato con
             un motore con compressore centrifugo, quale il de Havilland Goblin da 1.420
             chilogrammi di spinta, era l’espressione di una formula superata e la ricaduta tec-
             nologica per l’industria fu quindi limitata, ma questa iniziativa servì a creare una
             nuova mentalità, sia nella Forza Armata, chiamata a confrontarsi con la propul-
             sione a reazione, sia nelle ditte, chiamate a cooperare. FIAT e Macchi costruirono
             l’una le ali e gli impennaggi, l’altra la fusoliera, con il montaggio finale che avve-
             niva nelle due linee di assemblaggio allestite a Torino e Varese. La FIAT costruì
             65 esemplari della versione FB Mk.52 e la Macchi 78, ai quali si aggiunsero 5]]></page><page Index="105"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                105




































             FB Mk.51 ceduti dalla RAF all’inizio del programma e 8 FB Mk.52 acquistati
             direttamente dalla de Havilland insieme a 14 biposto da caccia notturna, 4 NF
             Mk.10 e 10 NF Mk.54, arrivati in un secondo tempo per far familiarizzare i piloti
                                   7
             con l’impiego del radar.  il programma fu il frutto tanto del desiderio dell’Aero-
             nautica Militare di modernizzare le proprie linee di volo, favorendo nel contempo
             l’importazione di nuove tecnologie, quanto del tentativo della Gran Bretagna di
             salvaguardare la propria industria aeronautica di fronte allo strapotere statunitense
             incoraggiando le esportazioni. A facilitare la decisione fu il fatto che l’italia pote-
             va vantare un credito di 80 milioni di sterline il che avrebbe permesso di limitare
                                      8
             l’esborso di valuta pregiata.  Con queste premesse fu creato il consorzio industria-
             le SICMAR, Società Italiana Commissionaria Materiali Aeronautici, che con i pri-
             mi finanziamenti concessi dal Ministero Difesa acquistò attrezzature e macchinari
             per le linee di produzione. Nel febbraio del 1950 arrivarono ad Amendola i primi
             cinque velivoli ceduti dalla RAF e nel corso dell’anno iniziarono le consegne
             delle macchine di produzione italiana con le quali sarebbero stati equipaggiati gli



             7  Tre Vampire Mk.51 furono ottenuti ricostruendo tre dei cinque velivoli britannici atterrati
                fuori campo nella campagna bresciana il 25 settembre 1949, dopo aver smarrito la rotta
                nella nebbia all’inizio di quello che avrebbe dovuto essere un tour promozionale.
             8  Caggiani Salvatore, Episodi delle costruzioni aeronautiche italiane del dopoguerra, Rivista
                Aeronautica, n.4/1980.]]></page><page Index="106"><![CDATA[106                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate






































             stormi, poi aerobrigate, 2°, 4° e 6°.
                Macchina piuttosto semplice il Vampire, definitivamente radiato nel 1959, non
             poteva promettere quel livello di prestazioni che caratterizzava le macchine di
             concezione statunitense e neppure potevano farlo i velivoli a getto ai quali lavo-
             rava l’industria nazionale che oltretutto avrebbero inevitabilmente avuto un costo
             superiore. Per queste ragioni il programma non ebbe seguito e l’idea di proseguire
             sulla stessa strada con la produzione su licenza del Venom fu accantonata, pur
             non senza contrasti. Nel 1953 vennero acquisiti due esemplari della versione FB
             Mk.50 con l’obiettivo di replicare l’operazione Vampire ma apparve presto evi-
             dente che quella formula costruttiva era superata e che il rapporto costo-efficacia
             era senz’altro sfavorevole. Qualora si consideri che analoghe valutazioni di natura
             tecnica e soprattutto economica avevano portato le compagnie di trasporto aereo
             costituitesi nel dopoguerra a optare per materiale straniero, disponibile con più
             facilità e in grande quantità, appare evidente come fosse reale il pericolo della
             scomparsa di qualunque capacità industriale nazionale in campo aeronautico. Al
             riguardo è emblematico il caso del quadrimotore Breda-Zappata BZ-308, proget-
             tato dall’ingegner Filippo Zappata per i collegamenti su lunga distanza e realizza-
             to in unico esemplare che volò il 27 agosto 1948,  dopo un lungo ritardo imposto
             prima dai vincoli armistiziali poi dall’indisponibilità dei motori, dei Bristol Cen-]]></page><page Index="107"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                107



             taurus 568 da 2.550 cv che gli permettevano una velocità di 573 km/h. Per quanto
             carente dal punto di vista degli impianti, e privo in particolare di pressurizzazione,
             il velivolo aveva prestazioni di tutto rispetto e delle ottime potenzialità che ne
             avrebbero potuto fare un serio competitore per il Douglas DC-6 ed il Lockheed
             Constellation, ma le difficoltà finanziarie della Breda, che chiuse la sua sezione
                                                                    9
             aeronautica nel 1951, impedirono di completarne lo sviluppo.  L’unico esemplare
             fu acquisito dall’Aeronautica Militare che lo impiegò fino al 1954, quando venne
             messo definitivamente fuori uso a Mogadiscio da un incidente e dall’indisponibi-
             lità di pezzi di ricambio.
                In questa situazione un enorme significato ebbe la decisione dell’Aeronautica
             militare di continuare ad incoraggiare eventuali iniziative nei settori dell’adde-
             stramento e del trasporto leggero. Questa tendenza si era già manifestata negli
             anni precedenti, recuperando uno degli strumenti utilizzati a suo tempo dalla Re-
             gia Aeronautica, peraltro senza troppo successo. Nel 1947 era stato infatti bandito
             un concorso per un bimotore da addestramento e l’anno successivo ne era stato
             lanciato un altro per un biposto con cui riequipaggiare le scuole di volo di primo
             periodo. Il concorso del 1947 vide la partecipazione della Breda, con il Breda-Pit-
                         10
             toni BP-471,  della Macchi, con l’MB-320 e della Caproni, che però non comple-
             tò neppure la costruzione del prototipo del Ca.191 in quanto il programma fu so-
             speso nel 1949. Nel giugno di quell’anno, e non a caso due mesi dopo la firma del
             Patto Atlantico, arrivarono infatti in Italia i primi di 125 esemplari del Beechcraft
             C-45 Expediter, un versatile bimotore di costruzione statunitense che sarebbe sta-
             to utilizzato dall’Aeronautica Militare fino al 1980 non solo per collegamento ed
             addestramento ma anche per compiti come il controllo in volo delle radioassisten-
             ze ed i rilievi fotogrammetrici. Con una tale disponibilità di macchine, il concorso
             diventava inutile e ci si fermò ai due prototipi nel frattempo completati da Breda
             e Macchi, entrambi comunque acquisiti dall’Aeronautica Militare e valutati dal
             Reparto Sperimentale Volo.
                Meglio andarono le cose con il secondo programma dal quale sarebbero nati il
             Piaggio P-148 e il Macchi 416. I prototipi dei due velivoli, simili nella configura-
             zione ad ala bassa con carrello triciclo posteriore fisso e posti affiancati, e dotati
             dello stesso motore Lycoming O-435A da 190 cv a 6 cilindri contrapposti, furono
             valutati dal Reparto Sperimentale Volo tra il 1950 e il 1951. La proposta della casa
             varesina era la riproduzione su licenza del Fokker S-11 Instructor, una macchina


             9  Alberto Bassi, L’archivio storico Breda e la storia del design aeronautico, in Paolo Ferrari
                (a  cura  di),  “L’aeronautica  italiana.  Una  storia  del  Novecento”,  FrancoAngeli  Storia,
                Milano, 2004, pp. 109-114.
             10  Bimotore Breda-Pittoni, Rivista Aeronautica 1950/11, pp. 870-874. Progettato dall’ingegner
                Mario Pittoni, il velivolo montava due Pratt&Whitney Twin Wasp 1830-92 da 1.065 cv che
                gli avrebbero permesso una velocità di crociera di 410 km/h con 18 passeggeri e 4 membri
                di equipaggio.]]></page><page Index="108"><![CDATA[108                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             non certo moderna ma di basso costo di cui la Macchi costruì 118 esemplari, oltre
             ai due prototipi, ed altri 60 vennero realizzati nello stabilimento di Pomigliano
             d’Arco dall’Aerfer sulla base di un accordo di sublicenza. il macchi 416 entrò
             in linea nel 1952 e fu utilizzato nelle scuole di volo fino al 1960, quando gli ol-
             tre 90 esemplari rimanenti vennero trasferiti all’Aero Club d’Italia. Il P-148 era
             una rielaborazione del Fokker ma nel mantenere la stessa architettura l’ingegner
             Giovanni Casiraghi aveva realizzato un velivolo interamente metallico e non a
             struttura, mista adottando una soluzione certo più moderna che avrebbe garantito
             una lunga vita operativa. Prodotto in 100 esemplari dei quali 70 furono acquistati
             dall’Aeronautica Militare con un primo lotto di 50 nel 1952, il biposto Piaggio fu
             utilizzato dapprima per collegamento e traino alianti, poi dal 1965 al 1975 per i
             corsi di cultura aeronautica, infine, dal 1970 al 1975, per la selezione al volo degli
             allievi ufficiali piloti dell’Accademia Aeronautica.
                È certo significativo il fatto che entrambe le macchine siano state acquisite
             dall’Aeronautica Militare nel tentativo di mantenere una base industriale il più
             ampia possibile, ed alla stessa volontà si possono ricondurre gli acquisti di pic-
             cole serie di produzione e di singoli prototipi che caratterizzarono quegli anni,
             riproponendo, come nel caso dei concorsi, una delle formule di supporto all’in-
             dustria tipiche del periodo anteguerra. Così avvenne ad esempio per il Caproni
             Ca.193, un bimotore del 1949 dall’originale configurazione ad elica spingente
             con due motori in linea Walter minor da 160 cv che fu al Reparto sperimentale
             Volo dove rimase dal marzo del 1950 al luglio del 1952 prima di essere restituito
             nel 1956 alla Caproni-Trento, e per il SIAI-Marchetti SM.102, un altro bimotore
             per il trasporto leggero ed il collegamento acquisito in piccola serie. Diversa la
             vicenda del Piaggio P-136, un anfibio che, nella versione equipaggiata con due
             motori Franklin da 215 cv, aveva volato il 29 agosto 1948 ed il 3 gennaio 1950
             venne assegnato al Reparto Sperimentale Volo per il rilievo delle caratteristiche in
             termini di prestazioni e qualità di volo. Tra il giugno del 1951 e l’aprile dell’anno
             seguente ne furono acquisti 22 esemplari che avrebbero operato con i reparti del
             soccorso aereo fino al 1960.
                La via dei concorsi fu battuta ancora all’inizio degli anni ’50 e nel 1951 ne
             venne bandito un altro per un addestratore di secondo periodo che nelle intenzioni
             avrebbe dovuto rimpiazzare il T-6. I tre prototipi presentati, Piaggio P-150, FIAT
             G-49 e Macchi MB-323, tutti equipaggiati con lo stesso motore a nove cilindri a
             stella Pratt&Whitney R1430 da 610 cv, furono oggetto a Guidonia di una intensa
             campagna di prove che impegnò il Reparto Sperimentale Volo nel primo semestre
             del 1954 senza peraltro avere alcun seguito in quanto nessuno dei tre aeromobili
             fu poi prodotto in serie. Il Macchi MB-323 si segnalò per l’aerodinamica più
             curata e la struttura più compatta, ma si stavano ormai facendo strada criteri ad-
             destrativi che per l’addestramento avanzato prevedevano l’impiego di velivoli a
             getto, e c’era comunque un’enorme disponibilità di T-6. Il prototipo, il cui primo]]></page><page Index="109"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                109



             volo era stato effettuato il 3 novembre 1952, ne rimase pertanto l’unico esemplare,
             e contrassegnato con la m.m. 554 è conservato presso il museo storico dell’Ae-
             ronautica Militare di Vigna di Valle.
                La stessa politica dei prototipi e delle piccole serie fu seguita giocoforza nel
             campo dei velivoli a reazione, destinato in prospettiva ad essere dominato dal ma-
             teriale di volo proveniente d’oltreoceano. Il FIAT G.80, primo velivolo di questo
             tipo progettato e costruito in Italia, si alzò in volo ad Amendola il 10 dicembre
             1951 pilotato da Vittore Catella. Montava lo stesso turbogetto, il de Havilland Go-
             blin, già impiegato sul Vampire, ed a dimostrazione delle difficoltà della formula
             ne furono realizzati soltanto due prototipi ed una piccola preserie di tre unità,
             nonostante la sua comparsa fosse stata preannunciata ed accompagnata da una
             campagna pubblicitaria che utilizzò tra i suoi vettori la Rivista Aeronautica anti-
                                                                                    11
             cipando la realizzazione di una versione equipaggiata con il Rolls-Royce Nenè.
             L’Aeronautica Militare era intenzionata ad acquisire una decina di esemplari del
             G.80 per l’addestramento avanzato ma anche questa intenzione non si concretiz-
             zò. Ancora nel 1953, il G.80 veniva però indicato come una delle realizzazioni più
                                                                               12
             importanti, se non la più importante, dell’industria italiana nel dopoguerra,  ed in
             effetti il tentativo di sfruttare le potenzialità della formula fu fatto, peraltro senza
             troppo successo, come avrebbe dimostrato la vicenda del G.82, la versione del
             G.80 potenziata dal Rolls-Royce Nenè.
                Anche l’ultimo velivolo realizzato da Gianni Caproni fu un velivolo a reazio-
             ne, il Caproni F-5 progettato dall’ingegner Stelio Frati, presentato al Reparto Spe-
             rimentale Volo nell’estate del 1952. Il piccolo biposto, dal peso non superiore ai
             790 chilogrammi, era potenziato da un turbogetto Turbomeca Palas da 150 chilo-
             grammi di spinta. Con la matricola civile I-RAIA il prototipo, costruito a Gardolo
             dalla Caproni-Trento, fu oggetto di un’approfondita valutazione che si concluse in
             settembre con la stesura della consueta relazione tecnica. Le installazioni di bordo
             lasciavano a desiderare, caratteristica comune a molte realizzazioni dell’industria
             aeronautica italiana, ma il giudizio sulle qualità di volo in relazione ad un eventua-
             le utilizzo nell’addestramento basico fu ampiamente positivo: rullaggio, decollo e
             atterraggio erano molto facili, sia su prato che su pista, ed il velivolo era stabile,
             maneggevole e facilmente controllabile in ogni assetto e ad ogni velocità, con otti-
             me doti acrobatiche. Queste le considerazioni in merito alle possibilità di impiego:
             “A - IMPIEGO COME VELIVOLO SCUOLA DI PRIMO PERIODO


             11  Velivolo FIAT G80 con turbogetto De Havilland Goblin 35, Rivista Aeronautica 1950/8, pp.
                625-626, e Rivista Aeronautica 1951/5, pp. 383-384. Gli articoli, ricchi di dettagli tecnici
                ed arricchiti da fotografie della linea di produzione ne riportavano tra l’altro la velocità
                massima di progetto, 880 km/h, indicando in 1.588 chilogrammi di spinta la prestazione
                garantita dal motore Goblin.
             12  Gaetano Arturo Crocco, la nostra politica aeronautica, Rivista Aeronautica 1953/6, pp.
                420-428.]]></page><page Index="110"><![CDATA[110                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                  Presenta buone qualità come velivolo scuola per la prima fase di pilotag-
                  gio, qualora si ritenga di iniziare direttamente su velivolo a reazione; unica
                  riserva in questo campo potrebbe essere forse la sensibilità dei comandi di
                  volo un po’ spinta per un inizio di pilotaggio. Prescindendo dalla già rilevata
                  deficienza di installazioni nell’abitacolo posteriore, l’istruttore ha eccellenti
                  possibilità sia in fase di decollo sia in atterraggio sia nel volo acrobatico.
             B -  IMPIEGO COME VELIVOLO SCUOLA DI SECONDO PERIODO
                  È  da escludere a causa della deficienza di installazioni adatte.
             C -  IMPIEGO COME VELIVOLO DI TRANSIZIONE TRA ELICA E REATTORE
                  La estrema facilità con cui qualunque pilota ben addestrato può volare su
                  questo velivolo fa presumere che non vi sia pratica utilità nell’usarlo come
                  velivolo di transizione.
             D -  IMPIEGO  COME VELIVOLO DA ALLENAMENTO
                  Per le sue doti acrobatiche si ritiene il velivolo adatto all’allenamento acro-
                  batico con impiego di reattore.”


                A Guidonia la piccola macchina venne valutata da delegazioni britanniche e
             spagnole, ed anche da una commissione NATO, ma l’idea di iniziare l’addestra-
             mento al volo direttamente su un velivolo a getto non si era ancora affermata
             e questo interesse non fu seguito da alcun ordinativo. Il suo acquisto da parte
             dell’Aeronautica Militare, formalizzato nel 1953, fu sostanzialmente un modo di
             permettere alla ditta di recuperare parte degli investimenti effettuati.
                In considerazione delle limitazioni dell’aeroporto di Guidonia, nel 1953 venne
             costituita a Ciampino una Sezione Velivoli a Reazione del Reparto Sperimentale
             Volo, soluzione provvisoria in attesa del trasferimento su una base modernamente
             attrezzata quale quella di Pratica di Mare. A Ciampino affluirono dunque i tre
             esemplari di preserie del FIAT G.80, il suo successore, il G.82, ed il Sagittario I. Il
             prototipo del G.82, evoluzione del G.80 che utilizzava il più potente motore Rolls-
             Royce Nenè da 2.270 chilogrammi di spinta, volò il 23 maggio 1954 ed il 12 mag-
             gio dell’anno dopo, con il pilota collaudatore Vittorio Sanseverino, fece registrare
                                                        13
             la velocità di 1.028 km/h a 6.000 metri di quota.  Per quanto propagandato come
             velivolo d’addestramento avanzato, e come tale presentato alla NATO sull’ae-
             roporto francese di Villacoublay, il G.82 fu realizzato soltanto in due prototipi e
             quattro esemplari di preserie che dopo essere stati impiegati tra il 1956 e il 1957
             presso la scuola di Amendola vennero assegnati al Reparto Sperimentale Volo. Il
             Sagittario I, realizzato nel 1953 dall’ingegner Stefanutti sulla base del progetto
             del SAI Ambrosini S.7 accoppiando ad un motore a reazione un’ala a freccia, era
             invece inteso come una sorta di dimostratore tecnologico, a premessa di futuri


             13  I 1.028 km/ora del FIAT G.82, Rivista Aeronautica, 1955/6.]]></page><page Index="111"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                111






































             sviluppi, e come tale arrivò al Reparto Sperimentale Volo il 19 novembre 1954.
                Nessuna di queste realizzazioni dell’industria nazionale era destinata a supe-
             rare lo stadio del prototipo o della preserie, il loro sviluppo e la loro industrializ-
             zazione sarebbero costati troppo rispetto a quanto era possibile ottenere da altre
             fonti ed i pochi esemplari costruiti erano destinati a concludere la loro carriera
             alla “Sperimentale”. Queste macchine servirono però a porre le premesse per pro-
             grammi di più ampio respiro, ed a tal proposito è indicativo quanto scritto nella
             relazione emessa il 15 febbraio 1957, al termine del ciclo di prove eseguito sul
             FIAT G.82 di preserie M.M.53887 e mirato a valutarne l’idoneità quale velivolo
             d’addestramento alternativo al T-33. L’attività, che si articolò in dieci sortite per
             poco più di otto ore di volo, si concluse con risultati  lusinghieri per il velivolo
             FIAT, giudicato superiore alla macchina statunitense in termini sia di prestazioni
             che di qualità di volo, potendo raggiungere un numero di Mach più elevato, quasi
             0,9, senza limitazioni di manovra e con un migliore comportamento in vite. Nei
             confronti del T-33 “il G-82 si presenta molto meno impegnativo, più facile e da
             maggiori garanzie di sicurezza, in modo da permettere di iniziare prestissimo
             l’addestramento su di esso; d’altro canto le sue prestazioni permettono di impie-
             garlo fino al completamento di quella fase che è nota come addestramento avan-
             zato”. Di contro, il carattere più facile e sicuro del volo con il G.82 e più “nervo-]]></page><page Index="112"><![CDATA[112                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate






































             so” e impegnativo di quello con il T-33, fa sì che il secondo sia ritenuto più idoneo
             a preparare psicologicamente l’allievo a operare con i gli F-86 e gli F-84G in linea
             presso i reparti caccia e cacciabombardieri. Inoltre il biposto della Lockheed si
             fa preferire per la configurazione di cabina più completa e per la miglior messa a
             punto dell’impianto di pressurizzazione e riscaldamento.
                I primi esemplari del Republic F-84G Thunderjet erano arrivati a Brindisi,
             via mare, il 9 maggio 1952. Fu questa una delle conseguenze della riunione del
             Consiglio Atlantico svoltasi a Lisbona dal 20 al 25 febbraio 1952 che, nel rivedere
             la strategia dell’alleanza nei termini della dottrina della “difesa avanzata”, aveva
             definito nuovi livelli di forza prevedendo oltre 4.000 velivoli da combattimento
             nel teatro europeo e rimuovendo definitivamente i limiti imposti dal trattato di
             pace all’Italia. L’Aeronautica Militare ricevette non meno di 254 Thunderjet nel
             quadro del programma MDAP con una qualche ricaduta industriale legata all’at-
             tività di revisione e di fornitura di parti di ricambio, secondo una formula espres-
             samente studiata dal governo statunitense per non penalizzare in misura eccessiva
             l’industria europea salvaguardando però l’obiettivo si standardizzare le linee di
             volo. Con queste macchine, le prime delle quali vennero ufficialmente consegnate
             a Brindisi il 9 maggio 1952, fu riequipaggiata l’intera componente d’attacco, as-
             segnandole agli stormi 5°, 6° e 51° e nella versione fotografica, che montava una]]></page><page Index="113"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                113



             macchina fotografica planimetrica nel serbatoio di estremità alare sinistro, ad una
             sezione del 3°.
                Con l’entrata in linea di queste macchine, e con la prospettiva di un notevo-
             le potenziamento dello strumento aereo in linea con le decisioni di Lisbona, fu
             deciso di riorganizzare i reparti di volo a partire da quelli aerotattici, vale a dire
             caccia intercettori, cacciabombardieri e ricognitori. Questa operazione di raziona-
             lizzazione, finalizzata ad ottimizzare il supporto tecnico-logistico ed a facilitare
             l’interoperabilità all’interno della NATO attraverso la standardizzazione non solo
             dei mezzi ma anche delle strutture organizzative, si concretizzò alla metà degli
             anni ’50 con la trasformazione degli stormi in aerobrigate. secondo il modello
             del wing statunitense, l’aerobrigata era articolata in un reparto volo su tre gruppi,
             ciascuno con 25 velivoli se si trattava di cacciabombardieri, 18 nel caso di caccia
             intercettori o ricognitori, un reparto efficienza, rifornimento e trasporti (ERT),
             con il compito di garantire l’indispensabile supporto tecnico-manutentivo, ed un
             reparto servizi operativi generali, con compiti di supporto logistico. Nel 1953 si
             trasformarono in aerobrigata gli stormi 6°, ricostituito nel 1951, e 51°, contestual-
             mente al loro passaggio su F-84G, seguiti nel 1956 dal 2°, dal 3°, ricostituito nel
             1948 sull’impianto dello Stormo Baltimore del periodo della cobelligeranza, dal
             4° e dal 5°, montati su F-86E il 2° ed il 4°, su RF-84F il 3° e su F-84F il 5°.
                Nel maggio del 1953 la società Aerfer aveva firmato un accordo di collabora-
             zione con la Republic Aviation ed un contratto con l’UsAF per la fornitura delle
             parti di ricambio gli F-84G Thunderjet, avviando così un importante rapporto di
             collaborazione nel campo dei velivoli a getto che sarebbe proseguito a partire con
             gli F-84F Thunderstreak e gli RF-84F Thunderflash, entrambi derivati dall’F-84G
             modificandone l’architettura per introdurre un’ala a freccia e consentire l’instal-
             lazione di un motore a compressore assiale più potente, il Wright J65 da 3.220
                                                                                 14
             chilogrammi di spinta in luogo del General Electric/Allison J35 da 2.470.  il
             “leasing” dei Thunderjet si esaurì infatti nel 1957, con la restituzione dei velivoli
             all’USAF, mentre già dal 1955 stavano entrando in linea 194 cacciabombardieri
             F-84F, che avrebbero equipaggiato la 5ª, la 6ª e la 51ª aerobrigata, per un totale di
             otto gruppi, e 78 ricognitori RF-84F, destinati ai tre gruppi della 3ª Aerobrigata. A
             differenza dell’F-84G entrambe queste macchine sono rimaste a lungo in servizio,
             il Thunderstreak fino al 1972, il Thunderflash addirittura fino al 1974.
                I velivoli forniti dagli Stati Uniti nel quadro dei programmi di assistenza agli
             alleati europei non furono oggetto di valutazione ma i piloti del Reparto speri-
             mentale Volo furono comunque tra i primi a familiarizzare con gli F-86E, o più

             14  Nel 1956 fu decisa la fusione di  Aerfer e  imAm  in  Aerfer-industrie  meccaniche
                Aeronautiche  Meridionali  con  stabilimenti  a  Pomigliano  d’arco,  Capodichino  e  Vasto,
                quest’ultimo operante nel settore ferroviario che di lì a breve sarebbe stato ceduto ad altra
                azienda. Nel 1958 la ragione sociale fu di nuovo cambiata in Aerfer - Industrie Aerospaziali
                meridionali sotto il controllo del gruppo iRi-Finmeccanica.]]></page><page Index="114"><![CDATA[114                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate






































             esattamente con il Canadair CL-13 Sabre Mk.4, la versione costruita su licenza in
             Canada del caccia statunitense che aveva dominato i cieli della Corea. Nel corso di
             questa attività il 23 novembre 1953, su un F-86E decollato dall’aeroporto inglese
             di North Luffenham, il capitano Umberto Bernardini fu il primo pilota italiano a
             superare la barriera del suono, raggiungendo Mach 1,04 durante una picchiata da
             43.000 a 20.000 piedi. Del Sabre tra il 1954 ed il 1958 furono consegnati all’Aero-
             nautica Militare in conto MDAP 179 esemplari, resi disponibili dalla RAF a segui-
             to dell’entrata in linea dell’Hawker Hunter, che rimasero di proprietà del governo
             statunitense e non ricevettero quindi una matricola militare. Questi caccia diurni,
             che nel caratteristico becco sopra la presa d’aria anteriore alloggiavano l’antenna
             del telemetro radar AN/APG-30, andarono ad equipaggiare la 4ª e la 2ª aerobrigata
             e tra il 1961 ed il 1963, prima di essere radiati, furono utilizzati anche dalla Pattu-
             glia Acrobatica Nazionale, costituita su base permanente il 16 gennaio 1961.
                L’F-86E si aggiungeva all’intercettore ogni tempo F-86K, più pesante e meno
             agile ma dotato di un sistema di controllo dell’armamento tipo E-4 imperniato sul
             radar AN/APG-36 che in prospettiva gli avrebbe permesso di utilizzare anche ar-
             mamento missilistico, montando una coppia di Sidewinder AIM-9B a guida infra-
             rossa, oltre ai quattro cannoni da 20 mm di dotazione standard. Questa modifica fu
             introdotta nel 1959 ma il velivolo era entrato in linea già nel 1955 con il 6° Gruppo]]></page><page Index="115"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                115



             del 1° Stormo Caccia Ogni Tempo, costituito in seno alla 51ª Aerobrigata da cui
             si sarebbe staccato l’anno dopo. Prima di essere definitivamente radiato nel 1973
             l’F-86K avrebbe equipaggiato il 1° Stormo, fino al 1959 quando questo fu trasfor-
             mato in 1 ª Aerobrigata Intercettori Teleguidati, armata con missili Nike Ajax, e
             poi nel tempo, in tutto o in parte, le aerobrigate 51ª e 4ª e gli stormi 36° e 5°. A
             differenza dell’F-86E il “K” fu oggetto di un programma di costruzione su licenza
             lanciato per compensare l’industria italiana della cancellazione del programma
             Venom, il biposto britannico da caccia notturna che avrebbe dovuto affiancare il
             Vampire e di cui era stata pianificata la produzione di non meno di 1.000 esem-
             plari destinati a diverse forze aeree. motivazioni di ordine tecnico ed economico
             portarono nel 1952 ad accantonare questo progetto, che del resto riguardava una
             macchina senz’altro inferiore ai velivoli statunitensi della serie “80”, ma la FIAT
             ottenne la licenza di produzione dell’F-86K e la costruzione dei primi 50 kit di
             montaggio da parte della North American Aviation venne finanziata nel 1953 nel
             quadro del programma MDAP. Per evitare che ultimata la produzione del Vampire
             l’industria italiana si fermasse, con inevitabili contraccolpi sul piano politico e
             sociale, il programma fu portato avanti molto rapidamente ed il primo esemplare
             montato dalla FIAT volò a Torino Caselle già il 23 maggio 1955, pilotato da un
             ufficiale americano, il colonnello Arthur de Bolt. In tutto furono assemblati in
             Italia 221 velivoli destinati alle forze aeree di Italia, Francia, Germania, Olanda
             e Norvegia, 63 dei quali andarono all’Aeronautica Militare. A questi si sarebbero
             aggiunte 22 macchine tedesche ed 8 olandesi,  portando il totale a 93.
                Se l’F-86K rappresentò un deciso salto di qualità dal punto di vista della ca-
             pacità operativa, non meno importante fu l’entrata in linea delle macchine ad ala
             rotante, a cominciare dal Bell Model 47, di cui l’Agusta cominciò la produzione
             su licenza nei primi anni ’50, con una decisione lungimirante che creò le premesse
             per recuperare il gap tecnologico in quel particolare settore e che assicurò alla ditta
             un cospicuo mercato. L’Agusta-Bell AB-47G, dalla caratteristica configurazione
             con la bolla di plexiglas della cabina di pilotaggio e la fusoliera a traliccio, iniziò
             i collaudi in volo il 22 maggio 1954 e l’8 novembre successivo arrivò al Reparto
             Sperimentale Volo. Su questo tipo di aeromobile verrà svolta un’intensa attività,
             procedendo al rilievo delle caratteristiche contrattuali anche degli esemplari de-
             stinati all’Esercito Italiano ed alla valutazione della funzionalità di impianti ed in-
             stallazioni particolari. A partire dalla primavera 1955 gli AB-47 G2 iniziarono ad
             equipaggiare il Centro Elicotteri dell’Aeronautica Militare che già operava con i
             tre Bell Model 47D-1 acquistati nel 1949 dal Ministero dell’Agricoltura per essere
             impiegati nella lotta antimalarica in Sardegna. Gli AB-47G2 sono stati poi utiliz-
             zati dal 31° Stormo e soprattutto, dalla Scuola Volo Elicotteri (SVE), diventata
             72° Stormo nel 1985, che li ha avuti in linea fino ai primi anni ’90.]]></page><page Index="116"><![CDATA[116                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             Il programma G-91
                Nel 1957 il Reparto Sperimentale Volo venne trasferito sulla nuova base di
             Pratica di Mare, in allestimento sul sito di un campo volo a sud di Roma già attivo
             tra il 1942 e il 1944. L’aeroporto era destinato a ospitare la 4ª Aerobrigata ed era
             quindi concepito per l’impiego di moderni aviogetti da combattimento, senza le
             limitazioni derivanti dall’orografia o dalla vicinanza di grossi centri abitati. Nella
             nuova sede il reparto venne subito a essere impegnato da due cicli di prove relativi
             ad altrettanti velivoli di produzione nazionale, l’Aerfer Sagittario 2° ed il FIAT
             G-91. mentre il sagittario 2° era stato disegnato dall’ingegner stefanutti sulla
             base delle sue precedenti esperienze e quale tappa intermedia per la realizzazione
             di un caccia supersonico, il Leone, che sarebbe rimasto sulla carta, il G-91 era
             stato progettato dall’ingegner Gabrielli in risposta ad una specifica NATO per un
             caccia tattico leggero emessa nel dicembre del 1953. Il velivolo avrebbe dovuto
             avere un peso massimo a vuoto di 2.200 chilogrammi e di 4.700 a pieno carico,
             ed essere in grado di intervenire a supporto delle forze terrestri operando anche da
             superfici semipreparate con una corsa di decollo inferiore ai 1.100 metri ed un ca-
             rico bellico di 450 chilogrammi in aggiunta all’armamento di lancio fisso. L’Advi-
             sory Group for Aerospace Research and Development (AGARD) nell’elaborare
             la specifica per conto del Supreme Headquarters Allied Powers Europe (SHAPE)
             indicò come motore il Bristol Siddeley Orpheus da 1.837 chilogrammi di spinta
             al decollo, richiedendo una velocità di 0,95 Mach accompagnata da buona ma-
             novrabilità e facilità di manutenzione, con strumentazione di bordo semplice ma
             adeguata. In risposta al bando, insieme al G-91 ed al Sagittario 2°, che non aveva
             peraltro nessuna possibilità di successo non rispondendo affatto alla specifica,
             furono proposti all’AGARD altri otto velivoli: il Breguet Br.1001 Taon, i Marcel
             Dassault Etendard II, IV, VI, i Folland Fo.139 Midge e Fo.141 Gnat, il Sud-Est
             SE-5003 Barouder ed una versione alleggerita dell’Hawker Hunter. Il progetto
             FIAT, nella cui stesura era stata sfruttata al massimo l’esperienza maturata con la
             produzione su licenza del North American F-86K, fu giudicato tra i più interessan-
             ti, tanto da entrare nella rosa dei candidati per la “fly-off competition” insieme al
             Dassault Etendard VI ed al Breguet Br.1001.
                il G-91 volò per la prima volta a Caselle Torinese il 9 agosto 1956 pilotato da
             Riccardo Bignamini, affermandosi poi grazie soprattutto alle sue doti di maneg-
             gevolezza ed alla razionalità del sistema d’arma nella selezione effettuata da una
             commissione NATO a Bretigny, in Francia. Nonostante questo, per ragioni di na-
             tura politica ed economica più che tecnica, il caccia di Gabrielli fu adottato solo da
             Italia e Germania, venendo costruito in 689 esemplari, 294 dei quali dalla Dornier
             per la Lutwaffe che ne avrebbe poi ceduto 40 al Portogallo. L’esemplare NC1bis
             arrivò al Reparto Sperimentale Volo il 22 marzo 1958, seguito poco dopo dal-]]></page><page Index="117"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                117


































                    15
             l’NC3.  Con questi due prototipi, equipaggiati con la versione del reattore Bristol
             Orpheus da 2.270 chilogrammi di spinta poi utilizzata sulle macchine di produ-
             zione, furono effettuate fino al mese di novembre oltre 260 ore di volo esplorando
             l’inviluppo di volo delimitato da una velocità massima indicata di 540 nodi, da un
             numero di Mach di 0,9 e da un fattore di carico di 6g, per la configurazione senza
             carichi esterni, e da valori di questi parametri pari rispettivamente a 475 nodi,
             Mach 0,85 e 5 g per quella armata con due bombe da 500 libre. Le prove nell’in-
             tervallo di velocità tra 540 e 580 nodi e numero di Mach compreso tra 0,9 e 1 non
             furono completate, tuttavia fu raggiunta più volte la velocità massima indicata di
             580 nodi a quote inferiori a 1.500 piedi ed in quota un numero di Mach pari a 0,93.
                Nel complesso il velivolo, dal punto di vista delle qualità di volo, dimostrò
             di non avere caratteristiche inaccettabili o pericolose e fu giudicato “buono dal
             punto di vista del pilotaggio nell’impiego previsto come caccia tattico a quote
             inferiori ai 10.000 ft”, come recita la relazione emessa il 20 novembre 1958. Per
             quanto riguardava le prestazioni, distanze di decollo e di atterraggio, tempi di
             salita e velocità di stallo furono trovate in linea con i requisiti, mentre più critico
             era il rispetto dei profili di missione, con raggio d’azione di 250 e 280 chilometri
             previsti dal capitolato tecnico. Gli impianti di bordo ebbero un comportamento



             15  Il primo prototipo, NC1, era andato distrutto il 27 febbraio 1957 a causa dell’innescarsi di
                un fenomeno di flutter. Il pilota si era salvato con il paracadute.]]></page><page Index="118"><![CDATA[118                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate






































             soddisfacente, con l’unica eccezione dell’impianto di condizionamento e pressu-
             rizzazione, inefficace ai bassi regimi del motore e con una distribuzione irregolare
             della temperatura in cabina. La valutazione delle configurazioni d’armamento fu
             solo parziale, ma permise di verificare la razionalità dell’installazione delle due
             coppie di mitragliatrici Browning M3 da 12,7 mm sui due lati della fusoliera e
             delle soluzioni previste per il caricamento delle armi di caduta. Le prove di tiro
             diedero risultati paragonabili a quelli ottenibili con altri cacciabombardieri, con
             una percentuale di colpi a segno del 32% con una collimazione delle armi di tipo
             parallelo. L’efficienza dei due prototipi fu elevata, il che permise di svolgere una
             rilevante attività di volo, e l’insieme delle attività manutentive, sia di 1° che di 2°
             livello, venne ritenuto di rapida e semplice esecuzione nonostante alcuni partico-
             lari fossero difficilmente accessibili, come le componenti dell’impianto elettrico
             che potevano essere raggiunte solo sbarcando il motore. il G-91 impegnò il Re-
             parto Sperimentale Volo fino alla metà degli anni ’60, prima con un ciclo di prove
             eseguite tra il luglio del 1958 e il gennaio del 1959 in cooperazione con il 103°
             Gruppo della 2ª Aerobrigata utilizzando 14 macchine di preserie per esplorare il
             comportamento del velivolo in un impiego di tipo operativo e mettere a punto le
             procedure logistico-manutentive, poi con la valutazione di impianti ed equipag-
             giamenti e con l’accettazione dei diversi lotti di produzione.]]></page><page Index="119"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                119



                Più breve e meno significativo fu il rapporto con l’altro velivolo italiano par-
             tecipante al concorso NATO. Benché il progetto non fosse stato ammesso alla
             selezione finale, e non fosse stato quindi finanziato dalla NATO, l’Aerfer portò
             comunque a termine la costruzione di due prototipi del Sagittario 2° il primo dei
             quali volò il 19 maggio 1956. Il secondo esemplare, M.M. 561, fu trasferito il
             25 giugno da Pomigliano d’Arco a Pratica di mare per il rituale ciclo di prove
             inteso a determinarne caratteristiche e prestazioni. il velivolo era un monoposto
             dall’ala a freccia con un angolo di 45° al bordo d’attacco, propulso da un turbo-
             getto a compressore centrifugo Rolls-Royce Derwent IX da 1.815 chilogrammi
             di spinta, ed il 4 dicembre 1956, pilotato dal tenente colonnello Giovanni Fran-
             chini, fu il primo velivolo di costruzione italiana a superare il muro del suono.
             Dalla relazione emessa dal Reparto Sperimentale Volo il 9 marzo 1959 risulta che
             nelle prove effettuate a Pratica di Mare la massima velocità raggiunta fu di 980
             km/h alla quota di 250 metri e che in affondata si arrivò a Mach 0,95 senza che
             si manifestassero fenomeni anormali. Nonostante le prestazioni non disprezzabili
             e le qualità di volo nel complesso soddisfacenti il Sagittario 2° rimase allo stato
             di prototipo ed analoga sorte ebbe l’intercettore leggero Ariete da esso derivato.
             L’Ariete, che oltre al Derwent montava un secondo turbogetto Rolls-Royce Soar
             da 820 chilogrammi di spinta per averne un incremento di potenza in fase di salita
             e in accelerazione, volò il 27 marzo 1958 e arrivò al Reparto Sperimentale Volo
             nell’estate del 1960, senza peraltro essere oggetto di specifiche valutazioni a con-
             ferma della mancanza di interesse dell’Aeronautica militare. Come il sagittario
             2° fu dichiarato fuori uso il 10 ottobre 1963, quando era ormai da tempo ineffi-
             ciente, e destinato al museo storico. Lo sviluppo di un velivolo da combattimento
             di moderna concezione andava al di là delle possibilità dell’industria aeronautica,
             in termini sia di finanziamenti che di tecnologia, con un gap sempre più ampio
             nel settore dei motori ed in quello della nascente avionica che la genialità dei
             progettisti non poteva colmare. Nella consapevolezza di questa situazione, e nella
             convinzione che comunque il velivolo non avrebbe soddisfatto i requisiti operati-
             vi, l’Aeronautica Militare decise di sospendere anche lo sviluppo del Leone. Poco
             dopo l’avvicinarsi della fine del programma MDAP, che sarebbe stato chiuso nel
             1961, dettò l’esigenza di percorrere altre strade e per equipaggiare i reparti caccia
             andando oltre la serie “80” il 18 marzo 1960 fu deciso di puntare sul Lockheed F-
             104G, affiancandosi alla Luftwaffe che il 6 novembre 1958 era arrivata alla stessa
             decisione, seguita ben presto da altre aviazioni europee.
                Per l’alta tecnologia la soluzione rimaneva dunque la produzione su licenza,
             con la FIAT che avrebbe completato il montaggio del suo primo Starfighter il 9
             giugno 1962, iniziando l’anno dopo le consegne dei primi velivoli alla 4ª Aero-
             brigata. La situazione era però diversa quando la componente “sistemi” non era
             così impegnative e le prestazioni erano meno spinte, come nel caso dei velivoli
             da addestramento, un campo in cui l’industria aeronautica fu ancora in grado di]]></page><page Index="120"><![CDATA[120                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             raggiungere livelli di eccellenza, operando in stretto collegamento con la Forza
             Armata nella definizione dei requisiti e nell’attività di messa a punto. Nei primi
             anni ’50 l’ingegner Bazzocchi aveva cominciato a lavorare ad un biposto da ad-
             destramento a reazione con i posti di pilotaggio affiancati e gli impennaggi a V.
             Il progetto venne presentato dalla Macchi all’Aeronautica Militare nel 1953 ed in
             una serie di incontri ne fu definita la configurazione definitiva, a partire dalla cabi-
             na di pilotaggio con i posti in tandem. Il programma MB-326 venne ufficialmente
             lanciato nella primavera del 1956 con la firma di un contratto che prevedeva la
             costruzione di due prototipi e di una cellula per le prove statiche, per un importo di
             463 milioni di lire pari a poco più della metà degli 860 milioni investiti dalla ditta.
             Il primo prototipo si alzò in volo a Venegono pilotato da Carestiato il 10 dicembre
             1957 e nel settembre del 1958 arrivò al Reparto Sperimentale Volo per un primo
             ciclo di prove dimostrandosi subito una macchina di primordine. Costruito in oltre
             800 esemplari, dei quali 145 per l’Aeronautica Militare, è stato forse il maggior
             successo dell’industria italiana, ma non certo un  prodotto di alta tecnologia.


             Conclusioni
                Negli anni del secondo dopoguerra il rapporto tra l’Aeronautica militare e l’in-
             dustria aeronautica nazionale, di fondamentale importanza per poter esprimere
             una qualche forma di potere aereo, è stato inevitabilmente condizionato da fattori
             di ordine interno ed esterno, tutti in qualche modo riconducibili alle esigenze del-
             la ricostruzione ed allo sforzo della neonata Repubblica di trovare una credibile
             collocazione internazionale. i vincoli imposti prima dall’armistizio e poi dal trat-
             tato di pace, e l’incombere di altre priorità in un Paese devastato dalla guerra non
             permisero l’immediato rilancio di un settore che già sul finire degli anni ’30 aveva
             cominciato a soffrire di un divario tecnologico sempre più ampio nei confronti di
             altre realtà industriali, scontando poi anche le conseguenze di una politica indu-
             striale condizionata da carenze intrinseche, innanzitutto nel campo dei propulsori,
             e dall’obiettivo di fondo di garantire la pace sociale con una distribuzione il più
             ampia possibile delle commesse. Nella consapevolezza di queste difficoltà l’A-
             eronautica Militare, mentre utilizzava l’abbandonante disponibilità di “surplus”
             delle aviazioni alleate, cercò di incoraggiare le iniziative nel frattempo avviate
             dalle ditte ancora attive utilizzando strumenti tradizionali, ben noti nel mondo
             aeronautico d’anteguerra, i concorsi e la costruzione di prototipi, seguiti o meno
             dalla realizzazione di pochi esemplari di preserie. Tutto questo era però possibile,
             e con risultati spesso deludenti, solo in quei settori, come l’addestramento e il col-
             legamento, dove non era necessario ricorrere a soluzioni tecnologiche avanzate.
             Nel campo dei velivoli da combattimento si cercò di ripercorrere la strada delle
             produzioni su licenza, ma da questo punto di vista il programma Vampire, che
             pure ebbe il merito di incoraggiare la cooperazione industriale tra le due principali
             ditte aeronautiche, Macchi e FIAT, fu un fallimento, dal momento che il velivolo]]></page><page Index="121"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                121


































































                              Manifestazione Aerea Fiumicino. M.A.F. 1956]]></page><page Index="122"><![CDATA[122                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate







































             britannico non poteva competere né dal punto di vista tecnico, né in termini di
             costo di acquisizione, con le macchine statunitensi disponibili nell’ambito del pro-
             gramma MDAP. Furono queste ad equipaggiare gli stormi e le aerobrigate degli
             anni ’50, facendo compiere un deciso salto di qualità all’Aeronautica Militare ma
             bloccando qualsiasi possibilità di sviluppo e decretando la fine dei programmi
             G.82 e Leone, avviati con molte speranze e troppo ottimismo dall’industria na-
             zionale. L’esperienza così maturata, ed il pur limitato trasferimento di tecnologia
             associato alla revisione e alla costruzione di parti di ricambio per i velivoli sta-
             tunitensi della serie “80” furono però fondamentali per il successo di programmi
             G-91 ed MB-326 con i quali l’industria aeronautica italiana riuscì a trovare una
             sua dimensione in settori di nicchia, accantonando per il momento la ricerca di più
             ambiziosi traguardi.]]></page><page Index="123"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                123



             Bibliografia
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             AA.VV., Aermacchi. Dal Nieuport all’AM-X, G. Apostolo Editore, Milano, 1979.
             AA.VV., Aermacchi 1913-2003, Aermacchi World, Varese, 2003.
             AA.VV., Gli anni ruggenti della nostra aeronautica, Supplemento “Aerei nella
                Storia” n. 34, febbraio-marzo 2004.
             Abate Rosario, Alegi Gregory, Apostolo Giorgio, Aeroplani Caproni. Gianni Ca-
                proni ideatore e costruttore di aeroplani, Giorgio Apostolo Editore, Milano,
                1992.
             Bassi Alberto, L’archivio storico Breda e la storia del design aeronautico, in Pao-
                lo Ferrari (a cura di), “L’aeronautica italiana. Una storia del Novecento”, Fran-
                coAngeli Storia, Milano, 2004, pp. 109-114.
             Caggiani Salvatore, Episodi delle costruzioni aeronautiche italiane del dopoguer-
                ra, Rivista Aeronautica, n.4/1980.
             Crocco  Gaetano  Arturo,  la nostra politica  aeronautica,  Rivista  Aeronautica
                1953/6, pp. 420-428.
             De Prato Tullio, ripresa aeronautica, Rivista Aeronautica, 1950/1, pp. 19-20.
             De Prato Tullio, Del senno di poi, Rivista Aeronautica 1950/3, pp. 169-170.
             Di Martino Basilio, Cronache della Sperimentale. Il Reparto sperimentale Volo
                dal 1948 ai giorni nostri, Stato Maggiore Aeronautica, 5° Reparto, Ufficio
                Documentazione e Attività Promozionali, Roma, 1996.
             Ferrari Massimo, Trasformazione e ridimensionamento dell’industria aeronautica
                nel secondo dopoguerra, in Paolo Ferrari (a cura di), “L’aeronautica italiana.
                Una storia del Novecento”, FrancoAngeli Storia, Milano, 2004, pp. 125-126.
             Licheri  Sebastiano,  L’aeronautica  italiana  all’indomani  della  Liberazione,  in
                “L’Italia in guerra. Il sesto anno (1945)”, Commissione Italiana di Storia Mili-
                tare, Roma, 1996, pp. 435-454.]]></page><page Index="124"><![CDATA[]]></page><page Index="125"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                125



             Il contributo dei Carabinieri
             alla ricostruzione del Paese



             Flavio CarBone     1



             Premessa
                   Arma dei Carabinieri, fondata durante la Restaurazione nel Regno di Sar-
             L’degna il 13 luglio 1814, dopo l’Unità d’Italia estese l’area di competenza a
             tutto l’intero Regno d’italia dalle Alpi alla piccola isola di Lampedusa nel mezzo
             del mare Mediterraneo. Dopo circa 85 anni dall’Unità, due guerre mondiali, 20
             anni di dittatura, il cosiddetto periodo della cobelligeranza, i cittadini italiani, con
             il referendum del 2 giugno 1946, scelsero di modificare la forma di stato da mo-
             narchica a repubblicana. Così, il nuovo stato mantenne le vecchie strutture che
             provenivano da una tradizione di lungo periodo come le Ferrovie, le Poste Italia-
             ne, l’organizzazione amministrativa e, naturalmente, i Carabinieri.


             I Carabinieri nell’immediato dopoguerra
                L’Arma dei Carabinieri uscì dalla Seconda Guerra Mondiale provata per il
             sacrificio offerto dai propri militari nella difesa del Paese. Tra tutti i caduti emer-
             gono alcune figure significative che rappresentano solamente una modestissima
             parte di chi rimase a tutelare i cittadini. Si possono ricordare il Vicebrigadiere
             Salvo D’Acquisto a Torre di Palidoro in provincia di Roma (1943) e i Carabinieri
             Vittorio Marandola, Alberto La Rocca e Fulvio Sbarretti che a Fiesole, in provin-
             cia di Firenze (1944), offrirono la propria vita per evitare inutili rappresaglie alla
                              2
             popolazione civile .
                A tal proposito, è indispensabile ricordare che il servizio dei Carabinieri, come
             testimoniato dai molti caduti, non era limitato alla partecipazione alle operazioni
             belliche quale forza combattente o con funzioni di polizia militare, bensì stretta-
             mente legato alla popolazione, al territorio e alla necessità di garantire il regolare
             svolgimento della vita pubblica e privata quali militari appartenenti ad una forza
             dell’ordine a statuto militare per l’appunto.
                Il  contributo  di  sangue  e  le  indiscusse  capacità  professionali  dei  militari
             dell’Arma costituirono un sicuro riferimento anche per le Potenze Alleate che
             riconobbero, sin dai primissimi giorni successivi allo sbarco in Sicilia (10 luglio

             1  Tenente colonnello, Capo Sezione Archivio dell’Ufficio Storico dell’Arma dei Carabinieri.
             2  ArnAldo FerrArA (a cura di), I carabinieri nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione,
                Roma, Ente Editoriale per l’Arma dei Carabinieri, 1978.]]></page><page Index="126"><![CDATA[126                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             1943), l’innegabile validità di una Istituzione ultracentenaria salda sulle proprie
                      3
             tradizioni .
                Ciò portò evidentemente anche un rispetto verso tale organizzazione. Infatti, se
             le clausole del Trattato di Pace fissavano la forza dell’Esercito italiano in 185.000
             unità, è pur vero che quella dei Carabinieri era stabilizzata su 65.000 uomini, saliti
                                                                  4
             a 75.000 nel 1948. Ciò anche in conseguenza di altri fattori .
                L’Italia, com’è noto, al termine del Secondo Conflitto Mondiale, subì le pesanti
             restrizioni legate all’applicazione del trattato di pace del 10 febbraio 1947 siglato
             con le potenze vincitrici . In particolare, l’Esercito, del quale l’Arma era una com-
                                  5
             ponente, aveva subito drastici tagli e ridimensionamenti insieme alle altre Forze
             Armate. Inoltre, a tali limitazioni se ne aggiunsero altre, tra le quali si possono
             ricordare il forte disavanzo economico e l’orientamento di natura politica ad un
             sistema di difesa ove si delegavano altri Paesi . Tale situazione ebbe un cambio di
                                                     6
             orientamento con l’adesione, per volontà del Gabinetto De Gasperi, al Trattato di
             Washington dell’aprile 1949 che istituiva la NATO (North Atlantic Treaty Organi-
             sation), della quale l’Italia si presentava convinta assertrice e membro fondatore.
                A seguito di ciò, si ebbe un incremento nei bilanci della Difesa per quanto
             riguarda la ricostruzione dell’Esercito, che ricevettero un’ulteriore accelerazione
             con gli accordi bilaterali siglati con gli USA il 27 gennaio 1950, ovvero la mutua
             assistenza difensiva (MAP) attraverso la quale materiali eccedenti il limite fissato
             dagli accordi di pace sarebbero stati forniti proprio dagli USA. Inoltre, in tale pe-
             riodo suscitò grande preoccupazione la corsa agli armamenti da parte dei Paesi del

             3  In particolare, è sottolineata la posizione degli inglesi: “Due giorni [22 settembre 1943]
                dopo il ministro degli Esteri inglese Anthony Eden rispondeva così a una interrogazione
                dell’opposizione:  «Perché  usiamo  i  carabinieri?  La  Camera  sa  che  essi  non  sono
                un’organizzazione di tradizioni fasciste. Al contrario essi esistevano in italia molto tempo
                prima  del  regime.  Supponiamo  per  comodità  di  discussione  che  non  avessimo  usato  i
                carabinieri.  Cosa avremmo  dovuto  fare?  Avremmo  dovuto  impiegare  almeno  10.000
                soldati britannici per svolgere il loro compito, non altrettanto bene»”, AlessAndro Politi,
                La storia dei Carabinieri – 17 – La caduta del fascismo in “Il Carabiniere” a. XLVI, n. 8-9
                agosto/settembre 1993, pp. 79-94 e, in particolare, p. 94.
                Gli  inserti  curati  dall’autore  sono stati  resi consultabili  anche  sul  sito istituzionale
                dell’Arma;  in  particolare,  si  veda  http://www.carabinieri.it/internet/Arma/ieri/storia/
                Vista+da/Fascicolo+17/05_fascicolo+17.htm, consultato il 20 novembre 2012.
             4  Pier PAolo MeccAriello, Le Forze di Polizia militari nel Dopoguerra, in coMMissione
                itAliAnA di storiA MilitAre, Repubblica e Forze Armate – Linee interpretative e di ricerca,
                Roma, IPI, pp. 195-233.
             5  leoPoldo  nuti,  L’esercito  italiano  nel  secondo  dopoguerra,  1945-1950  :  la  sua
                ricostruzione e l’assistenza militare alleata, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito - Ufficio
                storico, 1989.
             6  enrico Pino, l’esercito e la ripresa in coMMissione itAliAnA di storiA MilitAre, l’italia
                nel nuovo quadro internazionale e la ripresa (1947-1956), Gaeta, Stabilimento Grafico
                Militare, 2000, pp. 15-21.]]></page><page Index="127"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                127



                                                                                    7
             cosiddetto “Blocco di Varsavia” e gli esperimenti nucleari condotti dai Sovietici .
                Ciò spinse anche le Forze Armate dei Paesi Occidentali verso un continuo am-
             modernamento dei materiali e degli equipaggiamenti bellici con la ripresa anche
             dell’industria meccanica nazionale. Di tutto ciò beneficiò, in parte, anche l’Arma
             dei Carabinieri per quanto riguarda la sua componente militare.

             Tra riorganizzazione ed evoluzione operativa:
             la sfida alla ruralizzazione dell’Arma
                L’istituzione affrontò il periodo 1945/1955 con grande attenzione. in partico-
             lare, già nel corso delle operazioni belliche, l’Arma dei Carabinieri predispose
             alcuni reparti quali nuclei iniziali di formazione allo scopo di ricostruire i Co-
             mandi che la Rsi aveva soppresso con la cattura e la deportazione degli ultimi
             Carabinieri rimasti sul posto per aiutare e sostenere la popolazione locale. Così,
             a mero titolo esemplificativo, si può ricordare il più famoso “contingente R” che
             rappresentò, con il suo chiaro esempio di efficienza ed efficacia, lo strumento
             messo a disposizione dal Comando Generale per ricostruire lo stato. L’arrivo del
             “Contingente R” nella Capitale e di tutti gli altri reparti approntati successiva-
             mente sino alla fine delle operazioni belliche nei rispettivi centri preventivamente
             individuati intendeva raggiungere più scopi: rioccupare le caserme dell’Arma nei
             territori liberati; ripristinare velocemente il servizio; garantire al contempo il ri-
             torno alla cosiddetta normalità, per quanto le operazioni belliche e le successive
                                                            8
             operazioni di smobilitazione avrebbero reso possibile .
                Il Comandante Generale, l’8 maggio 1945, così si rivolgeva a tutti i Carabinieri
             ricordando chi aveva sofferto pene indicibili: “Con la cessazione delle ostilità in
             Italia ed in Europa, i nostri commilitoni deportati nei campi di concentramento
             in Germania e quelli ancora prigionieri in lontani continenti avranno la sospirata
             gioia di ritornare in Patria. […] Li attendono con pari esultanza i componenti di
             una più grande famiglia: quella dell’Arma, che essi hanno onorata ed illustrata in
             terra straniera con la loro fede ed il loro indomito coraggio. in circostanze estre-
             mamente difficili, nelle alterne vicende dell’immane conflitto, essi compirono fino
             agli estremi il loro dovere di soldati e, resistendo a lusinghe e minacce, tennero







             7  Si veda anche Pietro PAstorello, la scelta atlantica in coMMissione itAliA di storiA
                MilitAre, Le Forze Armate dalla scelta repubblicana alla partecipazione atlantica,
                Gaeta, Stabilimento Grafico Militare, 1999, pp. 117-125.
             8  GoFFredo MencAGli – MAssiMo coltrinAri, I Carabinieri in servizio d’istituto nella testa
                di ponte di anzio, in “Rassegna dell’Arma dei Carabinieri”, a. XLIV, n. 2 – aprile-giugno
                1996, pp. 17-25 e, in particolare, p. 21.]]></page><page Index="128"><![CDATA[128                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                         9
             fede al loro impegno d’onore” . Il ritorno in Italia, per alcuni non immediato al
             termine del lungo conflitto bellico,  e il tentativo di riprendere la regolare vita
             “in tempo di pace” non rappresentarono neppure per i Carabinieri una questione
             particolarmente facile da gestire. Non si dimentichi che si trattò di accogliere in
             Italia e presso i centri raccolta dei Carabinieri Reali, istituiti presso tutti i Comandi
             di Legione, il personale che affluiva dalle diverse zone del Nord d’Italia liberato,
             dal rientro dall’internamento e via dicendo. Si pensi che, per citarne uno solo, il
             31 luglio 1945 chiuse quello di Roma, aperto il 4 giugno 1944 con la liberazione
             della Capitale e rimasto in funzione per oltre un anno. Evidentemente, si dovette
             attendere la fine della guerra per poter terminare le operazioni di raccolta e di
             smistamento del personale al rientro da varie situazioni peraltro, generalmente,
                           10
             pure di disagio .
                Tutti i problemi ora esposti non fermarono l’azione dei Carabinieri. A questo
             punto, è utile fornire alcuni accenni all’attenzione che l’Arma dei Carabinieri ha
             mostrato nel periodo sulle attività di polizia giudiziaria. In particolare, nel 1953, il
             Comandante Generale così si esprimeva ai reparti dipendenti: “L’attività di poli-
             zia giudiziaria dell’Arma, per riconoscimento concorde di magistrati e di autorità
             varie, si è sempre inspirata all’osservanza più stretta delle norme di legge, con un
             apprezzato senso di umanità. Ligi, per antica tradizione, al dovere di tutelare l’in-
             columità fisica e dei beni dei cittadini, i carabinieri hanno sempre operato, sospinti
             da un chiaro senso di obiettività, pensosi soltanto di fare sempre gli interessi della
             giustizia, senza tentennamenti, imparzialmente. Tuttavia, non credo superfluo (ora
             che sulla stampa spesso ricorrono motivi di critica sfavorevole all’azione della
             polizia giudiziaria) raccomandare che l’Arma: - continui serena nella sua funzione
             precipua di organo ausiliario della giustizia penale; - verificandosi delitti, per i
             quali l’opinione pubblica si commuove e, attraverso i giornali, reclama l’immedia-
             ta identificazione del reo, non si lasci impressionare, per raggiungere comunque
             lo scopo. Prosegua, invece, le sue indagini col massimo zelo, ma valutando fatti,
             uomini e situazioni, alla luce di prove sicure o con indizi inconfutabili, per nulla
             preoccupata di eventuali insuccessi. L’indagine di polizia giudiziaria – è risaputo
             – costituisce spesso un lavoro lungo, paziente, tormentoso; un lavoro di staccia-
             tura degli elementi raccolti, che esige oltre che un felice intuito, una serena pon-
             deratezza. Perché un fatto, un sintomo, una circostanza qualsiasi che, a un primo

             9  Archivio Storico dell’Arma dei Carabinieri (d’ora in poi ASACC), fondo Reggimento a
                Cavallo, serie Gruppo Squadroni, carteggio classificato, R-15-11-1945, fondo in fase di
                riordinamento, Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri Reali – Ufficio Segreteria
                e  Riservato,  Ordine  del  giorno  dell’8  maggio  1945  a  firma  del  Comandante  Generale,
                generale Brunetto Brunetti.
             10  ASACC,  fondo  Reggimento  a  Cavallo,  serie  Gruppo  Squadroni,  carteggio  classificato,
                R-15-17-1945, Legione Territoriale Carabinieri Reali di Roma – Ufficio Comando, lettera
                n. 101/19 di prot. Ris. Datata 20 agosto 1945.]]></page><page Index="129"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                129



             esame, possono apparire insignificanti, talora sono la chiave di volta di tutta una
             complessa vicenda. E occorre quindi analizzarli con tenacia, per nulla fuorviati
             dalle ipotesi di stampa, le quali, per se logiche, possono non sempre essere giuste;
             - tenga presente, ai fini della ricostruzione di un delitto e della identificazione del
             reo, che la logica vuol essere solo una guida; ma che le conclusioni da essa de-
             dotte non hanno alcun valore, se non sono suffragate da prove obiettive; curi, con
             somma diligenza (e secondo la tecnica dei rilevamenti, per i quali sono stati forniti
             i mezzi indispensabili), l’acquisizione degli elementi materiali relativi al delitto,
             perché essi, qualunque possa essere l’evoluzione della vicenda processuale, non
             mutano mai, costituiscono i pilastri sui quali si può costruire l’edificio dell’accu-
             sa, senza pericolo di demolizioni. La stessa confessione dell’inquisito assume un
             valore molto relativo, senza il conforto di prove inconfutabili; - negl’interrogatori
             dei rei, delle parti lese e dei testimoni, abbia come norma costante che l’ufficiale
             di polizia giudiziaria deve procedere con pacatezza, senza nessuna pressione, né
             diretta, né indiretta; che le persone interrogate devono rispondere spontaneamente
             e che, solo attraverso abili contestazioni, mosse senza preconcetti, si può con buo-
             na probabilità, arrivare a conclusioni utili; - precisi sempre, nei processi verbali
             di interrogatorio, la domanda formulata all’interrogando sulle singole posizioni,
             bandendo la vieta frase «a domanda risponde». E ciò per evitare che l’interrogato,
             in altra sede, possa dire di aver equivocato sulla domanda fattagli dall’ufficiale di
             Polizia Giudiziaria; - consideri ognora che, per ciascun inquisito, bisogna pro-
             vare la reità e non l’innocenza, la quale dev’essere presunta fino a prova con-
             traria [nel testo]; - prima di arrestare o fermare persone inquisite, ove non si tratti
             di reità flagrante, per la quale sia stabilito l’arresto obbligatorio, deve raccogliere
             elementi concreti e positivi, e prospettarli subito al magistrato competente [nel
             testo], per la conseguente autorizzazione; - per gli arresti facoltativi, tenga sempre
             conto dei precedenti e della reputazione delle persone, limitandosi ai soli casi di
             individui pericolosi per la pubblica o privata sicurezza; - in conclusione, operi
             sempre in modo da garantire la massima tutela della libertà, della dignità e della
             persona umana dei cittadini. Rammento, poi, la più stretta osservanza dell’obbli-
             go del segreto, […]. Sia evitata, infine, ogni forma di esibizionismo, specie sulla
             stampa, da parte di militari operanti. Quello di perseguire i rei è un dovere che
             l’Arma deve adempiere verso i consociati, con perfetto stile di consapevole auste-
                                                                        11
             rità. Ne guadagna così ancor di più il suo prestigio e il suo decoro” .
                Inoltre, è particolarmente significativa un’ulteriore attenzione verso il setto-
             re attraverso la pubblicazione e la diffusione di uno strumento di lavoro molto


             11  ASACC, Documentoteca (d’ora in poi D), faldone 1809, fascicolo 5, atto 7, Comando
                Generale dell’Arma dei Carabinieri – Ufficio Servizio e Situazione, circolare n. 746/1 di
                prot. R.P. datata 3 settembre 1953, avente ad oggetto “Indagini di polizia giudiziaria”. La
                circolare è a firma del Comandante Generale Alberto Mannerini.]]></page><page Index="130"><![CDATA[130                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             particolare: L’istruzione di tecnica di polizia giudiziaria. Nel 1954, il Comando
             Generale diede alle stampe la “istruzione di tecnica di polizia giudiziaria per l’Ar-
                               12
             ma dei Carabinieri” . L’obiettivo della pubblicazione assume valore strategico
             ed è riportato sommessamente nella nota introduttiva: “La presente istruzione ha
             lo scopo di guidare praticamente i militari dell’Arma dei Carabinieri nello svol-
             gimento delle funzioni che sono loro devolute in qualità di ufficiali ed agenti di
             polizia giudiziaria, affinché, nella scrupolosa e coscienziosa osservanza delle nor-
             me contenute nel codice di procedura penale – che debbono perfettamente cono-
             scere – diventi per essi abituale l’impiego dei vari tecnicisimi nelle investigazioni
             giudiziarie. […] Presupposti fondamentali che gli appartenenti all’Arma devono
             avere sempre presenti, per poter bene esercitare tale delicatissima funzione, sono
             altresì quelli di:
             1)  adoperarsi per tener desto lo spirito d’osservazione e per affinare la capacità di
                sintesi e di analisi e rinvigorire la memoria, ciò che servirà a svolgere proficua-
                mente ed a conferire calore alla attività investigativa;
             2)  caratterizzare la propria azione con quelle che sono le virtù insite nella loro
                qualità di «soldati», in quanto, per poter agire contro la criminalità, sono, oggi
                più che mai, indispensabili il coraggio e lo spirito di sacrificio; mentre doti
                altrettanto necessarie, in chi è chiamato ad operare nel campo ed a protezione
                delle più gelose libertà costituzionali del cittadino, sono il senso dell’onore,
                l’obbiettività, la lealtà e la generosità.
                In tal modo l’Arma dei Carabinieri, per la quale la polizia giudiziaria è compito
             preminente d’istituto, continuerà ad essere alla altezza della sua tradizionale fun-
             zione di collaboratrice fedele ed obbiettiva della giustizia penale” .
                                                                       13
                Si comprende bene, attraverso le parole riportate nel testo, l’attenzione di tutta
             l’Arma verso l’assolvimento di una funzione fondamentale che manteneva, in-
             sieme alle altre assolte quotidianamente, i Carabinieri vicini ai cittadini. Con tali
             considerazioni si deve comprendere lo sforzo dell’Istituzione. Nel corso del 1955,
             inoltre, “sono state ulteriormente potenziate e notevolmente aumentate di numero
             le «squadre» di militari specializzati, fornite di mezzi tecnici per le investigazioni
             e di mezzi celeri di trasporto, in ausilio alle stazioni per lo specifico settore della
             polizia giudiziaria. Le squadre, che sono ora in ogni sede giudiziaria, sono inter-
             venute per l’accertamento di n. 7.358 delitti gravi” . Quindi si può concludere che
                                                         14
             lo sforzo fu ampio, complesso e strutturato ma che, allo stesso tempo, consentì

             12  coMAndo GenerAle dell’ArMA dei cArAbinieri – uFFicio AddestrAMento e reGolAMenti,
                Istruzione di tecnica di polizia giudiziaria per l’Arma dei Carabinieri, Roma, Tipografia
                del Comando Generale Carabinieri, 1954.
             13  Iivi, pp. 7-8.
             14  coMAndo  GenerAle  dell’ArMA  dei  cArAbinieri  –  uFFicio  servizio  e  situAzione,  Dati
                statistici sulle più importanti attività svolte dall’Arma dei Carabinieri nel decennio 1946-
                1955, [s.l. ma Roma], [s.d. prob. 1956], p. 9.]]></page><page Index="131"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                131




































































                   Carabinieri a piedi con grande uniforme ridotta con cappotto. 1949-64.]]></page><page Index="132"><![CDATA[132                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             di formare generazioni di ufficiali, sottufficiali e carabinieri con un bagaglio che
             già presso le strutture addestrative forniva più strumenti interpretativi, distinti in
             funzione dei differenti compiti da assolvere, per la gestione di attività operative
             nel delicato e sensibile campo delle indagini di polizia giudiziaria.
                In questo ambito, si deve segnalare che il periodo preso in esame fu anche
             interessante  per l’avvio  di alcune  intuizioni  relative  all’organizzazione  interna
             dell’Arma che, tuttavia, ebbero un vero e proprio sviluppo il decennio successivo,
             in linea anche con l’evoluzione tecnologica che contribuì decisamente alla trasfor-
             mazione del Paese. A tale scopo, si ritiene utile citare due esempi:
                                  15
             -  Servizio subacquei . Già nell’estate del 1953, l’Arma dei Carabinieri costituì
                due piccoli nuclei di militari subacquei dislocati a Genova e a Napoli, appro-
                fittando delle esperienze maturate da alcuni centri di addestramento avviati da
                coloro i quali si erano già distinti in eccezionali imprese belliche dell’ultimo
                conflitto mondiale. Ciò consentì di rendere immediatamente operativi i due
                piccoli “Nuclei Carabinieri Subacquei” concentrati presso le legioni di quel-
                li che erano i “principali porti d’Italia” e che, di conseguenza, a fine agosto
                potevano essere considerati perfettamente efficienti. Le modalità d’impiego
                dell’epoca prevedevano che i militari selezionati fossero impiegati nel nor-
                male servizio d’istituto salvo essere chiamati a prestare la propria opera nel
                corso di operazioni di polizia giudiziaria le cui implicazioni avessero stretta
                connessione con l’acqua (mare, laghi, fiumi e pozzi), provvedendo al recupero
                di refurtiva, di cadaveri e di fonti di prova utili per la prosecuzione di indagini
                che diversamente non sarebbe stato possibile proseguire . È da osservare, tut-
                                                                  16
                tavia, che i due piccoli reparti, il 1° agosto di due anni dopo (1955) furono fatti
                concentrare a Genova in un unico reparto. Ciò che è significativo da segnalare
                è che, evidentemente, trattandosi di una specialità ad elevata qualificazione sia
                per la formazione del personale, sia per i particolari materiali tecnici che si sta-
                vano sviluppando, si ritenne più funzionale per le esigenze dell’Arma concen-
                trare i militari in un unico centro allo scopo di garantire un’azione più efficace
                a favore dell’organizzazione territoriale. Nel decennio successivo, però, grazie
                all’impiego di nuovi e più avanzati materiali tecnici e in analogia a quanto
                praticato per il naviglio leggero nell’arco dello stesso periodo, il Comando
                Generale rinforzò efficacemente tale settore che si trasformò progressivamente
                in uno speciale servizio subacquei strettamente connesso al settore navale allo
                scopo di conferire un più rapido intervento soprattutto su allarme . il perso-
                                                                           17
                nale selezionato fu sottoposto a corsi particolarmente duri e poi dislocato nei


             15  coMAndo GenerAle dell’ArMA dei cArAbinieri, Carabinieri Subacquei, s.i. [ma Roma],
                Edizioni Il Carabiniere, 1972, p. 2.
             16  Ivi, p. 5.
             17  Ivi, p. 7.]]></page><page Index="133"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                133



                principali centri marittimi italiani.
                Circa vent’anni dopo la costituzione di tali piccoli nuclei si potevano già trarre
                alcune conclusioni: “i subacquei dell’Arma hanno fatto, si può dire, di tutto.
                Sono stati fra i primi biologi subacquei (il problema dell’inquinamento delle
                acque, se pure recente, non è nuovo [1972], hanno ritrovato e scoperto mate-
                riali archeologici di grande valore, riportato alla superficie i corpi senza vita
                delle vittime della violenza dell’uomo e della natura; hanno recuperato dalla
                melma dei fondali e dagli anfratti rocciosi i più diversi corpi di reato, quali
                armi, indumenti, oggetti preziosi, targhe automobilistiche; hanno addirittura
                catturato un evaso che si era rifugiato in una grotta con ingresso sottomarino;
                hanno ispezionato le strutture statiche immerse di ponti su fiumi in piena e di
                edifici in zone allagate; hanno prestato il proprio soccorso alle popolazioni
                alluvionate, in Italia e all’estero. In definitiva, hanno assolto in acqua i compiti
                che i colleghi svolgevano a terra, integrandoli con altre funzioni che, all’epoca,
                non potevano essere assolte da professionalità sviluppatesi successivamente.
             -  Servizio di investigazioni scientifiche . Il 15 dicembre 1955 fu istituito, pres-
                                                  18
                so la Scuola Ufficiali Carabinieri, un gabinetto centrale di documentazione e
                di indagini tecnico-scientifiche che costituì la base per lo sviluppo di nuove
                attività d’indagine su base tecnica e scientifica tanto che, dopo dieci anni, il
                1° dicembre 1965, fu elevato a Centro Carabinieri Investigazioni Scientifi-
                che potenziando considerevolmente la capacità di analisi tecniche a supporto
                dell’azione investigativa dei reparti dell’Arma dei Carabinieri per arrivare al
                reparto di altissima specializzazione e competenza attualmente esistente sotto
                il nome di Ra.C.i.s..
                È necessario sottolineare alcuni aspetti ovvero che la costituzione di tali spe-
             ciali reparti e professionalità interne all’Arma sottace l’attenzione verso l’evolu-
             zione tecnologica e l’adeguamento delle strutture istituzionali, nonché il bisogno
             di sviluppare un’azione di contrasto più efficace alle strategie adottate dalla cri-
             minalità comune ed organizzata che si stava sviluppando nel periodo in analisi. Si
             può affermare quindi che, nel decennio successivo, un nuovo vento d’innovazione
             nell’uso delle tecnologie spirasse sull’Arma dei Carabinieri, tanto che tali servizi
             costituirono un laboratorio ricco di esperienze che furono organizzate, formate e
             orientate a fornire supporti all’azione di contrasto della criminalità e all’eversione
             per il successivo periodo storico.









             18  http://www.carabinieri.it/internet/Arma/Oggi/RACis/ consultato il 8 agosto 2012.]]></page><page Index="134"><![CDATA[134                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             Il contrasto ai fenomeni eversivi e di criminalità organizzata
                Dalla fine degli anni quaranta all’inizio del decennio successivo, il Comando
             Generale dell’Arma dei Carabinieri avviò una nuova riflessione allo scopo di rin-
             forzare l’azione dei Carabinieri nella lotta alla criminalità. Così, si diede corso ad
             un nuovo approccio per contrastare il crimine, in questo caso, in stretta connes-
             sione con l’uso delle nuove tecnologie con particolare riferimento a quelle per le
             scienze forensi. Per quanto riguarda la lotta al banditismo siciliano, il Calendario
             dell’Arma per il 1951 così si esprimeva a proposito: “La strada per giungere a tale
             definitivo successo [la morte di Giuliano] fu per i Carabinieri dei reparti insulari
             e specie per quelli del C.F.R.B. (Corpo Forze Repressione Banditismo, coman-
             dato dal colonnello – ora generale – Ugo Luca), molto dura, lunga e cruenta (71
             militari caduti e centinaia di feriti sino al luglio 1950), e ciò per la formidabile
             organizzazione dell’agguerrito e subdolo nemico e le condizioni ambientali del
                            19
             tutto particolari” . È evidente che banco di prova di tutto rispetto fu offerto dal
             contrasto al fenomeno del banditismo siciliano sino al 1950 quando il CFRB attuò
             una serie di servizi sempre più mirati volti ad una più efficace azione di controllo
             di parti della Sicilia che si trovavano sottoposte all’azione dell’EVIS (Esercito
             Volontario per l’Indipendenza della Sicilia) che, insieme a Salvatore Giuliano,
             mise a dura prova le Forze Armate e le Forze dell’Ordine. Basti ricordare che
             l’agguato di Bellolampo (PA), avvenuto il 19 agosto 1949, costò la vita a sette
             militari dell’Arma .
                              20
                Un’attenzione particolare merita tale attentato che evidenziò una tecnica piut-
             tosto raffinata nel colpire le forze dell’ordine schierate sul territorio a presidio
             della legalità e che si mostrò anche particolarmente efferato. Infatti, fu sfruttato
             l’effetto sorpresa causato dall’aver simulato un attacco ad un presidio isolato per
             aggredire il contingente inviato sul posto a rinforzo del dispositivo di sicurezza e
                                                                         21
             di controllo del territorio che l’Arma aveva nell’area di Bellolampo .
                I successi contro la criminalità in Sicilia e, nel contempo, il contrasto al feno-
             meno del banditismo sardo in quegli stessi anni mise in luce le capacità di una
             organizzazione come l’Arma dei Carabinieri nella repressione di fenomeni delin-
             quenziali significativi. Tuttavia anche in Sardegna il bilancio di sangue fu alto
             con numerosi militari uccisi in scontri a fuoco. Con la cattura dei più pericolosi
             latitanti sardi come Liandru e Sini si riuscì a ridurre fisiologicamente il fenomeno.
             Contestualmente, tali successi facevano parte di una sempre maggiore esclusione
             dell’Arma dai principali centri urbani. Di conseguenza si arrivò ad una tacita “ru-


             19  Museo storico dell’ArMA dei cArAbinieri, Calendario Storico per l’Arma dei Carabinieri
                1951, Vittorie recenti nella guerra di ogni giorno.
             20  Museo storico dell’ArMA dei cArAbinieri, Calendario Storico per l’Arma dei Carabinieri
                1950, Date ed avvenimenti di maggior rilievo del 1949.
             21  ASACC, D 1065.7 (1).]]></page><page Index="135"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                135
































                       Gruppo di carabinieri appartenenti ai reparti operanti in Sicilia
                              contro il brigantaggio, alla fine degli anni ‘40

             ralizzazione” che ebbe grosse conseguenze che andarono ben oltre il morale del
             personale. Infatti, in parallelo a tale operazioni, anche le disponibilità di fondi per
             l’ammodernamento delle armi, delle uniformi e in generale delle tecnologie subi-
                                                                                   22
             rono pesanti interventi di riduzione che si riverberarono anche sulle infrastrutture .

             Il contrasto alla criminalità comune
                Va subito precisato che la presenza di una agguerrita criminalità comune si
             fece sentire su tutto il territorio nazionale. Così, a titolo di esempio, nel solo 1946,
             vi  furono  1957  omicidi  volontari  in  Italia  (all’epoca  ancora  privata  di  alcune
             provincie del Nord, non ancora tornate sotto sovranità nazionale) e 101 militari
             dell’Arma persero la vita nell’esecuzione del servizio. In ogni caso, l’impegno
             dell’Istituzione per sostenere il ritorno alla normalità fu ricompensato. In parti-
             colare: gli omicidi diminuirono: “1.373 nel 1947, 1.069 nel 1948, 849 nel 1949,
             774 nel 1950. Un andamento analogo si verifica per ogni altro genere di crimine.


             22  si veda Pier PAolo MeccAriello, Le Forze di Polizia militari nel Dopoguerra cit. che, a
                p. 228, sottolinea la migliore riorganizzazione in termini materiali e di equipaggiamenti.
                Sulla ruralizzazione, GiAncArlo bArbonetti, L’evoluzione dell’Arma nei primi decenni
                della Repubblica, in coMMissione itAliAnA di storiA MilitAre, Le Forze Armate e la
                Nazione italiana, Roma, 2005, pp. 213-223 e, in  particolare, p. 218.]]></page><page Index="136"><![CDATA[136                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             I Carabinieri non si risparmiarono: 46 caduti e 734 feriti nel 1947; 72 morti e 585
             feriti nel 1948; 40 deceduti e 572 feriti nel 1949; 34 scomparsi e ben 1.139 feriti
                                                                       23
             nel 1950. Un prezzo molto alto per difendere la legge e la libertà” .
                Si pensi, ad esempio, ai gravi problemi di ordine pubblico legati alla latitanza
             di tale schipani Angelo che nell’area della pre-sila catanzarese per circa due mesi
             aveva creato non poche difficoltà e timori alla cittadinanza e che terminarono con
             il suo arresto il 25 luglio 1949 nella contrada Ariolo del comune di Taverna, sem-
                                 24
             pre in quella provincia .
                In realtà, non si trattava unicamente di contrastare il crimine organizzato o
             fenomeni eversivi, bensì di riportare progressivamente il Paese allo svolgimento
             delle normali attività del vivere civile.
                A tal proposito si reputa particolarmente interessante la valutazione delle in-
             formazioni relative alla statistica criminale ed il contrasto fornito a questa da parte
             dell’Arma.
                Per il periodo in esame, è stata analizzata la serie di dati per il decennio 1946-
             1955 secondo quanto potuto reperire da uno studio dato alle stampe per finalità
                    25
             interne .
                I dati sono strutturati per differenti voci aggregate. Per quanto d’interesse in
             questa sede se ne analizzeranno alcune e, in particolare, le seguenti: polizia giudi-
             ziaria; delitti; contributo all’Amministrazione della Giustizia; tutela delle leggi e
             regolamenti speciali; tutela delle leggi sociali; tutela delle leggi sull’emigrazione;
             contributo in materia di denunzia per danni di guerra; servizio di scorta a valori,
             sequestro di armi, esplosivi e munizioni; perdite subite dall’Arma nell’esecuzione
             del servizio d’istituto; ricompense.
                Il settore della polizia giudiziaria è, per definizione stessa, quello di maggior
             ampiezza comprendendo i reati perseguiti e le persone denunciate in stato d’ar-
             resto o in stato di libertà. Nel caso di specie si può apprezzare un decremento
             dei reati che nel 1955 è poco più della metà di quelli del 1946, mentre il numero
             delle persone arrestate crolla vertiginosamente a un decimo e quello delle persone
             segnalate in stato di libertà ha una flessione pari a un quinto, sempre nello stesso
             periodo di riferimento. Per quanto riguarda i delitti, si è inteso citare alcuni dati
             più significativi relativi agli omicidi volontari, rapine, estorsioni e furti aggravati.


             23  AlessAndro Politi,  La storia dei Carabinieri – 19 – Il dopoguerra in “Il Carabiniere”
                a. XLVI, n. 11 novembre 1993, pp. 65-80 e, in particolare, p. 73, ora consultabile anche
                sul sito istituzionale dell’Arma dei Carabinieri all’url http://www.carabinieri.it/internet/
                Arma/Ieri/Storia/Vista%20da/Fascicolo%2019/03_fascicolo%2019.htm,  consultato  il
                20 novembre 2012.
             24  ASACC, D, 1743.17, Arresto di Schipani Angelo.
             25  coMAndo  GenerAle  dell’ArMA  dei  cArAbinieri  –  uFFicio  servizio  e  situAzione,  Dati
                statistici sulle più importanti attività svolte dall’Arma dei Carabinieri nel decennio 1946-
                1955, [s.l. ma Roma], [s.d. prob. 1956].]]></page><page Index="137"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                137



             Nel primo caso, la flessione considerevole si ebbe nel periodo 1950-1951 ridotti
             ad un quarto rispetto il dato del 1946, ma è da osservare che la curva riprese a sali-
             re per attestarsi a poco più della metà alla fine del 1955. Le rapine diminuirono ad
             un decimo del dato iniziale, le estorsioni ad un quarto mentre i furti aggravati ad
             un quinto. Di tutto rispetto, poi, la voce del contributo all’Amministrazione della
             Giustizia che ricomprendeva gli “atti compiuti a richiesta o per delega della magi-
             stratura ordinaria e di quella militare”, ovvero perquisizioni, sequestri, ispezioni,
             confronti, ricognizioni, interrogatori di testi e imputati, atti vari. Dai 439.477 del
             1946 si arriva ai 457.082 atti del 1955 con un picco di 737.069 nel 1949. Già solo
             osservando i numeri emerge chiaramente lo sforzo di tutta l’istituzione a garantire
             il più volte enunciato svolgimento della regolare vita dell’Italia repubblicana. A
             proposito della tutela delle leggi e regolamenti speciali, tra i vari dati, si intende
             segnalare quello relativo alle contravvenzioni elevate per infrazioni alle leggi fi-
             scali che, subisce piccole variazioni attestandosi mediamente attorno a oltre le
             4500 per il periodo in esame, salvo evidenziare una flessione nel 1955 con 3.730
             contravvenzioni. Un altro aspetto interessante che evidenzia l’azione dei militari
             in possesso di particolari qualificazioni, ovvero i “nuclei carabinieri addetti ai cir-
             coli dell’ispettorato del lavoro”, risiede nelle aziende o datori di lavoro denunciati
             che dai 1.507 del 1948 (primo anno della rilevazione) si arriva alla cifra esponen-
             ziale di 25.148 del 1955, elevando notevolmente il totale delle somme recuperate
             per contributi non versati agli istituti pensionistici.
                 In materia di tutela delle leggi sull’emigrazione, il dato assunto decorre dal
             1951 e rappresenta l’attività svolta dal “Nucleo Carabinieri addetto alla Direzione
             Generale Emigrazione del Ministero per gli Affari Esteri” che si attestava su circa
             210 reati accertati con la denunzia di circa 200 persone.
                Un altro fenomeno molto importante fu il contributo in materia di denunzia
             per danni di guerra che sottolineava l’attenzione dell’Arma alla collaborazione
             con altri organi per il corretto svolgimento dell’istruttoria delle pratiche di liqui-
             dazione dei danni di guerra in correlazione con quanto era accaduto in particolar
             modo durante l’occupazione tedesca. il fenomeno costretto evidentemente ad un
             decremento per la definizione delle varie pratiche nel corso del tempo e l’allonta-
             narsi delle vicende belliche, passa dagli oltre 325 milioni di lire del 1949 con 467
             denunzie per falsi danni di guerra agli oltre 36 milioni del 1955 con 3 denunzie.
             Fenomeni che dovevano scomparire progressivamente ma che testimoniano l’a-
             zione dell’Arma anche in un settore come quello della liquidazione dei danni di
             guerra che aveva, all’epoca, un forte peso nella ripresa delle normali attività eco-
             nomiche e produttive. Perciò che riguarda la prevenzione si deve annoverare, per
             contro, la scorta ai valori che ha costituito, per il periodo 1947/1955 un impegno
             sostanziale anche se in decremento, passando dai 117.432 servizi svolti del 1947
             ai 76.714 del 1955 impiegando, nel primo caso quasi 200.000 unità mentre nel
             secondo oltre 143.000.]]></page><page Index="138"><![CDATA[138                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Per quanto riguarda l’attività rivolta al sequestro di armi, esplosivi e muni-
             zioni, nel periodo che va dal 1946 al 1955, fu condotta una lunga e complessa
             operazione di recupero che consentì di sottrarre all’illegalità 97 cannoni, 498 mor-
             tai e lanciagranate, 2.384 mitragliatrici, 3932 fucili mitragliatori, oltre 97.000 tra
             fucili e moschetti, oltre 238.000 bombe a mano e un totale di quasi 3.120 quintali
             di esplosivi con 19 milioni di cartucce di vario calibro (ivi compresi proietti da
             mortaio, mine, etc.). Si tratta chiaramente di numeri di tutto rispetto che lasciano
             intendere come l’attenzione dell’Arma dei Carabinieri verso tale delicatissimo
             settore fosse massima.
                Da qui, il triste bilancio di perdite subite dall’Arma nell’esecuzione del ser-
             vizio d’istituto che nel decennio ammontano a 132 militari deceduti in conflitti
             a fuoco con malfattori, mentre altri 333 persero la vita in differenti operazioni di
             servizio. Anche in questo caso si può osservare il triste ritorno alla normalità con-
             siderando che, per i deceduti in conflitto con malfattori, i numeri a due cifre sono
             presenti per tutti i primi quattro anni per scendere al di sotto a partire dal 1950.
             Per l’altra categoria, invece, i dati rivestono particolare attenzione poiché quasi
             sempre attestati sulla media di più di 30.
                Infine, il settore delle ricompense che, per tutto il decennio, si possono sinte-
             tizzare in: 15 Medaglie d’Oro al Valor Militare, 199  d’argento, 405 di bronzo,
             653 Croci VM, 1 Medaglia d’Oro al Valor Civile, 22 d’argento, 82 di bronzo,
             106 attestati di pubblica benemerenza e circa 10.500 encomi solenni. L’anno con
             il maggior numero di decorazioni al valor militare è il 1948 mentre per i ricono-
             scimenti al valor civile si può sottolineare come il picco maggiore vi fu nel corso
             del 1952, probabilmente in conseguenza dell’alluvione del Polesine del novembre
             precedente, quando si ebbero numerosi problemi per la gestione delle emergenze
             di protezione civile.
                Il Calendario Storico dell’Arma del 1951 riporta anche alcune cifre eloquenti
             sullo sforzo condotto dall’Arma nel contrasto alla criminalità e nello svolgimen-
             to dei servizi di ordine pubblico. In particolare, per il periodo 1° gennaio – 30
             settembre 1952 si ebbero 52 caduti “nella lotta contro la delinquenza o per altre
             cause in servizi vari”, con 54 feriti nel contrasto ai fenomeni delinquenziali, 187
             feriti in servizio di ordine pubblico e 669 per altre cause . Di converso, per i suc-
                                                               26
             cessi avuti nello svolgimento del servizio d’istituto furono concesse 4 medaglie
             di bronzo al V.M. per attività di polizia giudiziaria e lotta contro il banditismo, 10
             proposte di ricompense al valore, 819 encomi solenni e 305 militari premiati con
             gratificazioni.





             26  Museo storico dell’ArMA dei cArAbinieri, Calendario Storico per l’Arma dei Carabinieri
                1951, Vittorie recenti nella guerra di ogni giorno.]]></page><page Index="139"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                139



             I Carabinieri a tutela delle pubbliche manifestazioni
                L’Arma dovette mettere a dura prova la propria capacità di gestire eventi com-
             plessi tra i quali si possono ricorare lo svolgimento di libere elezioni come quelle
             per il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, considerando anche che, per la
             prima volta nella storia nazionale le donne italiane, finalmente, erano chiamate al
             voto e che si trattava del ritorno a libere votazioni dopo il ventennio fascista.
                Si trattò di un banco di prova particolarmente significativo che può essere ma-
             gistralmente sintetizzato dalla circolare a firma del Comandante Generale ema-
             nate meno di un mese prima delle elezioni. Infatti, il generale Brunetti così si
             rivolgeva ai Carabinieri in Italia: “Apolitici per tendenza e per tradizione, fedeli al
             loro patrimonio morale che si ricollega ai fasti del Risorgimento Italiano, autentici
             figli del popolo preposti alla tutela delle leggi e dei cittadini ed al mantenimento
             dell’ordine e della sicurezza pubblica, tutti i componenti dell’Arma, dai capi ai
             più modesti gregari, daranno in quell’occasione nuova tangibile prova della loro
             lealtà e del rispetto da essi vivamente e profondamente sentito per la giustizia e
             la volontà popolare […] l’ora che incalza non ammette dubbi, non consente defe-
             zioni, non tollera tentennamenti. Stretti intorno ai loro ufficiali, consapevoli della
             loro forza morale e della loro ferrea disciplina, tutti dovranno restare al loro po-
             sto e seguire scrupolosamente e fedelmente gli ordini del Governo [nel testo].
             Impavidi alle minacce, tetragoni alle lusinghe ed agli allettamenti, essi avranno
             un solo programma: l’ordine, la legalità e il rispetto della volontà popolare. Sono
             certo che ancora una volta la concorde disciplina degli elettori avrà nell’Arma un
             luminoso esempio di compattezza, di serenità, di forza cosciente e disciplinata ed
             ho piena fiducia che il popolo italiano, nella rinata coscienza della sua sovranità e
             maturità politica, ritroverà in ogni evenienza l’Arma al suo fianco come prima e
                                         27
             come sempre: BENEMERITA!” .
                In questo ambito si deve collocare la riorganizzazione dei reparti mobili dei
             Carabinieri. Negli anni immediatamente successivi al conflitto bellico, si deter-
             minò anche la rinuncia all’impiego dell’Esercito nelle attività ordinarie di ordine
             pubblico. Ciò segnò una evidente discontinuità con l’Italia Liberale ove le Forze
             dell’Ordine non avevano la possibilità di schierare contingenti addestrati e nume-
             ricamente necessari per garantire il regolare svolgimento di manifestazioni pub-
             bliche. Si deve ricordare però che lo stesso fascismo, con la “Marcia su Roma” e
             l’avvento al potere fece di tutto per ridurre la presenza dell’Esercito e anche delle
             stesse Forze dell’Ordine, ricorrendo alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Na-
             zionale, ovvero la trasformazione delle vecchie squadre fasciste in un organismo


             27  ASACC, D 809.1, “Circolari 1946”, Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri Reali
                – Ufficio Segreteria e Riservato, circolare n. 1067/1 di prot. Ris. Datata 10 maggio 1946,
                oggetto: Contegno dell’Arma durante e dopo le elezioni politiche a firma del Comandante
                Generale, Generale Brunetto Brunetti.]]></page><page Index="140"><![CDATA[140                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                                               28
             che non poteva assolutamente dirsi militare bensì, tutt’al più, paramilitare . Tale
             esperienza fu superata con la costituzione dei Battaglioni mobili dei Carabinieri
             e contestualmente anche dei Reparti Celeri del Corpo delle Guardie di Pubblica
                      29
             sicurezza . In effetti, tale scelta fu dovuta anche alla volontà dell’Esercito e dei
             suoi vertici di sottrarsi a compiti del genere che non erano percepiti come propri
             da parte degli stessi militari di leva. Tali incombenze, pertanto, furono assolte
             “schierando una prima linea di reparti mobili di polizia, di carabinieri e di guardie
                                 30
             di pubblica sicurezza” .
                In effetti, con la fine della Guerra, si pose il problema di rivedere il sistema
             di ordine pubblico tanto che immediatamente connessa alla fine delle ostilità è la
                                         31
             rinascita dei battaglioni mobili . Infatti, questi furono ricostituiti già nell’agosto
             del 1945  nel numero di dodici secondo la seguente organizzazione: nel territo-
                     32
             rio della 1  Divisione Carabinieri Pastrengo di milano vi erano stanziati i batta-
                       a
                                                                 a
             glioni di Torino, Milano, Genova e Padova; nell’ambito 2  Divisione Carabinieri
             Podgora di Roma i battaglioni di Bologna e di Firenze, i battaglioni Lazio, Roma
             e Cagliari; infine, dipendevano 3   Divisione Ogaden di Napoli i battaglioni di
                                           a
             Napoli, Bari, e Palermo. I battaglioni mobili furono posti alle dirette dipendenze
             dei comandi Legione Carabinieri organismi retti da colonnelli responsabili, per


             28  Sulle attività della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, in particolare, cfr. GiAn
                luiGi  GAtti,  Verso  un  esercito  volontario  del  Regime:  la  Milizia,  relazione  tenuta  al
                convegno di Storia Militare organizzato dalla Commissione Italiana di Storia Militare “Le
                Forze Armate e la Nazione italiana 1915-1943”, Roma 22-24 ottobre 2003 i cui atti sono
                stati successivamente stampati, coMMissione itAliAnA di storiA MilitAre, Le Forze Armate
                e la Nazione italiana (1915-1943), Roma, 2004, ma stampato da Agenzia Industria Difesa
                – Stabilimento Grafico Militare Gaeta nel 2005. Sul punto anche GiorGio rochAt, Giulio
                MAssobrio, Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1943, Torino, Einaudi, 1978, p.
                213. Con una carrellata di più ampio respiro dedicata ai reparti carabinieri per l’ordine
                pubblico, rosArio cAstello, Breve riflessione di carattere storico sui battaglioni mobili
                carabinieri in “Rassegna dell’Arma dei Carabinieri” a. anno LII - n. 4 ottobre/dicembre
                2004, pp. 89-99. L’autore tratta con alcuni cenni l’evoluzione ordinativa e di impiego dei
                battaglioni medesimi dal 1920 al 2004. Sull’attività dell’organizzazione mobile dell’Arma
                dei Carabinieri si rinvia a Flavio Carbone Relazione dal titolo “I battaglioni mobili dei
                Carabinieri  nel primo dopoguerra: la militarizzazione  dell’Arma dei Carabinieri  Reali
                nella conduzione dell’ordine pubblico” presentata al Convegno Internazionale “La Polizia
                Militare. Military Policing” tenutosi presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università
                di Messina l’11 e il 12 dicembre 2009, atti in corso di stampa.
             29  Questi  furono  costituiti  nel  1947;  sul  punto  si  rimanda  a  G.  bArbonetti,  l’evoluzione
                dell’Arma nei primi decenni della Repubblica cit., p. 217.
             30  eneA cerquetti, Le Forze Armate italiane dal 1945 Al 1975, Milano, Feltrinelli, 1975, p.
                26.
             31  Se non diversamente indicato, per quanto riguarda l’evoluzione dell’organizzazione mobile
                dell’Arma si rinvia a r. cAstello, Breve riflessione cit., pp. 89-99.
             32  Decreto Legislativo Luogotenenziale 31 agosto 1945, n. 603.]]></page><page Index="141"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                141



































































                     Gruppo di carabinieri appartenenti ad un reparto mobile 1950-60.]]></page><page Index="142"><![CDATA[142                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             l’Arma dei Carabinieri, delle attività di ordine e sicurezza pubblica a livello quasi
             regionale.
                il loro impiego fu continuo soprattutto a supporto dell’organizzazione terri-
             toriale e in favore dei cittadini. Così si ebbe un massiccio dispiegamento di mi-
             litari di tali reparti nel corso delle numerosissime manifestazione pubbliche che
             si tennero in quel periodo e particolarmente in occasione delle campagne elet-
             torali relative al referendum istituzionale, alle elezioni politiche del 1948 e del
             1953. Inoltre, tali reparti dell’Arma parteciparono a tutte le principali operazioni
             di soccorso per calamità naturali accadute in Italia in quel periodo, sostenendo
             fattivamente i cittadini. Infine, si tenga conto che a partire dalla metà degli anni
             Cinquanta, la volontà politica di riconoscere anche concretamente quanto i mili-
             tari dell’Arma facevano quotidianamente a favore dei cittadini e del Paese mise
             il Comando Generale nelle condizioni di optare per nuove linee strategiche d’a-
             zione che consentirono anche di spingere, sia pure senza enormi investimenti, per
             una accresciuta evoluzione tecnologica allo scopo di contrastare efficacemente la
             criminalità che in quegli anni si trasformava in linea con la trasformazione della
             società. Va detto infatti che il cosiddetto “miracolo economico” offrì una formida-
             bile opportunità per tutta la società italiana, ovvero  consentì “l’ampliamento della
             base dei consumi e […] quella trasformazione della qualità di vita della grande
                               33
             massa dei cittadini” .
             Ciò ebbe evidenti ricadute anche sulle attività di prevenzione e repressione dei
             crimini. Infatti, a tale scopo, si individuarono le priorità con la costituzione e il
             potenziamento di settori che necessitavano di maggiori interventi proprio a causa
             della trasformazione della società.

             Intervento a favore dei cittadini vittime di calamità naturali
                Un altro settore ove i Carabinieri furono presenti rinsaldando ancora una volta
             il rapporto con i cittadini fu rappresentato dall’intervento in occasione di calamità
             naturali. Ciò anche in virtù della caratteristica capillarità dell’Istituzione e di un
             inscindibile legame con il territorio. Di questo periodo, infatti, si devono ricordare
             i continui e provvidenziali interventi dell’Arma a favore delle popolazioni colpite
             da calamità naturali. La Costituzione era entrata in vigore da poco (1° Gennaio
             1948) quando un terremoto si abbatté il 13 giugno 1948 a Sansepolcro e in provin-
                         34
             cia di Arezzo . Nell’agosto, il Gargano fu colpito da un altro terremoto, mentre, lo

             33  PAolo  PoMbeni,  l’eredità  degli  anni  Sessanta,  p.  39  in  FiAMMA  lussAnA e  GiAcoMo
                MArrAMAo (a cura di), L’Italia repubblicana nella crisi degli anni settanta – Culture, nuovi
                soggetti, identità, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003.
             34  Per  quanto  riguarda  i  fenomeni  geofisici  si  rinvia  alla  consultazione  della  banca  dati
                dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia reperibile all’indirizzo internet http://
                emidius.mi.ingv.it/DBMI04/query_eq/ consultato il 7 novembre 2012.]]></page><page Index="143"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                143



             stesso anno, le piogge consistenti e il dissesto del territorio con l’esondazione del
             fiume Tanaro e dei torrenti Borbore e Triversa, tra il 4 e il 14 settembre, causarono
             49 morti e oltre 400 senza tetto nel Piemonte orientale, con particolare riferimento
             alla provincia di Asti, a Chivasso e alla zona di Alba.
                Nel 1951, ad esempio, la zona del Polesine, del Basso ferrarese e del Delta
                                                       35
             padano fu investita da alluvioni e inondazioni . Per quell’impegno la bandiera
             dell’Arma ricevette una delle nove medaglie d’oro al valor civile concesse alla
             bandiera con la seguente motivazione: “In occasione delle alluvioni verificate-
             si nel Polesine, l’Arma dei Carabinieri, confermando le sue tradizionali virtù di
             abnegazione e di altruismo, dava il suo generoso contributo di uomini e di mezzi
             nell’ardua opera di soccorso a quelle popolazioni. Ovunque presenti, durante la
             disperata difesa iniziale; sereni ed eroici, poi, di fronte al dilagare delle acque
             che tutto invadevano e sommergevano, gli ufficiali, i sottufficiali ed i carabinieri
             dei reparti territoriali, pur con le caserme isolate ed allagate, si prodigavano con
             immediato slancio e sprezzo del pericolo in favore delle popolazioni, affrontando
             situazioni drammatiche ed intervenendo anche con reparti mobili, in nobile ed ar-
             dimentosa gara con le altre organizzazioni di soccorso nelle località maggiormen-
             te colpite per salvare e difendere, recuperare e rincuorare. Suscitavano, per tale
             comportamento la riconoscenza delle popolazioni e l’ammirazione del Paese”.
                                                                      36
             Polesine, novembre - dicembre 1951. D.P.R. 24 settembre 1953” .
                Nello stesso anno, si ebbero problemi simili anche in Lombardia, Trentino e
             in Emilia. Inoltre, furono investite anche la provincia di Catania in Sicilia, alcune
             cittadine in Sardegna e le provincie di Reggio Calabria e Catanzaro in Calabria,
             causando 70 decessi, circa 4500 senzatetto e 1700 abitazioni inagibili o crollate e
             investendo complessivamente 67 comuni. Si trattò di un annum orribilis per quasi
             tutta l’Italia. In tali vicende, ancora una volta come già accaduto in passato, l’Ar-
             ma dei Carabinieri fu presente, dapprima con i militari delle stazioni che presidia-
             vano il territorio e quindi con i rinforzi fatti affluire da altri reparti che poterono,
             insieme all’Esercito e ai Vigili del Fuoco, sostenere efficacemente i cittadini che
             soprattutto nelle campagne subirono numerosi e ingenti danni quando, addirittura,
             non persero la vita.
                Un altro evento sismico si avvertì il 19 marzo 1952 nel catanese, interessando
             i comuni di Santa Venerina, Zafferana Etnea e Acireale.
                Il settembre 1953 un’alluvione in Val Trebbia investì la valle medesima, Ge-
             nova e la provincia di Piacenza, causando 10 morti a seguito dell’esondazione del



             35  MArio ArPino, Forze Armate ed emergenze: un ausilio al Paese, in coMMissione itAliAnA
                di storiA MilitAre, Repubblica e Forze Armate – Linee interpretative e di ricerca, Roma,
                IPI, pp. 57-65.
             36  http://www.carabinieri.it/internet/Arma/Oggi/AttivitaOperativa/medagliere/
                RicompenseBandiera/08_MedaglieOro ValorCivile.htm, consultato il 20 novembre 2012.]]></page><page Index="144"><![CDATA[144                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             torrente Bisagno e del fiume Trebbia.
                Nell’ottobre successivo, a ovest della città di Reggio Calabria, un’ulteriore
             evento meteorologico causò l’ingrossamento della fiumana Valanidi con la rottura
             degli argini, tanto che una marea di acqua e fango si abbatté sulla città e l’area
             circostante con un bilancio di 51 decessi e circa 100 dispersi.
                Nell’ottobre 1954, la provincia e la città di Salerno furono colpite da un’auten-
             tica alluvione che causa 318 decessi, 250 feriti e circa 5.500 cittadini senzatetto a
             causa dello straripamento di numerosi torrenti e dello smottamento di molte frane.
             La frazione Molina del comune di Vietri sul Mare, insieme a quello di Cava dei
             Tirreni, pagarono il contributo di sangue. Nell’inverno dello stesso anno, alcune
             bufere di neve si abbatterono in Abruzzo e in molise colpendo la provincia di Be-
             nevento in Campania e bloccando la popolazione nelle proprie case, spesso senza
             energia elettrica e riscaldamento. Anche in questo caso, l’intervento dei Carabi-
             nieri fu tempestivo ma già supportato da alcune militari dell’Arma che erano abi-
             litati quali sciatori e che furono gli unici, in molti casi, a raggiungere le zone più
             impervie. Tali militari specializzati ebbero anche un compito significativo durante
             tali calamità. Infine anche l’intervento durante l’inverno del 1955 ebbe medesime
             conseguenze e portò al conferimento di un’altra medaglia d’oro al valor civile
             alla bandiera dell’Arma: “Nelle eccezionali avversità atmosferiche dello scorso
             inverno l’Arma dei Carabinieri offriva il suo generoso, instancabile contributo
             all’organizzazione dei soccorsi alleviando sensibilmente la situazione di disagio
             delle popolazioni colpite. In tale opera, spesa senza risparmio di energie, in con-
             dizioni particolarmente difficili e con elevato spirito di sacrificio, l’Arma ancora
             una volta rendeva al Paese una testimonianza altissima di suprema dedizione al
             dovere”. Febbraio 1956. D.P.R. 25 maggio 1956.

             La nuova prospettiva estera: Palestina, Libia, Eritrea e AFIS (1950-1960)
                Con lo sfondo evocato precedentemente dell’applicazione del trattato di pace
             del febbraio 1947, può essere ricordata l’esperienza dell’Amministrazione Fidu-
             ciaria italiana in somalia che ha rappresentato senza dubbio un’occasione di par-
             ticolare interesse per evidenziare le capacità di un Paese sconvolto dal conflitto
             mondiale che cercava di ritornare alla normalità. In questo l’AFIS rappresentò una
             sfida significativa con particolare riferimento al contributo delle Forze Armate. In
             tale ambito, un ruolo di primo piano fu riservato all’Arma dei Carabinieri che do-
             vette procedere all’organizzazione di una forza di polizia locale in grado di poter
             affrontare le sfide del tempo che portarono all’indipendenza della ex colonia ita-
                                37
             liana il 1° luglio 1960 . sull’Amministrazione Fiduciaria e sul ruolo delle FF. AA.
             nella ricostruzione di quel Paese, sono presenti altri contributi e quello dell’Arma

             37  Antonio  MAriA  Morone,  L’ultima  colonia.  Come  l’Italia  è  tornata  in  Africa,  Laterza,
                Roma-Bari, 2011.]]></page><page Index="145"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                145



                                      38
             è già stato oggetto di studio . In questa sede, tuttavia, è necessario ricordare un
             aspetto quasi sconosciuto: il contributo di sangue offerto dai Carabinieri (e non
             solo da questi) in tale operazione di pace all’estero, la prima, giova ricordarlo, a
             cui l’Italia partecipò come repubblica e si è scelto, in tale ottica, a titolo esempli-
             ficativo di ricordare i tre militari dell’Arma decorati “alla memoria”, a seguito
                                                                                39
             degli eventi accaduti in somalia: il maresciallo maggiore Flavio salacone  e il
                                     40
             Carabiniere Luciano Fosci  per attività di ordine pubblico,  mentre il Maresciallo
                                     41
             Capo Giuseppe Cavagnero  per soccorso a persona bisognosa d’aiuto.
                Il 1° agosto 1952, i primi due si trovavano a Chisimaio quando, nel corso di
             alcune violente manifestazioni della popolazione sfociate in azioni apertamente
             ostili, trovarono la morte unitamente all’ispettore di polizia somala Auod Salim,
             mentre un ufficiale e un sottufficiale dei Carabinieri e otto agenti della polizia
             somala rimasero feriti . La motivazione della mOmC conferita ai due militari
                                 42
             è la seguente “Comandante di/Addetto a stazione operante in ex colonia affidata
             all’amministrazione fiduciaria italiana, in occasione di una violenta manifestazio-
             ne politica, con eccezionale senso di abnegazione e sprezzo del pericolo tentava
             invano, unitamente al proprio Comandante, di bloccare i dimostranti, ma veniva
             assalito con inaudita ferocia e colpito a morte. mirabile esempio di altissimo sen-
             so del dovere e di elette virtù civiche, spinti fino all’estremo sacrificio”. La morte
             di due militari in territorio straniero sottolinea chiaramente alcuni aspetti:
             -  La consapevolezza che, benché fosse una missione in una ex colonia e che la
                presenza italiana si fosse protratta da decenni, non si trattava di una attività
                priva di rischi a cui i militari non si sottrassero;



             38  MAriA GAbriellA PAsquAlini, Missioni dei Carabinieri all’estero 1936 - 2001, Roma, Ente
                Editoriale per l’Arma dei Carabinieri, 2002, pp. 14-29.
             39  Nato a Venova (PZ), nel 1904, si arruolò diciannovenne e partecipò al Secondo Conflitto
                Mondiale ricevendo due croci al merito di guerra, per il periodo 1939/1940 in Albania,
                1942/1943  in  Grecia  e,  dal  1943  al  1945,  quale  membro  del  Fronte  clandestino  della
                Resistenza  e  nella  guerra  di  Libera,  Ministero  dellA  diFesA,  Ai  Caduti  nelle  missioni
                all’estero, Roma, [s.n.], 2009, p. 16.
             40  Nato  a  Bomarzo  nel  1926,  Il  carabiniere  Luciano  Fosci  si  arruolò  nell’Arma  e  svolse
                servizio in Italia per essere poi destinato, su sua domanda, in Somalia, si veda Ministero
                dellA diFesA, ai Caduti, p. 17.
             41  Nato a Pralormo nel 1911, arruolatosi ventenne nell’Arma dei Carabinieri, prestò servizio
                nell’ambito  delle  Legioni  Carabinieri  di  Roma,  di  Livorno,  di  Torino,  di  Napoli  e  di
                Bologna. Internato in Germania tra il 1943 ed il 1945, al rientrò in Italia vi prestò servizio
                sino al 1° maggio 1956 data di partenza, quale volontario, per la Somalia ove fu assegnato
                alla tenenza di Mogadiscio con l’incarico di esperto tecnico dei mezzi dello squadrone
                blindo-corazzato della Polizia somala, cfr. Ministero dellA diFesA, Ai Caduti nelle missioni
                all’estero, Roma, [s.n.], 2009, p. 18.
             42  scuolA  uFFiciAli  cArAbinieri,  Storia  dell’Arma,  Velletri,  Centro  Offset  dell’Arma  dei
                Carabinieri, 2001, p. 185.]]></page><page Index="146"><![CDATA[146                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             -  La morte durante un servizio d’istituto in una località decentrata rispetto la
                capitale  ne  sottolinea  la  capillarità  anche  della  componente  dei  Carabinieri
                nell’ambito della missione;
             -  Il decesso, unitamente ad un cittadino somalo, testimonia l’unica appartenenza
                ad una sola comunità: quella delle forze dell’ordine, ove furono accomunati
                senza distinzioni di età, di nazionalità, di uniforme e di razza.
                Il terzo militare, invece, fu decorato di MAVC con la seguente motivazione:
             “Incurante del gravissimo rischio si lanciava in soccorso di un sottufficiale, in
             procinto di essere travolto da forti ondate e da impetuosa corrente. Nel gene-
             roso tentativo perdeva la vita, vittima del suo nobile e coraggioso altruismo” .
                                                                                   43
             Appare una evidente testimonianza dei rischi immanenti l’attività quotidiana dei
             Carabinieri, durante il servizio e fuori da esso, in Italia e all’estero. Il Maresciallo
             Cavagnero, infatti, non esitò a rischiare la propria vita per soccorrere chi aveva
             bisogno d’aiuto.
                Tali carabinieri rappresentano idealmente tutti coloro che hanno prestato ser-
             vizio in Somalia durante l’AFIS e nelle attività successive, allo scopo di offrire
             un contributo fattivo all’edificazione di un Paese che stava giungendo all’indipen-
             denza. Finora si è posta l’attenzione su di un territorio quale la Somalia, mentre
             è da sottolineare un aspetto strettamente correlato: la presenza dei Carabinieri
             all’estero. Infatti, mentre la missione iniziò nel 1950, già altri militari avevano
             messo piede su di un territorio che non era italiano. il riferimento è alle missioni in
             Libia, Eritrea e in Palestina condotte da personale dell’Arma nella seconda metà
             degli anni Quaranta.
                Per questi territori, appare sufficiente, in tale sede, dare alcuni cenni, almeno
                                     44
             per tratteggiarne i caratteri . Lo Stato d’Israele fu proclamato il 14 maggio 1948
             mentre il giorno successivo, com’è noto, le truppe britanniche si ritirarono e quel-
             le di Egitto, Libano, Siria, Iraq e Giordania attaccarono il neonato Stato. Dopo
             due anni di guerra e due armistizi (1948 e 1949) si arrivò alla definitiva sconfitta
             araba nel maggio del 1949. Proprio a causa dei gravi problemi sul territorio, fu
             determinato l’invio di un contingente di Carabinieri allo scopo di tutelare l’invio-
             labilità della rappresentanza diplomatica presente in Terrasanta e i cittadini italiani












             43  Episodio accaduto a Mogadiscio (Somalia), il 22 marzo 1959.
             44  Sul  tema,  chi  scrive  sta  conducendo  alcune  ricerche  allo  scopo  di  poter  rappresentare
                adeguatamente tali esperienze all’estero.]]></page><page Index="147"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                147



                    45
             presenti . Certamente, si trattò di un nucleo modesto di militari, all’incirca una
             decina, ma abbastanza da testimoniare la necessità di avere in un’area decisamen-
             te calda la presenza di un piccolo ma efficiente contingente di Carabinieri pronti
             a prestare la propria opera a favore del Paese e degli italiani. Così si esprimeva il
             periodico dell’Arma: “al di sopra di questo compito di pura e semplice – anche
             se rischiosa – polizia protettiva, quei carabinieri ne assolveranno un altro ben più
             alto ed umanitario: essi si prodigheranno in favore dei nostri connazionali resi-
             denti in quella città porgendo loro il materno aiuto della Patria lontana ma sempre
                                                                     46
             vigile sui suoi figli che, sparsi pel mondo, ne onorano il nome” .
                Un’altra esperienza importante fu quella della gestione delle ex-colonie tra le
                                                                                   47
             quali, forse, le vicende meno conosciute sono riferibili all’Eritrea e alla Libia .
             Nel 1947, in Eritrea, ancora si stavano avvicendando i Carabinieri nel garantire
                                                                                48
             una presenza minima sul territorio che oramai era divenuto una ex colonia . in-
                                   a
             fatti, allo scoppio della 2  Guerra Mondiale, in Eritrea i Carabinieri parteciparono
             attivamente alle operazioni con gli altri reparti dell’Arma. Con la resa di Asma-
             ra, il 1° Aprile 1941, l’Eritrea passò sotto il controllo inglese. In tale situazione,
             l’Arma dei Carabinieri presente in Colonia rimase al proprio posto a tutela della
             popolazione e, particolarmente, della comunità nazionale. Va detto che le autorità
             britanniche impiegarono i Carabinieri, seppur prigionieri di guerra, fino all’armi-
                                                                     49
             stizio quando furono considerati “collaboratori in semi-libertà” .
             45  Si veda il periodico “Il Carabiniere”, a. 1948, n. 10, p. 8, “Una lontana eco della Festa
                dell’Arma”. La didascalia della foto è la seguente: “Gerusalemme (Palestina) 5 giugno
                1948. Un pugno di Carabinieri in territorio straniero, dimentichi per un momento della
                guerra, dei lutti e delle devastazioni che li circondano, stretti attorno all’amato Tricolore ed
                ai rappresentanti del Governo italiano (sono tra loro il Console generale comm. Salimbeni,
                il vice console ed il segretario del Consolato), solennizzano – così, semplicemente, senza
                feste e senza parate – il 134° Anniversario della Fondazione dell’Arma, ricordandone le
                secolari tradizioni ed i caduti gloriosi”.
             46  Si veda “Il Carabiniere”, a. 1948, n. 5, p. 15, “Nel Medio Oriente e in Africa”.
             47  Per una visione di sintesi, ma efficace, AnnA bAldinetti, La formazione dello Stato e la
                costruzione dell’identità nazionale, in KAriM MezrAn – Arturo vArvelli (a cura di), Libia.
                Fine o rinascita di una nazione? Roma, Donzelli editore, 2012, pp. 11-12. Si veda anche,
                per questioni comuni alle ex-colonie, GiAnluiGi rossi (a cura di), Italia-Libia- Storia di un
                dialogo mai interrotto, Roma, Editrice Apes, 2012, pp. 89-91.
             48  Si veda “Il Carabiniere della nuova Italia”, a. 1947, n. 3, p. 2, “Ritorno in Africa. Il 17
                marzo u.s., a Napoli, 38 militari dell’Arma si sono imbarcati sulla Motonave “Vulcania”
                diretti  in  Eritrea.  La  notizia,  diffusasi  in  un  baleno,  in  tutta  Italia,  è  stata  ampiamente
                riportata e commentata dalla stampa quotidiana di ogni colore, che ha anche pubblicato
                alcune fotografie dell’avvenimento. Sono 38 carabinieri – offertisi volontari – che si recano
                laggiù, nella lontana colonia primogenita, a dare il cambio ad altrettanti commilitoni colà
                rimasti a disimpegnare il proprio servizio, anche se sulle loro caserme più non sventoli il
                tricolore e se la lingua ufficiale non sia più quella della loro Patria”.
             49  Ministero dellA diFesA, Ai Caduti nelle missioni all’estero, Roma, [s.n.], 2009, p. 13.]]></page><page Index="148"><![CDATA[148                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Nel 1945, con i Carabinieri rimasti, circa 170 militari, fu istituito il comando
             Compagnia Carabinieri dell’Eritrea direttamente dipendente dalla British Military
             Administration; al luglio dello stesso anno, la forza era di 5 ufficiali, 44 sottuffi-
                                50
             ciali e 120 carabinieri . A partire dal 2 marzo 1947, i militari poterono scegliere se
             continuare il servizio d’istituto in Eritrea o rimpatriare a seguito di accordi assunti
             dal governo italiano, per essere sostituiti con altri volontari che continuarono ad
             operare nelle stesse condizioni. Gli ultimi Carabinieri rientrarono in italia lascian-
             do definitivamente l’Eritrea nell’estate del 1952 . Tra i militari che presero parte a
                                                       51
             tale missione, ve ne fu uno che si deve prendere a memoria per tutti: il Maresciallo
                               52
             Capo Pio semproni  che, comandante della Stazione di Agordat, il 21 ottobre
             1950 morì su suolo eritreo e fu successivamente decorato di Medaglia d’Argento
             al Valor Militare con la seguente motivazione: “Comandante di Stazione, in viag-
             gio per servizio insieme con tre dipendenti indigeni, aggredito a colpi di fucile e
             bombe a mano in località deserta da bande di briganti in agguato, rispondeva
             decisamente con fuoco delle proprie armi. Ferito a morte, trovava la forza di spa-
             rare ancora contro i malviventi, finché cadeva da prode. Zona di Agordat (Africa
             Orientale)”. Giova ricordare che il giorno successivo si tennero le esequie solenni
             a cui presero parte autorità italiane, inglesi e statunitensi e dalla popolazione a
             testimonianza del rispetto verso chi aveva dato la vita nel contrasto alla crimina-
                                                                                 53
             lità organizzata in un Paese sul quale, ormai, non sventolava più il tricolore . si
             sottolinea anche che non fu l’unico a cadere di fronte alla criminalità locale .
                                                                                54
                L’impiego dei Carabinieri, in ogni caso, doveva essere visto con la necessità
             di garantire il regolare svolgimento dell’azione giudiziaria. infatti i Carabinieri
             “esplicano i loro normali compiti di polizia alle dipendenze delle Autorità Mi-
             litari Britanniche che hanno la transitoria amministrazione della Colonia ove la
             legislazione penale italiana è tuttora vigente ed amministrata dalle nostre Autorità



             50  coMAndo GenerAle dell’ArMA dei cArAbinieri, Abbecedario del carabiniere – Dizionario
                storico essenziale per la conoscenza dell’Arma, Roma, Comando Generale dell’Arma dei
                Carabinieri, 1996, pp. 142-145.
             51  si veda anche  http://www.carabinieri.it/internet/imagestore/eventi/pdf/2006_10_04_
                Semproni_Eritrea.pdf, consultato il 20 novembre 2012.
             52  Nato nel 1915 ad Ascoli Piceno, arruolatosi nel 1934 nell’Arma dei Carabinieri, dal marzo
                1936 all’agosto 1938, prestò servizio in Africa Orientale Italiana. In Italia, operò nell’ambito
                delle Legioni di Alessandria, di Ancona, di Bolzano e di Firenze. Il 3 novembre 1949
                prese servizio presso il Comando Carabinieri Eritrea, quale Comandante della Stazione di
                Agordat.
             53  http://www.carabinieri.it/internet/Cittadino/informazioni/Eventi/2006/Ottobre/2006
                1004_Semproni.htm, consultato il 20 novembre 2012. il militare fu tumulato nel Cimitero
                italiano di Asmara per essere poi riportato in italia nel 2006.
             54  Il 4 giugno 1949, il Carabinieri Quinto Alessi fu aggredito da una banda di briganti finendo
                ucciso. Il messaggio del decesso in D 1734.4(1).]]></page><page Index="149"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                149



                        55
             Giudiziarie” . Ciò, va ricordato, nonostante non fossero più issata la bandiera
                                            56
             nazionale e usata la lingua italiana .
                Un altro piccolo contingente di militari, ancora nel 1948, era presente anche in
                  57
             Libia . Così lo ricordava il periodico dell’Arma: “in Tripolitania vi sono in atto
             una quarantina di nostri carabinieri che, frazionati in piccoli o piccolissimi nuclei
             su un territorio vastissimo, riescono – con miracoli di abnegazione – ad assolvere
             mansioni difficili e complesse per le quali sarebbe necessario un ben maggiore
                              58
             numero di uomini” . Anche solo da tali brevi passaggi, si mettono in evidenza le
             capacità dei contingenti di carabinieri all’estero, sotto amministrazione straniera
             che garantivano lo svolgimento delle regolari attività della popolazione.
                In conclusione, si sottolineava che, sia in Eritrea sia in Tripolitania, “l’attivi-
             tà dell’Arma è molto apprezzata dalle Autorità di occupazione, dalle collettività
             italiane e dalle popolazioni indigene, abituate, quest’ultime, a vedere da decenni
             nel nostro modesto carabiniere l’imparziale, giusto ed umano rappresentante della
                                   59
             Legge e della Giustizia” .
                Come si può ben comprendere da tale sintesi, l’operato dell’Arma nell’imme-
             diatezza della fine delle ostilità era particolarmente apprezzato e tenuto in conto
             tanto da trovare i Carabinieri in due ex colonie e in un Paese che stava nascendo in
             quegli anni. Da ciò, si desume chiaramente che le buone prove mostrate dall’Ar-
             ma in tali aree dovevano avere un riflesso evidente nell’azione politica internazio-
             nale, facendo accedere comunque l’Italia all’amministrazione fiduciaria della ex
             colonia per offrirle quel supporto che sarebbe servito alla Somalia nel trovare la
             via dell’indipendenza.







             55  Si veda il periodico “Il Carabiniere”, a. 1948, n. 5, p. 15, “Nel Medio Oriente e in Africa”.
             56  “Il Carabiniere della nuova Italia”, a. 1947, n. 3, p. 2, “Ritorno in Africa” cit..
             57  L’Assemblea delle Nazioni Unite nel corso del novembre 1949 determinò che la Libia
                avrebbe  potuto  raggiungere  l’indipendenza  entro  il  1952;  così  sino  all’indipendenza,
                raggiunta effettivamente il 24 dicembre 1951, il Paese fu sottoposto a tre distinte aree di
                influenza: francese per il Fezzan, britannica per la Cirenaica e italiana per la Tripolitania;
                KAriM MezrAn, Libia. La fine di un’era? in KAriM MezrAn – silviA coloMbo – sAsKiA
                vAn GenuGten, L’Africa mediterranea – Storia e futuro, Roma, Donzelli editore, 2011,
                p. 56. Sulle attività nel periodo, si veda Federico cresti, Questions d’argent, sospetti di
                corruzione e spionaggio inglese: interesse pubblico e interesse privato nella politica della
                Tripolitania durante l’amministrazione militare britannica (1945-1949), in dAnielA MelFA
                - AlessiA MelcAnGi -  Federico cresti, Spazio privato, spazio pubblico e società civile in
                Medio Oriente e in Africa del Nord – Atti del convegno di Catania della Società per gli
                studi sul Medio Oriente – SeSaMO, Milano Giuffré, 2008, pp. 125- 152.
             58  Ibidem.
             59  Ibidem.]]></page><page Index="150"><![CDATA[150                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             Nascita di una tradizione, l’iconografia dell’Arma al servizio del Paese
                Un discorso a parte, ma comunque di stretto interesse, deve essere dedicato
             al principale mezzo di comunicazione istituzionale dell’Arma in quel periodo e
             chiaro strumento di autorappresentazione: il calendario storico.
                Nel corso del periodo in esame, sono stati dati alle stampe i calendari dal 1950
             al 1958. Per tutto il periodo analizzato la stampa fu conferita alla tipografia Um-
             berto Boeri (1950-1951 e 1953-1954) e da Vecchioni e Guadagno per il 1952 e
             1955, che prima del conflitto mondiale si era già occupata di tale attività. I calen-
             dari sono formati da sei pagine per complessive dodici facciate compresa la prima
             e la quarta di copertina che rappresentano due opere realizzate dal pittore Manlio
             D’Ercoli e riporta la MOVM concessa alla bandiera dell’Arma per il comporta-
             mento del Gruppo Mobilitato in AOI nella difesa del caposaldo di Culquaber oltre
                                                                            60
             a rappresentare le undici MOVM concesse per il periodo 1940-1943 . L’anno
             successivo, il 1951 porta in copertina un carabiniere in grande uniforme ridotta
             (senza pennacchio) e la scritta “iustitia – lex”, mentre la quarta raffigura una pattu-
             glia a cavallo di zaptié. Queste due immagini pittoriche ben indicano il passaggio
             anche concettuale del saluto di un passato sintetizzato dalla pattuglia di militari
             indigeni e la maggiore attenzione alle operazioni a tutela della popolazione. La
             pagina centrale riproduce una delle sale del Museo Storico dell’Arma [quella delle
             guerre], realizzatore del calendario. Si deve segnalare anche il saluto del Coman-
             dante Generale, Generale Alberto Mannerini che ne comprendeva le potenzialità
                                                           61
             nel settore della comunicazione interna istituzionale . Nel 1952, la scelta di rap-
             presentare la copertina attraverso una rielaborazione pittorica da fotografia che ri-
             produce due carabinieri a cavallo in uniforme kaki in servizio di perlustrazione te-
             stimonia la capacità dell’Istituzione di porsi come saldo presidio del territorio che,
             in questa fase storica, ancora non vive la più complessa e articolata vicenda socia-
             le ed economica connessa con il “boom” del decennio successivo. Nella pagina
             interna riproducente il messaggio del Comandante Generale (sempre Mannerini),

             60  dino PredAn, Il Calendario Storico dei Carabinieri 1928 – 2008, Roma, Ente Editoriale
                per l’Arma dei Carabinieri, 2009, pp. 81-84.
             61  Ivi, pp. 85-88. Questo il saluto: “Roma 31 Dicembre 1950. Affido volentieri al Calendario
                storico 1951 il mio cordiale saluto pei componenti tutti della grande famiglia dell’Arma.
                Pubblicazione ormai tradizionale, il Calendario porta anche quest’anno, nelle sue artistiche
                pagine, l’eco di rievocazioni storiche, notizie e statistiche, che costituiscono una edificante
                rassegna non soltanto di cose del passato, ma di opere vive ed attuali. Come l’anno che è
                trascorso, così quello che incomincia sia ricco di tali opere e fecondo di bene e di fortuna
                per la Patria nostra! I Carabinieri, come sempre, a ciò contribuiranno – ne sono certo –
                con tutto lo slancio e l’ardore dei loro animi, illuminati ognora dal più alto sentimento
                del dovere, d’onde per essi deriva l’accettazione serena dei quotidiani cimenti e spesso,
                del più eroico sacrificio. Ad essi dunque, bene giunga, sulle soglie dell’anno novello, col
                pieno riconoscimento di tanti meriti, il mio incitamento fervido e la mia affettuosa parola
                d’augurio. Generale A. Mannerini”.]]></page><page Index="151"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                151



             una fotografia mostra un drappello di militari, con moschetto 1891/38, capeggiati
                                                           62
             da un brigadiere mentre esce a piedi dalla caserma . La pagina centrale riporta
             l’immagine del Carabiniere Plado Mosca decorato di MOVM durante la Cam-
             pagna di Russia. Va segnalato che già compaiono i risultati dell’attività sportiva
                                        63
             condotta da militari dell’Arma . L’anno successivo (1953) la copertina è dedicata
             ad un altro militare dell’Arma, l’appuntato Sabato De Vita caduto in Albania men-
             tre difendeva una stazione con l’ausilio di militari albanesi dall’attacco di forze
             ribelli, raffigurato in quadro del pittore Clemente Tafuri. Un riconoscimento signi-
             ficativo all’operato dell’Arma è offerto attraverso la riproduzione del bassorilievo
             del monumento al Carabiniere nella parte che evidenzia il soccorso alla popola-
                                                          64
             zione in occasione di pubbliche e private calamità . Appare significativo che si
             ricordi da una parte il valore dell’Appuntato deceduto nella difesa di una stazione
             rurale (segnalando ancora la centralità dell’Arma nei territori non urbanizzati) e
             dall’altra il contributo significativo in occasioni di grandi calamità che colpiscono
             il Paese. Nel 1954 la copertina è dedicata al nuovo stemma araldico concesso dal
             Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, il 27 dicembre 1952 su richiesta del
             Comandante Generale, generale Alberto Mannerini. La pagina centrale, quella di
             maggiore effetto insieme alla prima e alla quarta di copertina, rappresenta il qua-
             dro “Carabinieri in Maremma” di G. Berthelet nel quale una pattuglia a cavallo
             procede su di un declivio mentre alle spalle si osserva un pianoro di color giallo
             che lascia intravedere una piccola porzione di mare mentre un’enorme nuvola
                                                        65
             bianca sovrasta, oscurandolo, quasi tutto il cielo . Quindi, insieme ai Carabinieri,
             la protagonista è ancora l’area rurale. Il 1955, l’ultimo anno del periodo preso
             in esame in copertina raffigura la “lucerna” dei Carabinieri in questo caso senza
             pennacchio, uno dei simboli per eccellenza dell’Istituzione con la pagina centrale
             dedicata alle uniformi dell’Arma per il periodo 1814 (anno di fondazione) 1848
                                                      66
             (anno di concessione dello Statuto albertino) . Quest’ultimo anno valorizza il


             62  Così scrisse il Comandante Generale: “Sia sempre, il Carabiniere, nei grandi centri come
                nelle più piccole stazioni, vigile e pronto ad accorrere ove lo chiami uno dei suoi infiniti
                doveri. Mi preme tuttavia, oggi, porre l’accento su quello che è , a mio avviso, l’aspetto più
                caratteristico – e più meritorio – dell’attività dell’Arma nel Paese. Il senso di umanità e di
                civismo, la socialità della sua missione. In questo senso immanente e profondo di generosa
                umanità, che ispira e guida il Carabiniere sempre anche nel rigido adempimento del più
                duro dovere, in questo spirito di amorevole, operante e vigile solidarietà verso le classi
                più modeste, verso i diseredati della vita ed i colpiti dalla sventura, è veramente il più alto
                e luminoso segno di nobiltà per l’Arma. Ed è un retaggio, un patrimonio morale, che va
                mantenuto! Roma 1° Gennaio 1952 Generale A. Mannerini”.
             63  Ivi, pp. 89-92.
             64  Ivi, pp. 93-96.
             65  Ivi, pp. 97-100.
             66  Ivi, pp. 101-104.]]></page><page Index="152"><![CDATA[152                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             rapporto tra l’Arma e le massime cariche dello stato. Basti pensare che furono
             riprodotti anastaticamente il messaggio di Luigi Einaudi, Presidente della Repub-
                                                                     67
             blica, in occasione della Festa dell’Arma dell’anno precedente  e quello di Vit-
                                   68
             torio Emanuele Orlando , definito il Presidente della Vittoria, oltre che riportare,
                                                                                   69
             come di consueto, il saluto del Comandante Generale, generale Luigi Morosini .
             Conclusioni
                La situazione del Paese al termine del conflitto mondiale era chiaramente pe-
             sante in termini generali. L’Arma aveva subito grandi traumi in tale periodo ma,
             ogni volta, aveva risposto nell’immediatezza alle richieste dei cittadini e del Pae-
             se. Era necessario garantire il regolare ritorno alla normalità per supportare con-
             cretamente la ripresa economica e produttiva di un Paese devastato dalla guerra.
             Nello stesso periodo, si stava faticosamente avviando la ricostruzione morale e
             sociale e, in tale ambito, il compito dell’Arma era necessario, ovvero garantire
             la libera circolazione di persone e merci provvedendo a intervenire per la pronta
             repressione dei crimini. Secondo alcuni studiosi “l’Italia cercò di realizzare la
             modernizzazione e la professionalizzazione delle proprie forze dell’ordine restan-
             do all’interno del modello di una polizia militarizzata, anzi vedendo proprio la
             militarizzazione come elemento integrante del processo di modernizzazione” . A
                                                                                 70

             67  Il  testo  del  telegramma  riporta  “Con  le  manifestazioni  di  stamani  i  Carabinieri  hanno
                ancora una volta offerto un brillante saggio del loro addestramento e della loro compattezza
                testimoniando lo spirito elevato con il quale la gloriosa Arma saluta il centoquarantesimo
                anniversario della propria Fondazione. Voglia, Signor Comandante Generale, esprimere
                ai militari  tutti dell’Arma il mio elogio assicurandoli che l’intero Paese partecipa  con
                l’ammirato affetto di sempre all’odierna celebrazione. Luigi Einaudi”.
             68  Il biglietto era in risposta ad un augurio da parte di un ufficiale dell’Arma. “1860 (arrivò
                Garibaldi otto giorni dopo!) 1949 Caro Colonnello, gli auguri espressi con la Sua del 20 mi
                sono stati fra i più grati per la nobiltà del pensiero e dell’espressione. Ricordo i carabinieri
                dopo  Caporetto.  Magnifici!  Prestarono  il  loro  servizio  con  la  serenità  di  quelli  che,  in
                questo momento, stanno a piazza Colonna. Suo Orlando”.
             69  Il messaggio del Comandante Generale: “Anche il 1955 vede i Carabinieri riuniti attorno
                ai loro Capi in perfetta armonia di spirito e di cuori, preparati più che mai ai loro compiti
                nella scia luminosa delle lor tradizioni. Da questo Calendario storico che, per pur nelle sue
                scheletriche notizie storiche, vuole rievocare i nostri fasti, rivolto a tutti i militari dell’Arma il
                mio augurio più affettuoso e la mia parola di viva gratitudine con l’incitamento a proseguire
                con rinnovato slancio nella nostra fatica dura, ma feconda. La strada da percorrere sarà
                ognora irta di asperità e difficoltà, ma sapremo piegare gli eventi alla nostra tenace volontà,
                illuminandoli con la luce che promana dall’animo che tramonta e da tutto il nostro glorioso
                passato. Ricordiamo che né il passato né il futuro sono soggetti al nostro volere, solo il
                presente è nostro e bisogna coglierlo per le maggiori glorie d’italia e dell’Arma nostra.
                Roma, 1° Gennaio 1955. Gen. Luigi Morosini”.
             70  donAtellA dellA PortA – herbert reiter, Polizia e protesta, Bologna, Il Mulino, 2003, p.
                67.]]></page><page Index="153"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                153



             giudizio di chi scrive, ciò necessita di attente verifiche. Rimangono alcune con-
             statazioni significative: se è vero che gli anni Sessanta, almeno per l’Arma dei
             Carabinieri, rappresentarono un decennio molto importante per l’introduzione in
             forma molto più diffusa delle nuove tecnologie con la conseguente revisione e
             riorganizzazione dell’intera struttura  per adeguarla ai mutamenti sociali e tecno-
             logici del periodo, si deve affermare che il decennio precedente costituì a sua vol-
             tao un periodo particolarmente significativo in termini di adeguamento dell’Arma
             alle complesse trasformazioni della società italiana nel periodo postbellico e della
             ricostruzione sino all’avvio del “miracolo economico”.
                È opportuno ricordare che “durante la trasformazione del Paese dall’agricol-
             tura all’industria, con cospicui flussi migratori dal Mezzogiorno al Nord, l’Arma
             rappresentò il più solido organismo di presidio territoriale, la principale organiz-
                                                        71
             zazione su cui poggiava la sicurezza dello Stato” .
                Il contributo di sangue fu alto ma l’Arma fornì anche attraverso questo l’op-
             portunità ai cittadini italiani di poter costruire un paese nuovo, facendo tesoro
             delle esperienze vissute sino a quel momento. Lo scopo di tutelare l’ordine e la
             sicurezza pubblica fu raggiunto. Anche a costo della vita.




































             71  MiMMo FrAnzinelli, Il Piano Solo – I servizi segreti, il centro-sinistra e il «golpe» del 1964,
                Milano, Mondadori, 2010, p. 45.]]></page><page Index="154"><![CDATA[]]></page><page Index="155"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                155



             “La Guardia di Finanza”
             a Trieste e nella Venezia Giulia



             Maurizio PaGnoZZi     1




                 l tema del ruolo svolto dalla Guardia di Finanza nel periodo immediatamente
             i successivo al secondo dopoguerra nell’opera di ricostruzione e di riconcilia-
             zione del Paese, verrà trattato affrontando l’argomento, a molti poco noto, dell’at-
             tività svolta dagli appartenenti alla Guardia di Finanza nella Venezia Giulia ed in
             particolare a Trieste, tra il mese di giugno del 1945 ed il 1954.
                La storia del Corpo fu in quella parte d’Italia diversa da quella che parallela-
             mente si svolgeva sul restante territorio nazionale, dove, seppure tra mille difficol-
             tà, non cessò mai di operare la Regia Guardia di Finanza, diventata poi, nel 1946,
                                                     2
             Guardia di Finanza della Repubblica italiana .
                Questa breve relazione prenderà inizio dalla fine dell’occupazione jugoslava
             del capoluogo friulano, cioè dai primi giorni del mese di Giugno del 1945, nel
             corso di una drammatica crisi alimentare, economica e di legalità. Il Comandante
             della Guardia di Finanza di Trieste, colonnello Persirio Marini, uno dei pochi
             scampati agli indiscriminati rastrellamenti effettuati dalle truppe titine, riusciva a
             far giungere una serie di relazioni al Comando Generale del Corpo, a Roma, per
                             3
             rappresentare che :
             ü erano oltre duecento i finanzieri catturati dalle milizie jugoslave, tra il 3 ed il 4
                maggio 1945, nonostante molti di essi avessero coraggiosamente contribuito,
                in accordo con il “Comitato di Liberazione Nazionale” di Trieste, alla difesa ed
                alla liberazione della città dai tedeschi. Egli riteneva, purtroppo erroneamente,
                che la maggior parte di essi fossero detenuti nel campo di concentramento di
                Borovnica (Borovenizza in italiano), in realtà per più di un centinaio di loro
                erano già state eseguite arbitrarie sentenze di morte, infoibati o fucilati senza
                processo. Altri moriranno per gli stenti e le sevizie subite nei campi di concen-


             1  Colonnello t. ISSMI, Capo Ufficio Storico della Guardia di Finanza.
             2  F.O.  n.  30  del  9  agosto  1946,  con  la  quale  veniva  diramata  la  circolare  n.  256-76605
                dell’Ufficio  di  Segreteria  del  Comando  Generale  della  Guardia  di  Finanza,  avente  ad
                oggetto “Nuova forma istituzionale dello Stato”. La circolare, nel riprodurre il contenuto
                degli articoli da 7 a 10 del D.lgs.P. n.1 del 19 giugno 1946, emanava l’ordine di sopprimere
                l’appellativo di “regio” o “regia” nelle denominazioni riguardanti il Corpo. Raccolta dei
                F.F.O.O. in Archivio Storico del Museo della Guardia di Finanza (ASMGF).
             3  Relazioni  datate  8,  12,  16  e  23  Giugno  1945.  Fondo  U.G.A.,  Sez.  677,  cartellina  11,
                Archivio Storico del Museo della Guardia di Finanza (ASMGF).]]></page><page Index="156"><![CDATA[156                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                tramento;
             ü la situazione economica era disastrosa: i
                fondi della Legione di Trieste, oltre sei
                milioni di lire depositati presso la Teso-
                reria dello Stato, erano stati bloccati e re-
                quisiti dalle truppe jugoslave. Altri 3 mi-
                lioni custoditi nella cassa del Comando
                Legione erano andati distrutti nell’incen-
                dio della caserma durante i combattimen-
                ti con i tedeschi. Ai militari non venivano
                corrisposti gli stipendi da oltre un mese;
             ü poteri  civili,  ormai  al  collasso,  erano
                i
                stati assunti dal Governo sloveno inse-
                diatosi prima ad Audissina e poi a Lubia-
                na. Le autorità giudiziarie italiane sospe-
                se, sostituite da un Tribunale del Popolo.
                Ovunque imperava il regime poliziesco e
                repressivo degli uomini del Dipartimen-
                to per la Sicurezza del Popolo, l’O.Z.NA., la temuta polizia segreta militare
                jugoslava;
                i
             ü rifornimenti di viveri alla popolazione erano bloccati ed a stento si riuscivano
                a distribuire poche razioni di pane. Inoltre, prima di lasciare la città, le truppe
                jugoslave avevano iniziato il sistematico saccheggio di tutto ciò che poteva
                essere portato via;
             ü nell’istria la situazione era ancora peggiore a causa del blocco totale dei rifor-
                nimenti di viveri per la popolazione.
                Le trattative per l’assetto provvisorio della Venezia Giulia e parte del Friuli,
             in attesa del trattato di pace, si risolsero il 9 giugno con la firma dell’accordo che
             prevedeva l’istituzione, entro i confini del 1939, di due zone, secondo una linea
             di demarcazione – la c.d “linea Morgan” - che seguiva il corso dell’Isonzo fino
             all’altezza di Gorizia, per allargarsi poi ad est, fino a raggiungere l’Adriatico poco
             oltre Trieste. Pola avrebbe costituito una piccola “enclave” occidentale, nel terri-
             torio amministrato dagli jugoslavi.
                Nelle due zone avrebbero operato due distinte amministrazioni: in quella occi-
             dentale le autorità militari angloamericane erano orientate a continuare ad utilizza-
             re gli organismi rappresentativi esistenti, riservandosi però il diritto di allontanare
             gli elementi sgraditi per sostituirli con persone di fiducia. Il 12 giugno, l’”allied
             Military Government” (A.M.G.), come previsto dagli accordi di Belgrado, si inse-
             diò formalmente nella Zona “A”.
                Uno dei problemi più urgenti che gli Alleati dovettero affrontare fu quello della
             organizzazione di una forza di polizia in grado di garantire l’ordine pubblico e]]></page><page Index="157"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                157



             che tenesse conto della particolare realtà plurietnica della Venezia Giulia. Inizial-
             mente venne considerata la possibilità di continuare ad impiegare i precedenti
             corpi di polizia italiani, pur con organici fortemente ridotti, anche per bilanciare
             la presenza della “Guardia del popolo”, costituita con l’arrivo delle truppe di Tito
             e composta quasi esclusivamente da elementi slavi. Nonostante gli apparati di
             polizia italiani fossero stati azzerati durante l’occupazione jugoslava, si tentò co-
             munque di arruolare quei pochi che, sfuggiti alla fucilazione o alla deportazione,
             intendessero riprendere servizio per conto dell’A.M.G.: vi dovevano inizialmente
             farne parte 50 finanzieri, 50 carabinieri e 50 agenti di P.S..
                L’esperimento, iniziato il 12 giugno, si rivelò subito destinato al fallimento: le
             prime pattuglie uscite dalle caserme, composte da militari alleati e da carabinieri
             in abito civile furono aggredite dalla popolazione di origine slovena che non ve-
                                                                 4
             deva di buon occhio il ritorno delle forze di polizia italiane .
                Un secondo progetto, che prevedeva la formazione di un Corpo di polizia co-
             stituito da 150 carabinieri, 150 finanzieri, 150 agenti di P.S., 150 vigili del fuoco
             e 150 appartenenti alla “Guardia del Popolo”, fu rapidamente accantonato per la
             pretesa di quest’ultima di far arruolare in massa tutti i suoi effettivi, pari a circa
             2500 uomini .
                         5
                Così all’A.M.G non rimase altra soluzione che emanare, il 14 giugno, l’or-
             dinanza n. 2., con la quale furono ufficialmente soppressi tutti i Corpi di polizia
             esistenti nella Venezia Giulia, compresa la “Guardia del popolo”, e disposta l’as-
             sunzione della responsabilità del mantenimento dell’ordine pubblico da parte del-
             la polizia militare alleata, in attesa della costituzione di un nuovo corpo di polizia,
             da reclutare nella stessa Zona “A”.
                Nella città di Pola, invece, un piccolo contingente di finanzieri, 9 uomini più
             un ufficiale, liberati dopo l’ingresso delle truppe alleate, decise di rimanere in
             città accettando di prestare servizio alle dipendenze dell’A.M.G., in abito civile e
             completamente disarmati, con compiti di polizia tributaria e doganale .
                                                                            6
                Il successivo 11 luglio, il colonnello statunitense Alfred Bowman, “Senior Ci-
             vil Affairs Officer” della Zona di occupazione anglo-americana, emanò l’ordinan-
             za n. 6, con la quale, tra l’altro, venne istituito il nuovo ordinamento giudiziario e
             disposta la costituzione del nuovo corpo di polizia regionale, denominato “Vene-
             zia Giulia Police Force”.
                Il compito di provvedere all’organizzazione della Polizia della Venezia Giu-



             4  Relazione del Col. Persirio Marini del 23 Giugno 1945. Fondo U.G.A., Sez. 677, cartellina
                11, Archivio Storico del Museo della Guardia di Finanza (ASMGF).
             5  Relazione del Col. Persirio Marini del 23 Giugno 1945. Fondo U.G.A., Sez. 677, cartellina
                11, Archivio Storico del Museo della Guardia di Finanza (ASMGF).
             6  Relazione del Col. Persirio Marini del 31 agosto 1945. Fondo U.G.A., Sez. 677, cartellina
                11, Archivio Storico del Museo della Guardia di Finanza (ASMGF).]]></page><page Index="158"><![CDATA[158                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                               7
             lia fu affidato al colonnello inglese Gerald Richardson , con un passato da alto
             funzionario nella Divisione Investigativa Criminale della “London Metropolitan
             Police”, meglio nota come “Scotland Yard”, il quale, dopo vari esperimenti, optò
             proprio per l’adozione del modello organizzativo della polizia inglese, compresa
             l’inconfondibile uniforme blu dei “bobbies”.
                Nella fase iniziale le operazioni di reclutamento progredirono con estrema len-
             tezza, ostacolate dai numerosi episodi di intimidazione, anche fisica, esercitati da
             una parte della popolazione locale, nei confronti degli appartenenti alle disciolte
             forze di polizia italiane e dei potenziali aspiranti civili, spesso malmenati e minac-
             ciati per dissuaderli dal loro intento.
                Occorsero dunque quasi due mesi, affinché il 1° settembre 1945 la V.G.P.F.
             poté dirsi ufficialmente costituita, con un organico iniziale di 3500 uomini, ma che
             nel giro di pochi anni raggiunse quota 6000 unità.
                Nelle intenzioni degli alleati la fisionomia di questo nuovo Corpo di polizia
             sarebbe dovuta essere quella di una unità militare integrata nel 13° Corpo d’Ar-
             mata britannico, e solo più tardi ne fu chiarita la sua natura di Corpo di Polizia ad
             ordinamento civile, grazie alle insistenze del Col. Bowman, il quale riuscì a con-
             vincere i suoi superiori che una forza di polizia con competenze così eterogenee
             avrebbe potuto efficacemente espletare il proprio mandato solo sotto il controllo
             dell’autorità civile, ancorché, come nel suo caso, quale “Senior Civil Affairs Offi-
             cer” egli riassumeva comunque in sé entrambi i poteri, civili e militari .
                                                                            8
                I gradi più elevati della V.G.P.F. erano ricoperti da ufficiali alleati, prevalente-
             mente inglesi, gli altri - dal livello di “superintendent” (tenente colonnello) fino
             ai gradi più bassi -furono affidati in maggioranza ad ex appartenenti alle forze di
             polizia italiane, ed in minor misura ad ex partigiani e miliziani della “Guardia del
             popolo”. Nonostante il boicottaggio iniziale, circa un terzo degli effettivi furono
             comunque di nazionalità slovena.
                La “Venezia Giulia Police Force” aveva un’organizzazione funzionale e una
             territoriale operante su quanto rimaneva nella Zona “A” delle province italiane di
             Trieste, Gorizia e Pola.
                L’articolazione funzionale comprendeva sei “Division”, tre delle quali ope-
             rative: “Uniform” (polizia di sicurezza), “Criminal investigation” (polizia giu-
             diziaria), “Fiscal” (polizia finanziaria) e tre di supporto (personale, trasporti ed
             amministrazione).
                il personale in forza alle varie Divisioni si distingueva per un diverso scudetto

             7  Il Col Richardson, dopo lo sbarco alleato in Sicilia del luglio 1943, aveva già ricoperto
                diversi incarichi dirigenziali quale responsabile della pubblica sicurezza, venendo nominato
                dapprima Questore di Palermo e poi “Chief Public Safety Officer” a Napoli, dove vi rimase
                per ben 18 mesi.
             8  “Zones of Strain: A Memoir of the Early Cold War”, di Alfred Connor Bowman, pagg. 63
                e 64 – 1982, Hoover Institution Press, USA.]]></page><page Index="159"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                159



             applicato alla manica della giubba. Quello del-
             la Divisione Fiscale era di colore giallo, sor-
             montato dalla lettera “F”.
                Ciascuna  Divisione  comprendeva  più
             “Branches”  (Sezioni)  specializzate,  alle  di-
             pendenze  di  un  “Superintendent”  inglese  o
             americano, coadiuvato da un “vice” (“Depu-
             ties”).  Immediatamente  dopo  iniziava  la  ge-
             rarchia del personale locale: ufficiali (“Chief
             inspector”, “inspector”, “Subinspector”, cor-
             rispondenti  a  maggiore,  capitano,  tenente),
                                       a
                                          a
             sottufficiali  (“Sergeant”  di  l ,  2  e 3 classe,
                                               a
             corrispondenti ai tre gradi di maresciallo). Il
             restante  personale  era  composto  da  “Corpo-
             rals”  ,  “Guards”  e  dai  “Pupils”,  cioè  gli  al-
             lievi, per il cui addestramento fu istituita una
             scuola a Bagnoli della Rosandra.
                Per poter essere reclutati bisognava essere
             residenti nella Venezia Giulia dal 1940, di età   Fregio del berretto in uso alla
                                                             Guardia di Finanza di Trieste
             compresa tra i 20 ed i 35 anni ed essere presen-
             tati da due testimoni non appartenenti alle soppresse forze di polizia né aspiranti
             ad entrare nella nuova. i candidati venivano sottoposti ad una visita medica e ad
             un colloquio di selezione. Sia sugli aspiranti che sui loro testimoni svolgeva in-
             dagini il “Field Security Service”, il controspionaggio campale britannico. Queste
             disposizioni, molto restrittive, furono poi in parte attenuate nel marzo del 1946,
             allargando la fascia di età utile per l’arruolamento, tra i 19 ed i 36 anni, e rendendo
             meno stringente il requisito della residenza nella Venezia Giulia, spostato ad una
             data antecedente il 1 maggio 1945 .
                                            9
                Fin dall’inizio della assunzione dei poteri da parte dell’A.M.G., l’ex Coman-
             dante della disciolta Legione della Guardia di Finanza di Trieste, Colonnello Ma-
             rini, aveva invitato i finanzieri superstiti ad entrare nella polizia della Venezia
             Giulia, in linea con l’atteggiamento di collaborazione adottato dalla comunità ita-
             liana nei confronti degli alleati, ed anche con lo scopo di conservare un’adeguata
             presenza del Corpo nel nuovo organismo che era destinato ad assolvere un ruolo
             essenziale nella vita della regione, per un periodo sulla cui durata non era consen-
             tito avanzare previsioni.


             9  Traduzione in lingua italiana delle “Disposizioni riguardanti l’arruolamento del personale
                della Polizia Civile della Venezia Giulia”, emanate dal Lt Col. G. Richardson il 9 marzo
                del 1946. Guardia di Finanza 1945-1960, Venezia Giulia, Sez. 791, busta 1, cartellina 5,
                Archivio Storico del Museo della Guardia di Finanza (ASMGF)]]></page><page Index="160"><![CDATA[160                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                La posizione giuridica dei finanzieri arruolati fu chiarita alla fine del 1945,
             quando il Comando Generale ottenne assicurazione dal Ministro delle Finanze
             che i militari assunti nella V.G.P.F. dovevano essere considerati a tutti gli effetti
             come in servizio nella Guardia di Finanza, e solo temporaneamente posti a dispo-
             sizione, per l’impiego, del Governo Militare Alleato. Grazie a questa importante
             precisazione, fu possibile autorizzare ulteriori arruolamenti di finanzieri nella po-
                         10
             lizia triestina .
                Nell’ambito della Divisione Fiscale della V.G.P.F. venne costituita la “Finance
             Guard Branch” (letteralmente “Sezione Guardia di Finanza”) a capo della quale
             venne nominato, con il grado di “Chief inspector” il capitano Leonardo Sava-
             stano, uno dei primi finanzieri a chiedere di entrare a far parte del nuovo Corpo
             di polizia, il quale, insieme ad altri due sottufficiali provvide ad organizzare un
             ufficio con il compito di rintracciare ed arruolare altri appartenenti alla Regia
             Guardia di Finanza disposti a seguire il loro esempio. Anche altri ufficiali delle
             fiamme gialle decisero di arruolarsi fin dalla prima ora: il capitano Scotti a Pola, il
             capitano Balbi a Gorizia, il maggiore Gessi, che divenne capo ufficio amministra-
             zione presso il Quartier Generale della V.G.P.F., il capitano Galante ed il tenente
             segulin a Trieste.
                Il 15 settembre, il primo gruppo di trenta finanzieri era già entrato in servi-
             zio, ma la situazione logistica era disastrosa: mancavano locali, mobilio, mezzi
             di trasporto, divise, armi, munizioni. Le caserme e gli uffici già appartenuti alla
             Guardia di Finanza erano stati saccheggiati o occupati da sfollati e si riteneva im-
             popolare proporne lo sgombero. Le prime esigenze furono dunque risolte grazie
             alla cessione di alcuni moduli prefabbricati da parte degli alleati.
                Tutto il personale proveniente dalla Regia Guardia di Finanza, che venne reclu-
             tato per lo più tra settembre ed ottobre, fu assegnato alla “Finance Guard Branch”,
             che però inizialmente era stata denominata “Customs and Excise Branch”, più
             consona alla tradizione anglosassone e come del resto avvenuto altrove in italia
             nelle zone sotto il controllo dell’A.M.G., che però implicava una limitazione delle
             sue competenze al solo settore doganale. Grazie alle insistenze del capitano sa-
             vastano si riuscì alla fine a fare adottare la formula più ampia di “Finance Guard
             Branch”, che oltre a corrispondere meglio alle attribuzioni effettive, consentiva
             di richiamare, mediante la traduzione letterale, il nome del corrispondente Corpo
             della Guardia di Finanza italiana.
                La “Finance Guard Branch” era articolata su più reparti operativi: quattro era-
             no presenti nell’area di Trieste, uno a Monfalcone, uno a Grado, due a Gorizia,


             10  Relazione  al  Ministro  delle  Finanze,  datata  22  novembre  1945,  a  firma  dell’allora
                Comandante Generale della Guardia di Finanza, Gen. D. Oxilia. Guardia di Finanza 1945-
                1960, Venezia Giulia, Sez. 791, busta 2, cartellina 15, Archivio Storico del Museo della
                Guardia di Finanza (ASMGF)]]></page><page Index="161"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                161
































                               Due chevrolet assegnate al Corpo nel 1950
             uno a Cormons ed uno a Pola.
                Il 4° Reparto di Trieste era costituito da 49 finanzieri del contingente di mare,
             i quali, utilizzando quella che prima era stata l’officina della Stazione navale della
             Guardia di Finanza, e poi requisita con tutto il personale dalla Royal Navy, prov-
             videro al recupero ed al mantenimento in efficienza di sei motolance appartenute
             al naviglio del Corpo, assicurando così il servizio di polizia marittima e portuale
             per l’intera V.G.P.F..
                La “Finance Guard Branch” aveva una forza organica di 247 unità, delle quali
             ben 223 provenivano dai ruoli del servizio attivo della Regia Guardia di Finanza.
             solo 26 erano i civili reclutati sul posto .
                                                11
                La caratteristica uniforme blu della polizia londinese era indossata solo dal
             personale che prestava servizio presso i varchi doganali e le fabbriche soggette
             a vigilanza fiscale, per l’espletamento degli altri compiti si utilizzava, di norma,
             l’abito civile.
                L’attività  della  “Sezione  Guardia  di  Finanza”  fu  all’inizio  assai  difficile.  Il
             vuoto di potere che si era creato a partire dagli ultimi mesi del conflitto, avevano
             determinato la cessazione dei servizi di vigilanza finanziaria, contribuendo a dif-
             fondere nella popolazione civile, stremata per le privazioni inflitte dalla durezza



             11  Relazione del capitano Leonardo Savastano in data 31 gennaio 1946. Fondo U.G.A., Sez.
                677, documento n. 31, Archivio Storico del Museo della Guardia di Finanza (ASMGF).]]></page><page Index="162"><![CDATA[162                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             della guerra, il convincimento che fosse cessato anche qualsiasi obbligo di natura
             fiscale. L’attività dei finanzieri triestini fu quindi inizialmente orientata a rieduca-
             re gradualmente i cittadini al rispetto delle leggi tributarie, attraverso una attenta
             azione di persuasione e prevenzione, piuttosto che di repressione. Nei primi mesi
             di attività, inoltre, una consistente aliquota di personale fu impegnata nel controllo
             della veridicità delle migliaia di istanze presentate per la liquidazione dei danni di
                   12
             guerra , soprattutto da parte dei profughi istriani e dalmati.
                Ma gradualmente, con la ripresa economica - sia pure in parte “drogata” dalle
             ingenti spese per il mantenimento della forza d’occupazione alleata - tornarono ad
             assumere rilievo i compiti di polizia tributaria, assolti sulla base della legislazione
             in vigore all’8 settembre del 1943, recepita ed in alcuni casi modificata con appo-
             site ordinanze dall’A.M.G., compreso il contrasto al contrabbando, molto attivo
             sul breve tratto di litorale compreso nel territorio della Zona “A”.
                Nonostante tutte le difficoltà fin qui accennate, nei primi quattro mesi di attivi-
             tà, la “Finance Guard Branch” riuscì comunque a:
             ü assicurare la vigilanza presso 9 varchi doganali e 17 posti fissi, suddivisi tra
                raffinerie, depositi di carburanti e distillerie;
             ü eseguire ben 1687 accertamenti in materia di tasse ed imposte indirette, sco-
                prendo, complessivamente, l’evasione di tributi per oltre 1 milione di lire;
             ü sequestrare ingenti quantitativi di merce di contrabbando, tra cui una tonnella-
                ta e mezzo di sigarette ed oltre 47 tonnellate di sale, denunziando 472 persone
                ed arrestandone una.
                Gli alleati non tardarono ad apprezzare la professionalità e lo spirito di corpo
             delle fiamme gialle triestine, alle quali vennero affidati incarichi sempre più im-
             portanti, chiamati ad intervenire anche in indagini che vedevano implicati ufficia-
             li anglo-americani corrotti. Avrebbero voluto anche estenderne la competenza al
             controllo dei prezzi ed alla vigilanza lungo l’intera linea Morgan, se solo lo aves-
             sero consentito i numeri. sarebbero però state necessarie almeno altre duecento
             unità, per un organico complessivo di 400 uomini, corrispondente al personale
                                                                      13
             della Guardia di Finanza in servizio a Trieste prima della guerra .


             12  Tra il 16 ottobre 1945 ed il 16 gennaio 1946, furono 1090 le informazioni fornite per danni
                di guerra relative ad altrettante richieste. A fronte di oltre 162 milioni di lire di risarcimenti
                richiesti, i finanziari ne accertarono la congruità solo per circa 90 milioni di lire. Relazione
                del capitano Leonardo Savastano del marzo 1946. Guardia di Finanza 1945-1960, Venezia
                Giulia,  Sez.  791,  busta  2,  cartellina  16,  Archivio  Storico  del  Museo  della  Guardia  di
                Finanza (ASMGF).
             13  Ministero  delle  Finanze-  Gabinetto  del  Ministro  –  Ufficio  di  collegamento  con
                l’Amministrazione Civile alleata, nota prot. n. 1808 del 17 dicembre 1945. Guardia di
                Finanza 1945-1960, Venezia Giulia, Sez. 791, busta 1, cartellina 5, Archivio Storico del
                Museo della Guardia di Finanza (ASMGF).]]></page><page Index="163"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                163


































                         2 ottobre 1954. Il varo del motoscafo d’alto mare “M.1”.

                Inoltre, la ripresa dei traffici commerciali registrata dopo l’effettuazione di al-
             cuni importanti lavori di ripristino nel porto di Trieste, faceva ragionevolmente
             presumere che, entro il 1946, si sarebbe ritornati al livello di efficienza prebellica
             dello scalo portuale, rendendo quindi improcrastinabile la riattivazione del preesi-
             stente servizio di vigilanza finanziaria, anche notturno, soprattutto per contrastare
             il crescente fenomeno del contrabbando. ma per attuare in tempi brevi l’invocato
             potenziamento degli organici non poteva essere fatto affidamento sul personale
             reclutato sul posto, per il quale risultava insufficiente il brevissimo periodo di
             addestramento trascorso presso la “Training School” della Polizia Civile, che non
             garantiva la necessaria preparazione in settori di servizio connotati da elevato
             tecnicismo, quali quello tributario e quello doganale. L’A.M.G. aveva quindi inte-
             ressato la Commissione Alleata di Controllo, insediata a Roma, affinché interve-
             nisse sul ministero delle Finanze italiano e sul Comando Generale della Guardia
             di Finanza per sollecitare l’invio di altri finanzieri. Ed in tale direzione si mosse la
             Sottocommissione Alleata per le finanze, in occasione degli accordi per l’organiz-
             zazione del passaggio delle province settentrionali all’amministrazione italiana,
             con apposite richieste ufficiali.
                Un’ulteriore intervento venne effettuato nel dicembre del 1945 anche dallo
             Stato Maggiore del Regio Esercito, per il quale era importante assecondare con
             urgenza ogni richiesta di invio di personale, poiché la “Fiscal Division” della]]></page><page Index="164"><![CDATA[164                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                         V.G.P.F. era da considerarsi “il
                                                         reparto più italiano e più fede-
                                                         le alle tradizioni di tutte le altre
                                                         divisioni  di  cui  si  compone  la
                                                         nuova organizzazione di polizia
                                                         creata  per  la  Venezia  Giulia”,
                                                         rappresentando altresì il suo po-
                                                         tenziamento “l’occasione - uni-
                                                         ca nel suo genere - di contropro-
                                                         porre o addirittura di inviare un
                                                         ufficiale superiore del Corpo al
                                                         comando di tutti i finanzieri” .
                                                                                  14
                                                            Ricevuta  finalmente  l’auto-
                                                         rizzazione dal ministro delle Fi-
                                                         nanze, nel gennaio del 1946, il
                                                         Comando Generale impartì alle
                                                         Legioni  di  Udine  e  di  Venezia
                                                         l’ordine di provvedere al reperi-
                                                         mento di ulteriori 200 finanzieri
                                                         da inviare a Trieste, da sceglie-
                                                         re,  possibilmente,  su  base  vo-
                                                               15
                                                         lontaria .
                                                            Purtroppo, la rigidità dei re-
             quisiti richiesti per l’arruolamento nella Polizia Civile, cioè che i militari fosse-
             ro originari della Venezia Giulia o che avessero fatto parte in precedenza della
             Legione di Trieste, impedirono la rapida attuazione della manovra di aumento
             dell’organico: alla data del 10 aprile 1946, solo trenta erano stati i nuovi finanzieri
             arruolati nella V.G.P.F..
                Al fine di promuovere la nascita di un sano spirito di corpo, in un organi-
             smo così eterogeneo per provenienza geografica, colore politico ed esperienza
             di servizio dei suoi componenti, nel 1948 venne fondato un periodico ufficiale di
             informazione, l’”eco della Polizia Civile”, dato alle stampe con cadenza mensile,
             che iniziò la propria attività cercando proprio di divulgare all’interno ed all’ester-
             no del Corpo le attività ed i compiti che svolgevano le varie articolazioni che lo
             componevano e la tipologia di servizio svolta dalle varie Division e Branches. Per

             14  Ministero della Guerra – Stato Maggiore Regio Esercito – Ufficio Informazioni. Nota n.
                69579 del 31 dicembre 1945. Guardia di Finanza 1945-1960, Venezia Giulia, Sez. 791,
                busta 1, cartellina 5, Archivio Storico del Museo della Guardia di Finanza (ASMGF).
             15  Comando Generale della Guardia di Finanza- Ufficio di Segreteria, nota prot. n. 40 del 5
                gennaio 1946. Guardia di Finanza 1945-1960, Venezia Giulia, Sez. 791, busta 1, cartellina
                5, Archivio Storico del Museo della Guardia di Finanza (ASMGF).]]></page><page Index="165"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                165





































                  Territorio libero di Trieste - Dogana. Servizio di controllo al confine di Stato

             quanto di interesse di questa relazione, cito ad esempio il numero 11, del febbraio
             1949, la cui copertina era dedicata alla “Woman Branch” ed il numero 14 relativo
             alla “Fiscal Branch”. Le pagine interne del periodico erano per lo più dedicate ad
             argomenti di tecnica professionale, in particolare legislazione tributaria e diritto
             penale. Non mancavano comunque articoli dedicati a particolari momenti di vita
             del Corpo o a tematiche di carattere sociale, e non potevano certo mancare le
             cronache delle competizioni sportive alle quali partecipavano i poliziotti triestini,
             soprattutto calcio e basket.
                Con la firma del Trattato di pace di Parigi, avvenuta il 10 febbraio 1947, e la
             sua successiva entrata in vigore, il 15 settembre, ulteriori modifiche vennero ap-
             portate alla situazione geopolitica del confine orientale.
                Tutto il territorio ad ovest della “linea francese” da Tarvisio fino a Duino torna-
             va all’Italia, mentre ad est di tale località avrebbe dovuto essere costituito uno Sta-
             to indipendente, il “Territorio Libero di Trieste” (T.L.T.), sotto la tutela del Con-
             siglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Fino alla sua effettiva istituzione i poteri
             continuavano ad essere esercitati dalle amministrazioni militari anglo-americana
             e jugoslava, come già avveniva dalla fine della guerra.
                A capo del T.L.T. ci sarebbe dovuto essere un Governatore, nominato dal Con-]]></page><page Index="166"><![CDATA[166                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             siglio di sicurezza e proprie istituzioni ispirate a principi democratici ed alla tutela
             delle minoranze, ma per il mancato accordo tra le potenze vincitrici su quest’ul-
             timo aspetto, questo ambizioso progetto non venne mai realizzato ed il Territorio
             Libero di Trieste continuò a rimanere diviso nelle due Zone, “A” e “B”.
                Intanto, per l’Italia si poneva, nell’immediato, il problema della riorganizza-
             zione del sistema di controllo alle frontiere lungo i territori che venivano restituiti.
             Le difficoltà erano rappresentate innanzitutto dalla urgente necessità di realizzare
             le strutture logistiche indispensabili per consentire la normalizzazione dei movi-
             menti delle persone e delle merci, in un quadro di situazione nel quale, tuttavia, le
             esigenze di sicurezza politico-militare continuavano ad avere preminenza.
                Le difficoltà erano inasprite dal clima di reciproca diffidenza esistente tra le
             due parti, e da una serie di fattori che avrebbero inevitabilmente condizionato
             l’efficienza dei controlli.
                Il confine, al contrario di quello stabilito nel 1918, attraversava ora zone den-
             samente popolate, tagliando in due centri abitati, proprietà agricole, strade; occor-
             reva quindi prevedere un traffico frontaliero intenso e difficilmente controllabile.
                inoltre una volta soppresso lo schermo dei posti di controllo americani lungo
             la “linea Morgan”, da Tarvisio alle soglie di Trieste, le forze armate italiane ed
             jugoslave sarebbero venute a contatto e, tenuto conto della tensione esistente, il
             rischio di incidenti era altissimo, e gli sviluppi imprevedibili.
                Alla Guardia di Finanza venne assegnato un compito di estrema delicatezza,
             poiché i suoi Reparti e le sue pattuglie avrebbero dovuto costituire un primo velo
             di forze, con funzioni di controllo di polizia ed insieme di osservazione ed allarme
             dal punto di vista militare.
                A tale scopo nel corso del 1947 fu autorizzata la costituzione di un reparto di
             200 finanzieri, i quali radunati nel corso dell’estate a Latisana, il 15 settembre
             1947 presero possesso della linea di confine, entrando, con le altre forze militari e
             di polizia, a Monfalcone, a Gorizia e negli altri centri della provincia.
                In quello stesso giorno le truppe jugoslave entrarono in Pola, ed i finanzieri
             della “Finance Guard Branch” lasciarono la città per Trieste, con gli ultimi rap-
             presentanti dell’amministrazione alleata.
                L’entrata in contatto dei militari italiani ed jugoslavi non provocò il conflitto da
             taluni temuto, anche se non mancarono incidenti che da entrambe le parti si cercò
             di non drammatizzare, al di là delle roboanti manifestazioni verbali.
                Già pochi giorni dopo lo schieramento lungo il confine, il 30 settembre, un
             battaglione dell’esercito di Belgrado si presentò al Passo del Predil, pretendendo
             di occuparlo. Il fermo atteggiamento dei finanzieri bastò per impedire il “fatto
             compiuto”, che era probabilmente nelle intenzioni degli jugoslavi. Accorse un’u-
             nità del nostro esercito, e le due parti si fronteggiarono finché la controversia non
             venne risolta.
                L’incerto  andamento  della  linea  di  confine,  tracciata  frettolosamente  dagli]]></page><page Index="167"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                167































                 Sequestro di sigarette di contrabbando nascoste tra le coperte. Trieste, 1950


             americani e con molta lentezza ridefinita dalla commissione mista, contribuiva ad
             aumentare le probabilità di sconfinamenti involontari, puniti sempre con l’arresto
             dei trasgressori, ma anche e soprattutto il rischio di scontri a fuoco. Per anni,
             durante la notte, i “graniciari”, le guardie confinarie jugoslave, spostavano furti-
             vamente i segnali di confine, e puntualmente il mattino seguente i finanzieri prov-
             vedevano al ripristino dello “status quo”, generalmente senza seguito contenzioso.
                La sistemazione definitiva dei cippi regolamentari richiese alcuni anni, e diede
             luogo a diversi incidenti, dei quali uno solo veramente grave, che costò la vita al
             finanziere Salvatore Russo, freddato da una raffica dei militari slavi nel pomerig-
             gio del 29 agosto 1949, mentre scortava gli operai incaricati della messa in opera
             dei segnali, alla Cima dei Mughi presso il Passo del Predil.
                Nel  marzo  del  1948,  i  governi  di  Washington,  Londra  e  Parigi,  preso  atto
             dell’ormai avvenuta integrazione della Zona “B” nel sistema jugoslavo, e dell’im-
             possibilità di trovare un accordo per assicurare il funzionamento del T.L.T se-
             condo il dettato del trattato di pace, emisero quella che da allora fu nota come
             la “dichiarazione tripartita”, con la quale si impegnavano a proporre all’Unione
             Sovietica di accordarsi per restituire all’Italia la sovranità sul Territorio Libero di
             Trieste.
                Questa prospettiva indusse il Governo Militare Alleato di Trieste a modificare
             la propria struttura organizzativa, adottando forme più adeguate al funzionamento
             di una amministrazione civile.]]></page><page Index="168"><![CDATA[168                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                                  il G.m.A.  fu artico-
                                                                           16
                                                               lato in tre diversi livelli
                                                               istituzionali,  la  “Zona”,
                                                               con funzioni di governo
                                                               retta da un presidente
                                                               con poteri assimilabili a
                                                               quelle di un prefetto, co-
                                                               adiuvato da un vicepre-
                                                               sidente e da una giunta
                                                               amministrativa;  il  “Co-
                                                               mune”  e  la  “Provincia”
                                                               con funzioni analoghe a
                                                               quelle dei corrisponden-
                                                               ti organismi italiani.
                                                                  L’indirizzo politico
                                                               del  G.M.A.  fu  quello
                                                               della progressiva attribu-
                                                               zione di funzioni alle au-
                                                               torità locali, tutte o quasi
                                                               di nazionalità italiana.
                                                                  Fu  in  questo  clima
                                                               che,  negli  ultimi  mesi
                                                               del 1949, maturarono le
                                                               condizioni  per la  sepa-
                                                               razione  della  “Finance
             Guard Branch” dalla “Venezia Giulia Police Force”, fortemente voluto dal per-
             sonale proveniente dal servizio attivo della Guardia di Finanza, che si era co-
             stantemente battuto per mantenere una posizione autonoma, come conseguenza
             necessaria della specifica identità professionale, e che rappresentava oltre un terzo
             delle circa 800 unità complessivamente in forza alla “Finance Guard Branch”.
                La proposta venne formulata nell’ottobre del 1949 dal Vice capo della “Finan-
             ce Division” tenente colonnello John Osmon, in una nota indirizzata al Direttore
             generale per gli affari civili del G.M.A, generale C. D. Eddleman, e prese corpo
             nel corso di una serie di riunioni tra gli ufficiali alleati interessati, durante le quali
             furono definiti i dettagli tecnici, logistici ed amministrativi dell’operazione, rac-
             colti poi in una voluminosa “Istruzione”, che costituì la pietra miliare per il fun-
             zionamento del nuovo Corpo di polizia finanziaria.



             16  Uno degli aspetti più evidenti del cambiamento di strategia allora in corso era ravvisabile
                proprio nel passaggio dall’uso della terminologia inglese di “Allied Military Government”
                (A.M.G.) a quella più familiare alla lingua italiana di “Governo Militare Alleato” (G.M.A.).]]></page><page Index="169"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                169



                Nonostante la Polizia Civile avesse frapposto diversi ostacoli e manifestato
             un atteggiamento di aperta ostilità al paventato progetto, non accettando l’idea di
             perdere un’aliquota così importante della propria struttura, alla fine, il 16 dicem-
             bre 1949 dal Quartier generale del G.m.A. venne emanato l’ordine di servizio
             n. 230, con il quale veniva soppressa la “Fiscal Division” della “Venezia Giulia
             Police Force” ed istituito, con decorrenza 1° gennaio 1950, il “Corps of Finance
             Guards” (Corpo della Guardia di Finanza) del Territorio Libero di Trieste, zona
                                  17
             britannico-statunitense  .
                Il Comando venne affidato al tenente colonnello di artiglieria Lawrence Adams,
             coadiuvato dal maggiore di cavalleria Gillman Morse (entrambi americani), e dal
             capitano della Guardia di Finanza Domenico Veca, con il grado di “assistant su-
             perintendent”.
                Ad esclusione dei compiti di carattere politico-militare, il nuovo Corpo era
             chiamato ad operare con funzioni e attribuzioni identiche a quelle fissate dalla
             legge di ordinamento del 1942 per la Guardia di Finanza italiana, la cui “mission”
             poteva così essere sintetizzata:
             Ø prevenzione, ricerca, accertamento e denuncia delle violazioni finanziarie;
             Ø vigilanza, nei limiti previsti dalle leggi, sulla osservanza delle disposizioni
                  finanziarie ed economiche vigenti nella Zona;
             Ø concorso al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica;
             Ø esecuzione di altri servizi di pubblica vigilanza e tutela, per i quali, secondo
                  le leggi speciali era richiesto il suo intervento.
                Per consentire al personale di adempiere con professionalità ai nuovi compiti
             di servizio, dopo pochi mesi si provvide anche a redigere un apprezzato “Manuale
             di istruzione”  .
                          18
                La Guardia di Finanza del T.L.T. fu posta alle dirette dipendenze del Capo del
             Dipartimento di Finanza del G.M.A., perdendo, opportunamente, ogni legame con
                       19
             la V.G.P.F. , e venne organizzata con un’articolazione funzionale che copriva, nel
             piccolo spazio del Territorio Libero, la totalità delle esigenze di vigilanza fiscale:
             un Quartier Generale comandava, coordinava e supportava logisticamente i cin-


             17  Relazioni contenute in: Guardia di Finanza 1945-1960, Venezia Giulia, Sez. 791, busta 1,
                cartellina 1, Archivio Storico del Museo della Guardia di Finanza (ASMGF).
             18  “Manuale  d’Istruzione”  per  il  Corpo  della  Guardia  di  Finanza  di  Trieste,  1^  Edizione
                Luglio 1950, pag. 3 – Trieste, F. Zigiotti Editore. Archivio Storico del Museo della Guardia
                di Finanza (ASMGF).
             19  La netta separazione dal Dipartimento dell’Interno, nell’ambito del quale era inquadrata la
                V.G.P.F. e l’attribuzione di compiti di ordine pubblico solo in via concorsuale, consentirono
                alla  Guardia  di  Finanza  di Trieste  di  rimanere  estranea  alla  dura  repressione  dei  gravi
                disordini che si verificarono a Trieste il 5 e 6 novembre del 1953, durante i quali la polizia
                civile, sparando ad altezza d’uomo, uccise 6 manifestanti.]]></page><page Index="170"><![CDATA[170                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             que nuclei operativi sul territorio, denominati “Frontiera terrestre” (cui spettava il
             compito di vigilare 58 km di frontiera terrestre e 16 varchi doganali), “Frontiera
             marittima” (con alle dipendenze la Sezione naviglio), “Imposte di fabbricazione”,
             “Monopoli” e “Polizia tributaria investigativa”.
                Il personale fu tratto da quello già in forza alla “Finance Guard Branch”, cir-
             ca 800 uomini, integrato con elementi volontari provenienti da altre specialità
             della polizia civile, e, in un secondo tempo, con nuovi reclute addestrate presso
             una propria scuola, fino a raggiungere la forza organica di 1028 unità, composta
             da 58 ufficiali, 184 “sergeants” (marescialli), 178 “corporals” (brigadieri) e 630
             “guards” (guardie).
                L’uniforme blu della polizia civile fu sostituita con quella grigioverde di foggia
             italiana, che tornò così ad esser vista a Trieste, suscitando molte simpatie nell’o-
             pinione pubblica perchè finalmente vedeva il ritorno di uno dei simboli della ma-
             drepatria.
                La fiamma del fregio del berretto, un po’ più piccola di quella in uso dalla
             Guardia di Finanza italiana, era sormontata da uno scudetto rosso con l’alabarda,
             emblema della città di Trieste e lo stesso fregio fu applicato alle fiamme gialle sul
             bavero, in luogo delle stellette.
                Rimangono ancora sconosciute le ragioni per le quali fu vietato il passaggio
             nel nuovo Corpo al personale appartenente alla “Women Police Branch” ed alle
             agenti già in servizio nella “Finance Guard”, che furono quindi costrette a rientra-
             re, entro la mezzanotte del 31 dicembre 1949, nei ruoli della V.G.P.F..
                La dotazione iniziale degli automezzi del Corpo, ai quali era stata assegnata
             la targa “G. di Finanza” accompagnata dall’alabarda triestina di colore rosso, era
             costituita da 6 jeeps, 3 automezzi pesanti per il trasporto di personale e 4 motoci-
             clette. Pochi mesi dopo vennero assegnate due “Chevrolet” adibite alle esigenze
             di movimento degli ufficiali alleati in servizio nel Corpo. Nel 1954, poco prima
             del passaggio del T.L.T. all’Italia, la dotazione degli automezzi era ulteriormente
             aumentata grazie all’immissione in servizio di ulteriori autovetture Fiat 1400 e
             Fiat 1100, una Alfa Romeo 1900 super, 6 moto Guzzi ed una autoambulanza.
             Completavano il parco mezzi 45 biciclette marca “Bianchi”.
                L’armamento era costituto da carabine americane, le “Winchester” e da pistole
             “Colt” e/o “Beretta”.
                Per quanto riguarda il naviglio, la Stazione di Trieste disponeva di 5 moto-
             lance, costruite tra il 1932 ed il 1936, alcune delle quali rimesse a nuovo, della
             velocità massima di 9 miglia, e due motoscafi in legno, con una velocità massima
             tra 7 e 13 miglia.
                Nel 1954 la flotta venne potenziata con il varo di due motoscafi veloci d’altura,
             con scafo in legno, l’M.A.1 e l’M.A.2, della lunghezza di oltre 15 metri ed una]]></page><page Index="171"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                171



































                Un finanziere italiano e uno del Territorio Libero di Trieste in servizio di vigilanza
                      lungo il Molo Bersaglieri, nei pressi della Stazione Marittima di Trieste



                                                                                   20
             velocità massima di circa 30 miglia nautiche, non dotate di armamento pesante .
                il conseguimento dell’autonomia dalla Polizia Civile determinò anche un pro-
             gressivo avvicinamento del “Corps of Finance Guards” alla Guardia di Finanza
             della Repubblica, la quale, soprattutto dopo l’entrata in vigore del trattato di pace,
             attribuì costantemente carattere di priorità al mantenimento “a numero” dei quadri
             dell’omologo triestino, che veniva così ad l’assumere sempre più la fisionomia di
             “distaccamento” del fratello maggiore.
                il Corpo consolidò l’ottima reputazione professionale che presso l’ammini-
             strazione alleata si era precedentemente conquistata la “Finance Guard Branch”
             manifestando però nel contempo, sempre lealmente, un orientamento nettamente
             filo-italiano, che si rivelava apertamente anche nelle notizie pubblicate sul pro-
             prio periodico istituzionale, “Le Fiamme Gialle di Trieste”, dove spesso venivano
             richiamate le cronache politiche nazionali e passate in rassegna le più importanti
             operazioni di servizio svolte dalla Guardia di Finanza della Repubblica. Numerosi



             20  Relazioni contenute in : Guardia di Finanza 1945-1960, Venezia Giulia, Sez. 791, busta 1,
                cartellina 2, Archivio Storico del Museo della Guardia di Finanza (ASMGF).]]></page><page Index="172"><![CDATA[172                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             erano anche gli articoli dedicati alla tecnica professionale o al commento di leg-
             gi e regolamenti in materia tributaria, così come erano presenti diverse rubriche
             dedicate alle attività di protezione sociale e sportive svolte a favore o dagli stessi
             finanzieri triestini.
                La politica di graduale integrazione con l’amministrazione italiana fu porta-
             ta avanti con continuità dal G.M.A. fino al marzo del 1951. Con l’assunzione
             del comando della Zona da parte del magg. gen. John Winterton, si assistette ad
             un sostanziale cambiamento di indirizzo nella politica alleata, determinato dalla
             guerra di Corea e dal sensibile miglioramento nella posizione internazionale della
             Jugoslavia, concretizzatosi in un atteggiamento di maggiore equidistanza tra le
             due comunità del T.L.T., e dall’inasprimento dei controlli alla frontiera con la
             Repubblica Italiana, testimoniato dal ripristino dell’obbligo di esibizione dell’ap-
             posito lasciapassare rilasciato dal G.M.A., da tempo caduto in disuso.
                Dopo il fallimento dei negoziati di Roma e la firma del Memorandum d’inte-
             sa del 9 maggio 1952 a Londra, ebbe inizio l’ultima fase di governo alleato sul
             Territorio Libero di Trieste, caratterizzata da una nuova modifica della struttura
             organizzativa del G.M.A., in vista del suo parziale ritorno all’Italia.
                Dal 6 luglio 1952 ci fu dunque una forte immissione di funzionari italiani e
             tutta l’amministrazione civile passò sotto il controllo italiano per tramite di un Di-
             rettore Superiore, il Prefetto Gian Augusto Vitelli, da cui dipendevano le Direzioni
             dell’interno e della Finanza ed Economia.
                La separazione dalla V.G.P.F., ormai risalente ad oltre due anni prima, si rivelò
             provvidenziale per il Corpo della Guardia di Finanza di Trieste, che si presentò
             come l’unica struttura in grado di affrontare sin dall’inizio la nuova situazione,
             senza necessità di apprezzabili cambiamenti.
                Per di più, l’autonomia non aveva impedito una stretta integrazione con la
             Guardia di Finanza della Repubblica, tant’è che il servizio veniva esplicato “se-
             condo le disposizioni delle leggi e dei regolamenti italiani” in materia fiscale ed
             attenendosi alle disposizioni del regolamento di Pubblica Sicurezza, del Codice
             Penale e del Codice di Procedura Penale italiani .
                                                        21
                Gli ufficiali alleati al comando delle fiamme gialle di Trieste furono sostituiti
             e, dal 1° settembre 1952, il comando del Corpo fu assunto dal tenente colonnello
             Aldo Duce, appositamente trasferito dal Comando Generale della Guardia di Fi-
             nanza.
                Intensa e ricca di risultati fu l’attività svolta dalla Guardia di Finanza di Trie-
             ste fin dalla sua istituzione, tanto che già nel primo semestre del 1950 si ebbe un
             incremento del bilancio finanziario del T.L.T. di oltre 1 miliardo e mezzo di lire.



             21  “Manuale  d’Istruzione”  per  il  Corpo  della  Guardia  di  Finanza  di  Trieste,  1^  Edizione
                Luglio 1950, pag. 4 – Trieste, F. Zigiotti Editore. Archivio Storico del Museo della Guardia
                di Finanza (ASMGF).]]></page><page Index="173"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                173



             Nel triennio 1950-1952, furono oltre 7000 le persone denunziate, per lo più per
             reati di natura tributaria, accertando una evasione fiscale per oltre 800 milioni di
             lire. Furono inoltre controllate più di 5000 richieste di liquidazione di danni di
             guerra, rilevando rispetto alle domande presentate ed a beneficio del bilancio del
             T.L.T., una differenza in meno di oltre tre miliardi di lire. Numerosi furono anche
             i sequestri di generi di contrabbando, soprattutto sigarette, delle quali ne furono
             sequestrate oltre otto tonnellate, ma non mancarono sequestri di altre tipologie di
             merce.
                Se si considera che il bilancio del T.L.T., era quasi sempre in passivo, e che
             queste passività dovevano essere ripianate dallo Stato italiano, si comprende me-
             glio come dall’attività della Guardia di Finanza triestina ne finiva per trarre bene-
             ficio anche l’intero bilancio nazionale.
                La riapertura dei negoziati tra i governi americano ed inglese da un lato, e
             Belgrado e Roma, ciascuno mirante a tutelare i propri interessi, avvenne nel gen-
             naio 1954, ma dopo inutili trattative si conclusero con il secondo memorandum
             d’intesa firmato a Londra il 5 ottobre, con il quale i governi americano ed inglese
             annunciarono di aver deciso unilateralmente il ritiro delle proprie truppe da Trie-
             ste, e la consegna della Zona “A” all’amministrazione italiana.
                Nello stesso giorno il Consiglio dei ministri nominò il generale De Renzi pro-
             prio rappresentante per l’assunzione dei poteri a Trieste, ed il prefetto Giovanni
             Palamara commissario di governo per la città ed il territorio destinato a passare
             sotto l’amministrazione italiana.
                Cominciarono così i preparativi per l’entrata delle truppe, nel frattempo con-
             centrate ad Udine. La Guardia di Finanza costituì una apposita compagnia di for-
             mazione, articolata su due plotoni, uno tratto dalla Legione di Udine ed uno da
             quella di Venezia, che, unitamente a due battaglioni dell’Arma dei Carabinieri,
             lasciarono Udine alle 1,35 del 26 ottobre, giungendo alle 5,30 al valico stradale
             di Duino, dove furono accolti da ufficiali della Guardia di Finanza del T.L.T.. La
             Compagnia di formazione venne poi scortata fino alla caserma “Postiglioni”, sede
             del Comando della finanza triestina, ove avvenne il passaggio delle consegne e
             l’alzabandiera della Repubblica italiana. il ritorno all’italia fu celebrato con ecce-
             zionale enfasi anche sul giornale delle Fiamme Gialle di Trieste.
                Il  4  novembre,  l’anniversario  della  vittoria  del  1918,  fu  celebrato  con  una
             grande parata militare alla presenza del Presidente Einaudi. Parteciparono rap-
             presentanze di tutte le forze armate, e da Roma giunse la Bandiera di guerra della
             Guardia di Finanza.
                In poche occasioni, come questa, il simbolo della bandiera servì a testimoniare
             la continuità di una presenza, garantita attraverso eventi straordinari, e di un’i-
             dentità specifica, anche nel quadro del governo militare alleato, che fece sì che il
             ritorno all’amministrazione italiana non implicasse difficoltà particolari. Le due
             componenti di finanzieri continuarono infatti a funzionare come organismi solo]]></page><page Index="174"><![CDATA[174                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             formalmente distinti, sotto il comando del tenente colonnello Duce, fino al 15
             marzo 1955, data in cui fu costituito il Gruppo autonomo di Trieste (poi rinomi-
             nato Circolo), posto alle dirette dipendenze del Comando Generale della Guardia
             di Finanza di Roma.]]></page><page Index="175"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                175



             L’Esercito Italiano dalla Repubblica
             all’adesione alla NATO



             Fabrizio GiarDini    1




                   el 1945, terminata la Seconda Guerra Mondiale, mentre già si profilava la
             N contrapposizione del mondo in due blocchi, i vertici anglo-americani, in
             attesa che il trattato di pace con l’Italia ne definisse chiaramente la posizione nel
             contesto internazionale, decisero che l’organizzazione delle nostre forze avrebbe
             dovuto rispondere ad un’unica esigenza fondamentale. secondo il suggerimento
             degli organi di controllo politico-militari alleati in Italia, infatti, le Forze Armate
             ed in particolare l’Esercito italiano dovevano, per prima cosa, mantenere l’or-
             dine pubblico, in un momento di gravi perturbamenti politici dovuti al delicato
             passaggio da una forma di governo dittatoriale a quella democratica. La difesa
             delle frontiere da invasioni straniere, che era stata da sempre il compito precipuo
             delle Forze Armate, passò in secondo piano di fronte alla preminente necessità di
             garantire l’ordine sociale e politico interno. Più che un colpo di mano jugoslavo
             nella Venezia Giulia gli anglo-americani temevano che in Italia, come in Grecia,
             potesse scoppiare una guerra civile, scatenata dalle formazioni comuniste e socia-
             liste della resistenza antitedesca. Nell’immediato secondo dopoguerra, con i Cara-
             binieri in crisi di riorganizzazione al nord, dopo che la Repubblica Sociale Italiana
             aveva transitato l’Arma nella Guardia Nazionale Repubblicana, ed il Corpo degli
             Agenti di Pubblica Sicurezza ridotto ai minimi termini dal regime fascista, che
             aveva privilegiato la MVSN per l’espletamento dei compiti di ordine pubblico,
             l’Esercito Italiano dovette farsi carico del mantenimento della quiete pubblica e
             dell’ordine costituito, soprattutto in previsione del referendum istituzionale del
             1946, che avrebbe definito il quadro istituzionale dell’Italia. La dislocazione delle
             grandi unità tradiva che le preoccupazioni di ordine pubblico venivano dalla zona
             dove aveva operato la Repubblica Sociale Italiana, che era poi la stessa dove più
             forte si erano fatti i legami tra popolazione e movimento partigiano e dalla sici-
             lia dove fervevano movimenti separatisti. Infatti, solo due divisioni si trovavano
             schierate a difesa dei confini orientali. I vertici militari italiani tuttavia non gradi-
             rono il punto di vista alleato, rifiutando la riduzione delle Forze Armate a semplice
             strumento per garantire l’ordine pubblico. Nel dicembre 1945, il Capo di Stato
             Maggiore Generale arrivò a scrivere: “Sembra che gli Alleati vogliano attribuire


             1  Tenente  colonnello  t.  ISSMI,  Capo  della  1ª  Sezione  dell’Ufficio  Storico  dello  Stato
                maggiore dell’Esercito]]></page><page Index="176"><![CDATA[176                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             al futuro nostro Esercito un compito prevalentemente di tutela dell’ordine pubbli-
             co. Se così fosse, migliore soluzione sarebbe portare a 200 mila uomini la forza
             dei Carabinieri, abolire l’Esercito, dichiarare la neutralità perpetua e affidarci alla
             generosità e alla buona fede delle nazioni confinanti.” Gli stati maggiori, pur con-
             sapevoli delle scarse possibilità di iniziativa riservate all’Italia nel dopoguerra,
             aspiravano a raggiungere una minima di efficienza bellica che ci permettesse di
             presentarci nel contesto internazionale come un possibile alleato capace di ga-
             rantire la difesa dei propri confini e di dare, in termini militari, un contributo alle
             operazioni di guerra condotte da un eventuale grande coalizione. Questo disegno
             dei vertici militari nazionali si scontrava però con l’ostilità soprattutto britannica.
             L’atteggiamento della Gran Bretagna verso le Forze Armate italiane discendeva
             da una linea politica volta ad inserire l’italia del dopoguerra nella propria sfera
             di influenza. L’Italia doveva essere una piccola potenza sul cui apparato militare
             il Regno Unito potesse mantenere, sia pure in forma indiretta, un certo controllo.
             solo dopo il Trattato di pace e la grave crisi economica che costrinse in breve
             tempo la Gran Bretagna a ridimensionare le proprie ambizioni su scala mondiale,
             l’Italia poté uscire dallo stretto controllo inglese ed acquisire una certa libertà di
             manovra anche in campo estero grazie al sostegno statunitense. Nel passaggio
             dalla sfera di influenza militare britannica a quella degli Stati Uniti, l’apparato e
             l’industria militare italiani trassero gran beneficio, sotto forma di finanziamenti e
             di forniture belliche gratuite.
                Già  nel  maggio  1945,  il  Ministro  della  Guerra  Casati  aveva  proposto  agli
             Alleati  l’ordinamento  generale  da dare  al futuro l’Esercito:  un’organizzazione
             centrale articolata su Ministero e Stato Maggiore (circa 2.000 persone); truppe
             per la difesa delle frontiere (5 gruppi di combattimento e il reggimento fanteria
             Garibaldi formato dagli ex combattenti nelle omonime formazioni in Jugoslavia
             e 2 raggruppamenti alpini da costituire), per un totale di 65.000 uomini; truppe
             per il controllo del territorio (le 3 divisioni per la sicurezza interna e 1 brigata
             da costituire per ogni comando militare territoriale), per un totale di 40.000 uo-
             mini; l’organizzazione scolastica (Accademia militare e Centro addestramenti di
             Cesano) e logistica. In conclusione, il progetto delineava un esercito di 144.000
             uomini, carabinieri esclusi, orientato alla difesa delle frontiere, equilibrato nelle
             sue componenti, realisticamente incentrato sui reparti esistenti. Il Quartier genera-
             le alleato in italia con la direttiva n. 1 (Direttive temporanee sull’organizzazione,
             sull’addestramento e sull’impiego dell’Esercito italiano) dell’8 novembre 1945,
             che stabiliva l’ordinamento dell’Esercito nel periodo tra la fine delle ostilità e la
             stipulazione del trattato di pace, di fatto, recepiva nelle grandi linee, la proposta
             del ministro Casati. La direttiva, infatti, stabiliva, con la possibilità di revocarlo in
             ogni momento, il ritorno sotto l’autorità del Governo italiano delle forze di terra,
             con eccezione delle unità ausiliarie direttamente dipendenti dai comandi anglo-
             americani in italia e l’obbligo di mantenerle entro il limite di 5 gruppi di combatti-]]></page><page Index="177"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                177



             mento, 3 divisioni di sicurez-
             za  interna,  10  reggimenti  di
             fanteria  non  indivisionati,
             con  un adeguata  struttura
             logistico-addestrativa,   per
             un totale di 140.000 uomini.
             Veniva inoltre resa definitiva
             la  cessione del materiale  al-
             leato in dotazione alle nostre
             truppe con la promessa di ul-
             teriori forniture. il 10 marzo
             1946, dopo faticose trattative
             tra  i  nostri  vertici  militari  e
             gli  organi di controllo  allea-
             ti, il Capo di Stato Maggiore
             dell’Esercito, generale Cador-
             na, diramava i nuovi organici
             dell’esercito  di transizione
             che, per la parte strettamente
             operativa doveva essere costi-
             tuito dallo Stato Maggiore, da
             5 divisioni di fanteria (gli ex              Alpino del 4° reggimento alpini,
             gruppi  di  combattimento),  3                         brigata “Taurinense”
             divisioni di sicurezza interna,
             7 reggimenti di fanteria non indivisionati, 3 reggimenti alpini; per la parte territo-
             riale dagli organi ministeriali, 11 comandi militari, 99 distretti, 90 depositi e altri
             enti; per la parte addestrativa dall’Accademia, dal Comando scuole militari, 11
             centri addestramento reclute, e da altri enti minori. Nel corso del 1946, le divisio-
             ni di sicurezza interna furono trasformate in brigate su due reggimenti di fanteria
             e un gruppo di artiglieria misto, mentre le divisioni di fanteria furono dotate di
             un gruppo esplorante divisionale costituito da carri leggeri e autoblindo. Furono
             inoltre costituiti 15 nuovi reggimenti di varie specialità d’artiglieria (da campa-
             gna, contraerea, controcarro). Cadorna puntava alla costituzione di un esercito
             limitato ma efficiente, capace di mobilitarsi repentinamente e, anche per questo
             motivo, accettava il sistema britannico di addestramento, basato su speciali centri
             (CAR) nei quali le reclute avrebbero ricevuto un’istruzione omogenea. Obiettivo
             a lungo termine dello Stato Maggiore italiano era quello di creare un esercito mo-
             dellato sulle strutture dell’anteguerra, a larga intelaiatura, in grado di opporsi alle
             potenze militari degli stati confinanti e modernamente equipaggiato attingendo
             al numero surplus di moderni equipaggiamenti che gli alleati avevano lasciato in
             Italia dopo il rimpatrio di gran parte delle loro forze. In questo contesto, sorse il]]></page><page Index="178"><![CDATA[178                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             contrasto con gli Alleati che auspicavano la creazione di un esercito volontario,
             mentre lo SME era convinto della necessità del servizio obbligatorio che avrebbe
             consentito superiori livelli organici e di forza. Nella scelta a favore di un Esercito
             di coscritti intervennero anche le autorità politiche che non vedevano di buon
             occhio reparti di volontari militarmente inquadrati e dotati di armamenti pesanti
             a causa di presunti timori per l’affidabilità democratica di simili unità. Correnti
             di antimilitarismo, presenti, infatti, in molti partiti del primo arco costituzionale
             del dopoguerra si opponevano sia ad una espansione organica delle Forze Armate
             sia al loro riconoscimento di un ruolo centrale nella società italiana, come svolto
             nel corso del ventennio fascista. Tali orientamenti politici punitivi verso i vertici
             militari erano emersi già nel corso della guerra di Liberazione quando il governo
             Bonomi aveva sciolto con decreto legge dell’11 novembre 1944 il corpo ed il ser-
             vizio di stato maggiore ed il 1° agosto 1944 il Comando supremo. sempre sotto
             Bonomi lo stesso stato maggiore del Regio Esercito perse gran parte della pro-
             pria autorità, avendo alla sua direzione un capo del rango di generale di brigata.
             il generale Ercole Ronco vide grandemente sminuite le attribuzioni della carica
             di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, che divenne organo tecnico del Ministro
             della Guerra, perdendo ogni prerogativa di comando effettivo della Forza Armata.
             Anche il governo Parri con decreto del maggio 1945 proseguì sulle orme del pre-
             cedente gabinetto contraendo drasticamente la branca “informazioni” delle Forze
             Armate e ridimensionato le funzioni del Capo di Stato Maggiore Generale, che
             vennero ridotte ad una pura e semplice consulenza del Presidente del Consiglio
             dei Ministri, sottraendogli ogni funzione di comando sui capi di Stato Maggiore
             di Forza Armata.
                Il 10 febbraio 1947, con la firma del Trattato di pace a Parigi, ratificato dall’As-
             semblea costituente il 15 settembre, aveva termine l’esperienza dell’Esercito di
             transizione con la quale si era avviata, tra tanti ostacoli, una limitata ricostituzione
             delle Forze Armate nazionali. Le clausole militari presenti nello stesso trattato
             sembravano congelare quel processo di ricostruzione faticosamente avviato dai
             governi precedenti dopo la fine della guerra. Gli effettivi dell’Esercito furono,
             infatti, limitati a 185.000 soldati, ai quali si aggiungevano 65.000 carabinieri, con
             la facoltà di variare di 10.000 unità le due cifre. Era comunque vietato dalle clau-
             sole superare complessivamente la forza di 250.000 uomini. Le clausole militari
             vietavano inoltre qualsiasi forma di addestramento a personale non incorporato.
             Erano poi particolarmente severe riguardo alla dotazione di armi e mezzi da com-
             battimento per le truppe, vietavano di possedere armi autopropulse ed artiglierie
             con gittata superiore ai 30  km, di superare il numero di 200 carri armati, di acqui-
             stare o fabbricare materiale bellico giapponese o tedesco. Le frontiere dovevano
             essere smilitarizzate per una profondità di 20 km (entro un anno dovevano essere
             smantellate tutte le installazioni militari esistenti lungo il confine con la Francia
             e la Jugoslavia), così come l’isola di Pantelleria e le isole Pelagie (Lampedusa,]]></page><page Index="179"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                179



             Lampione e Linosa) e le coste sarde verso la Corsica. Inutile dire come il Governo
             italiano e gli stati maggiori delle Forze Armate rimanessero profondamente con-
             trariati di fronte al Trattato il quale, come fece notare De Gasperi, lasciava l’Italia
             “completamente indifesa”. Le rettifiche imposte alla nostra frontiera occidentale,
             secondo il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Raffaele Cadorna, cor-
             rispondevano alle aspettative storiche dei vertici militari francesi di migliorare
             le condizioni di sbocco nelle vallate alpine piemontesi per avere uno preventivo
             vantaggio strategico sull’Italia. Ancora più grave si presentava la situazione sulla
             frontiera orientale poiché la nuova linea di confine rendeva impossibile predi-
             sporre la difesa sull’Isonzo e sull’intera linea retrostante, lasciando qualche pos-
             sibilità solo lungo il Tagliamento, ma anche in questo caso era necessario avere
             a disposizione forze molto più consistenti di quelle concesse dal Trattato di pace.
             Le truppe disponibili avrebbero potuto fornire solo una modesta copertura in cor-
             rispondenza di una delle due frontiere in attesa di rinforzi alleati, essendo nella
             impossibilità assoluta di salvaguardare l’integrità dl territorio nazionale. Scrisse a
             riguardo nell’ottobre 1947 il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito: “Dalla somma
             delle clausole territoriali e di quelle militari propriamente dette deriva all’Italia
             l’imposizione di tenere le porte aperte e, altresì, sguarnite di quel minimo di difesa
             necessaria a scongiurare facili tentazioni ad eseguire, da parte di chiunque, non
             solo vere e proprie aggressioni, ma anche semplici colpi di mano. Infatti il Trattato
             di pace, mentre ha lasciato all’Italia effettivi militari che sarebbero potuti sembra-
             re sufficienti alla difesa del territorio, qualora non fosse stato intaccato il naturale
             valore difensivo delle vecchie frontiere, impone tali restrizioni da annullare ogni
             pratica possibilità di assicurare con tali effettivi una efficace difesa, sia pure per un
             tempo assai limitato.” Le clausole militari del Trattato, inoltre, erano la conferma,
             compresa fin dal 1945 dagli Stati Maggiori delle Forze Armate, dell’assoluta vul-
             nerabilità dell’Italia, la quale poteva essere superata solo inserendo il nostro paese
             in un sistema di alleanza che in quale modo sopperisse alla nostra scarsissima
             capacità militare.
                Sotto la guida del nuovo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale
             Marras, continuò l’attività di ricostruzione della forza armata di terra. La pre-
             ponderanza assegnata alla difesa interna sulla difesa da aggressioni esterne, non
             disgiunta all’azione politica preoccupata più del mantenimento dell’ordine pub-
             blico che del contesto delle alleanze internazionali, indussero Marras a pospor-
             re la riorganizzazione della componente operativa rispetto a quella territoriale.
             Così, principale attenzione fu dedicata al settore dell’addestramento dei quadri e
             delle truppe. Nel 1947-1948 furono costituiti i centri di addestramenti avanzato
             (CAAR) per le reclute delle armi tecniche (artiglieria e genio), 4 scuole specia-
             listiche (la Scuola di carrismo, la Scuola meccanici ed operai di artiglieria, la
             Scuola di artiglieria controaerei e la Scuola militare alpina) e la Scuola Allievi
             Sottufficiali. Quest’ultima, istituita a Spoleto nel 1948, aveva come obbiettivo]]></page><page Index="180"><![CDATA[180                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             quello di reclutare e preparare un efficiente corpo di sottufficiali rimediando così
             ad una carenza storica dell’Esercito italiano. Nei rigorosi limiti imposti da Tratta-
             to di Pace furono anche predisposti le prime misure per la mobilitazione in caso
             di guerra. Nel biennio 1947-1948 vennero diramate direttive per tenere a ruolo la
             forza in congedo e per il completamento di reparti, prevedendo l’aggiunta di un
             terzo battaglione ai reggimenti di fanteria e la mobilitazione di 3 comandi di corpo
             d’armata, 7 battaglioni alpini, 1 gruppo di artiglieria da montagna e 14 battaglioni
             fucilieri per la difesa del territorio. Il 1° giugno 1948, con i 194 carri armati in
             piena efficienza lasciati dalle truppe alleate in Italia, dopo il loro rimpatrio, fu
             costituita la prima grande unità corazzata del dopoguerra: la Brigata corazzata
             ariete, mentre la creazione di nuovi reggimenti di fanteria e artiglieria consentì di
             portare ad una struttura ternaria due divisioni (Mantova e Folgore), di costituire
             due altre divisioni binarie (Granatieri di Sardegna e l’aosta) e, infine, di assegna-
             re ad ogni divisione, schierata sulla frontiera orientale, un reggimento di cavalleria
             blindata. in considerazione dei magri bilanci destinati alla difesa e dell’attenzione
             della nazione principalmente indirizzata verso la ricostruzione del paese, di più
             non si poteva attuare al fine di migliorare la capacità operativa della forza armata.
             La situazione interna estremamente preoccupante per ipotesi di separazione in
             Sicilia, per aumento della criminalità organizzata, e per manifestazioni di piazza,
             aveva infatti indotto i governi Parri e De Gasperi ad aumentare considerevolmente
             gli organici dei Carabinieri e della Polizia di Stato tanto che i due corpi, sommati
             insieme, raggiungevano una consistenza pari a quella dell’Esercito e pesavano
             enormemente sul bilancio dello Stato, influenzando di conseguenza negativamen-
             te il bilancio delle Forze Armate.
                Nonostante questi rinforzi, ricadde principalmente sull’Esercito il compito di
             repressione dei moti di Sicilia, scossa dal movimento separatista del MIS e della
             sua ala militare dell’EVIS. Tra il 1945 ed il 1946 le divisioni di sicurezza interna
             aosta, Sabauda ed il reggimento di fanteria Garibaldi presero parte a numerose
             operazioni di rastrellamento per la lotta contro il banditismo in Sicilia. I reparti,
             appoggiati da forze di polizia e dei CCRR effettuarono battute a largo raggio e
             perlustrazioni per snidare bande armate annidate in centri abitati ed in aspre zone
             di montagna. Si ricorse anche all’impiego di carri armati leggeri, mortai, obici da
             100 mm ed aerei da ricognizione dell’Aeronautica. Nel controllo dell’ordine pub-
             blico e nella lotta al banditismo di origine delinquenziale o separatista, l’Esercito
             Italiano subì in Sicilia tra il 1945 ed il 1946 perdite sensibili. Il bilancio fu di sette
             morti in combattimento, tra cui un ufficiale, senza contare altre cause di decessi,
             come incidenti automobilistici o con armi da fuoco, oltre a venti feriti, di cui tre
             ufficiali, per colpi di arma da fuoco o schegge di bombe a mano. La Puglia fu
             un’altra regione dove si manifestarono vivi timori per il mantenimento dell’ordine
             pubblico a causa dell’esplosione di numerosi tumulti che portarono intere cittadine
             a sollevarsi ed a cacciare ogni autorità dello Stato. I fatti più gravi si verificaro-]]></page><page Index="181"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                181



             no ad Andria nel marzo 1946 dove i rivoltosi occuparono l’intero centro abitato
             assaltando la caserma dei carabinieri. Una colonna di Carabinieri inviata da Bari
                          appoggiata da due autoblindo venne arrestata dal fuoco dei rivoltosi
                            alla periferia ed in seguito respinta dopo aver subito la perdita di
                              un appuntato e la cattura di diversi automezzi e di prigionieri.
                                Nella notte, colonne autocarrate giunte di rinforzo, composte
                                anche da reparti del 9° reggimento di fanteria, penetravano in
                                città superando il fuoco di sbarramento di armi automatiche
                                  e bombe a mano, che causarono morti e feriti tra i milita-
                                    ri. La situazione rimase incerta fino al giorno seguente,
                                      con sparatorie in vari quartieri, nonostante l’afflusso
                                        di ingenti reparti di forze di Polizia e dell’Esercito
                                         appoggiati da unità meccanizzate.
                                             Lo Stato Maggiore dell’Esercito, stimolato in
                                           questo anche dal confronto con l’organizzazio-
                                           ne militare britannica e statunitense, diede, poi,
                                           inizio al profondo rinnovamento dottrinale della
                                           regolamentazione  tattico-logistica  che  avrebbe
                                           progressivamente portato la nostra forza armata
                                        quasi al livello degli altri eserciti del blocco occi-
                                       dentale. Veniva così superato, almeno dal punto di
                                       vista delle teorie dell’impiego in guerra delle grandi
                                       e minori unità, il divario negativo che nella Secon-
                                       da Guerra mondiale aveva caratterizzato l’Eserci-
                                        to italiano nei confronti degli eserciti Alleati e di
                                        quello tedesco. Il lavoro dottrinale si concretizzò,
                                        inizialmente, attraverso una serie di pubblicazioni
                                        interne  relative  all’impiego  tattico  delle  diverse
                                        unità fra le quali, di particolare rilevanza, ebbe la
                                        Circolare 3000 relativa all’organizzazione difensi-
                                        va. Base per i primi piani relativi alla difesa della
                                         frontiera orientale, la circolare aboliva la vecchia
                                         concezione  prebellica  della  “difesa  a  fascia”  e,
                                          partendo dall’esperienza  della  seconda Guerra
                                          Mondiale, specialmente in Africa settentrionale,
                                           adottava la concezione del caposaldo di batta-
                                           glione, inteso come concentrazione di potenza
                                           difensiva, autonoma dal punto di vista tattico-


                                            Soldato del 46° reggimento fanteria “Reggio” in
                                            uniforme di marcia invernale. 1948-49]]></page><page Index="182"><![CDATA[182                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             logistico, schierata su una posizione capace di controllare completamente le diret-
             tive dell’attacco nemico e quindi di interdirlo, anche in modo dinamico. Lo sforzo
             di rinnovamento in campo dottrinario ricevette un notevole impulso in quanto si
             trattava di abbandonare i criteri tattici di stampo britannico imposti all’Esercito
             di Liberazione per passare ad una nuova serie dottrinale di impronta prettamente
             nazionale ed adattata alla difesa dei confini orientali ed alla morfologia dei terreni
             carsici, carnici ed alto atesini.
                Nel febbraio 1949, fu riordinato anche lo Stato Maggiore dell’Esercito che,
             diretto da un capo,  coadiuvato da un sottocapo era formato da 10 uffici: Ufficio
             del Capo di Stato Maggiore, Ufficio Operazioni, Ufficio Addestramento e Rego-
             lamenti, Ufficio Ordinamento, Ufficio Servizi, Ufficio Servizi, Ufficio trasporti,
             Ufficio ricerche e studi, Ufficio storico, Sezione amministrativa. Tra questi, l’Uf-
             ficio Operazioni era formato da 4 sezioni, di cui la 4ª Sezione informazioni, che,
             il 1° settembre, venne trasformata in ufficio autonomo e nel 1950 nel Servizio
             Informazioni operativo Situazione (SIOS), contemporaneamente alla costituzio-
             ne del Servizio informazioni delle Forze Armate (SIFAR). Dallo Stato Maggiore
             dipendevano anche gli ispettorati di fanteria, artiglieria, genio e motorizzazione,
             i servizi tecnici d’artiglieria e della motorizzazione, l’istituto geografico militare
             e la Scuola di guerra, ricostituita a Civitavecchia presso la sede della scuola coo-
             perazione varie armi.
                Nel febbraio – marzo 1947, intanto, la Commissione alleata di controllo cessò
             la sua attività e le Forze Armate italiane tornarono completamente sotto il control-
             lo governativo nazionale. Nel settembre dello stesso anno le unità italiane della
             divisione “Mantova” assunsero il controllo della fascia di confine con la Jugo-
             slavia in sostituzione dei reparti britannici e statunitensi. Per celebrare il ritorno
             sotto l’autorità italiana delle zone del Friuli si svolsero a Gorizia, Monfalcone e
             Udine delle parate militari, mentre altre manifestazioni ebbero luogo in dicembre
             a Venezia ed a Livorno di commiato alle forze anglo-americane che lasciavano
             l’Italia. Rimaneva, però, ancora aperta la questione del Territorio Libero di Trie-
             ste sotto occupazione britannica ed americana, che verrà risolta solo nel 1954.
             Nonostante il potenziamento delle forze di polizia, che erano state dotate di centi-
             naia di autoblindo, carri armati leggeri e camionette armate, l’onere del contrasto
             di manifestazioni violente di piazza ricadeva ancora frequentemente sui reparti
             dell’Esercito, come testimoniato dalle sommosse del 1948 successive al ferimento
             dell’on. Togliatti. Già in occasione delle prime elezioni parlamentari dell’aprile
             1948 si era registrato un pesante coinvolgimento delle unità dell’Esercito per il
             servizio di vigilanza ai seggi elettorali, che impegnò 31.800 uomini, mentre molte
             altre migliaia erano rimaste di pronto impiego nelle caserme. L’ordine era di man-
             tenere questi reparti celati alla vista del pubblico fino al momento dell’effettivo
             impiego, il quale doveva verificarsi in unità compatte ed organiche, della forza
             non inferiore al plotone, evitando assolutamente l’impiego isolato o frazionato]]></page><page Index="183"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                183



             in nuclei o piccole pattuglie. Come misura a carattere precauzionale, su richiesta
             delle autorità di pubblica sicurezza, vennero tenuti a disposizione nelle caserme in
             varie regioni d’Italia, pronti ad ogni evenienza, il 50% degli effettivi. L’Esercito
             provvide a rinforzare i presidi di guardia alle proprie installazioni, quali depositi
             munizioni, magazzini, panifici, ecc. ricorrendo anche a lavori di fortificazione
             campale e all’approntamento di ostacoli di filo spinato. Il Genio trasmissioni for-
             nì apparati radio di riserva alle prefetture, mentre con i mezzi ricetrasmittenti in
             dotazione si attuarono reti di riserva per assicurare il collegamento dei presidi in
             caso di interruzione delle linee telefoniche. ma fu nelle giornate seguenti all’at-
             tentato a Togliatti che emerse in maniera evidente la scarsa consistenza e prepara-
             zione militare delle forze di polizia, che persero il controllo dell’ordine pubblico
             in molte grandi città del settentrione. I tumulti, che costarono 30 morti e più di 800
             feriti, oltre a 7.000 arresti e 50 miliardi di danni, misero a dura prova le fragili isti-
             tuzioni democratiche che l’italia s’era data appena sette mesi prima con l’entrata
             in vigore della Costituzione repubblicana. Il senso del reale e di responsabilità
             dello stesso Partito Comunista e la fermezza del Governo evitarono il peggio. in
             previsione delle elezioni del 1948 i presidi dell’arma di fanteria di stanza nelle
             maggiori città italiane erano stati rinforzati con plotoni extra organico dotati di
             mezzi corazzati cingolati da impiegare nelle strade in caso di gravi perturbamenti
             dell’ordine pubblico. La Divisione Folgore fu schierata sull’Appennino Tosco-
             Emiliano con compito di garantire la percorribilità delle arterie stradali e ferro-
             viarie che collegavano il nord col sud della Penisola. Nel periodo pre elettorale, a
             titolo dimostrativo, si svolsero in tutta Italia imponenti parate militari, che coin-
             volsero decine di migliaia di soldati al completo di dotazioni ed equipaggiamenti.
             A Roma, ad esempio, il 4 aprile 1948 venne celebrata in grande stile la ricostitu-
             zione della divisione Granatieri di Sardegna con lo sfilamento ai Fori Imperiali di
             170 mezzi corazzati. Frequenti furono nel 1946-1948 gli interventi dell’Esercito
             in sostituzione di categorie di scioperanti che con la loro astensione prolungata dal
             lavoro minacciavano di mettere in crisi l’attività produttiva dell’intera nazione.
             Ad esempio, nel luglio 1948, in occasione dello sciopero del personale addetto
             ai depositi del Comitato italiano petroli intervennero le Forze Armate, che per un
             mese occuparono i depositi carburanti, garantendo il funzionamento degli stessi
             in modo da assicurare i rifornimenti essenziali alle attività civili, produttive e di
             sicurezza.
                Nel maggio 1948, il Generale Marras inviava al Ministro della Difesa Pacciar-
             di il progetto complessivo del nuovo ordinamento dell’Esercito che avrebbe uffi-
             cialmente abrogato l’ordinamento del 1940 di fatto ancora in vigore. il progetto
             era accompagnato da un piano triennale relativo all’attuazione e uno quinquenna-
             le relativo alla preparazione delle scorte di mobilitazione e alla difesa contraerei,
             con la richiesta complessiva di un finanziamento straordinario di 518 miliardi di
             lire. Il progetto approvato da Pacciardi, non fu presentato in parlamento dal gover-]]></page><page Index="184"><![CDATA[184                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate


                                                     Gruppo bandiera del 5° reggimento
                                                     cavalleria blindata “lancieri di
                                                     Novara” 1949-58



                                                    no, che, preoccupato della futura ra-
                                                    tifica del trattato di adesione dell’Ita-
                                                    lia al Patto Atlantico, temeva che un
                                                    ulteriore richiesta di riarmo avrebbe
                                                    coagulato le forze neutraliste, allora
                                                    molto forti, dell’opposizione e della
                                                    stessa maggioranza.  La situazione
                                                    internazionale che, dopo la seconda
                                                    guerra mondiale e il relativo  tratta-
                                                    to di pace, aveva posto l’Italia, tra i
                                                    paesi  occidentali,  in  una  posizione
                                                    subalterna, in quanto sconfitto dagli
                                                    Alleati, stava cambiando. Le poten-
                                                    ze  occidentali,  tra  le  quali  spiccava
                                                    la Francia, si erano rese conto, anche
                                                    nel loro stesso interesse, che un even-
                                                    tuale schieramento militare dei paesi
                                                    ad ovest della “cortina di ferro” non
             poteva fare a meno dell’italia per la sua posizione strategica nel mediterraneo e
             per la difesa dell’Europa occidentale da Sud. La Francia, infatti, sia da un punto
             di vista puramente militare (spostare più ad oriente possibile la linea di resistenza
             nei confronti dell’aggressione sovietica), che da un punto di vista più propriamen-
             te politico (equilibrare all’interno della coalizione il peso dei paesi anglosassoni
             con l’ingresso di un altro stato latino e mediterraneo) premeva verso gli Stati
             Uniti e la Gran Bretagna affinché anche l’Italia fosse tra i futuri paesi firmatari
             del Patto atlantico. Frattanto, il 17 marzo 1948, per iniziativa del ministro degli
             esteri britannico Bevin, era stato firmato tra Regno Unito, Francia, Belgio, Pa-
             esi Bassi e Lussemburgo il trattato di Bruxelles. Concepito come allargamento
             e trasformazione del precedente trattato anglo-francese di Dunkerque, il nuovo
             accordo era valido per cinquant’anni e comportava un’alleanza militare difensi-
             va che obbligava tutti gli stati firmatari ad intervenire in caso di aggressione ad
             uno di loro. L’alleanza non era più in funzione anti-germanica, come il trattato di
             Dunkerque, ma in funzione antisovietica. Prevedeva, inoltre, una generica coope-
             razione economica e sociale, collegandosi così al piano Marshall, che proprio in
             quel periodo, tramite l’Organizzazione europea per la Cooperazione economica
             (OECE), diveniva operativo. Dal punto di vista militare, l’Unione occidentale,]]></page><page Index="185"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                185



                                                                                    2
             l’organizzazione militare per la difesa dei cinque paesi del trattato di Bruxelles ,
             del tutto insufficiente a fronteggiare un eventuale attacco sovietico, doveva essere
             il primo passo per la creazione di una coalizione più ampia che avrebbe coinvolto
             gli Stati Uniti. Di ciò erano consapevoli i cinque firmatari del trattato ma anche gli
             stessi stati uniti d’America che manifestarono pubblicamente grande soddisfazio-
             ne per la nascita di quella nuova coalizione europea, dichiarando apertamente la
             volontà di sostenerla. Infatti, lo stesso giorno della firma del trattato di Bruxelles,
             il presidente americano Henry Truman, in un discorso al Congresso, dichiarava di
             considerare quell’atto una prova della volontà di resistere al “totalitarismo comu-
             nista” che gli Stati Uniti avrebbero appoggiato e sostenuto con ogni mezzo. Poco
             dopo il Congresso approvava la risoluzione n. 239 che, in pratica, autorizzava
             il governo americano ad entrare in qualsiasi alleanza militare a scopo difensivo
             anche in tempo di pace. in seguito alle insistenti richieste presentate al segretario
             di stato americano marshall da parte dei ministri degli esteri britannico Bevin e
             francese Bidault, nel luglio 1948 iniziarono le trattative alle quali fu invitata a par-
             tecipare anche l’Italia, relative alla formazione di un’alleanza più estesa. Queste
             si conclusero positivamente il 4 aprile 1949 con la firma, a Washington, del Patto
             Atlantico (North Atlantic Teatry Oganization: NATO).
                Oltre ai membri del Trattato di Bruxelles, agli Stati Uniti d’America e al Ca-
             nada, entrarono a far parte della NATO: la Norvegia, la Danimarca, l’Islanda, il
             Portogallo e la stessa Italia. La scelta occidentale, nonostante le forti correnti neu-
             traliste di matrice cattolica all’interno della stessa Democrazia Cristiana, era parsa
             obbligata alla classe dirigente italiana di allora e di questo erano consapevoli il
             Presidente del Consiglio De Gasperi, ma soprattutto il ministro degli Esteri Sfor-
             za. Quest’ultimo temeva, inoltre, che, in quel tipo di coalizione, senza la parteci-
             pazione degli Stati Uniti, l’Italia sarebbe stata schiacciata dal peso della Francia
             e della Gran Bretagna, i quali almeno fino al 1947, non avevano dimostrato un
             atteggiamento particolarmente benevolo verso l’Italia. Anche gli stati maggiori,
             in perfetta sintonia con il governo, erano pienamente consapevoli dell’assoluta
             necessità per l’Italia di schierarsi con l’occidente e avviare la ricostruzione delle
             Forze Armate con l’ausilio statunitense. Lo stato maggiore della Difesa in un pro-
             memoria del 30 luglio 1948, indirizzato al ministero degli Esteri, suggeriva, dopo
             aver scartato l’ipotesi di una neutralità disarmata, di avviare il riarmo, sfruttando
             gli aiuti americani secondo diverse possibili modalità (acquisto di surplus di ma-
             teriali da guerra americani ancora in Italia, utilizzo dei fondi del piano Marshall
             destinati all’Italia, accordi bilaterali diretti con la potenza di oltreoceano). Del

             2  Dopo un mese dalla firma del trattato di Bruxelles, venne istituito un Comando militare
                permanente del quale facevano parte i ministri della difesa dei cinque stati firmatari e i
                relativi capi di stato maggiore. Nel dicembre 1948, inoltre, entrava in funzione “l’Unione
                occidentale” (“Western Union”): l’organizzazione militare per la difesa dei cinque paesi del
                trattato di Bruxelles, al cui vertice fu collocato il maresciallo Montgomery.]]></page><page Index="186"><![CDATA[186                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             resto, il Generale Trezzani, Capo di Stato Maggiore della Difesa, fin dal 12 aprile
             1948, aveva scritto ai capi di stato maggiore delle tre Forze Armate, invitandoli a
             definire i programmi di potenziamento che avrebbero essere richiesti all’Italia al
             momento del suo ingresso nel Patto Atlantico. il generale Trezzani voleva che cia-
             scuna forza armata, partendo dal presupposto che il compito militare minimo era
             quello di garantire la difesa della penisola, definisse le sue esigenze di massima.
             Questo punto di vista era pienamente condiviso dal ministro della difesa Pacciar-
             di, che il 23 settembre 1948, scriveva al Ministero degli affari esteri, chiedendo di
             avviare con la massima urgenza trattative dirette con gli Stati Uniti per ottenere,
             forniture di armamenti per l’Esercito l’Aeronautica e la marina.
                La dottrina militare italiana del secondo dopoguerra aveva già preso coscienza
             della “denazionalizzazione della difesa”. Il Generale Cadorna nella sua relazione
             presentata alla fine del suo mandato come capo dello Stato Maggiore dell’Eser-
             cito nel febbraio 1947, aveva chiaramente affermato che le forze terrestri, nelle
             dimensioni allora attuali e in quelle prevedibili nell’immediato futuro, non sa-
             rebbero state in gradi di provvedere alla difesa della nazione. Era una situazione
             del tutto nuova per l’Italia dell’immediato dopoguerra che per la prima volta, dal
             1861, veniva a trovarsi in una situazione di assoluta dipendenza da un eventuale
             intervento militare alleato necessario alla difesa dei propri confini. Una volta che
             il governo ebbe preso la decisione di aderire all’alleanza atlantica incaricò proprio
             gli stati maggiori di verificare, presso i vertici politico-militare americani, quanto
             l’eventuale adesione italiana all’alleanza atlantica avrebbe garantito la soluzione
             concreta dei problemi della difesa nazionale e l’automatico intervento delle truppe
             statunitensi in caso di aggressione all’Italia: tra il 2 e il 22 dicembre 1948 il Capo
             di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Efisio Marras, fu appositamente inviato
             in missione a Washington. Il suo compito era quello di ottenere la concessione di
             materiale  bellici per facilitare il nostro riarmo e, soprattutto, capire se nella pia-
             nificazione strategica per la difesa dell’Europa da parte americana era compreso
             il  territorio italiano. Dopo un’iniziale cautela reciproca, nei colloqui avuti il 3
             dicembre con il suo omologo, Generale Bradley, Marras chiese apertamente, dato
             le difficili condizioni del bilancio, di sostenere lo sforzo italiano di un programma
             di espansione militare. Inoltre, portando come maggiore argomento a sostegno la
             vantaggiosa posizione strategica dell’Italia, cercò di convincere il capo di stato
             maggiore dell’esercito USA quanto sarebbe stato vantaggioso per lo schieramento
             occidentale collegare il fronte nord-orientale italiano con la linea di difesa del
             Reno, tramite le Alpi austriache e bavaresi dove erano ancora stanziate truppe
             d’occupazione anglo-americane. Nei successivi colloqui, avuti il 6 dicembre con
             altri alti ufficiali di tutte e tre le Forze Armate americane, Marras chiarì tre aspetti
             particolarmente importanti: la situazione interna italiana, il riarmo e l’organizza-
             zione del nostro esercito per la difesa ad est. Riguardo al primo aspetto il Capo di
             stato maggiore dell’Esercito cercò di convincere gli americani che non esisteva]]></page><page Index="187"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                187



































                            Soldati di artiglieria in azione durante un alluvione


             un immediato pericolo di insurrezione comunista, in quanto l’influenza del P.C.I.
             non era così forte come pensavano gli osservatori di oltreoceano mentre la mag-
             gior parte dell’opinione pubblica italiana era su posizioni nettamente favorevoli
             al blocco occidentale. Riguardo al riarmo, dopo avere prospettato la possibilità
             di utilizzare parte degli aiuti del piano Marshall, il generale italiano chiese senza
             mezzi termini di inviare preventivamente le armi necessarie a fronteggiare un
             eventuale aggressione jugoslava prima dell’attuazione del piano di riarmo degli
             eserciti dell’Europa occidentale che avrebbe richiesto un certo lasso di tempo. La
             questione della difesa della nostra frontiera orientale permise a Marras di affron-
             tare il problema strategico generale della difesa dell’Europa occidentale a cui la
             difesa dell’italia era strettamente legata.
                In questa prima fase di conversazioni, lo State Department e lo stato maggiore
             dell’Esercito americano tennero un atteggiamento molto prudente, in quanto era
             loro desiderio che prima l’italia entrasse nell’Unione occidentale e che poi fosse
             ammessa ufficialmente nell’Alleanza Atlantica le cui trattative, allora in corso,
             non erano prive di difficoltà. I rappresentanti americani diedero per certo al Gene-
             rale marras solamente  che gli Usa avrebbero concretamente preso in considera-
             zione un eventuale richiesta di assistenza nel caso di una grave emergenza politica
             interna, in parole povere nel caso di insurrezione comunista. Le ultime conversa-]]></page><page Index="188"><![CDATA[188                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             zioni svoltesi il 20 dicembre 1948 al Pentagono affrontarono il concreto problema
             della Jugoslavia che secondo gli esperti militari, dopo la rottura tra Mosca e Bel-
             grado, non poteva rappresentare un serio pericolo per l’Italia. Molto più proficuo
             fu il colloquio tra Marras e il generale Schuyler della Divisione piani ed opera-
             zioni dell’Esercito statunitense in quanto pur confermando il rifiuto americano di
             cessioni immediate di materiale americano, l’alto ufficiale americano condivideva
             il disegno operativo presentato da Marras e conveniva sull’utilità per lo schie-
             ramento occidentale che le truppe angloamericani stanziate in Austria e Trieste
             ripiegassero in Italia nord orientale affiancandosi all’esercito italiano sul Taglia-
             mento. In conclusione, i colloqui, sicuramente utili per il coordinamento stretta-
             mente militare, confermarono l’assoluta disponibilità degli USA ad appoggiare la
             ricostruzione delle nostre Forze Armate ma solo dopo l’entrata ufficiale dell’Italia
             nel patto di Bruxelles e poi nell’Alleanza Atlantica. La NATO rispondeva, quindi,
             ai desideri di fondo del Governo italiano che, con l’adesione a quel patto, vedeva
             concretizzarsi un rapporto stabile e per certi versi privilegiato con gli UsA con la
             possibilità di una riarmo e dell’inserimento delle nostre Forze Armate in una coa-
             lizione moderna capace di stimolarne la crescita in senso dottrinale e tecnico. Di
             ciò Marras era pienamente consapevole e sicuramente quanto da lui riferito a De
             Gasperi e Sforza, dopo il suo rientro in Italia, deve aver apportato un contributo
             non indifferente alla loro decisione finale che, come è noto, portò l’Italia ad entra-
             re nel patto  atlantico il 4 aprile 1949. L’entrata nella NATO, comunque, non ebbe
             come conseguenza l’attuazione di una immediata politica di riarmo prima della
             guerra di Corea. Nel novembre 1949, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito
             chiese al ministro della Difesa Pacciardi che venissero stanziati fondi straordinari
             per le truppe, ma, nonostante la sua richiesta avesse trovato la piena comprensione
             del Ministro, che se ne fece convinto assertore in sede di Consiglio dei ministri,
             si scontrò con la netta opposizione del ministro del Tesoro Giuseppe Pella e dello
             stesso De Gasperi. Fin dall’immediato dopoguerra emersero, quindi, gli orienta-
             menti che la politica militare italiana avrebbe assunto negli anni a seguire della
             Guerra Fredda: forte ridimensionamento dell’importanza delle spese militari e
             mantenimento di uno stretto legame con gli alleati occidentali sotto forma sia di
             piani di assistenza militare sia di delega delle necessità difensive italiane.]]></page><page Index="189"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                189



             Il “Piano Marshall”



             Daniel PoMMier VinCelli       1



                 l  5  Giugno  1947,  il  Segretario  di  Stato  americano,  il  Generale  George
             i Marshall, annuncia dall’università di Harvard la volontà degli USA di aiutare
             i Paesi europei che ne abbiano bisogno nel processo di ricostruzione. Apparente-
             mente l’offerta persegue scopi umanitari, tuttavia le parole impiegate da Marshall
             manifestano l’intenzione di sfidare politicamente l’URSS. Afferma che l’impegno
             statunitense è contro la fame, la disperazione e il caos. Ogni governo che trami
             per ostacolare la ripresa di altri paesi o che cerchi di perpetuare la miseria umana
             per ottenere benefici politici incontrerà la dura opposizione degli Stati Uniti. Il
             discorso del generale è breve ma produce subito entusiasmo. Il “piano  Marshall”
             vuole da un lato ricostruire il capitalismo occidentale dall’altro far finire la “gran-
             de alleanza” con l’Urss, ormai in crisi da oltre un anno.
                Con grande intelligenza, però, il governo USA non vuole assumersi la respon-
             sabilità della divisione del mondo in due, e spera di farne ricadere la colpa sul suo
             diretto avversario.
                La prudenza nella gestione della rottura con mosca va ricercata nell’incerto e
             instabile quadro politico dell’Europa occidentale dove i moderati hanno basi fra-
             gili mentre le forze anticapitaliste in questo periodo emergono. Inoltre la giustizia
             sociale e la piena occupazione, temi propagandati durante il conflitto dagli Alleati,
             non sono stati realizzati, e non vi è neppure un largo consenso all’inclusione nella
             sfera capitalista da parte dei paesi sconfitti.
                D’altra parte, la sconfitta del fascismo ha causato anche maggiore partecipa-
             zione politica con evidenti tratti rivoluzionari da parte dei comunisti e dei so-
             cialisti. In questo scenario politico in particolare i partiti comunisti continentali
             specie quello italiano, francese e finlandese nel 1945-47 ottengono ottimi risultati
             elettorali e diventano forze politicamente condizionanti, forse a causa della loro
             estraneità alla tradizione nazionalista.
                sul lungo periodo i partiti di massa DC e PCi diventano veicolo per una ricon-
             ciliazione dei cittadini con l’idea nazionale ma, nell’immediato, essi  rappresen-
             tano modelli inconciliabili in quanto fondati su valori sociali opposti. In un’atmo-
             sfera pre-rivoluzionaria, formare una coalizione coesa è un problema anche per le
             potenze occidentali, tanto più che i loro elettorati premono  per il ritiro immediato
             delle truppe per porre fine alle costose politiche di occupazione. Come delegare


             1   *  Università di Roma “La Sapienza”.]]></page><page Index="190"><![CDATA[190                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                   in questo momento la costruzione del-
                                                   la democrazia a governi fidati nei paesi
                                                   occupati? La crisi dei gruppi dirigenti
                                                   europei all’inizio del 1947 non è anco-
                                                   ra risolta. Nel caso italiano, Mariuccia
                                                   salvati  ha osservato  che rimangono
                                                   pochi elementi aggreganti a livello na-
                                                   zionale, in quanto dopo il crollo 1943-
                                                   45 vi è una discontinuità nella perce-
                                                   zione popolare dell’identità nazionale.
                                                   Data la crisi organica  delle  classi di-
                                                   rigenti  continentali,  l’espansione  del
                                                   comunismo non è l’unico problema da
                                                   affrontare. Vi è poi il rischio che una
                                                   possibile crisi di riconversione all’eco-
                                                   nomia di pace possa portare nei paesi
                                                   ex fascisti a un ritorno al nazionalismo,
             George Marshall                       con il rischio di attirare forze sia di de-
                                                   stra che di estrema  sinistra.  Proprio
             perché occupate militarmente e bloccate nella loro ricostruzione dalle divisioni
             tra i tre grandi, le nazioni sconfitte potrebbero orientarsi in senso antioccidentale
             e stringere accordi con l’URSS, che infatti dal 1944 in poi propone numerose
             offerte in tal senso, a partire dal riconoscimento del governo Badoglio fino alle of-
             ferte di Molotov nel luglio del 1946 per la riunificazione politica della Germania.
             Gli USA, allora, una volta compresa sin dal 1944-45 l’impossibilità della Gran
             Bretagna nel sopportare gli enormi costi economici della ricostruzione nelle zone
             che le sono state attribuite nelle conferenze di Mosca e Teheran, nel giro di due
             anni la sostituiscono, accollandosi i costi della zona di occupazione britannica in
             Germania nell’estate del 1946 e in Grecia e Turchia nel febbraio del 1947,  quando
             gli inglesi annunciano il  proprio ritiro.
                L’espansione americana in Europa, non dipende dunque tanto da pretese impe-
             rialiste, bensì è motivata dal peggioramento della situazione economica inglese.
                Un altro elemento che può in qualche modo spiegare l’espansione americana
             in Europa è però di carattere ideologico; infatti dopo la sconfitta di Churchill alle
             elezioni del 1945, la politica americana nutre sospetti verso il tentativo laburista
             di introdurre esperimenti di politica sociale in inghilterra e nella zona Britannica
             della Germania, perché ciò ostacola la formazione di un mercato economico mon-
             diale aperto basato sulla concorrenza, che ha come ispiratori prima Wilson e poi
             Cordell Hull.
                Nonostante tutto, tra il l945-1947 gli USA non si impegnano direttamente in
             Europa,  preferendo muoversi nell’ambito degli organismi internazionali. La ri-]]></page><page Index="191"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                191



             nuncia a soluzioni politiche multilaterali avviene in seguito ai conflitti sui trattati
             di pace.
                La  divisione  diviene  evidente  nel  1947,  quando  si  delineano  le  strategie
             dell’amministrazione Truman in Europa e la svolta definitiva, nella politica USA,
             si verifica quando il comitato dei ministri  per i rifornimenti alimentari delle aree
             occupate (Food Committee) lancia una richiesta d’aiuto al presidente statunitense;
             infatti  a causa  del rigido inverno del 1946-47 si  prevede  una carestia dovuta al
             cattivo raccolto e ciò può determinare disordini popolari, specie in Italia, Francia,
             Germania e Giappone. Di conseguenza il Governo americano  comincia  a pia-
             nificare un intervento unilaterale per poter stabilizzare l’intera area occidentale.
             Nell’ottica dell’amministrazione democratica e del presidente Truman il piano
             Marshall deve risolvere in via definitiva la crisi europea.
                Dall’impegno americano in Europa (con il programma di aiuti economici),
             deriva la strategia del containment contro il comunismo. Esso ha una duplice fun-
             zione, da un lato previene l’erosione dell’Europa centrale e dell’Asia da parte
             dell’URSS, dall’altro consolida ed esporta nell’Occidente i valori americani quali
             il progresso, la libera iniziativa e il libero mercato come soluzioni ai problemi
             delle società di massa. Pertanto il containment in Europa occidentale non ha solo
             obiettivi di difesa, ma implicitamente previene tendenze nazionaliste, che portano
             a scelte protezionistiche le quali  dividono il mondo in aree economiche separate
             danneggiando lo stesso capitalismo statunitense. il Presidente Truman riesce a
             convincere una scettica destra americana ad appoggiare la sua decisione di sosti-
             tuire gli inglesi in Grecia e Turchia e creare così  una sfera d’influenza americana
             in Europa.
                Del resto, Dean Acheson esagera consapevolmente sulla minaccia del bolscevi-
             smo in Europa persuadendo i senatori repubblicani riguardo l’opportunità dell’e-
             spansione militare UsA senza il coordinamento dell’ONU. La diffusione dei valori
             del capitalismo liberale in Europa occidentale è il vero problema dell’America.
                L’offerta di Marshall mira ad unificare interessi ed obiettivi statunitensi con
             quelli dei paesi che beneficiano degli aiuti. Egli pone due sole condizioni per la
             concessione degli aiuti americani ossia che gli stati aiutati cooperino tra loro e che
             gli stessi producano “un programma europeo” da sottoporre al vaglio statuniten-
             se. Per allontanare le inevitabili accuse di imperialismo durante un discorso ad
             Harvard il segretario sottolinea: “l’iniziativa, ritengo, deve venire dall’Europa”.
                Come sperato da Gorge Kennan, uno degli ispiratori della politica del con-
             tainment, i sovietici  legittimano inizialmente il piano USA partecipando con Mo-
             lotov ad un incontro con i ministri  degli esteri Bidault e Bevin per redigere i cri-
             teri comuni nelle richieste di aiuto, ma dopo due settimane di negoziato decidono
             di rifiutare l’offerta. Molotov chiede a Bidault e Bevin di domandare un semplice
             prestito agli USA, ma di rifiutare una qualunque clausola che possa ledere la so-
             vranità nazionale, quali ad esempio il piano comune o la supervisione americana]]></page><page Index="192"><![CDATA[192                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             sulle modalità d’uso degli aiuti. Molotov conosce le divisioni tra Francia, Inghil-
             terra e Usa e apprende con molta sorpresa la notizia dell’accettazione del piano
             marshall da parte degli anglo-francesi.
                Durante la conferenza di Mosca sulla Germania, nel 1947, si  trova l’accordo
             tra gli alleati. Il dipartimento di Stato americano fa due concessioni alla Francia,
             accettando un’eventuale annessione della Saar, purché legittimata dal voto del
             popolo, e concederle l’acquisto del carbone della Ruhr a basso costo. Subito dopo,
             Marshall garantisce aiuti finanziari USA per sostituire le mancate riparazioni te-
             desche e il ritorno della sterlina alla convertibilità; ma gli inglesi si  impegnano ad
             abbandonare gli esperimenti di socializzazione della Ruhr.
                La via della stabilizzazione capitalista a guida americana in Europa è ormai
             spianata, mentre la cortina di ferro cala sull’Europa centro-orientale. La divisione
             dell’Europa è ora ufficiale e la responsabilità può essere addossata completamente
             all’URss.
                I sovietici compiono un grosso errore politico, in quanto l’area europea sotto
             il loro controllo pur se dotata di buone risorse agricole e carbone è poco indu-
             strializzata, quindi necessita di grandi risorse finanziare per avviare il processo
             di crescita. Nella stessa Russia sovietica poi vi sono forti tensioni a causa della
             carestia e del basso tenore di vita rispetto al modello occidentale, che non accen-
             nano a diminuire. Non è quindi meglio ottenere dagli USA i capitali necessari alla
             ricostruzione e allo sviluppo? L’errore tattico commesso dai sovietici è, in buona
             parte, causato dalla valutazione fatta dall’economista Varga, molto considerato da
             Stalin. Varga comprende il desiderio degli americani di ricostruire la Germania su
             basi borghesi come baluardo antisovietico, ma gli sfugge che il “Piano Marshall”
             previene una imminente crisi in Europa. Egli ritiene che l’obiettivo USA sia quel-
             lo di scongiurare una crisi di sovrapproduzione industriale americana e che i paesi
             beneficiari  debbano imporre le loro condizioni allo stato donatore.
                Il problema USA di trovare alla lunga sbocchi ai surplus industriali, e soprat-
             tutto agricoli, è serio, ma dedurre un’immediata assenza di alternative politiche è
             un segnale di grande miopia.
                sicuramente la natura antidemocratica del regime sovietico costituisce un pro-
             blema politico e morale, ma ci si domanda se la rottura sia davvero necessaria all’
             Europa occidentale, o se, per assicurare il proprio benessere, l’Occidente  abbia
             condannato  l’Europa  centro-orientale a quarant’anni di totale asservimento.
                La preparazione del “Piano Marshall” da parte dell’amministrazione Truman è
             spiegabile con la lentezza della ricostruzione, il crescente  consenso socialista in
             Europa e i rischi di divisioni  tra i tre grandi (USA, Inghilterra, Francia) sulla que-
             stione tedesca che  ostacola  i rapporti internazionali e il programma economico
             capitalista per l’occidente.
                Nel rapporto del Policy Planning Staff (PPS), non si  considerano causa dei
             problemi dell’Europa le attività comuniste ma, piuttosto, le difficoltà economiche]]></page><page Index="193"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                193



             del vecchio continente che rendono la società europea vulnerabile allo sfruttamen-
             to di qualunque movimento totalitario, compreso quello russo. Il timore del PPS
             è che una crisi economica induca alcuni paesi come Grecia e Turchia ad uscire
             dall’area capitalista. Nel rapporto presentato il 27 Maggio da Clayton, considerato
             il vero ispiratore della strategia economica del “Piano Marshall”, lo stesso sostie-
             ne che l’America deve salvare l’Europa non dai russi ma dalla fame e dal caos.
             Serve quindi un piano di almeno tre anni di 6 miliardi di dollari all’anno, basato
             su aiuti in carbone e cereali, che copra un deficit stimato in 5 miliardi di dollari
             all’anno  rimettendo in piedi l’Europa.
                L’idea comune di Clayton e Kennan è che, riconvertendo gli apparati indu-
             striali in Germania e Giappone ad un’economia di pace, sia possibile ridurre il
             fabbisogno di aiuto a carico del contribuente americano, così da disporre di due
             poli anticomunisti economicamente solidi in Europa occidentale e in Asia.
                Gli accordi di Bretton Woods nell’estate del 1944 tra UsA e Regno Unito mi-
             rano a restaurare il libero scambio di merci, più che il libero scambio di capitali,
             e prevedono un regime di cambi fissi controllati dalle banche centrali. Due nuove
             istituzioni, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Internazionale per
             la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS), avranno questa funzione. In realtà, il siste-
             ma dei cambi fissi non è adeguato. Allo scoppio della guerra, con il cosiddetto ac-
             cordo Lend-Lease, gli USA finanzieranno le esigenze militari inglesi, ma il  debito
             contratto alla fine della guerra impone la liquidazione di molti degli investimenti
             britannici in area dollaro e con essi un’importante approvvigionamento di valuta
             forte per la Gran Bretagna. Per questi motivi il dollaro si impone come moneta di
             scambio al posto della sterlina.
                Il dollaro nel 1947 raggiunge l’apice del successo e la Federal Reserve System
             statunitense dispone di oltre il 50% delle riserve di oro mondiale. Per dare stabilità
             al dollaro  gli UsA  impongono un basso prezzo dell’oro rendendo poco conve-
             niente l’estrazione del metallo e così penalizzano le riserve auree altrui. Il declino
             della sterlina determina in Europa il vuoto di potere che costringe gli UsA ad in-
             tervenire, anche perché provoca nei paesi liberati il congelamento delle riserve in
             sterline, cambi instabili e in generale la corsa al dollaro considerata l’unica valuta
             convertibile in oro.
                Senza disporre di esportazioni adeguate a compensare il deficit, i paesi liberati
             diminuiscono sempre più le proprie riserve in oro e dollari. Il debito dei paesi
             europei nei confronti dell’area del dollaro aumenta molto rapidamente e rende
             drammaticamente dipendente l’Europa nei confronti degli UsA. senza gli aiuti
             americani, l’esaurimento delle riserve europee forza la chiusura degli scambi tra
             l’area del dollaro e quella della sterlina e mette a rischio la ricostruzione dimi-
             nuendo drasticamente i consumi interni. Dopo la liberazione, il governo ameri-
             cano concede aiuti esteri cercando di sopperire alla mancanza di liquidità, ma si
             trova a dover riempire un pozzo senza fondo.]]></page><page Index="194"><![CDATA[194                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Per gli economisti, la mancanza di liquidità per gli scambi internazionali pren-
             de il nome di dollar gap. Per cercare di risolvere il problema dei pagamenti, vista
             la mancanza di liquidità e l’inconvertibilità tra valute, si introduce il sistema dei
             clearings, una versione moderna del baratto. Tale sistema però ha il difetto di
             bloccare la produzione una volta raggiunto il tetto massimo concordato per lo
             scambio delle merci. A quel punto, in assenza di valuta, si  bloccano  le transazioni
             e la produzione in eccesso finisce in magazzino.
                Per questi motivi, la crisi del capitalismo nell’Europa occidentale rischia di
             orientare le masse verso una politica statalista e socialista. La speranza degli eco-
             nomisti consiste nel ritorno alla convertibilità della sterlina, con l’abolizione delle
             preferenze commerciali interne al Commonwealth e la creazione di circuiti eco-
             nomici multilaterali per uscire dal sistema dei clearing compensando i deficit in
             dollari dei paesi CEEC coi loro eventuali crediti in sterline.
                Questa strategia vista con favore da marshall attira l’interesse del governo la-
             burista nei confronti del piano.  Al centro degli incontri Bevin pone sin dall’inizio
             la questione del dollar gap.
                Per convincere Bevin ad accettare il programma, Clayton offre due tipi di aiu-
             ti, uno a breve termine mediante generi alimentari, carburanti e materie prime, e
             un altro a lungo termine della BiRs per gli impianti industriali. inoltre Clayton
             aggiunge la possibilità di acquisti da parte del Regno Unito sia in Canada che in
             America Latina ( al di fuori degli USA) al miglior prezzo disponibile sul mercato
             mondiale. Tali promesse vengono mantenute solo in parte, ma comunque Bevin
             accetta il piano superando le resistenze interne. Purtroppo l’obiettivo sfuma il 21
             agosto 1947 quando il governo inglese abbandona la convertibilità appena rein-
             trodotta il 15 luglio. Il ritorno alla convertibilità è prematuro. A peggiorare i conti
             con l’estero  della sterlina  contribuisce l’inflazione americana, che  rende molto
             più costose le importazioni Britanniche dagli USA nel 1946-47. Così, nel momen-
             to in cui la sterlina diventa convertibile, vi è  una corsa a cambiare sterline in dol-
             lari che  esaurisce le riserve della Banca d’inghilterra nel giro di poche settimane.
             In attesa della convertibilità della sterlina, i prestiti americani sono indispensabili
             per l’Europa ma dopo l’insuccesso del viaggio di De Gasperi nel febbraio del
             1947 a Washington, Luigi Einaudi registra che a suo avviso gli USA non concede-
             ranno prestiti a paesi occidentali con partecipazione comunista al governo, quindi
             tra aprile ed agosto del 1947 vi è  l’espulsione dei partiti di estrema sinistra dai
             governi continentali. Fino alla proclamazione della dottrina Truman, non è chiara
             la portata dell’impegno UsA in Europa.

                Dopo la rottura con Mosca, vi è la conferenza di Parigi in cui si cercano gli
             accordi tra i vari paesi occidentali. La vita dei 17 paesi partecipanti durante gli
             anni della legge sull’European Recovery Program (ERP) viene fortemente con-
             dizionata. Tali nazioni creano un organismo comune, la CEEC ( Comitato per la]]></page><page Index="195"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                195



             cooperazione economica europea), producono dei programmi di ricostruzione ed
             eleggono un comitato ristretto di rappresentanti per la redazione di un documento
             che contiene le richieste di aiuto agli UsA. Alan milward conduce uno studio sul-
             la documentazione prodotta e nota il carattere esorbitante delle richieste europee,
             lo scarso coordinamento dei programmi nazionali e la difficoltà, per l’amministra-
             zione Truman, di soddisfare tali richieste avendo gli USA un bilancio buono ma
             pur sempre limitato.
                A fine agosto, facendo un primo bilancio della conferenza, il delegato inglese
             Sir Franks spiega a Clayton che i paesi della CEEC calcolano che nel quinquennio
             1947-1952 vi sarà un deficit nei confronti del resto del mondo di 29,2 miliardi di
             dollari che solo gli aiuti americani potranno colmare. La somma considera non
             solo le importazioni di beni essenziali, ma anche investimenti per una moderniz-
             zazione industriale necessaria per rendere i paesi CEEC indipendenti, nel lungo
             periodo, da aiuti esteri. Inoltre, nonostante le enormi somme richieste, la CEEC
             stima che nel 1952 ci sarà comunque per l’Europa un deficit commerciale da ri-
             pianare. Pertanto l’indipendenza economica dell’Europa non è assicurata neanche
             alla fine del piano Marshall. Per Clayton tutto questo è inaccettabile. Gli america-
             ni debbono sobbarcarsi i costi della ricostruzione, senza neanche avere l’assicura-
             zione che dopo il 1952 finiranno  le richieste di aiuto.
                L’insoddisfazione americana per i risultati conseguiti spinge il Dipartimento di
             Stato a imporre alcune condizioni alla CEEC, ossia la stabilizzazione della loro
             economia indipendentemente dalla misura degli aiuti UsA e una buona gestione
             degli aiuti evitando sprechi.
                in sintesi Clayton chiede ai paesi CEEC un impegno per un’economia mon-
             diale aperta, onde applicare prima possibile gli accordi di Bretton Woods. Date le
             divergenze tra Europa e USA i lavori della CEEC vengono sospesi, ma alla fine
             Clayton accetta a titolo provvisorio le conclusioni della CEEC in cambio di sei
             condizioni che i paesi beneficiari sottoscrivono nel rapporto finale. Tali condizioni
             assicurano agli UsA un controllo sui provvedimenti in economia dei governi dei
             paesi beneficiari.
                Un rapporto consegnato dalla CEEC  al governo statunitense il 22 settembre
             1947 chiarisce la situazione: manca il meccanismo triangolare che possa permet-
             tere all’Europa di compensare in parte il proprio deficit nell’area del dollaro con le
             esportazioni industriali e con i redditi di capitale, mentre Africa e Asia esportano
             materie prime negli UsA.
                La liquidazione degli investimenti inglesi all’estero per poter ripagare gli USA
             dei  prestiti  fatti  durante  la  guerra  toglie  risorse  finanziarie  importanti  ai  paesi
             CEEC; diventa necessario, quindi, l’intervento americano. Nel rapporto CEEC
             si chiede un finanziamento di 20 miliardi di dollari in 4 anni per colmare il forte
             deficit corrente dei 17 paesi CEEC con il resto del mondo. La situazione europea
             è talmente deteriorata da lasciare alla fine del periodo uno squilibrio dei conti]]></page><page Index="196"><![CDATA[196                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             con l’estero di almeno 3 miliardi di dollari l’anno. La divisione dell’Europa in
             due blocchi non cambia di fatto la situazione dell’economia; infatti, pur perdendo
             importanti aree agricole ricche di carbone, l’Europa occidentale riduce le impor-
             tazioni. E’ certamente auspicabile un aumento degli  scambi commerciali nell’Eu-
             ropa occidentale-orientale ma ciò non modificherebbe sostanzialmente il quadro
             economico.
                secondo gli esperti della CEEC per una ripresa occorre riattivare la triango-
             lazione commerciale prebellica, e aumentare le esportazioni europee. Le richie-
             ste della CEEC, mostrano un eccesso di fiducia negli USA. L’amministrazione
             Truman vuole aiutare l’Europa, ma non è disponibile a ricostruire dalle fonda-
             menta l’economia degli stati nazionali a cui attribuisce la colpa dei due conflitti
             mondiali. A tal proposito, il Dipartimento di Stato americano intende far pagare
             a ciascun paese partecipante una quota della ricostruzione del mercato mondiale.
             I conti con l’estero quindi li debbono equilibrare i debitori. Proprio per questo il
             Dipartimento di stato temporeggia  e non rivela ai paesi CEEC l’ammontare e la
             composizione degli aiuti.
                La Germania, paese vinto, contribuisce alla ricostruzione di Francia e Inghil-
             terra mediante riparazioni, forniture di carbone a basso costo e cessione di quote
             di mercato. In questo modo favorisce la formazione di un’Europa integrata.
                L’integrazione e la cooperazione economica fra i paesi CEEC riducono il costo
             del lavoro in Europa e favoriscono gli scambi commerciali con gli USA, ma non
             mettono in discussione l’importanza del dollaro nel sistema finanziario mondiale.
                Alla conferenza di Parigi partecipa anche la delegazione italiana inizialmente
             con poca aspettativa internazionale a causa del veto inglese dovuto alla mancata
             ratifica del Parlamento italiano del trattato di pace. Ma in seguito all’intervento
             del generale Marshall la delegazione capeggiata da Pietro Campilli, partecipa, e si
             distingue durante i lavori con tre proposte.
                La prima è la richiesta della ripresa degli scambi commerciali con la Germania
             occidentale. Tale iniziativa, apprezzata dagli americani, è la risposta ad un inte-
             resse nazionale. Dacché l’Italia e la Germania hanno economie complementari.
             L’Italia importa materie prime quali ferro e carbone, ed esporta in Germania pro-
             dotti agricoli e di lusso. Ripristinare questi scambi commerciali permette al gover-
             no De Gasperi di attenuare il dollar gap e sostenere l’agricoltura del meridione.
             Quest’ultima cosa è sostenuta anche dai cristiano-sociali e dai meridionalisti che
             vedono nel rapporto con gli stati Uniti un’occasione per modernizzare l’agricol-
             tura italiana e per recuperare il ritardo del mezzogiorno.
                La seconda proposta, di carattere europeista, è un progetto di centralizzazione
             delle centrali idroelettriche alpine che, comunque, ha poco seguito a causa degli
             alti costi.
                La terza iniziativa italiana, anch’essa europeista, è l’unione doganale tra i 17
             paesi CEEC.  L’idea perseguita da Campilli è quella di creare un blocco euro-]]></page><page Index="197"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                197



             peo occidentale autonomo economicamente,  uno degli obiettivi strategici anche
             dell’amministrazione Truman.
                L’unione doganale non ha però prospettive di successo perché incontra l’op-
             posizione di alcuni paesi, ad esempio la Gran Bretagna, che vogliono proteggere
             i propri interessi nazionali. La questione tedesca è esclusa dalla Conferenza di
             Parigi per il rifiuto della delegazione inglese di discutere il programma economico
             della bizona fino a che non si conoscerà l’entità degli aiuti americani. L’unione
             doganale con la partecipazione della Germania permetterebbe di creare accor-
             di bilaterali, evitando quindi di pagare i traffici con la Germania per mezzo dei
             dollari. La proposta dell’unione doganale è per la Francia un modo per capire le
             intenzioni americane sulla Germania prima che la CEEC formuli le sue richieste.
             L’intervento statale nella società italiana col tempo si fa maggiore a causa dei
             rapporti politici interni e del difficile scenario internazionale, in quanto gli aiuti
             americani appaiono largamente insufficienti per procedere alla ricostruzione.
                L’amministrazione Truman usa gli aiuti promessi come strumento di pressione
             sugli alleati per poter applicare immediatamente le regole di Bretton Woods. il
             dipartimento di stato comunica alla CEEC che il congresso è disponibile a conce-
             dere solo aiuti in merci, quasi esclusivamente prodotti di sovrapproduzione ame-
             ricani. Concedendo solo merci gli USA influenzano i prezzi e i canali commerciali
             dei paesi assistiti. I paesi CEEC, coinvolti nella guerra fredda, sono pressati dal
             dipartimento di Stato che chiede l’immediata apertura delle frontiere, le regole
             di libero mercato e i controlli sugli aiuti ottenuti. La crisi dei pagamenti europei
             dell’estate 1947 non permette ulteriori rinvii. Onde evitare disordini sociali, tra
             luglio e agosto, Inghilterra e Francia ottengono assistenza straordinaria dal fondo
             monetario e dagli UsA in varie forme tra cui prestiti straordinari e il trasferimen-
             to dell’oro sequestrato ai nazisti. In cambio il dipartimento di Stato chiede alla
             CEEC il rispetto dei principi di Clayton.
                Una volta chiusa la conferenza di Parigi, ne viene avviata un’altra a Londra
             sulla questione tedesca. Viene discussa la fusione della zona di occupazione fran-
             cese con le zone angloamericane; delineando in questo modo la creazione di uno
             stato tedesco occidentale. La resistenza europea cresce insieme alle richieste ame-
             ricane. USA e CEEC si rinfacciano le rispettive responsabilità nello scoppio della
             crisi monetaria. se la crisi dei pagamenti europei è conseguente ad errori dei go-
             verni nazionali, tocca all’Europa porvi rimedio, ma se la crisi dipende dalla diffi-
             cile applicazione degli accordi di Bretton Woods, non idonei a gestire il passaggio
             verso un’economia di mercato, allora è l’America a dover pagare il conto.
                Alla conferenza di Washington il Dipartimento di stato rivela i suoi intenti. il
             Governo americano ha intenzione di erogare agli europei, in misura e qualità infe-
             riore, gli aiuti promessi da Marshall solo a condizione che i paesi CEEC accettino
             pesanti trattati bilaterali. Tra le condizioni richieste per il ripristino dei cambi fissi
             vi sono bilanci tendenzialmente in pareggio, riequilibrio della bilancia dei paga-]]></page><page Index="198"><![CDATA[198                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             menti entro la fine del “Piano Marshall” per garantire al congresso una scadenza
             sicura per la fine degli aiuti americani all’Europa occidentale e infine la creazione
             di fondi di contropartita in valuta locale sotto controllo statunitense. Essi consisto-
             no in un conto presso la banca centrale, dove vengono depositati fondi in valuta
             locale per un importo equivalente al valore in dollari delle merci donate dagli
             UsA (grants). Il Dipartimento di Stato vuole così influenzare e controllare la poli-
             tica finanziaria dei paesi assistiti monitorando l’utilizzo dei fondi di contropartita.
                Alla fine USA e Europa cercano un compromesso, infatti non è vantaggioso
             per l’America indebolire troppo i suoi alleati e rischiare che l’inghilterra attui
             politiche protezionistiche dividendo il mondo in tre aree distinte.
                All’interno del Dipartimento di Stato si afferma quindi una strategia diversa
             da quella di Clayton. Il vicesegretario di Stato Robert Lovett analizzando la situa-
             zione conclude che la prima questione su cui lavorare è la produzione e la cresci-
             ta economica per operare una stabilizzazione anticomunista cambiando l’ordine
             delle priorità rispetto a Clayton. Se Clayton vuole l’apertura immediata del mer-
             cato, Lovett ritiene che le regole di Bretton Woods debbano essere un obiettivo
             da raggiungere alla fine del Piano Marshall. Proprio l’esistenza di questa seconda
             linea più concreta porta il dipartimento di Stato ad una maggiore elasticità nel
             corso della conferenza di Parigi e nei negoziati successivi. Un aumento immediato
             della produzione e un rinvio degli obiettivi di Bretton Woods teneva conto delle
             esigenze dei paesi CEEC, e della difficoltà americana a riformare il capitalismo
             europeo in tempi brevi. Gli aiuti americani arrivano al momento giusto per evitare
             scontri tra i sostenitori del capitalismo e i suoi oppositori. Il ruolo USA è dunque
             rafforzato, considerate le divisioni nell’Europa post-bellica tra Francia e Inghil-
             terra che costituiscono un elemento di debolezza in funzione della ricostruzione
             economica e sociale.
                Le nazioni europee si adattano alla visione statunitense del mondo postbel-
             lico. La crisi della sterlina le porta ad accettare molte richieste del dipartimento
             di stato; infatti per ottenere aiuti si impegnano ad applicare le regole di Bretton
             Woods entro la fine del Piano Marshall. Con tali accordi l’interesse nazionale è
             collegato strettamente a quello dell’area di appartenenza. Il compito del governo
             di ciascun paese, è quello di rappresentare la propria nazione e di conciliare gli
             interessi interni con i vincoli di stabilizzazione capitalista imposti dal centro. La
             crisi della sterlina costringe Italia e Francia a svalutare alla fine del 1947 la propria
             moneta per poter avviare un percorso di risanamento. il Governo italiano persegue
             questa strada con continuità, si libera da condizionamenti sindacali e si prepara
             all’apertura del mercato estero. La stabilizzazione europea si completa nel marzo
             successivo con l’introduzione del marco tedesco nella bizona. La creazione di
             questa nuova moneta determina il ritorno della Germania occidentale all’econo-
             mia di mercato, il reintegro dell’industria tedesca e sancisce la divisione in due del
             paese cancellando ogni residua influenza sovietica sulla Germania occidentale.]]></page><page Index="199"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                199



                Nel maggio 1947, si forma in Ita-
             lia  un Governo democristiano con
             la presenza di alcuni tecnici esterni.
             Luigi Einaudi accumula le cariche di
             Vicepresidente  del  Consiglio,  mini-
             stro del Bilancio e governatore della
             Banca d’italia. Egli ha il controllo e
             la supervisione dei ministeri econo-
             mici e senza la sua controfirma non
             si approva alcuna legge di spesa. Egli
             avvia una rigorosa politica monetaria
             che mira a frenare l’inflazione e a ri-
             dare fiducia alla lira. La linea Einaudi
             persegue la stabilizzazione capitalista
             ed è oggetto di discussione tra stori-
             ci ed economisti. Essa è influenzata
             dall’annuncio  del  Piano  marshall  e
             dalla futura convertibilità della ster-
             lina,  che  rende  probabile  il  ritorno
             del libero mercato. Einaudi e Dona-
             to  Menichella,  suo  successore  alla
             Banca d’Italia, agiscono in due fasi.                        Luigi Einaudi
             inizialmente  si taglia il credito alle
             imprese, che è la causa principale dell’inflazione; per questo motivo si aumenta
             il potere della Banca d’italia e del Tesoro. La Banca d’italia ha il controllo della
             stabilità monetaria, il Tesoro controlla il sistema creditizio. Con la nuova legisla-
             zione introdotta si riduce la possibilità di ricorso alla Banca centrale da parte del
             Tesoro, controllato dalla DC.
                In un secondo tempo, dopo la crisi della sterlina, si inizia la stabilizzazione
             monetaria con la svalutazione della lira e si fissa un nuovo tasso di cambio. Il go-
             verno svaluta la lira da 225 a 350 lire per dollaro, che è un cambio più equo, ma il
             mercato bancario parallelo cambia intorno alle 600 lire per dollaro.
                Dal 28 novembre, varia ancora il cambio ufficiale col dollaro, e si fissa a 575
             lire. Le importazioni divengono quindi più costose, ma si riducono con gli aiuti
             americani; mentre le esportazioni beneficiano immediatamente del nuovo cambio
             e permettono al mercato di partire.
                L’analisi delle due fasi della manovra serve quindi a comprendere la stret-
             ta economica di Einaudi. il pareggio dei conti con l’estero e il controllo delle
             spese statali richiedono una diminuzione delle importazioni e un aumento delle
             esportazioni. Occorre decidere se privilegiare produzioni e generi fondamentali
             oppure decidere in base al guadagno. La manovra di Einaudi ostacola un proces-]]></page><page Index="200"><![CDATA[200                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             so inflattivo e di svalutazione che danneggia la stessa classe operaia dato che la
             scala mobile introdotta dopo la liberazione recupera solo in parte l’aumento dei
             prezzi. Ma a parte l’aspetto tecnico, dal lato politico Einaudi viene contestato; in-
             fatti l’assenza di compensazione sociale per i lavoratori dipendenti e una mancata
             programmazione per le imprese ne fornisce un’immagine capitalista. Einaudi fa-
             vorisce l’iniziativa privata in quanto la stabilizzazione finanziaria è accompagnata
             dall’aumento delle tariffe dei servizi pubblici e dalla libertà di licenziamento poi
             bloccata con degli accordi industria-sindacato.
                Fino alla rottura con Mosca, De Gasperi e il suo governo cercano il dialogo
             con le opposizioni e garantiscono la continuità col tripartito DC-PCI-PSI. De Ga-
             speri impone una patrimoniale straordinaria e attua una politica fiscale equa. Nella
             seconda fase vi è uno spostamento a destra dell’asse politico del paese. Dopo la
             rottura con l’URRs è necessario adeguarsi alle richieste di Washington. Gli stati
             Uniti concedono aiuti solo se al governo non ci sono i comunisti, quindi termina
             la stagione della cooperazione per il bene del Paese e inizia l’epoca dei conflitti
             di classe.
                De Gasperi e Einaudi, per evitare la deflazione, su alcuni punti fanno dei cor-
             rettivi. Innanzitutto il prezzo politico del pane viene mantenuto, inoltre la Banca
             d’Italia aumenta la circolazione monetaria, infine la svalutazione della lira è par-
             ziale; si mantiene un sistema di cambi multipli e non si torna alla convertibilità.
             Quindi lo stato eroga aiuti selettivi alla grande industria per compensare la stretta
             creditizia delle banche. L’adesione al blocco occidentale e al sistema economico
             capitalista impone un impegno dello stato in linea di principio negato, ma neces-
             sario nei fatti.
                Sotto l’amministrazione Truman, i governi occidentali combattono il comuni-
             smo, di conseguenza i partiti comunisti europei si legano a Mosca. L’appartenenza
             internazionale diviene una condizione prevalente su quella nazionale. Dopo la
             conferenza di Parigi la dirigenza sovietica si rende conto di perdere il controllo
             dell’Europa, e di non poter evitare la divisione della Germania. Per evitare l’iso-
             lamento politico l’URRS convoca in Polonia dal 22 al 27 Settembre 1947 il Co-
             minform, un centro di coordinamento dei nove paesi comunisti europei. Nella sua
             relazione Andrej Ždanov, segretario del Comitato centrale del PCUS, afferma che
             vi è un conflitto tra le “forze imperialiste antidemocratiche reazionarie” guidate
             dagli Stati Uniti e quelle democratiche e antimperialiste alleate all’URRS. Da un
             lato prevede che la crisi del capitalismo è inevitabile, dall’altro affida ai partiti co-
             munisti europei la difesa della sovranità dell’URRS. Ždanov critica anche i partiti
             comunisti europei, per avere troppo a lungo trattato e dialogato finendo per essere
             subalterni alle scelte del capitale occidentale. L’accusa è di aver cercato una strada
             non marxista per realizzare una nuova democrazia in una società capitalista, ossia
             di credere di realizzare in parlamento il socialismo.
                L’istituzione del Cominform si giustifica con l’incapacità dei comunisti occi-]]></page><page Index="201"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                201





























                                         Alcide De Gasperi

             dentali di prevenire la formazione di un blocco antisovietico.
                Alla riunione del Cominform e poi a quella del Comitato Centrale del PCI
             del 11 e 13 Novembre, Longo e Togliatti confermano l’analisi politica di Zdanov
             e accettano di ostacolare il Piano Marshall, ma rifiutano l’ipotesi insurrezionale
             sottolineando la peculiarità sociale italiana e temendo una reazione dell’estrema
             destra. infatti essi pensano che la rivoluzione ha senso in un contesto reazionario
             e violento in cui si ostacola la giustizia sociale. ma il progetto di Truman mira ad
             aumentare la produzione, i consumi di massa, e a favorire la cooperazione inter-
             nazionale nel rispetto dei diritti civili.
                Nella misura in cui gli aiuti americani favoriscono le classi più deboli Longo
             e Togliatti mantengono la lotta politica nell’ambito democratico. Longo ritiene
             possibile una collaborazione politica tra forze popolari PCi-DC nell’interesse na-
             zionale in favore delle masse e persegue il socialismo non nell’immediato, ma nel
             lungo periodo.
                Il successo di De Gasperi si misura con la capacità di costruire un’alleanza an-
             ticomunista in vista delle elezioni del 18 Aprile. La campagna elettorale della DC
             ha due parole d’ordine: il pericolo comunista e il “Piano Marshall”.
                La scelta americana salva l’Italia dal “pericolo rosso”, fa uscire il Meridione
             più arretrato dalla fame e dalla povertà e il modello capitalista garantisce lo svi-
             luppo industriale.
                Le accuse mosse dalla sinistra sul fatto che gli americani danneggino i lavora-
             tori si ripercuotono sulla loro stessa credibilità. De Gasperi convince l’opinione
             pubblica affermando che l’America manda all’Italia carbone, farina, medicinali e]]></page><page Index="202"><![CDATA[202                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             petrolio gratuitamente e il ricavato di questi aiuti viene versato su un conto della
             Banca d’Italia. Le risorse finanziarie di questo conto sono poi utilizzate per lavori
             pubblici, per costruire infrastrutture e per l’assistenza. De Gasperi inoltre dirotta
             una parte dei fondi di contropartita verso organizzazioni cattoliche e in tal modo
             si assicura l’appoggio della chiesa in campagna elettorale, molto influente nei
             confronti dell’opinione pubblica.
                Per battere la sinistra il Dipartimento di stato fa molte concessioni. La comuni-
             tà italo-americana raccoglie fondi per la ricostruzione dell’Italia, viene finanziata
             una campagna informativa per propagandare i vantaggi degli aiuti. molte stelle
             dello spettacolo, ad esempio Frank Sinatra, partecipano a programmi radiofonici
             per sostenere gli aiuti americani.
                A causa di tutto ciò il 18 Aprile la DC stravince, ma un’analisi dei risultati
             evidenzia il maggior contributo dovuto all’appoggio della Chiesa piuttosto che
             americano. Ciò lascia prevedere la difficoltà italiana ad integrarsi nel mercato
             internazionale a guida statunitense.
                il legame tra la politica americana e l’Europa si può ricercare nelle clausole
             dei trattati bilaterali. il Dipartimento di stato vuole imporre regole di libero mer-
             cato e occorre ricordare che gli aiuti dell’ERP sono forniti non in dollari ma in
             merci prevalentemente di origine statunitense. Tali aiuti sono indirizzati agli stati
             beneficiari e non alle imprese. Queste ultime devono pagare le merci al momento
             dell’acquisto al prezzo di mercato. Non è però chiaro inizialmente se si considera
             il mercato locale o quello americano, viste le differenze considerevoli tra i prezzi
             correnti in Europa e negli USA. I trattati bilaterali vincolano i paesi beneficiari a
             degli obblighi imposti dal Congresso come condizioni per l’ottenimento degli aiu-
             ti. I quattro principi che sono la base di un’economia capitalista sono i seguenti:
             un grande sforzo produttivo, l’espansione del commercio estero, la creazione e il
             mantenimento della stabilità finanziaria interna e il perseguimento della coopera-
             zione economica internazionale.
                Infine, i paesi europei devono attuare misure tali da fissare e mantenere equi
             tassi di cambio per poter gradualmente eliminare le barriere commerciali. i fondi
             di contropartita sono un programma di prima assistenza per i paesi liberati con-
             trollati da una commissione mista formata da alleati e dirigenti locali. Fino al
             1947 tale commissione amministra cifre modeste che si generano con la vendita
             di merci -grano, carbone, generi alimentari- che vengono venduti a prezzi politici
             più bassi di quelli di mercato grazie a delle sovvenzioni dello stato. Dall’estate
             del 1947 il Dipartimento di Stato americano impone che i fondi di contropartita
             debbano essere versati dallo stato assistito su un conto della Banca Centrale al
             momento dell’arrivo delle merci alla frontiera, prima che esse vengano vendute.
             inoltre l’importo deve essere calcolato in base ai prezzi del mercato statunitense.
                Il fondo di contropartita è quindi  indipendente dall’incasso ottenuto dal mer-
             cato interno. In questo modo i paesi assistiti devono depositare sul conto della]]></page><page Index="203"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                203



             banca importi molto superiori che in passato. Si vuole così incentivare i paesi
             beneficiari a vendere i beni ricevuti allo stesso prezzo praticato sul mercato statu-
             nitense, forzando in tal modo l’omogeneizzazione dei mercati europei occidentali
             con quello americano.
                Il secondo obiettivo di tale delibera è quello di eliminare sovvenzioni e con-
             trolli statali sui prezzi delle merci che riducono di fatto gli introiti dei fondi di
             contropartita tra il 1945 e il 1947.
                il Dipartimento di stato vuole massimizzare le dimensioni dei fondi di contro-
             partita e attraverso il loro controllo influenzare le politiche economiche e di spesa
             dei paesi occidentali.
                L’amministrazione Truman in tal modo spinge ciascun paese a liberalizzare
             i prezzi oppure a trovare nuove risorse per finanziare le sovvenzioni; comunque
             influenza i governi a comportamenti virtuosi che riducono l’intervento statale e
             favoriscono la libera iniziativa. Da tutto ciò però derivano per i governi europei
             gravi problemi interni; infatti i grants sono costituiti in prevalenza da merci essen-
             ziali, ossia cereali e carbone che incidono direttamente sulla formazione dei prezzi
             toccando direttamente gran parte della popolazione europea occidentale. i prezzi
             americani di cereali e carbone risultano sicuramente troppo alti rispetto a quelli
             europei e applicarli significa determinare una spirale inflazionistica con conse-
             guenze incalcolabili. Ad esempio nel 1948 un genere di prima necessità come la
             farina americana costava in italia 110 dollari a tonnellata contro i 140 dollari sul
             mercato americano.
                Fra il giugno 1948 e il giugno 1949, per coprire questa differenza la Banca
             d’Italia per la fornitura di grano sovvenziona 295 miliardi di lire, ossia il 17%
             del bilancio statale. I prezzi politici sono attaccati sia in Italia da Einaudi, che in
             America dai liberali. il Dipartimento di stato tuttavia consente ai governi locali
             di trovare nuove risorse fiscali per finanziare le sovvenzioni. Esso è sensibile alle
             pressioni del Congresso statunitense che vuole togliere dalle spalle del contri-
             buente americano il peso del deficit di bilancio dei paesi europei. Questi ultimi
             devono quindi adeguarsi alle regole del mercato USA. Il “Piano Marshall” forni-
             sce quattro o cinque anni di tempo ai paesi europei per ricostruire l’economia e
             per compiere questo salto, ma i governi europei devono essere responsabili e non
             affidarsi nel tempo alla speranza di ulteriori aiuti americani.
                Gli aiuti dell’ERP all’Europa sono costituiti da merci e non da valuta, di con-
             seguenza non arrivano immediatamente a destinazione. Occorre stabilire le quo-
             te delle merci per ciascuna nazione, il che comporta una complicata valutazione
             internazionale prima di procedere alla selezione delle merci e quindi al loro tra-
             sporto, in genere via nave. Segue quindi una lunga fase costituita da immagazzi-
             namento, vendita e utilizzo finale.
                Per certe merci, tutti questi passaggi possono durare anni, quindi l’impatto
             dell’ERP sui fondi di contropartita  e sui bilanci  dello  stato  risultano  ritardati.]]></page><page Index="204"><![CDATA[204                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             L’ERP si realizza in quattro fasi: nella prima il Congresso autorizza le spese pro-
             poste dall’ECA e dal dipartimento di Stato e autorizza lo stanziamento finanziario
             annuale per ogni nazione beneficiaria; nella seconda l’ECA stabilisce le quote del-
             le merci di ogni singolo paese; nella terza l’ECA autorizza l’acquisto dei beni con
             scansione trimestrale (Procurement Authorization PA); nella quarta fase l’ECA
             organizza la spedizione delle merci nei singoli paesi (shipment).
                Nel primo anno del “Piano Marshall” tale meccanismo è molto farraginoso,
             quindi il ritardo fra le assegnazioni (allocations) e l’effettiva spedizione delle mer-
             ci è di circa un anno, mentre nel secondo anno è di sei mesi.
                Inizialmente il meccanismo funziona in questo modo: l’ECA ogni tre mesi
             mette a disposizione di ogni stato la valuta necessaria. Ogni paese beneficiario
             presenta, con cadenza trimestrale, la richiesta dei beni che intende importare nel
             trimestre successivo. Entro un mese da tale richiesta l’ECA emette le PA, cioè le
             lettere di credito che mettono a disposizione  per ciascun paese i dollari neces-
             sari per acquistare i beni da importare. Solo allora i governi europei rilasciano
             le licenze d’importazione (SUB-PA) alle ditte che hanno richiesto di importare
             le merci previste dalle PA. Il problema vero, il primo anno, sono i tempi ristretti
             imposti dall’ECA, infatti gli importatori europei non riescono spesso a completare
             le importazioni nell’arco del trimestre e in questo caso scade l’autorizzazione. La
             cancellazione dell’autorizzazione rallenta il programma.
                Il problema dei  ritardi viene analizzato da Paul Hoffmann, presidente dell’E-
             CA, durante il suo viaggio parigino nel luglio del 1948. Alla fine si scelgono delle
             regole, ossia delle procedure meno rigide. Dal maggio 1949, si autorizza lo spo-
             stamento delle PA inutilizzate da un trimestre a quello successivo. Dal novembre
             1949 si ammette un ritardo di due trimestri, e questo permette maggiore flessibili-
             tà nell’utilizzo delle allocations. Questa modifica impedisce il blocco di porzioni
             di quote importanti dei paesi beneficiari per considerevoli periodi di tempo. Perciò
             l’impatto dell’ERP sui paesi europei cresce nel tempo dal 1949 e raggiunge l’api-
             ce all’inizio del 1950 poco prima che il programma venga messo in discussione a
             causa dei nuovi obiettivi di riarmo.
                il ritardo nella consegna degli aiuti del Piano marshall ne posticipa in parte i
             benefici al 1950/1951.
                Alan milward valutando il peso degli aiuti dell’ERP sul totale delle importa-
             zioni dell’Europa occidentale, mediante un test afferma che fra il 1949 e il 1950
             i paesi europei ( con l’eccezione di Francia e Olanda che hanno programmi di
             ricostruzione più ambiziosi) mantenendo i consumi alimentari ai livelli del 1947
             possono ipoteticamente, senza gli aiuti americani, mantenere la stessa crescita
             industriale. Tale tesi viene rifiutata da Hogan, che replica dicendo che si tratta
             semplicemente di trucchi statistici non rilevanti per giudicare il “Piano Marshall”.
                Comunque l’ERP è solo uno dei programmi d’aiuto in Europa -vi sono anche
             i programmi UNRRA in Francia e Italia, e il programma GARIOA in Germania]]></page><page Index="205"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                205



             occidentale - e questo ne riduce in parte l’importanza.
                il test di milward dice che in teoria in Europa può esservi un altro modello di
             crescita anche se più lento. L’idea più diffusa è che il dollar gap e i danni di guer-
             ra non permettono una facile sostituzione degli aiuti. in molti paesi europei nel
             1947-48 la disponibilità alimentare dipende dall’aiuto USA. In questo scenario
             senza l’ERP nel 1947-48 gli europei dovrebbero ridurre sensibilmente le importa-
             zioni di generi alimentari ma anche quelle industriali.
                Questa conclusione però non contrasta con la posizione di Milward poiché in-
             dica che gli aiuti americani risultano più importanti nel biennio 1947-48 piuttosto
             che nel biennio 1949-50.
                i delegati dell’OECE stabiliscono che in assenza del Piano marshall le impor-
             tazioni dell’Europa occidentale dal resto del mondo si dimezzano e ciò comporta
             una possibile carestia evitabile soltanto con un razionamento rigoroso; ma consi-
             derando il dollar gap non si può evitare una crisi dell’industria. in mancanza degli
             aiuti americani i paesi europei devono scegliere se importare generi alimentari o
             materie prime, non avendo dollari a sufficienza per pagare entrambi.
                Queste sono semplici congetture, ipotesi, ma probabilmente l’Europa occiden-
             tale senza gli aiuti dovrebbe scegliere fra la pace sociale e la ripresa industriale,
             rinviando la seconda. Forse si può convenire che l’ERP accelera la ricostruzione
             europea tra il 1946 e il 1947, evita pesanti tagli alle importazioni e ai consumi nel
             biennio 1947-48 ed ha effetti meno rilevanti nel 1949.
                Per dare un giudizio dell’ERP in relazione alla ripresa europea, occorre cono-
             scere le esigenze dei paesi beneficiari, e la composizione nazionale degli aiuti del
             Piano marshall.]]></page><page Index="206"><![CDATA[206                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             TABELLA 1.1
                                             A. Valore e composizione dell’ERP  B. incidenza ERP
                                    1948 (%) 1949 (%) 1950 (%) 1951 (%) 1952 (%) 1949 (%) 1950 (%)
               Francia
              Totale  (mill. $)      495,3  801,2  881,1   n.d.   n.d.
              Totale  (%), di cui    100,0  100,0  100,0
              - Generi alim.         23,4    12,0   4,4    n.d.   n.d.   8,6    8,5
              - Mat. prime e semilavorati,  58,0  56,2  55,4  n.d.  n.d.  _      _
                di cui
                    - Carboni e carburanti  32,7   22,8  22,4            10,1   10,0
                    - Cotone          8,1    16,2   19,6
                    - Altre mat. pr. e semilav.  17,2  17,2  13,4
               - macchinari e veicoli  6,0   16,7   26,3   n.d.   n.d.   12,9   11,2
               - Noli                19,2    12,7   10,0   n.d.   n.d.

               italia
               Totale (mill. $)      196,0  381,4  271,5  287,9
               Totale (%), di cui:   100,0  100,0  100,0  100,0
               - Generi alimentari   34,7    31,2   7,1    1,5           27,0   17,4
               - Mat. prime e semilavorati,  46,7  54,6   56,2  67,3
                 di cui
                     - Carbone e carburanti  28,6  25,0  16,0  21,5      11,5   8,8
                     - Cotone        11,0    22,8   39,3   41,5
                     - Altre mat. pr. e semilav.  7,1   6,8  10,9  4,3
               - macchinari e veicoli  0,1   3,4    25,8   30,8          1,1    3,1
               - Noli                19,4    13,4   8,0    n.d.

               Germania O.
                                     108,4  492,1  595,7  209,7   67,2
               Totale (mill. $)
                Totale (%), di cui:  100,0  100,0  100,0  100,0  100,0
               - Generi alimentari   72,2    41,5   40,9   29,8   35,1   43,6   40,1
               - Mat. prime e Semilavorati,  18,5  39,2  43,7  39,2  38,5
                 di cui
                    - Carbone e carburanti  0,0    2,6  5,0   8,1  9,0
                    - Cotone         15,7    19,3   23,2    n.d.   n.d.
                    - Altre mat. pr. e semilav.  2,8  17,3  15,5  31,1  29,5
               - macchinari e veicoli  2,5   3,0    3,0    3,8    3,0    1,6    2,6
               - Noli                 4,6    8,7    7,2    12,0   4,5

             Tab 1.1  Composizione e incidenza sulle importazioni totali di alcune categorie degli aiuti ERP (milioni
                    di dollari e %)
                    Fonti: Spagnolo Carlo, La stabilizzazione incompiuta. Il Piano Marshall in Italia (1947-1952),
                    cit., p. 134.]]></page><page Index="207"><![CDATA[II SeSSIone - Forze ArmAte e SocIetà                                207



                Nella tabella 1.1 vengono considerate le più importanti categorie di beni inviati
             in tre paesi (Francia, Italia e Germania occidentale). Si possono notare due fasi
             distinte. Nella prima, 1948-49, i tre paesi considerati importano prevalentemente
             generi alimentari e materie prime. Nella seconda fase, 1950-52, diminuiscono le
             importazioni dei generi alimentari e aumenta la quota di macchine e veicoli indu-
             striali e delle materie prime.
                Nella prima fase tale ripartizione viene imposta dal Congresso che ordina di
             minimizzare l’acquisto di beni scarsi negli Stati Uniti e di acquistare il massimo
             quantitativo di generi in surplus sul mercato americano. Fra i generi non disponi-
             bili nel 1948 vi sono proprio i beni più desiderati, petrolio, macchine per l’agri-
             coltura, acciaio, rottami, vari metalli non ferrosi e carne. Stretta fra le decisioni
             del Congresso e l’opposizione francese alla rinascita della Germania l’ECA nel
             1948-49 ha una scarsa influenza sulla distribuzione in Europa delle materie prime.
             Tuttavia per evitare che il blocco dell’industria generi conflitti di classe ai fini
             anticomunisti l’ECA fornisce a Francia e Italia il massimo quantitativo possibile
             di beni richiesti.
                Nella seconda metà del 1949 riprende la produzione mondiale di materie pri-
             me; infatti i prezzi diminuiscono, cala l’inflazione in America e molte materie
             prime tornano sul mercato. inoltre nell’estate del 1949 vi è una ripresa in Europa
             della produzione cerealicola ed agricola in generale.
                La produzione agricola in Germania raggiunge il 76%, in Italia il 95% e in
             Francia il 100% dei livelli antecedenti alla guerra; consente di diminuire l’impor-
             tazione di generi alimentari dagli UsA.
                Fra le materie prime più richieste vi sono il carbone e i combustibili. Nell’ulti-
             mo periodo del Piano marshall si riduce la domanda di materie prime dell’Europa
             nei confronti degli Stati Uniti a causa degli alti costi dei noli delle navi americane,
             e quando diviene possibile sostituire gli USA con altri fornitori.]]></page><page Index="208"><![CDATA[208                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate]]></page><page Index="209"><![CDATA[Atti del Congresso internAzionAle                                   209



                                          ’
                                       litalia 1945-1955

                                la ricostruzione


                                                         del Paese



                          e le FORZe aRMaTe



                      congresso di studi storici internazionali
                      congresso di studi storici internazionali

                                     CIsM - sapienza Università di Roma











                        I GIORNATA 20 NOVEMBRE 2012
                                                               III SESSIONE


                             l’italia repubblicana


                                  e la guerra Fredda


                                                        Presidenza Prof. Virgilio ilari]]></page><page Index="210"><![CDATA[]]></page><page Index="211"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             211



             La decolonizzazione francese dell’Algeria
             e gli interessi italiani




             Jean aVenel    1




                   inizio della guerra d’Algeria, che segna la fine della colonizzazione francese
             L’in Africa, viene solitamente fatto risalire al 1954, sebbene alcuni sostengano
             che la guerra sia in realtà iniziata nel maggio 1945. Ad ogni modo, la traccia la-
             sciata nella memoria collettiva francese da otto anni di conflitto più o meno larva-
             to sarà indelebile: sconfitta militare, sebbene l’avversario non abbia mai ottenuto
                                                                                    2
             successi probanti sul campo, coscienza sporca per aver abbandonato i pieds noirs
                                                                             3
             e, soprattutto, per l’indifferenza mostrata di fronte alla sorte degli harkis , nonché
             perdita di influenza economica, sebbene in realtà  la Francia continui ad essere
             il principale partner economico dell’Algeria e abbia tuttora una forte influenza
             politica sul Paese.
                L’Algeria è stata, fin dalla sua conquista nel 1830, luogo di insediamento di
             fasce della popolazione europea economicamente svantaggiate o politicamente
             oppresse; rientrano in questo secondo caso gli Spagnoli che lasciarono il loro Pa-
             ese a causa della guerra civile; nel primo caso, invece, rientrano i Maltesi e anche
             gli Italiani che si stabilirono nel Paese negli anni ’50, per ragioni economiche.
                Scopo di questa relazione, dopo aver descritto il modo in cui è stata condotta
             la decolonizzazione –ricordando, quindi, come si è svolta la guerra d’Algeria-, è
             di illustrare l’impatto avuto dalla decolonizzazione sugli interessi italiani e sulla
             popolazione di origine italiana.
                I fatti dell’8 maggio 1945, pur avendo lasciato un segno nella memoria collet-
             tiva algerina, non possono in alcun modo essere considerati il momento iniziale
             dell’indipendenza. Si tratta di avvenimenti locali, legati alla perdita di prestigio
             della Francia dopo lo sbarco americano in Algeria del 1943. Il dramma iniziò in
             Cabilia e restò confinato alla regione di Costantina. Gli scontri con la polizia fe-
             cero 103 morti e 150 feriti, ma non ebbero conseguenze immediate e, tra il 1945
             e il 1954, il Paese conobbe otto anni di pace, caratterizzati da un certo sviluppo
             economico, dall’adozione di una riforma agraria e dall’elezione della prima As-

             1   *  Université Paris Est.
             2  NdT il termine designa oggi nel linguaggio corrente i Francesi d’Algeria (discendenti da
                emigrati europei e stabilitisi in Algeria), rimpatriati a partire dal 1962.
             3  NdT Il termine designa i soldati algerini che, durante la guerra d’Algeria, avevano fatto
                parte delle truppe ausiliarie dell’esercito francese]]></page><page Index="212"><![CDATA[212                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             semblea algerina (aprile 1948). Certo, i problemi restavano, in parte dovuti alla
             crescita, sproporzionata rispetto a quella della popolazione europea, della popo-
             lazione musulmana, che era considerata e trattata come una popolazione “di serie
             B”, senza possibilità di ricoprire posizioni di responsabilità politica. Il romanzo di
             Camus, lo straniero, illustra bene questa situazione: il musulmano ucciso dall’e-
             roe è solo un’ombra, un pretesto, ma non ha un’esistenza propria. Rivelatrici, in
             merito, le parole dello scrittore Jean Pélégri: «Dobbiamo considerare l’Algerino a
             partire dal momento in cui si è ribellato». Non è altro che un pretesto, in un mondo
             in cui l’Europeo ha tutti i poteri (ne lo straniero, quello giudiziario).
                L’insurrezione che iniziò nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1954
             mette fine irrimediabilmente ai quattro anni precedenti di pace, forse gli ultimi
             che il Paese conobbe nel XX secolo: 70 attentati in tutto il Paese, che si chiusero
             con il pesante bilancio di otto morti, quattro feriti, ingenti danni materiali, nonché
             la diffusione del manifesto del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN). A partire
             da questa data, si possono distinguere quattro fasi nello svolgimento del conflitto.
                La prima fase coincide con il mandato di Governatore Generale di soustelle.
             Pur essendo gollista, a nominarlo fu il socialista Mendès-France, il 25 gennaio
             1955, poco prima della caduta del suo governo (avvenuta il 6 febbraio 1955). La
             premessa da cui partiva soustelle era la totale appartenenza dell’Algeria alla Fran-
             cia, e quindi l’integrazione. Era contrario alla soluzione federalista caldeggiata da
             una parte della sinistra politica francese. In compenso, sosteneva il rispetto per
             l’originalità algerina: lingua e religione. Promosse, quindi, una politica fatta di
             dialogo e riforme. Purtroppo, non ebbe il tempo di portarle a termine e la presenza
             di 190.000 soldati francesi nel febbraio del 1956 (erano solo 80.000 nel gennaio
             1955) non bastò a venire a capo della ribellione, che poteva contare su una mi-
             gliore organizzazione, dopo la creazione dell’Esercito di Liberazione Nazionale
             (ALN - Armée de libération nationale), composto da 6000 uomini. Le sommosse
             e gli attacchi commessi il, 20 e 21 agosto 1955, contro edifici pubblici e contro la
             gendarmeria, segnarono la rottura tra la comunità europea e quella musulmana.
             Inoltre, il conflitto assunse una dimensione internazionale con il riconoscimento
             dell’FLN da parte dei Paesi cosiddetti non allineati e con i dibattiti dell’Assem-
             blea Generale delle Nazioni Unite. soustelle lasciò l’Algeria il 2 febbraio 1956.
                La seconda fase corrisponde all’incarico di Robert Lacoste come Governatore
             Generale d’Algeria. In Francia metropolitana regnava l’instabilità politica: a fine
             gennaio 1956 cadde il governo Faure; gli successe un governo guidato da Guy
             Mollet, che nominò Lacoste. Questi era un guerrafondaio che, forte dei poteri
             speciali che gli vennero conferiti, diede la priorità allo sforzo militare: nel luglio
             1957, in Algeria si contavano 400.000 soldati francesi, che arrivarono a 450.000
             nel dicembre dello stesso anno. Lacoste condusse una politica di controllo capilla-
             re del territorio, procedette ad un rimaneggiamento del comando militare e otten-
             ne qualche risultato. Contemporaneamente, il governo francese cercava di avviare]]></page><page Index="213"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             213



             dei negoziati con l’FLN. Vennero effettivamente stabiliti dei contatti, in partico-
             lare nell’agosto del 1956 a Roma. Vi si definì il principio di un cessate il fuoco in
             cambio della costituzione di un governo provvisorio che includesse dei rappresen-
             tanti dell’FLN. Venne fissata una conferenza a Tunisi per il 22 ottobre 1956, che
             però non ebbe mai luogo, perché lo Stato Maggiore dell’Esercito francese decise
             di intercettare il DC3 marocchino che trasportava la delegazione algerina in Tuni-
             sia. L’operazione, condotta senza l’accordo del governo, riuscì perfettamente, ma
             fu un fallimento sul piano politico: quattro dei capi storici dell’FLN furono arre-
             stati (Ben Bella, Bouchiaf, Ait Ahmed, Kider), ma il re del Marocco, Mohammed
             V, elevò una protesta ufficiale, costringendo il Ministro della Difesa, Savary, a
             dimettersi. Guy Mollet non sconfessò l’operazione e l’influenza dell’FLN crebbe.
             A ciò si aggiunse il fallimento politico della spedizione di Suez, che Guy Mollet
             aveva incoraggiato con lo scopo di eliminare Nasser, uno dei più attivi sostenitori
             dell’FLN che, da allora in poi, rappresentò l’unica forza della resistenza. Molti
             ufficiali, demoralizzati dal fallimento della spedizione e che, in seguito, avreb-
             bero costituito i quadri dell’Organizzazione Armata Segreta (OAS), ritenevano i
             politici incapaci di contrastare i ribelli algerini. Furono loro, ed in particolare il
             Generale Salan, che, a partire dal 1956, si fecero carico dell’organizzazione della
             repressione. Va sottolineato, peraltro, che la Francia non si considerava in guerra,
             poiché l’Algeria era un territorio francese, contrariamente al Marocco e alla Tuni-
             sia, che erano stati solo dei protettorati. Infine, la Francia era isolata alle Nazioni
             Unite e l’instabilità politica in patria non faceva che complicare la situazione.
                Nel 1956, l’Algeria rappresentava ancora una questione di ordine relativamen-
             te secondario agli occhi dell’opinione pubblica, ma ben presto non fu più così;
             se una parte dell’opinione pubblica era indifferente, un’altra, quella i cui figli
             prestavano servizio nelle forze armate, provava una certa ostilità alla questione,
             ma, essendo le perdite umane ancora limitate, non vi era ancora un’opposizione
             generalizzata; il costo finanziario delle operazioni militari era ancora contenuto:
             rappresentava il 7% del budget dello Stato e il 2% del prodotto interno lordo
             (PIL); non c’era alcuna crisi economica all’orizzonte e si viveva sui successi dei
             “trenta gloriosi”: le preoccupazioni erano incentrate sul benessere materiale reso
             possibile dalla ricostruzione post-bellica. Gli unici effetti negativi erano collate-
             rali: l’allungamento della durata del servizio militare influiva sulla produzione (le
             perdite sono stimate a 120 miliardi di franchi all’anno, ovvero l’1,5% del PIL).
                Il governo di Guy Mollet fu rovesciato il 28 maggio 1957 e sostituito da quello
             di Bourgès-Maunoury, che dovette rassegnare le dimissioni il 30 settembre poiché
             il suo piano per l’Algeria fu respinto. Félix Gaillard divenne Presidente del Con-
             siglio il 7 novembre e presentò un nuovo piano per l’Algeria, che venne accettato
             in Francia, ma rifiutato dall’FLN. Quando l’aviazione francese, esercitando il suo
             diritto d’inseguimento, bombardò il villaggio tunisino di Sakiet, provocando la
             morte di diversi civili, il conflitto si internazionalizzò (8 febbraio 1958). Il Presi-]]></page><page Index="214"><![CDATA[214                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             dente tunisino Bourguiba chiese che fosse convocata una riunione del Consiglio
             di sicurezza dell’ONU.
                La terza fase ha inizio nel maggio 1958. Il 13 maggio, in occasione di una
             manifestazione organizzata ad Algeri dai fautori dell’Algeria francese, la folla
             riuscì, senza incontrare troppa resistenza da parte delle forze dell’ordine, ad impa-
             dronirsi del palazzo del Governatore Generale. Il Generale Massu, che sosteneva
             i manifestanti, prese la guida del Comitato di Salute Pubblica, costituito dopo
             l’operazione, e il Generale Salan ratificò tale iniziativa, che costituiva un gesto
             di insubordinazione verso il nuovo governo Pflimlin, formatosi il giorno stesso;
             quest’ultimo, troppo debole, non sconfessò il colpo di stato e confermò i poteri a
             Salan. Coesistevano, quindi, due poteri concorrenti: quello di Parigi  e quello di
             Algeri. Nella confusione che ne derivò, il Generale de Gaulle, il cui ritorno alla
             guida dello Stato era auspicato dai suoi sostenitori, si dichiarò pronto ad assumere
             la presidenza del Consiglio (15 maggio). Soustelle partì in incognito per Algeri,
             eludendo la sorveglianza della polizia, e vi assunse il potere civile, permettendo
             così ai gollisti di svolgere un ruolo attivo e di controllare il contro-potere in Alge-
             ria, dove 50.000 musulmani affermarono il loro attaccamento alla Francia. Pflim-
             lin si dimise il 28 maggio e il Presidente della Repubblica, René Coty, conferì i
             pieni poteri a de Gaulle.
                De Gaulle si trovava in una posizione ambigua: se, da un lato, doveva la sua
             ascesa al potere agli oltranzisti che volevano l’Algeria francese, dall’altro, egli
             stesso non era troppo convinto che questa fosse la strada giusta; de Gaulle consi-
             derava l’Algeria una questione di importanza secondaria e non credeva nella po-
             litica di integrazione sostenuta da Soustelle. In politica interna, la sua priorità era
             dotare il Paese di una nuova Costituzione che gli permettesse di avere un esecuti-
             vo forte e, in politica estera, fare della Francia una potenza nucleare e uscire dalla
             NATO. L’Algeria, che impegnava parte dell’esercito e notevoli mezzi, costituiva
             un ostacolo alle sue ambizioni e non avrebbe esitato a sacrificarla. In un primo
             momento, tentò di conservarla, proclamando l’Algeria francese, in occasione del
             suo primo viaggio nel Paese nel 1958, sostenendo al contempo la necessità di dia-
             logare con gli indigeni. Pensò di dotare l’Algeria di un regime di autonomia inter-
             na sotto sovranità francese e presentò il piano di Costantina, che prevedeva inve-
             stimenti massicci di capitali francesi, una nuova ripartizione delle terre e una serie
             di grandi opere nel sahara e nel settore del petrolio. Pur incoraggiando l’azione
             del Generale Challe, che cominciava a dare i suoi frutti (in termini di pacificazione
             del Paese), prese le distanze dal movimento del 13 maggio; Soustelle rimaneggiò
             nella sua composizione il Comitato di Salute Pubblica, eliminando i non gollisti.
             Il 9 giugno fu istituito un Ministero dell’Algeria, in collegamento diretto con la
             Presidenza del Consiglio, a simbolo dell’impegno personale del Generale nella
             risoluzione del problema algerino.
                Di fronte a tale politica, che ritenevano poco favorevole ai loro interessi, i]]></page><page Index="215"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             215




































                                          Charles de Gaulle

             sostenitori dell’Algeria francese organizzarono, il 24 gennaio 1960, una nuova
             manifestazione che fu, questa volta, duramente repressa e si chiuse con un bilan-
             cio di 26 morti e 141 feriti. Gli insorti lasciarono la città e il potere del Generale
             de Gaulle ne usci rafforzato; il referendum dell’8 giugno 1960 gli conferì i pieni
             poteri per riprendere i negoziati con l’FLN, unico interlocutore possibile, in virtù
             del riconoscimento internazionale di cui godeva, malgrado le sconfitte militari che
             aveva subito. i negoziati iniziarono il 25 giugno.
                A questo punto, la guerra entrò nella sua ultima fase, quella di una guerra inter-
             na alla Francia, nella quale l’opinione pubblica, stanca della violenza, sostenne de
             Gaulle. Ne furono la prova i risultati del referendum sull’Algeria dell’8 gennaio
             1961: i “sì” rappresentarono il 75,25%, malgrado un voto negativo registrato nelle
             grandi città algerine. Gli attori a questo punto erano tre: i repubblicani francesi,
             che negoziavano con il governo provvisorio algerino di Ferhat Abbas; questo stes-
             so governo, costituito il 19 settembre 1958 raggruppando le diverse formazioni
             rivoluzionarie algerine e di cui l’ALN è il braccio armato; e l’OAs - Organizza-
             zione Armata Segreta, che fu costituita a Madrid da Pierre Lagaillarde all’inizio
             del 1961 per resistere alla politica di decolonizzazione e che, all’inizio, contava
             300 membri; il Generale Salan ne era il comandante in capo.]]></page><page Index="216"><![CDATA[216                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Da questo punto in poi, gli eventi si susseguirono molto rapidamente e con
             estrema violenza. Il 21 aprile si svolse d Algeri il putsch dei generali, organizzato
             da Challe, Jouhaud, Salan e Zeller, con l’aiuto dei baschi verdi del 1° Reggimento
             straniero paracadutisti, che presero il controllo della città fin dalle 3 del mattino,
             ma non ricevettero rinforzi. Di questo putsch, de Gaulle dirà, sprezzante, “la cosa
             grave in tutta questa faccenda è che non è seria”. De Gaulle, peraltro, assunse tutti
             i poteri, in virtù dell’articolo 16 della Costituzione. Il putsch fallì, Challe si arrese
             il 15 aprile, ma l’OAS continuò la lotta; nei mesi successivi, non solo l’Algeria,
             ma anche la Francia metropolitana, sarebbero vissute al ritmo degli attentati: at-
             tentato contro de Gaulle il 9 settembre e massacri in Algeria.
                Nonostante tutto, i negoziati continuarono. L’ostacolo era rappresentato dal
             Sahara, dove si trovava il petrolio e dove la Francia intendeva condurre i suoi
             primi esperimenti nucleari. Il 19 marzo 1962 fu firmato un “cessate il fuoco”, con
             il quale l’FLN riconosceva il diritto prioritario delle società francesi di condurre
             attività di ricerca e sfruttamento di giacimenti petroliferi, attribuiva alla Francia
             una concessione di 15 anni per la sua base marittima di Mers-el-Kébir e concede-
             va agli Europei residenti in Algeria uno status che prevedeva la doppia nazionalità
             per una durata di tre anni. L’OAs proclamò lo sciopero generale per il 26 marzo;
             la manifestazione indetta in quell’occasione degenerò nel massacro di Rue d’Isly,
             che fece 46 morti e 200 feriti. La popolazione europea, dando ormai per inelutta-
             bile l’indipendenza dell’Algeria, iniziò un esodo di massa (ogni giorno lasciavano
             il Paese tra le 8.000 e le 10.000 persone), per cui l’OAS venne a trovarsi privata
             della sua base tradizionale e popolare. Il referendum dell’8 aprile 1962 diede al
             Presidente della Repubblica facoltà di concludere accordi con l’Algeria; gli accor-
             di furono firmati a giugno. Il 1° luglio un referendum in Algeria sancì l’indipen-
             denza (con il 91,2% di sì) che fu ufficialmente proclamata il 3 luglio.
                La colonizzazione dell’Algeria fu accompagnata, nel corso del XIX secolo, da
             una considerevole immigrazione di popolazioni provenienti dall’Europa del sud.
             Tra queste, una quota importante era rappresentata da Italiani: si contavano 1122
             Italiani nel 1831, 10852 nel 1861, 33693 nel 1881 e 36795 nel 1911. Costoro, per
             la maggior parte piemontesi e sardi, erano alla ricerca di migliori condizioni eco-
             nomiche. La legge del 1889 concesse a questi immigrati e ai loro figli a partire dal
             compimento del 21° anno di età la possibilità di acquisire la nazionalità francese,
             se lo desideravano; la maggior parte di loro usufruì di tale possibilità, cosicché tra
             il 1889 e il 1901 circa 48000 persone acquisirono la nazionalità francese e lo status
             di Europeo d’Algeria. Nel 1936, restavano circa 21000 Italiani non naturalizzati
             (29000 erano stati naturalizzati), che erano diventati 5959 nel 1948 e circa 10000
             nel 1954, quando scoppiò il conflitto. Si stima che nel 1945, del milione di Euro-
             pei residenti nel Paese (escludendo la popolazione di origine ebraica), i due terzi
             fossero figli di persone immigrate dal Sud della Spagna, dal Mezzogiorno d’Italia
             e da Malta. Benché perfettamente integrate –contrariamente a quanto avveniva in]]></page><page Index="217"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             217



             Tunisia- queste popolazioni conservavano comunque le loro tradizioni nazionali,
             come dimostrato da varie testimonianze. Ad esempio, il controllo esercitato dalle
             famiglie sulle ragazze restava molto forte: racconta una giovane italiana che suo
             padre non la perdeva mai di vista durante le feste del villaggio! Gli Italiani par-
             lavano per metà francese e per metà italiano, un italiano soprannominato talvolta
             “pataouète” dagli Europei di origine francese. I matrimoni misti avvenivano solo
             tra Europei, mai con i musulmani.
                Dal punto di vista geografico, la popolazione italiana si trovava essenzialmente
             nelle città costiere della regione di Costantina (Bône, Philippeville, ovvero circa il
             65% della popolazione di origine italiana) e nei dintorni di Algeri (il 10% circa).
             Gi altri Italiani erano disseminati in piccole comunità che vivevano di agricoltura
             e artigianato. Dal punto di vista socio-professionale, il 22% circa della popola-
             zione di origine italiana apparteneva ad una borghesia urbana più o meno agiata,
             che lavorava nel commercio, nell’industria, o esercitava una libera professione. Il
             resto della popolazione era a capo di piccole e medie imprese (officine, imprese
             edili) oppure viveva di pesca o di agricoltura; una minoranza, di origine ebraica,
             esercitava attività nel settore commerciale o in quello bancario.
                Gli Italiani occupavano un posto ben preciso all’interno di una società for-
             temente gerarchizzata: in cima alla piramide si trovavano gli Europei di origine
             francese; più giù, vi erano quelli di origine italiana, spagnola o maltese, sopran-
             nominati “i neo-francesi”, o “i 50%”, a cui apparteneva, ad esempio, la madre di
             Camus, che era di origine spagnola;  seguiva la popolazione di origine ebraica,
             mentre i gradini più bassi della scala sociale erano occupati dai Cabili, poi dagli
             Arabi e dai neri del Sahara. Sul piano politico, molti membri del partito comunista
             erano di origine italiana o spagnola.
                La popolazione europea lasciò in massa l’Algeria a partire dal marzo del 1962.
             Nel 1961 si contavano un milione di Europei; ne restavano 500000 il 1° luglio del
             1962 e 300000 il 30 settembre. Le nazionalizzazioni che iniziarono alla fine del
             1962 provocarono nuove partenze, 120000 tra il mese di marzo e quello di ottobre
             del 1963. Si stima che alla fine degli anni ’60 solo 616 Europei, di cui 506 di ori-
             gine francese, avessero optato per la nazionalità algerina e che alla fine degli anni
             ’80 restassero in Algeria 30000 coloni. Alcuni Europei erano tornati: si trattava di
             missionari, insegnanti o membri di organizzazioni non governative (ONG); veni-
             vano soprannominati “piedi rossi”.
                Come avvenne per gli altri Europei, la popolazione di origine italiana perse i
             propri beni con la proclamazione dell’indipendenza e le nazionalizzazioni che ne
             seguirono. In compenso, l’Italia trasse vantaggio (come peraltro la Repubblica
             Federale tedesca e gli Stati Uniti) dalla fine del monopolio coloniale della Fran-
             cia; nel 1965, l’Algeria ruppe gli accordi di Evian che garantivano i diritti delle
             società francesi in materia di sfruttamento degli idrocarburi. L’ente tecnico che si
             occupava della promozione delle risorse del sottosuolo del sahara franco-algerino]]></page><page Index="218"><![CDATA[218                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             fu abolito; l’ENI trasse vantaggio da questa misura con la firma, tra il 1962 e il
             1976, di contratti per la realizzazione di impianti nel settore chimico e della plasti-
             ca; a partire dal 1979, fu realizzato un gasdotto che collegava l’Algeria e l’Italia.
                                                          3
             All’epoca, l’ENI importava circa 12,5 milioni di m  di gas all’anno. Il commercio,
             che fino al 1962 era orientato quasi esclusivamente verso la Francia, si diversificò;
             l’Italia divenne così il terzo partner commerciale dell’Algeria, dopo la Francia e
             gli Stati Uniti o, a seconda degli anni,  la Repubblica Federale tedesca.


             Bibliografia
             Argeron  P., Histoire de l’Algérie, P.U.F., 1979
             Bracco H., Européens en Algérie indépendante, Ed Paris-Méditerranée, 1999
             Droz B., Lever E., Histoire de la guerre d’Algérie, Seuil, Paris, 1984
             Ecremont M., Indépendance politique et libération économique, ENAP, Alger,
                1986
             Faivre M., Les 1 000 villages Delouvrier, Paris, 2009
             Manceron G., Remaoun H., D’un rêve à l’autre, Syros, Paris
             Martin C., Histoire de l’Algérie française, Laffont, Paris, 1979
             Robert-Guiard C., Des Européennes en situation coloniale, P.U.F., 2009
             Stora B., Histoire de la guerre d’Algérie, Ed La découverte, Paris, 2004

             cronologia:
             http://www.charles-de-gaulle.org/pages/espace-pedagogique/la-boite-a-outils/
                chronologie.php]]></page><page Index="219"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             219



             Un barlume di speranza per il futuro:
             la Gran Bretagna e la Difesa

             e le Forze di Polizia italiane, 1943-47



             Effie G. H. PeDaliu   1




                 l Regno del Sud nacque dal caos, dall’umiliazione e dalla speranza che tra-
             i volsero l’Italia dopo la caduta del regime di Mussolini, nel 1943. L’offensiva
             alleata contro l’Italia del giugno del 1943 era stata sferrata calcolando di schierare
             un numero limitato di forze alleate, per garantirsi la disponibilità di forze suffi-
             cienti da impiegare contro Hitler su altri fronti. Gli strateghi tedeschi avevano
             scommesso sull’adozione di questo tipo di strategia in Italia da parte degli alleati,
             e furono così in grado di opporre una forte resistenza. Gli alleati non riuscirono ad
                                                              2
             occupare il paese con un’unica, schiacciante offensiva.
                La riuscita liberazione di Mussolini fornì ai nazisti l’opportunità di far passare
             la Repubblica di Salò, controllata dalla Wermacht, per un’iniziativa dell’autorità
                    3
             italiana.  La sconfitta e la frammentazione avevano lasciato le Forze Armate ita-
             liane in uno stato di scompiglio e prostrazione, portandole al collasso. Le clausole
             militari dell’Armistizio firmato dall’Italia il 29 settembre 1943, basate sul princi-
             pio della “resa senza condizioni”, erano particolarmente onerose. Questo esacerbò
             i problemi per i membri dell’Esercito italiano che erano rimasti fedeli al regime
             “cobelligerante” del Sud e che si trovavano ora sotto il diretto controllo del Co-
             mando alleato. La guerra non fu facile per l’italia. Le sue Forze Armate erano state
             decimate in battaglia (circa 200.000 perdite) e molti erano i prigionieri di guerra
                                                   4
             (quasi 1 milione) detenuti in paesi lontani.
                Le forze inglesi ed americane in italia  si trovarono davanti una situazione


             1  London school of Economics.
             2  E. Aga-Rossi, L’Italia nella sconfitta: politica interna e situazione internazionale durante
                la seconda guerra mondiale, (Napoli, 1985), pp. 67-124; D. W., Ellwood, Italy, 1943-45,
                (Leicester, 1985), pp. 23, 31-48.
             3  F. Anfuso,  Roma,  Berlino,  Salò,  1936-1945,  (Milano,  1950);  S.  Bertoldi,  Contro  Salò,
                (Milano, 1984); G. Bocca, La repubblica di Mussolini, (Bari, 1977); F. W. Deakin, Storia
                della Repubblica di Salò, (Torino, 1963).
             4  Ellwood, ‘Italy’, pp. 40-3, 73, 80-4, 88-9, 96, and 167; J. E. Miller, The United States and
                Italy, 1940-1950: The Politics and Diplomacy of Stabilization (1986), pp. 84-8, 91-2 and
                189; C. R. S. Harris, The Allied Military Administration of Italy, 1943-1945, (London,
                1957).]]></page><page Index="220"><![CDATA[220                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             interna nella quale la popolazione civile covava un forte malcontento che, se non
             affrontato, avrebbe potuto portare al completo disfacimento della legge e dell’or-
             dine. Poiché nessuno dei due alleati voleva schierare altre truppe sul territorio ita-
             liano solo per mantenere l’ordine pubblico, cosa che li avrebbe costretti a rivedere
             i loro piani iniziali, si attivarono per ricostituire la struttura essenziale delle Forze
             Armate e di polizia italiane.  Questo modo di agire presentava inoltre il vantaggio
             di sollevare il morale del Regno d’italia ed offrire al re e al maresciallo Badoglio
             delle “buone notizie” da sfruttare come propaganda per raccogliere il popolo ita-
             liano intorno a sé. Fu subito evidente che dovevano essere gli inglesi a provvedere
             a  questa parziale ricostruzione delle  Forze Armate italiane. In Italia le forze sotto
             il comando inglese erano le più numerose,  e gli americani consideravano ancora
             il teatro di guerra del Mediterraneo una responsabilità dell’Inghilterra; inoltre gli
             Inglesi ci  tenevano ad essere considerati  i membri più importanti dell’ammini-
                                    5
             strazione alleata in italia.
                Quello di intraprendere un qualche tipo di ricostruzione, per non parlare di
             ripristinare ed equipaggiare le Forze Armate e di polizia italiane, non era un com-
             pito  facile per Londra. Durante gli anni del Governo Nazionale di Coalizione in
             tempo di guerra, Whitehall guardava all’Italia con un misto di emotività e reali-
             smo.  Per tutti gli anni ‘30 Benito Mussolini aveva rappresentato un   fattore di
             continuo disturbo per l’egemonia britannica nel Mediterraneo e, fin dagli anni
             ‘20, era  stato incluso come presenza imprescindibile nei “worst case scenarios”
             in caso di possibile scoppio di un conflitto. La sua decisione di allearsi con Hitler
             contro la Gran Bretagna nel 1940 era sia prevedibile che inevitabile. Per gli inglesi
             però, nonostante il notevole sforzo profuso ed il capitale politico investito, fino al
             punto di aver sacrificato la carriera di alcuni loro rappresentanti, per neutralizzare
             le banali e prevedibili scelte del Duce, questa mossa fu un vero e proprio shock.
             La conseguenza fu che per molti a Whitehall, ed in special modo per Anthony
             Eden, il Ministro degli Esteri inglese che si era dimesso dal suo incarico a causa
             dell’avventura italiana nella Guerra Civile Spagnola, la capitolazione dell’Italia
             fu un momento di trionfo. Eden non era solo. molti a Whitehall ritenevano che le
             l’occupazione dell’italia fosse stata un trionfo per le Forze Armate britanniche. il
             trionfalismo di Londra sarebbe scemato però molto rapidamente, poiché gli ame-
             ricani non condividevano questo sentimento di vendetta verso l’Italia. Per loro,







             5  A. Varsori, ‘L’atteggiamento britannico verso d’Italia, 1940-3: alle origini della politica
                punitiva’,  in A.  Placanica,  (ed.),  1944,  Salerno,  capitale  istituzioni  e  società,  (Napoli,
                1985), pp. 137-59; G. Filippone-Thaulero, La Gran Bretagna e l’Italia dalla Conferenza di
                Mosca a Potsdam, 1943-45, (Roma, 1979);]]></page><page Index="221"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             221



             l’italia rappresentava solo una fase di
                                              6
             passaggio verso la sconfitta di Hitler.
                Anche le autorità inglesi dislocate
             sul territorio  italiano  occupato ave-
             vano un’opinione  diversa rispetto a
             quella dei loro leader politici di Lon-
             dra. Essi cercarono fin dall’inizio di
             stabilire stretti contatti con la classe
             dirigente e gli alti ufficiali dell’Italia
             post-fascista,  dando  inizio  alla  rico-
             struzione. I due inglesi più influenti
             fino alla fine della guerra ed alla vit-                  Winston Churchil
             toria elettorale del Partito Laburista in
             Gran Bretagna furono Harold Macmillan, Ministro residente per il Mediterraneo
             o, secondo la definizione del suo biografo, “Viceré del Mediterraneo”, ed il Gene-
             rale Sir Henry M. Wilson, Comandante Supremo Alleato per il teatro Operativo
             del Mediterraneo (SACMED). Macmillan era spinto da motivi politici. Scrisse nel
             suo diario: “Ritengo che dovremmo proprio decidere se vogliamo permettere al
             nostro rancore ed alle emozioni del recente passato di influenzare la nostra politica
             per l’Italia ed agire spinti non dalla ragione, ma dalle nostre passioni, o se ragione-
             remo con calma in base ai  nostri interessi ed, in un quadro più ampio,  alle neces-
             sità della civiltà occidentale”.  Temeva anche che lo scontento potesse spingere gli
                                       7
             italiani verso la nostalgia del fascismo per tornare a sostenere la causa fascista una
                                    8
             volta terminata la guerra.  Al contrario, Wilson era spinto solo da motivi pratici.
             Per lui la  ricostruzione e lo schieramento delle Forze Armate italiane erano uno
             strumento che la Gran Bretagna poteva utilizzare per schierare le forze alleate nel
             modo migliore, evitando di impegnarle sul campo di battaglia. Riteneva anche che
             un aiuto di questo tipo da parte degli inglesi avrebbe motivato le forze del regno
             d’Italia mosse da ideali filoccidentali.  Eden accolse i continui appelli di Wilson
                                               9


             6  L. Nuti, L., L’ esercito italiano nel secondo dopo guerra, 1945-50: La sua ricostruzione
                e l’assistenza militare alleata, (Rome, 1989), pp. 12-45; Ellwood, ‘Italy’, pp. 23, 31-48;
                M. Gat, Britain and Italy, 1943-49: The Decline of British Influence, (Brighton: Sussex
                University Press, 1996), pp. 8-10; E. G. H. Pedaliu,  Britain, Italy and the Origins of the
                Cold War, (Palgrave/Macmillan Press Ltd, Nov. 2003), pp. 1-4.
             7  Harold Macmillan, War Diaries: The Mediterranean, 1943-45, London: Macmillan, 1984,
                p. 444.
             8  FO 371/43951/R1974/1962/22, telegram, no. 208, Macmillan to FO, 5-2-1944.
             9  The  National Archives  (TNA)  Kew,  London  (hereafter  (TNA) WO106/4036,  telegram,
                FAN  338, Wilson  to  CCS,  26-2-1944;  ibid.,  telegram,  NAF  642, Wilson  to  CCS,  6-3-
                1944; ibid., telegram, F 32509, Wilson to WO, 15-4-1944; memorandum by Wilson on the
                situation in the Mediterranean, 5-8-1944; ibid., letter, COS to Wilson, 7-8-1944]]></page><page Index="222"><![CDATA[222                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             e Macmillan a Londra perché si rinunciasse ad una politica tutta in negativo con
             ira e sprezzante indifferenza. si tentò di bypassare Eden e guadagnarsi l’interesse
             di Sir Orme Sergent, Sottosegretario Permanente del Foreign Office, alle cui  opi-
             nioni  Churchill prestava molto ascolto. Col tempo, e con l’occasione, si riuscì ad
             attirare l’attenzione di Churchill. 10
                Tali interventi convinsero Londra a considerare la ricostruzione delle Forze
             Armate e di Polizia italiane come un importante strumento per liberarsi delle re-
             sponsabilità che si era assunta sotto il regime del Governo del Controllo Militare
             Alleato (AMGOT/AMG), nonché a sostenere l’ordine pubblico in Italia. Le ragio-
             ni di chi voleva la ricostruzione delle Forze Armate italiane furono ulteriormente
             rafforzate dalle paure del Foreign Office (FO) circa le intenzioni dell’Unione So-
             vietica. Il FO vedeva la necessità di arginare la marea comunista dopo il ritorno
             di Palmiro Togliatti in Italia nel 1944. L’abile “svolta di Salerno” di Togliatti,
             che aveva facilmente assicurato al Partito Comunista Italiano (PCI) un posto nel
             secondo Governo Badoglio, dava adesso al PCI voce in capitolo nella politica ita-
             liana e l’opportunità di trasformarsi in un partito tradizionale, costituzionale e di
             massa. Dietro questa facciata di legalità, le autorità dell’AMG sapevano che altre
             forze comuniste, sperando in un colpo di stato comunista nell’“ora zero”, avevano
                                                           11
             immagazzinato delle armi in nascondigli sotterranei.  La situazione globale, unita
             all’irredentismo jugoslavo e ai disordini civili italiani, fece della ricostruzione del-
             le Forze Armate e di polizia italiane un compito che la Gran Bretagna assunse con
             urgenza e dedizione. Tale compito offriva inoltre alla Gran Bretagna l’opportunità
             di consolidare la propria influenza in un Paese cruciale per il successo della messa
             in atto della sua politica estera postbellica. Non solo l’italia si trovava al centro del
             Mediterraneo dal punto di vista geostrategico, ma poteva anche rappresentare un
             mercato redditizio per i prodotti industriali britannici. Ciononostante, Churchill
             non rese pubblica la decisione di coinvolgere la Gran Bretagna nella ricostruzione
             e nel riequipaggiamento delle Forze Armate e di polizia italiane fino alla fine di
             agosto del 1944, mentre in realtà i britannici avevano cominciato e riorganizzare
             le Forze Armate italiane a partire dal novembre del 1943. 12
                il contributo britannico agli affari militari italiani è stato determinante per get-
             tare le fondamenta della moderna struttura militare italiana, il cui centro nevralgi-


             10  TNA/FO371/43951/R6165/1962/22,  R1974/1962/22,  undated  minute  by  Churchill,
                PM/44/80; minute, by Eden, 17-2-1944.
             11  TNAWO106/4036, telegram, FX 31519, AFHQ to CCS, 2-8-1945; Miller, The US and
                Italy, p. 140.
             12  TNA/FO371/43951/R13067/1962/22, minute by Williams, 30-8-1944; telegram, FAN 387,
                CCS to AFHQ, 10-8-1944; TNA/FO371/49954/ZM4139/2273/22, minutes by Ross, 7-8-
                1945 and Sir F. R. Hoyer-Millar, head of the Western Department, 8-8-1945; memorandum
                by Major General L. Browning, undated; TNA/FO371/49889/ZM3288/243/22, telegram,
                no. 126, Sir Noel Charles, the British Ambassador in Rome to FO, 8-9-1945]]></page><page Index="223"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             223



             co era il Ministero della Guerra italiano, con sede a Lecce. I britannici ricostrui-
             rono questo Ministero allo stadio iniziale, sul modello del British Army Council,
             e facilitarono il ritorno di alcuni generali italiani e dei Carabinieri dai campi di
                                                                         13
             prigionia in tutto l’impero britannico per guidare le nuove forze.  il Generale
             di Divisione L. Browning, comandante (GOC) della Missione Militare Alleata
             presso l’Esercito italiano (MMIA), a guida britannica, riorganizzò ciò che restava
             dell’Esercito italiano in sei gruppi (Gruppin di Combattimento), equipaggiati e
             addestrati dai britannici, che si sarebbero battuti valorosamente al fianco degli
                                    14
             Alleati contro i tedeschi.  Nel maggio del 1945, l’Esercito italiano permanente
             contava 368.000 uomini. Di questi, 272.000 erano sostenuti e riforniti dagli Al-
             leati. I britannici avevano il compito di fornire equipaggiamento, addestramento,
             abbigliamento, cibo, carburante e medicine a 160.000 soldati. Anche gli 83.000
             soldati sostenuti dagli stati Uniti ricevevano carburante e medicine dai britannici.
             Gli altri soldati erano sostenuti da vari accordi internazionali e dalla stessa italia.
             In ogni caso, quando si rese necessario un ulteriore equipaggiamento, i britannici
             se ne incaricarono insieme agli Stati Uniti su una base di uguaglianza. Delle quat-
             tro squadre aeree che costituivano la ridotta Aeronautica italiana, i britannici ne
                          15
             sostennero tre.  Quel che restava della marina italiana era rifornito unicamente
             di carburante britannico ed era impiegato dalla Royal Navy in numerosi teatri di
             guerra con funzioni di supporto, in conformità con l’accordo Cunningham-De







             13  TNA/WO106/4076, folio: 299, telegram, F 41532, AFHQ to WO, 7-9-1945; ibid., telegram,
                no. 72175, WO to AFHQ, 7-9-1945; TNA/FO371/43951/R17955/1962/22, memorandum,
                by Browning, 4-10-1944; letter, Charles to Sir O. G. Sargent, Deputy Under-Secretary
                of the FO, 30-10-1944; B. Moore and K. Fedorowich, The British Empire and its Italian
                Prisoners of War 1940-1947, (Basingstoke: Palgrave 2002) .
             14  TNA/WO202/991,  confidential,  Historical    Report  for  Quarter  ending  30-9-1946;
                R11376/1962/22, telegram, no. COS(W)182, COS to JSM, 20-7-1944; TNA/FO371/49954/
                ZM4139/2273/22, minutes by Ross, 7-8-1945 and Hoyer-Millar, 8-8-1945; memorandum by
                Browning, MMIA, undated; TNA/WO204/2659, report by the Air Forces Subcommission
                of the Allied Commission, 8-2-1945; Stato Maggiore dell’ Esercito - Ufficio Storico, i
                gruppi di combattimento Cremona, Friuli, Folgere, Legnano, Mantova, Piceno, 1944-45,
                (Roma, 1973).
             15  Nuti, l’ esercito, pp. 12-45;  TNA/WO106/4036, telegram, F93475, AFHQ to WO, 15-6-
                1945;  TNA/FO371/43951/R4031/1962/22 telegram, NAF 642, Wilson to CCS, 6-3-1944;
                TNA/WO204/436, telagram, FAN 649, CCS to General W.D. Morgan, SACMED, 16-3-
                1946; memorandum by Mediterranean Allied Air Committee, 2-4-1946; memorandum by
                A.C. Duff, Chief Administrative Officer, AFHQ, 13-3-1946; Foreign Relations of the US
                (hereafter FRUS), 1946, Vol. V, pp. 917-8, 940-1and 950; Miller, The US and Italy, pp.
                207-8, p.192.]]></page><page Index="224"><![CDATA[224                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             Courten del settembre 1943. 16
                Dopo che l’Italia intera era stata liberata, Browning sostenne, non senza fon-
             damento, che la rinascita delle Forze Armate e di Polizia italiane fosse un “caso
                                          17
             unico nella storia della guerra”,  senza però offrire un quadro adeguato dello
             stato reale di tali forze. In realtà, si trattava di una struttura militare e di sicurezza
             creata in modo piuttosto semplice e casuale, che consisteva in poche unità dispa-
                                                                               18
             rate, ancora scarsamente equipaggiate, mal organizzate e demoralizzate.  Tale
             situazione aveva numerose cause: carenze dovute alla guerra, dubbi persistenti
             riguardo a quanto la Gran Bretagna dovesse impegnarsi nel riarmare uno Stato
             “ex nemico”. Questi problemi peggiorarono ulteriormente a causa della relazio-
             ne tradizionalmente difficoltosa tra il popolo italiano e le forze di sicurezza.  E
             la situazione divenne ancor più problematica nel primo Dopoguerra, a causa del
             mancato processo di defascistizzazione e della crescente forza dei partigiani. inol-
             tre, dopo la liberazione del Nord nell’aprile del 1945 e la dissoluzione dell’AMG
             (Allied Military Government), le Forze Armate italiane non furono unificate sotto
             un unico Comando. L’Esercito e i Carabinieri furono poste nuovamente sotto con-
             trollo italiano nel dicembre del 1945, mentre la Marina italiana e l’Aeronautica
                                                                             19
             rimasero sotto il controllo del Generale W.D. Morgan, nuovo SACMED.  Questo


             16  TNA/WO204/436, telagram, FAN 649, CCS to General W.D. Morgan, SACMED, 16-3-
                1946; memorandum by Mediterranean Allied Air Committee, 2-4-1946; memorandum by
                A.C. Duff, Chief Administrative Officer, AFHQ, 13-3-1946; FRUS, 1946, Vol. V, pp. 917-
                8, 940-1and 950; Miller, The US and Italy, pp. 207-8, p.192.
             17  TNA/FO371/49954/ZM4139/2273/22, minutes by Ross, 7-8-1945 and Hoyer-Millar, 8-8-
                1945; memorandum by Browning, MMIA, undated; TNA/WO204/14, memorandum by
                Browning, 25-8-1945.
             18  TNA/FO371/43951/R11376/1962/22, telegram, no. COS(W)182, COS to JSM, 20-7-1944;
                FO 371/49954/ZM4139/2273/22, minutes by Ross, 7-8-1945 and Hoyer-Millar, 8-8-1945;
                memorandum by Browning, MMIA, undated; V. Ilari, Le Forze Armate tra politica e potere,
                (Firenze, 1978), pp. 11-19; A. D’Orsi, Il potere repressivo: La macchina militare: Le Forze
                Armate in Italia, (Milano, 1972), pp. 7-19; L. Ceva, ‘Le Forze Armate’, in G. Galasso, (ed),
                Storia della società italiana dall’ unità ad oggi, Vol. 11, (Torino, 1981), p. 376; E. Cerquetti,
                Le Forze Armate italiane dal 1945 al 1975: Strutture e dottrine, (Milano, 1975), p.11; G.
                Rochat, L’ esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini, 1919-25, (Bari, 1967).
             19  TNA/AIR23/6343,  P/319(Final)(Revised),  ‘Italian  Air  Force’,  Mediterranean  Planning
                Staff,  15-12-1945;  TNA/WO204/2267,  telegram,  FX  73976,  SACMED  to  MMIA,  12-
                5-1945;  TNAWO204/2659,  report,  by  the  Air  Forces  Subcommission  of  the  Allied
                Commission, 9-10-1944; TNA/WO204/3814,  telegram, NAF 1059, Alexander to CCS,
                22-8-1945;  TNAWO204/14,  memorandum  by  Browning,  25-8-1945;  R.  Battaglia,  the
                Story of the Italian Resistance, (London, 1957); G. Quazza, resistenza e storia d’italia,
                (Milan, 1978); L. Valiani, (ed), Azionisti, cattolici e communisti nella resistenza, (Milan,
                1971). Ellwood, Italy, pp. 144-8, 192, 232 and 237; Miller, The US and Italy, pp. 50 and
                159-60; Ilari, ‘Le Forze Armate’, pp. 11-3; Gooch, J., Army, State and Society in Italy,
                1870-1915, (London, 1989), pp. 119 and 176.]]></page><page Index="225"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             225



             fatto comportò ancora maggiore disorganizzazione. È importante notare, tuttavia,
             che ciò che caratterizzava queste forze era che non fossero state concepite per
             fronteggiare le esigenze di sicurezza del paese in tempo di pace. Le loro capacità
             erano state stabilite dalle esigenze degli Alleati in tempo di guerra e durante l’oc-
             cupazione.
                La tipologia di forze di cui l’italia avrebbe avuto bisogno per proteggere la sta-
             bilità interna e le esigenze legittime di difesa nel dopoguerra sarebbero diventate
             una delle principali problematiche “di pace” per gli Alleati e avrebbero rispec-
             chiato, in larga misura, le tensioni emergenti in seno alla grande alleanza. L’urgen-
             za di risolvere le esigenze di sicurezza dell’Italia fu accelerata dalla popolarità del
             PCi nel nord occupato e dalla richiesta di Togliatti di arruolare automaticamente
             nell’Esercito le unità partigiane. Ciò fece temere agli Alleati che l’Italia potesse
             subire un sovvertimento interno. Inoltre, la frattura italo-jugoslava relativa ai con-
             fini nord-orientali dell’Italia aveva aumentato l’importanza strategica dell’Italia
                                                      20
             quale potenziale punto critico tra Est e Ovest.  Fu dunque, deciso che qualsiasi
             incorporazione avrebbe avuto luogo solo dopo che i partigiani fossero stati disar-
                                                 21
             mati, smobilitati e “passati al setaccio”. Nei giorni immediatamente successivi
             alla Liberazione dell’Italia, gli eventi avevano mischiato le problematiche e le esi-
             genze del Paese in materia di sicurezza interna ed esterna, a loro volta esacerbate
             dalla guerra civile nella vicina Grecia. Il risultato fu che le minacce alla sicurezza,
             interna ed esterna, dell’Italia furono quindi valutate dai britannici e dagli ameri-
             cani come un sottoprodotto di una campagna di logoramento contro l’Occidente
             orchestrata dall’Unione Sovietica, piuttosto che come due distinti problemi orga-









             20  TNA/FO371/72619/R3083/3083/92,  telegram,  no.  423,  Sir  Victor  Mallet,  the  British
                Ambassador, Rome to FO, 6-3-1948; ibid., R4617/3038/92, telegram, no. 349, Sir Charles
                B.P. Peake, the British Ambassador in Belgrade to FO, 12-4-1948; TNA/FO371/60564/
                ZM3164/35/22, minutes by Ross, 24-9-1946, Warner, 21-9-1946 and Hankey, 20-9-1946;
                TNA/FO371/60708/2064/1344/22,  telegram,  no.  906,  Clutton  to  FO,  18-6-1946; TNA/
                FO371/72482/R380/44/70,  despatch,  no.  1,  ‘Annual  Report  on  Trieste’,  G.  Sullivan,
                political advisor, Trieste, to Bevin, 1-1-1948; Harris, Military Administratio’, pp. 340-1;
                R. G. Rabel, Between East and West:Trieste, the United States and the Cold War, 1941-45,
                (Durham, NC, 1988), pp. 5-7; B. C. Novak, Trieste, 1941-54: The Ethnic, Political and
                Ideological Struggle, (Chicago, 1970), pp. 90-1,198 and 240-471.
             21  TNA/FO371/43335/N2883/183/38,   memorandum,   PHP(43)1(O),   24-4-1944;WO
                204/2794,  letter,  MMIA  to  Ministry  of  War,  16-5-1945;  TNA/WO204/2797,  SAC(P)
                (44)161, 7-12-1944; Arcidiacono,  pp. 239-266; D. W. Ellwood, ‘Al tramonto dell’ impero
                britannico: Italia e Balkani nella srategia inglese, 1942-1946’, Italia Contemporanea, Vol.
                XXXI, 1979, pp. 73-92, pp. 75-92.]]></page><page Index="226"><![CDATA[226                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                      22
             nizzativi.  Durante l’estate del 1945, divenne più serrato il dibattito relativo alla
             tipologia di forze di cui avrebbe avuto bisogno l’italia per garantire il suo orienta-
             mento filoccidentale e sopravvivere dopo il ritiro delle forze alleate.
                In Gran Bretagna, il dibattito coincise con il cambio di governo. Inaspettata-
             mente, Churchill perse le elezioni politiche tenutesi nel luglio 1945 e il Partito
             Laburista di Clement Attlee  riuscì a formare il suo primo governo in assoluto po-
             tendo contare su una solida maggioranza. Il nuovo Ministro degli Esteri laburista,
             Ernest Bevin, prese le distanze dal contegno punitivo del precedente governo  e
                                                                          23
             si batté per formulare una politica costruttiva nei confronti dell’Italia.  Ciò era in
             linea con il suo desiderio di assicurare che l’italia si mantenesse indipendente sia
             dagli stati Uniti che dall’Unione sovietica e fare in modo che la Gran Bretagna
             conservasse il suo status di potenza globale.  Bevin era anche un esponente della
                                                                               24
             linea politica favorevole ad una forte presenza britannica nel mediterraneo.  Que-
             sta convinzione portò Bevin a diventare un forte sostenitore del coinvolgimento
                                                             25
             britannico negli affari militari e di sicurezza italiani.  Dall’estate del 1945 fino
             alla primavera del 1946 si svolsero intense discussioni con il Governo britannico
             sul futuro delle Forze Armate italiane. i britannici calibrarono la loro politica te-
             nendo a mente tre obiettivi: non pregiudicare le clausole militari del futuro Trat-
             tato di Pace dell’Italia; evitare eccessivi carichi finanziari; assicurarsi che l’Italia
             non avrebbe mai più potuto usare queste forze per minacciare i suoi vicini. Il
             governo Attlee concluse che gli interessi sia italiani sia occidentali richiedevano
             che le Forze Armate e di sicurezza dell’Italia postbellica dovessero essere snelle,



             22  TNA/PREM8/515, top secret, COS(46)43(O), 13-2-46; CAB 131/1, top secret, DO(46)5, 15-
                2-1946; ibid, top secret, DO(46) 8, 18-3-1946; TNA/FO371/43335/N2409/183/38, minute
                by E. O. Skaife, USSR Section, Research Department of the Foreign Office, (FORD), 5-4-
                1944; ibid., N2883/183/38, PHP(43)1(O), Post-Hostilities Planning Committee, 24-4-1944;
                TNA/FO371/56831/N3742/605/38, telegram, no. 1090, F. K. Franks, chargé d’affaires at
                the British Embassy in Moscow, 21-3-1946; G. Ross, ‘Foreign Office Attitudes to the Soviet
                Union, 1941-45’, Journal of Contemporary History, Vol. 16, 1981, pp. 521-40; Ellwood,
                ‘Al tramonto’ pp. 73-92; V. H. Rothwell, Britain and the Cold War, 1941-47, (London,
                1982), pp. 74-290; Sir L. Woodward, British Foreign Policy in the Second World War, Vol.
                V, (London, 1976), pp. 471-91; A. Adamthwaite, ‘Britain and the World, 1945: the View
                from the Foreign Office’ in J., and Knipping, F., (eds), Power in Europe? Great Britain,
                France, Italy and Germany in a Postwar World, 1945-50, (Berlin, 1986), p. 13.
             23  E. G. H. Pedaliu, ‘Britain and the Reconstruction of the Post-Fascist Italian Armed Forces’,
                Cold War History,  2 (1), 2001, pp. 39-68.
             24  Adamthwaite,  ‘Britain  and  the  World,  1945’,  pp.  12-16;  J.  C.  Kent,  British  Imperial
                Strategy and the Cold War, (Leicester, 1993), pp. 54-6; J. W. Young, Britain and the World
                in the Twentieth Century, London, 1997, pp. 142-8 and 153-6; G. Warner, ‘Britain and
                Europe in 1948: the View from the Cabinet’, in Becker and Knipping, ‘Power in Europe?’,
                pp. 35-8; A. Bullock, Ernest Bevin: Foreign Secretary, Oxford, 1985, pp. 111-3.

             25  TNA/WO106/4036, secret, minutes, ORC(45) 4thmeeting, 30-9-1945.]]></page><page Index="227"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             227



                                                           26
             efficienti, adeguatamente equipaggiate e addestrate.
                La responsabilità di creare tali forze ricadde nuovamente sulle spalle britanni-
             che, in modo da preservare la continuità e la standardizzazione delle riserve.  Né
                                                                                 27
             l’Italia né l’America potevano assumersi il compito della ricostruzione a questo
             stadio. L’italia non poteva permetterselo e gli stati Uniti non erano pronti ad as-
             sumersi ulteriori responsabilità nel Mediterraneo, sebbene i britannici spingessero
             per un certo coinvolgimento americano, al fine di diminuire il proprio carico finan-
                   28
             ziario.  In ogni caso, i britannici avevano già calcolato che il loro continuo coin-
             volgimento nella ricostruzione delle Forze Armate italiane presentava anche dei
             vantaggi. Poteva rafforzare la posizione britannica nella regione in un periodo di
             difficoltà finanziarie e permetteva di tenere sotto controllo l’influenza dell’Unione
             sovietica e degli stati Uniti in italia. Poteva fare dell’italia un cliente dell’indu-
             stria bellica britannica e così sostenere l’economia e la produzione industriale bri-
                     29
             tanniche.  il governo britannico decise che la soluzione migliore per ottenere le
             forze italiane che auspicava fosse il distaccamento di una propria missione presso
             ciascuna forza armata e di polizia italiana. Compito di ciascuna missione sarebbe
             stato di fornire addestramento, consulenza tecnica ed equipaggiamento.  Questa
                                                                             30


             26  TNA/WO204/14, memoranda by Browning, 23-7-1945 and 25-8-1945;             TNA/
                FO371/60603/ZM2983/89/22,  letter,  Air  Forces  Sub-Commission,  AFHQ,  to  British
                Embassy, Rome 19-8-1946; TNA/FO371/49890/ZM6285/243/22, minutes by Lord Hood,
                4-1-1946 and Ross, 8-1-1946;  telegram, NAF 1103, SACMED to CCS, 21-12-1945; letter,
                FO to WO, 10-1-1946; WO 204/3805, letter, MoD to SACMED, 13-2-1946.
             27  TNA/FO371/60602/ZM217/89/22, letter, FO to Air Ministry, 19-1-1946; ibid., ZM89/89/22,
                minute by Ross, 5-1-1946; TNA/FO371/60604/ZM3152/89/22, letter, FO to Admiralty, 19-
                9-1946.
             28  TNA/FO371/60602/ZM217/89/22, letter, FO to Air Ministry, 19-1-1946; ibid., ZM89/89/22,
                minute by Ross, 5-1-1946; TNA/FO371/60604/ZM3152/89/22, letter, FO to Admiralty,
                19-9-1946; TNA/FO371/60563/ZM2639/35/22, minute by Sargent to the PM, 8-7-1946;
                Miller, The US and Italy, pp. 191-5.
             29  TNA/FO371/60604/ZM3774/89/22, memorandum by Ross, ‘Missions to the Italian Army’
                8-9-1946; minute by C.F.A. Warner, 25-11-1946; ibid, letter, Hoyer-Millar to Esme Iredell,
                Western  Department,  11-9-1946;  TNA/FO371/60622/ZM619/187/22,  21-2-1946,  aide
                memoir for Bevin for his meeting with Admiral Ellery Stone, Allied Chief Commissioner:
                ‘Police Mission’, 20-2-1946; TNA/CAB66/67, CP(45)64, 5-7-1945. TNA/FO371/60604/
                ZM3774/89/22, memorandum by Ross, ‘Missions to the Italian Army’ 8-9-1946; minute by
                C.F.A. Warner, 25-11-1946.
             30  TNA/FO371/60603/ZM2883/89/22, letter, Brigadier General C.S. Sudgen, WO to Hoyer-
                Millar, 20-8-1946; TNA/FO371/60604/ZM3774/89/22, memorandum by Ross, ‘Missions
                to  the  Italian  Army’  8-9-1946;  minute  by  Warner,  25-11-1946;  TNA/FO371/60622/
                ZM618/187/22,  minutes  by  Harvey,  18-2-1946  and  Hoyer-Millar,  19-2-1946;  ibid.,
                ZM4197/89/22, letter, Hoyer-Millar to Ward, 2-1-1947; ibid., ZM3774/89/22, minute by
                Ross, 8-11-1946.]]></page><page Index="228"><![CDATA[228                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             decisione non si allontanava di molto dalla linea di pensiero già adottata, dato che
             il governo britannico in tempo di guerra aveva già accarezzato tale idea. Il princi-
             pale presupposto era la continuazione della stretta relazione che la mmiA aveva
             stabilito con i servizi italiani nel periodo della cobelligeranza. 31
                Il Partito Laburista tentò di indurre sia il Primo Ministro italiano, Ferruccio
             Parri, che il suo successore democristiano, Alcide De Gasperi, ad accettare tali
                     32
             missioni.  Ma entrambi si dimostrarono riluttanti ad accettare qualsiasi missione
             che escludesse il terzo Alleato, l’Unione Sovietica, specialmente in un momento
             in cui il Trattato di Pace italiano era ancora in fase di negoziazione.  Inoltre, rite-
                                                                        33
             nevano entrambi che qualsiasi missione militare che escludesse consulenti sovie-
             tici sarebbe stata respinta dal PCi.  i due leader italiani decisero di non respingere
                                           34
             il piano apertamente e adottarono un atteggiamento evasivo. De Gasperi non si
             decise ad agire neppure quando, il 25 ottobre 1946, il “Patto di unità d’azione” fra
             il PCI e il PSIUP venne riconfermato, causando un rapido deterioramento della
             situazione della sicurezza interna italiana nella seconda metà del 1946.
                Il governo italiano mantenne una posizione ambigua per tutto il 1946 e il 1947.
             A parte le considerazioni politiche, si preoccupava per gli aspetti finanziari delle
             proposte britanniche.  Dato il deteriorarsi della posizione finanziaria della Gran
                                35
             Bretagna, il Tesoro si era convinto ad approvare le missioni unicamente se le
             risorse finanziarie per la ricostruzione delle Forze Armate e di polizia italiane
             fossero  state  finanziate  dagli  stessi  italiani.  Hugh  Dalton,  il  Cancelliere  dello


             31  TNA/WO106/4076, telegram, no. 2320, FO to Rome, 26-9-1945; TNA/FO 371/49771/
                ZM3214/3/22, minute by Harvey, 1-7-1945.
             32  TNA/FO371/49771/ZM3214/3/22, minute by Harvey, 1-7-1945.
             33  TNA/WO 204/2267, memorandum, A.L. Hamblen, Assistant Chief of Staff to COS, 17-
                9-1945; TNA/WO 106/4076, folio: 222, telegram, NAF 1077, AFHQ to COS, 6-10-1945;
                ibid.,  telegram,  no.  2005,  Resmed  to  FO,  17-11-1945; TNA/WO  106/4076,  folio:  312,
                telegram, no. 2166, FO to Rome, Sept. 1945;   TNA/WO204/2261, item 9, SACMED to
                Stone, 21-8-1945; Stone to SACMED, 21-9-1945; TNA/WO204/2267,  telegram, NAF
                1051, Stone to Chiefs of Staff, 27-9-1945; TNA/FO371/60604/ZM3612/89/22, letter, Ward
                to Hoyer-Millar, 23-10-1946; ibid., ZM3774/89/22, minute by  Warner, 15-11-1946; ibid.,
                ZM3162/89/22,  letter,  Rome  to  Foreign  Office,  18-10-1946;  TNA/FO  371/60603/ZM
                2624/89/22, letter, FO to WO, 8-8-1946; Iredell to Hoyer-Millar, 5-9-1946.
             34  TNA/FO371/60562/ZM975/35/22, telegram, FX 62994, CHQ.CMF to WO, undated; FO
                371/67814/Z5748/22, Annual  Report  for  1946,  12-6-1947;  Ellwood,  Italy,  pp.  127-30;
                Miller, The US and Italy, pp. 191-3.
             35  TNA/CAB79/32, COS(45)264th meeting, 1-11-1946; ibid., COS(45)265th meeting, 2-11-
                1946; TNA/CAB80/99, COS(46)5(O), 8-1-1946; ibid., COS(46)9(O) Revise, 15-1-1946;
                TNA/CAB131/1,  DO(46)5, 15-2-1946; ibid,  DO(46) 8, 18-3-1946; TNA/FO371/60564/
                ZM3164/35/22, minutes by Hankey, 20-4-1946; G. C. Peden, ‘Economic Aspects of British
                Perceptions of Power in the Eve of the Cold War’, in Becker and Knipping, Power in
                Europe?, pp. 249-50.]]></page><page Index="229"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             229



             Scacchiere  britannico,  aveva
             respinto la proposta del Foreign
             Office di finanziare le missioni
             fino  a  che  il  governo  italiano
             non fosse stato in grado di ga-
                                   36
             rantire il mantenimento.  inol-
             tre, il Tesoro non era pronto a
             permettere  alla  Gran  Bretagna
             di fare degli accordi di scambio
             con l’Italia, anche se era chiaro
             che tale decisione avrebbe cre-
             ato dei problemi di liquidità per
             il Governo italiano e lo avrebbe                            Ferruccio Parri
                                                     37
             reso meno incline a comprare merce inglese.
                Nel frattempo, la politica americana nei confronti del Mediterraneo era cam-
             biata. A partire dall’agosto 1946, gli americani cominciarono ad adottare una po-
             litica più proattiva nei confronti degli affari mediterranei e stavano diventando
             sempre più coinvolti nelle questioni militari italiane. A partire dal giugno 1946,
             a mano a mano che si chiarivano le condizioni del Trattato di Pace italiano, Wa-
             shington  decise  che,  per  migliorare  le  Forze Armate  italiane,  avrebbe  dovuto
             offrire all’italia assistenza militare. Tale assistenza sarebbe avvenuta in termini
                                                      38
             vantaggiosi e sarebbe andata a suo beneficio.  Al momento dell’annuncio della
             Dottrina Truman e del Programma di ricostruzione europea, nell’opinione  degli








             36  TNA/FO371/60602/ZM89/89/22,  minute  by  Ross,  10-1-1946;  TNA/FO371/60622/
                ZM673/187/22, letter, Treasury to FO, 26-2-1946; ibid., ZM928/187/22, letter, Treasury to
                Ross, 5-4-1946; ibid., ZM509/187/2, letter, FO to Treasury, 15-2-1946.
             37  TNA/DEFE 5/3,  COS(47)17(O), note by the Air Ministry: ‘Re-equipment of the Italian
                Air Force’, 20-1-1947; draft signal, MoD to JSM, undated; TNA/AIR23/6343, letter, R. B.
                Pakenham, Mediterranean Allied Air Committee, to AFHQ, 2-4-1946; TNA/FO371/67792/
                ZM4216/135/22,  telegram,  no.  974,  Charles  to  FO,  29-4-1946;  TNA/FO371/60603/
                ZM2983/89/22,  despatch,  no.  429,  Charles  to  Attlee,  19-8-1946;  TNA/FO371/60622/
                ZM509/187/22, letter, S.H. Wright, Treasury, to Ross, 11-2-1946; letter, Ross to Wright,
                15-2-1946.
             38  FRUS, 1946, Vol. V, pp. 917, 947 and 950; Miller, The US and Italy, pp. 191-2, 203, 215 and
                230; Kuniholm, B. R., The Origins of the Cold War in the Near East: Great Power Conflict
                and Diplomacy in Iran, Turkey and Greece, (Princeton, 1980), pp. 383-431; Gaddis, pp.
                304-325; Knight, J., ‘American Statecraft and the 1946 Black Sea Straits Controversy’,
                Political Science Quarterly, Vol. 90, 3, 1975, pp. 451-473.]]></page><page Index="230"><![CDATA[230                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                                                    39
             anticomunisti italiani, l’America era diventata l’unico baluardo contro l’URSS.
             In tal modo, gli italiani tennero in sospeso i britannici, che cercarono di capire e
             di inventare piani alternativi fino al maggio 1948. Dopo di che, circa tre settimane
             dopo la vittoria dei democristiani e dei loro alleati alle elezioni del 18 aprile 1848,
             Sir Victor Mallet, ambasciatore britannico in Italia, fu formalmente informato che
             il governo italiano non poteva avallare l’assegnazione di missioni alle proprie For-
                       40
             ze Armate.  In realtà, la vera e propria ricostruzione delle Forze Armate italiane
             sarebbe avvenuta sotto la tutela americana e gli auspici della NATO, di cui l’Italia
             sarebbe diventata un membro fondatore. L’inclusione dell’Italia avrebbe modifi-
             cato il carattere nordico della NATO, aprendo la strada a ulteriori estensioni che
                                                                   41
             avrebbero in seguito coperto l’intero nord del mediterraneo.  Il rifiuto del piano
             delle missioni da parte del Governo italiano non sancì la fine del coinvolgimento
             britannico nelle Forze Armate e di polizia italiane. il ministro della Difesa bri-
             tannico continuò a organizzare dei soggiorni nel Regno Unito per addestrare gli
             ufficiali italiani e ad offrire il proprio know-how ai Carabinieri.
                Il bilancio dell’iniziativa britannica nella ricostruzione, il riequipaggiamento
             e la preparazione delle Forze Armate e di polizia italiane temporanee può essere
             interpretato negativamente se ci si concentra unicamente sul respingimento italia-
             no del piano delle missioni. In realtà, le cose stavano in altro modo. Il contributo
             britannico alla creazione delle Forze Armate e di sicurezza italiane postfasciste
             era stato vitale e estremamente importante per il futuro orientamento filoccidenta-
             le dell’Italia. Fornì all’Italia il margine di sicurezza di cui aveva bisogno, in attesa
             che gli Stati Uniti fossero pronti ad assumersi pienamente le loro responsabilità
             di superpotenza. In realtà, è straordinario che le lezioni di quel periodo non siano
             state pienamente assimilate dai politici e usate come modello per l’occupazione/
             liberazione di Paesi problematici in anni più recenti.







             39  TNA/FO953/70/PW4830/511/922, ‘Confidential Report on Information work in Italy, April
                to June 1947’, drafted by M.N.F. Steward, Information Officer, British Embassy in Rome,
                31-8-1947; ibid., ‘Confidential Report on Information work in Italy, April to June 1947’,
                drafted by Steward, 31-8-1947; TNA/FO953/431/PW1000/523/922, ‘Quarterly Report on
                Information Work in Italy, January - March 1948, 28-5-1948.
             40  TNA/FO 371/73174/Z3972/274/22, despatch, no. 153, Mallet to Bevin, 4-5-1948.
             41  Nuti, l’ esercito, pp. 205-240; Gaddis, J.L., Strategies of Containment: A Critical Appraisal
                of Postwar American National Security Policy, New York, 1982, pp. 89-126;  Pedaliu,
                Britain, Italy, pp. 96-127; E. T. Smith, The United States, Italy, and NATO, 1947-1952
                (St. Martin’s Press, 1991; E. T. Smith, ‘The Fear of Subversion: The United States and the
                Inclusion of Italy in the North Atlantic Treaty,’ Diplomatic History,  7, 1983, pp. 139-155,
                M. Smith, NATO Enlargement during the Cold War: Strategy and System in the Western
                Alliance (Palgrave/Macmillan, 2000) pp.28-38, 62-95.]]></page><page Index="231"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             231



             La Costituzione e l’uso della forza militare



             natalino ronZitti     1



                   a problematica relativa all’uso della forza è trattata nella nostra Costituzio-
             L ne in talune disposizioni fondamentali che disciplinano il contesto bellico
             piuttosto che quello relativo all’uso della forza armata, che ha una portata ben più
             ampia. Si tratta degli artt. 11, 78 e 87, 9° comma, che debbono essere interpre-
             tati alla luce del mutato assetto internazionale e della circostanza che l’accento
             è oggi posto sulla questione del divieto dell’uso della forza, come conseguenza
             dell’entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite. Essa bandisce non solo la
             guerra, ma anche fenomeni non necessariamente riconducibili al contesto bellico,
             ma comunque caratterizzati  da un ricorso alla violenza in contrasto con l’integri-
             tà territoriale o l’indipendenza politica degli Stati, o comunque in violazione dei
             principi incorporati nella Carta delle Nazioni Unite, come espressamente disposto
                                       2
             dall’art. 2, par. 4, della stessa .
             L’art. 11 della Costituzione: genesi e contesto attuale
                La Costituzione italiana, mediante l’art. 11, contiene un’autonoma disposizio-
             ne sul divieto dell’uso della forza (rectius guerra) e di apertura alle organizzazioni
             internazionali competenti nel campo del mantenimento della pace e della sicurez-
             za internazionale. La disposizione consta di tre proposizioni, che non vanno lette
             separatamente, ma congiuntamente.
                La prima prescrive il ripudio della guerra; la seconda consente limitazioni di
             sovranità necessarie ad assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni; la terza
             esprime un impegno a favorire le organizzazioni internazionali volte a promuove-
             re tale scopo, cioè la pace e la giustizia tra le Nazioni.
                I padri fondatori della nostra Costituzione, consapevoli che l’Italia aveva par-
             tecipato ad una guerra di aggressione insieme alle  altre potenze dell’Asse, vollero
             dare un segnale forte alla comunità internazionale, sancendo il ripudio della guer-
             ra ed adottando una formulazione che ricorda il Patto di Parigi del 1928 o Patto
             di rinuncia alla guerra. L’art. 11, però, non vieta qualsiasi guerra, ma solo quella

             1  Libera Università Internazionale degli Studi Sociali “Guido Carli”.
             2  Si  omettono  le  indicazioni  bibliografiche.  Esse  possono  essere  reperite  nei  recenti
                volumi  scritti  o  curati  dall’autore,  su  cui  egli  ha  fatto  affidamento  per  la  stesura
                                                                           4
                della presente relazione: Ronzitti, Diritto internazionale dei conflitti armati , Torino,
                2011; Ronzitti (a cura di), L’articolo 11 della Costituzione. Baluardo della vocazione
                internazionale dell’italia, Napoli, 2013.]]></page><page Index="232"><![CDATA[232                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             volta a offendere la libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle
             controversie internazionali. In altri termini, l’art. 11 vieta la guerra di aggressio-
             ne, ma non ad es. una guerra in legittima difesa, sia che si tratti di difendere il
             territorio nazionale, sia che si tratti di venire in soccorso di uno Stato aggredito.
             L’art. 11 non vieta neppure forme minori di coercizione militare che non possono
             essere definite aggressione. Queste, se mai, sono vietate dalla Carta delle Nazioni
             Unite o da norme di diritto internazionale consuetudinario, presenti nel nostro
             ordinamento in virtù dell’adattamento operato dall’art. 10, 1° comma, della Co-
             stituzione.
                Quanto  alle  limitazioni  di  sovranità,  consentite  dalla  seconda  proposizione
             dell’art. 11, esse furono stabilite allo scopo di favorire l’ammissione dell’Italia,
             paese ex-nemico, alle Nazioni Unite. Le limitazioni di sovranità sono consentite
             solo in condizioni di parità con gli altri Stati. Ma occorre dare un’interpretazione
             elastica, tenendo presente che le stesse Nazioni Unite non possono essere con-
             siderate un’organizzazione tra eguali, poiché nel Consiglio di sicurezza siedono
             membri “più eguali degli altri”: i cinque “grandi” che vi partecipano a titolo per-
             manente e con potere di veto.
                L’impegno a promuovere le organizzazioni volte a favorire la pace e la giu-
             stizia tra le Nazioni viene inteso come diretto a incoraggiare la partecipazione
             dell’Italia alle Nazioni Unite, ma anche ad organizzazioni regionali come l’UE,
             che ha trovato nell’art. 11 un ancoraggio costituzionale.
                È  quindi  certamente  errato  e  riduttivo  leggere,  secondo  un  orientamento
             dottrinale, l’art. 11 come esprimente il solo ripudio della guerra. Errato, poiché
             l’art. 11 vieta solo la guerra di aggressione; riduttivo poiché la prescrizione non
             deve essere letta isolatamente, ma nel contesto di tutti i valori espressi dall’art.
             11, che non si esauriscono nella pace, ma comprendono anche la sicurezza. Tra
             l’altro  l’art.  11  vieta  solo  la  “guerra”,  cioè  i  conflitti  caratterizzati  da  un  uso
             macroscopico della forza armata, ma non dispone in merito agli interventi militari
             non qualificabili come guerra, la cui liceità deve essere valutata in base alle norme
             dettate dall’ordinamento internazionale e dalle Nazioni Unite.

             L’art. 10, 1° comma Costituzione e il divieto dell’uso della forza armata
             nell’ordinamento internazionale
                Nella Costituzione italiana assume rilevanza, ai fini della determinazione della
             liceità del ricorso alla forza armata, non solo l’art. 11, ma anche 10, 1° comma.
                L’art. 10, 1° comma non ha per oggetto il divieto dell’uso della forza armata,
             ma dispone l’adattamento del diritto interno al diritto consuetudinario e a quello
             cogente. Ne consegue che nel nostro ordinamento sono proibite tutte quelle azioni
             vietate dal diritto consuetudinario e dal diritto cogente. Come abbiamo più vol-
             te precisato in passato, esiste un perfetto parallelismo tra divieto dell’uso della
             forza nell’ordinamento internazionale e nell’ordinamento interno. Di particolare]]></page><page Index="233"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             233



             rilevanza  è la norma cogente
             sul divieto  di aggressione. La
             norma  interna di adattamento
             impone  allo  stato  italiano  di
             non  ricorrere,  singolarmente  o
             insieme ad altri Stati, alla for-
             za armata che possa qualificarsi
             come aggressione e di non sti-
             pulare alleanze militari di natu-
             ra aggressiva.
                il parallelismo ha per og-
             getto anche le azioni vietate  e
             consentite dall’ordinamento in-          Ronzetti firma la Costituzione italiana
             ternazionale. Pertanto, saranno vietate le rappresaglie armate, ma sarà consentita
             la legittima difesa individuale e collettiva. Quanto alla legittima difesa preventiva,
             il suo possibile esercizio dipende dall’interpretazione data all’art. 51 della Carta
             delle Nazioni Unite nella sua configurazione di norma consuetudinaria. A nostro
             parere resta illecito l’intervento d’umanità, tranne che sia autorizzato dal Consi-
             glio di sicurezza delle Nazioni Unite, mentre è ammissibile l’intervento a prote-
             zione dei cittadini all’estero. A favore del primo non è possibile citare l’esistenza
             di una norma di diritto internazionale consuetudinario (la c.d. responsibility to
             protect non è altro che il dovere dello stato territoriale di non sottoporre coloro
             che vivono nel suo territorio a trattamenti inumani e degradanti e di non perpetrare
             il genicidio). A favore del secondo è invece possibile individuare una norma di
             diritto internazionale consuetudinario, che è sopravvissuta all’entrata in vigore
             della Carta delle Nazioni Unite.

             L’art. 11 della Costituzione e il raccordo con la Carta delle Nazioni Unite
                Come si è detto, l’art. 11 impone un raccordo con la Carta della Nazioni Unite,
             al fine di determinare se il ricorso alla forza armata sia legittimo oppure vietato. La
             legittima difesa, individuale e collettiva, è garantita dall’art. 51 della Carta delle
             Nazioni Unite, ma il suo contenuto è ancora oggetto di contrastanti interpretazioni
             in dottrina e nella prassi degli stati. Occorre anche dar conto dell’evoluzione ve-
             rificatasi nella stessa prassi dell’organizzazione mondiale, che ha condotto a con-
             cludere che l’uso della forza armata dagli stati individualmente considerati (sin-
             golarmente o associati in un’alleanza militare)  sia consentito non solo in caso di
             legittima difesa, ma anche quando l’uso della forza sia autorizzato dal Consiglio
             di sicurezza delle Nazioni Unite.

             a)  La legittima difesa]]></page><page Index="234"><![CDATA[234                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Innanzitutto, occorre determinare il dies a quo, cioè il momento a partire dal
             quale la legittima difesa può essere esercitata, cioè se solo dopo che abbia avuto
             luogo un attacco armato o anche prima dell’attacco, nell’imminenza dello stesso
             (c.d. legittima difesa preventiva). Il punto non è stato esaminato dalla Corte inter-
             nazionale di giustizia nelle sentenze in cui si è occupata dell’uso della forza. Nep-
             pure l’art. 21  del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale (che ha
             per oggetto la legittima difesa come causa di esclusione del fatto illecito) prende
             posizione. L’art. 51 della Carta, nell’affermare che “nessuna disposizione del pre-
             sente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel
             caso che abbia luogo un attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite ...”,
             offre elementi per due opposte interpretazioni. Coloro i quali – e sono una mino-
             ranza significativa della dottrina e degli Stati – affermano la liceità della legittima
             difesa preventiva fanno essenzialmente leva sull’aggettivo “naturale” (inherent,
             naturel) che qualifica il diritto di legittima difesa. Secondo questa opinione, la
             Carta avrebbe fatto proprio il diritto di legittima difesa così come esisteva prima
             della sua entrata in vigore. Poiché il diritto consuetudinario pre-Carta ammette-
             va la legittima difesa preventiva, questa sarebbe stata fatta propria dalla Carta e
             mantenuta dopo la sua entrata in vigore. ma tale opinione viene contestata da
             coloro – soprattutto la dottrina continentale europea – che sottolineano come la
             Carta faccia un riferimento testuale all’esistenza di un attacco armato (“nel caso
             in cui abbia luogo un attacco armato”), considerato dall’art. 51 quale condizione
             essenziale per l’esercizio del diritto in esame. Secondo questa interpretazione –
             che afferma la liceità della legittima difesa solo dopo che un attacco armato sia
             stato sferrato – l’aggettivo “naturale” non sarebbe altro che una formula enfatica,
             che sta a indicare come la legittima difesa sia un diritto connaturato con l’esisten-
             za stessa degli Stati, di cui nessun soggetto di diritto internazionale può essere
             privato. Tra l’altro, anche a supporre che secondo il diritto esistente prima della
             Carta delle Nazioni Unite fosse ammissibile la legittima difesa preventiva, la sua
             entrata in vigore ne avrebbe ristretto l’ammissibilità alla sola ipotesi in cui si sia
             verificato un attacco armato.
                Questa seconda opinione, un tempo da noi stessi accettata, non è più condi-
             visibile nella sua assolutezza. Un’interpretazione letterale dell’art. 51 potrebbe
             condurre ad un risultato manifestamente assurdo o irragionevole, in contrasto con
             i canoni interpretativi dettati dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati:
             in caso di attacco atomico si dovrebbe aspettare che le testate nucleari colpiscano
             il territorio dello Stato, affinché la vittima possa reagire! Per una retta interpre-
             tazione, si dovrebbe ricorrere ai lavori preparatori. Ma essi non forniscono sul
             punto alcun elemento concludente. Le moderne tecniche di armamento rendono
             assurdo limitare la reazione al momento in cui i missili hanno colpito il territorio
             e provocato una distruzione tale da rendere impossibile l’esercizio della legittima
             difesa. È significativo che il Panel di Alto Livello, incaricato dal Segretario Ge-]]></page><page Index="235"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             235



             nerale di studiare la riforma della Carta delle Nazioni Unite, si sia pronunciato nel
             suo rapporto (2004) a favore della legittima difesa sia dopo che abbia avuto luogo
             un attacco armato sia nell’imminenza dello stesso (Report on Threats, Challenges
             and Changes, A more secure world: our shared responsibility, 1° December 2004,
             www.un.org/secureworld. Il Panel ha dato questa lettura affermando che non era
             necessario re-interpretare l’art. 51).
                Ovviamente la nozione di “imminenza di un attacco armato” deve essere intesa
             in senso restrittivo per evitare abusi. In questi termini, la tesi della legittima difesa
             preventiva è quindi condivisibile.
                Affinché il diritto di legittima difesa possa essere esercitato occorre che si sia
             verificata una violazione dell’art. 2, par. 4, particolarmente qualificata; occorre
             cioè che si sia verificato un attacco armato. Non esiste, infatti, uno stretto paralle-
             lismo tra art. 2, par. 4, e art. 51 della Carta delle Nazioni Unite nel senso che non
             ogni violazione della prima disposizione comporta la liceità dell’esercizio della
             legittima difesa a termine della seconda. Questa affermazione è corroborata dalla
             giurisprudenza internazionale. ma il problema è se una serie di attacchi di minore
             entità possa essere considerata come un attacco armato a tutti gli effetti (il ripetersi
             dei c.d. colpi di spillo). Nel luglio del 2006, ad es.,  Israele intervenne in Libano
             invocando la legittima difesa dopo che un numero di razzi furono lanciati dagli
             Hezbollah al confine della linea armistiziale con il Libano e un’incursione dei
             guerriglieri in territorio israeliano.

             b)  L’uso della forza autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite
                A parte il precedente della Guerra di Corea (1950) in cui il Consiglio di Si-
             curezza, assente l’Unione Sovietica, adottò una delibera con cui raccomandava
             l’intervento armato a favore della Corea del Sud, la prassi dell’uso della forza
             autorizzato dal Consiglio di sicurezza è soprattutto una prassi che si è realizzata
             dopo la fine della guerra fredda e, in particolare, nel decennio successivo. Ripresa,
             peraltro, con l’intervento in Libia, nel 2011.
                La liceità delle operazioni autorizzate o delegate dal Consiglio di sicurezza
             agli stati membri è implicitamente riconosciuta dall’art. 2 della Convenzione del
             1994  sulla  sicurezza  del  personale  delle  Nazioni  Unite. Tale  disposizione,  nel
             prendere in considerazione le azioni coercitive delle Nazioni Unite, fa infatti ri-
             ferimento anche a quelle autorizzate dal Consiglio di sicurezza. Il par. 79 della
             risoluzione, adottata in occasione del Summit mondiale del 2005 (A/Res/60/1) a
             livello di Capi di Stato e di Governo, “riafferma” “the authority of the Security
             Council to mandate coercive action to mantain and restore international peace
             and security”.

                Trattandosi di delega delle funzioni del Consiglio agli Stati, questi dovrebbero
             operare nei limiti della delega o dell’autorizzazione ricevuta, anche sotto il profilo]]></page><page Index="236"><![CDATA[236                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             temporale. Ma la delega, come dimostra la prassi, è stata intesa in maniera piut-
             tosto elastica. In realtà, si tratta spesso di operazioni che non avvengono sotto il
             controllo strettamente politico e, tanto meno militare, del Consiglio di sicurezza,
             ma che ciò nonostante sono inquadrabili nel contesto della sicurezza collettiva,
             poiché perseguono i fini che il Consiglio si prefigge.
                Come esempi recenti di risoluzioni del Consiglio di sicurezza che hanno au-
             torizzato l’uso della forza, sono da ricordare anche le risoluzioni di contrasto alla
             pirateria, che hanno autorizzato gli Stati ad entrare nelle acque territoriali soma-
             le; la 1846 (2008) autorizza addirittura il compimento di operazioni in territorio
             somalo. Talune navi della missione Atalanta dell’UE hanno condotto operazioni
             lungo il litorale somalo per distruggere i natanti dei pirati. il consenso del Gover-
             no Federale Transitorio della Somalia è stato puramente nominale, mancando di
             effettività sul territorio.
                L’intervento in Libia da parte della Nato e di altri Stati per porre fine alle opera-
             zioni del governo al potere (Gheddafi) contro la popolazione civile nel tentativo di
             reprimere l’insurrezione è un altro esempio recente di uso della forza autorizzato
             dal Consiglio di sicurezza (ris. 1973-2011). Sennonché le operazioni militari sono
             andate ben oltre a quanto autorizzato dalla risoluzione del Consiglio e si è tratta-
             to di un intervento volto al cambiamento di regime. Obiettivo inevitabile quan-
             do  l’autorizzazione  assume  i  colori  dell’intervento  umanitario,  poiché  questo,
             per avere successo, deve inevitabilmente togliere di mezzo il governo al potere.
             Obiettivo in qualche modo legittimato dalla risoluzione del Consiglio 2009-2011,
             che non solo richiama come da prassi le risoluzioni precedenti (1970 e 1973), ma
             afferma anche che il Consiglio avrebbe posto termine all’autorizzazione dell’uso
             della forza non appena consentito dalle circostanze. in altri termini la risoluzione
             2009 ha legittimato la continuazione dello sforzo bellico, nonostante che ormai
             non si trattasse più di salvaguardare la popolazione civile attaccata dal governo al
             potere, ma di aiutare gli insorti, che avevano ottenuto significativi e numerosi ri-
             conoscimenti come legittimi rappresentati del popolo libico, a eliminare le ultime
             resistenze di Gheddafi.

                Può il Consiglio di sicurezza autorizzare ex post l’uso della forza? L’autoriz-
             zazione a posteriori costituirebbe una sorta di sanatoria di un atto che, in sé preso,
             sarebbe contrario alla Carta delle Nazioni Unite. Dal punto di vista logico non
             sussiste nessun ostacolo. Se il Consiglio ha il potere di autorizzare, potrà anche
             regolarizzare a posteriori un’azione che avrebbe dovuto essere preventivamente
             autorizzata , come è stato giustamente notato. Quale esempio della prassi, si può
             citare la ris. 1244 (1999), con cui si è posto fine al conflitto del Kosovo, che ha
             regolarizzato a posteriori l’azione della Nato contro la Repubblica federale di iu-
             goslavia.
                Da respingere è la tesi secondo cui il Consiglio di sicurezza possa autorizza-]]></page><page Index="237"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             237



             re  “implicitamente”
             gli  stati ad usare
             la forza.  Condicio
             sine qua  non  per
             tale  forma di au-
             torizzazione  è che
             il Consiglio abbia
             comunque  qualifi-
             cato la situazione
             come uno degli atti
             ricadenti nell’art. 39
             della  Carta  (minac-
             cia alla pace, rottura
             della pace o atto di
             aggressione).   Ma
             è  ovvio  che  la  tesi
             dell’autorizzazione implicita si presta a non poche contestazioni. spesso la tesi
             dell’autorizzazione implicita è stata invocata in casi in cui il Consiglio di sicu-
             rezza non si era neppure pronunciato ai sensi dell’art. 39 della Carta. Per quanto
             riguarda l’intervento della Nato in Kosovo, il Consiglio di sicurezza aveva quali-
             ficato la situazione come una minaccia alla pace e alla sicurezza nelle risoluzioni
             1199 e 1203. Ciononostante, dopo l’intervento Nato, il Segretario generale delle
             Nazioni Unite affermò che l’intervento delle organizzazioni regionali avrebbe ri-
             chiesto la preventiva autorizzazione del Consiglio.

             Alleanze militari, Nato, Unione Europea e il “fuori area”
             a ) Sulla compatibilità tra Nato e Costituzione italiana, alla luce dell’art. 11, si è
                espressa la Corte di Cassazione, in una sentenza relativa all’immunità della Nato
                e dei suoi quartieri generali all’interno dell’ordinamento italiano (Cass. 22 mar-
                zo 1984, n. 1920). Afferma la Suprema Corte: “Questa [la Nato] costituisce …
                un’organizzazione, che, essendo sorta … con scopi prettamente difensivi, ha
                indubbiamente la finalità di assicurare la pace “fra le nazioni”, cioè una delle
                finalità per le quali, alla stregua dell’art. 11 Cost., l’Italia consente a limitazioni
                della sua sovranità alle condizioni ivi indicate … L’attività della Nato in quan-
                to diretta ad assicurare la difesa militare degli stati dell’Alleanza atlantica nel
                loro insieme e di ciascuno di essi in particolare – considerata anche, per quanto
                ci concerne, in correlazione col principio di sacralità del dovere di difesa della
                Patria, sancito nell’art. 52 Cost. – va vista come esplicazione di attività di attua-
                zione di un interesse di rilievo costituzionale preminente …”. In effetti, la Nato,
                in quanto alleanza difensiva, non può essere considerata come contraria all’art.
                11 della Costituzione.]]></page><page Index="238"><![CDATA[238                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Il problema si è posto in termini nuovi, dopo l’adozione del Nuovo concetto
             strategico di Washington (1999) e le missioni non art. 5, che hanno trasformato
             la Nato da organizzazione di difesa collettiva in organizzazione per la sicurezza
             collettiva, peraltro non inquadrabile nel Capitolo VIII della Carta delle Nazioni
             Unite.
                L’art. 11 fa divieto all’Italia di partecipare ad alleanze aggressive. Ora, in sé
             considerato, il nuovo concetto strategico di Washington non è qualificabile come
             una sorta di alleanza aggressiva. L’art. 5 della Nato organizza la legittima difesa
             collettiva tra gli stati membri ed è conforme all’art. 51 della Carta delle Nazioni
             Unite; le missioni non art. 5, per stessa ammissione del documento di Washing-
             ton, devono essere conformi al diritto internazionale. Orbene, una norma cardine
             dell’ordinamento internazionale, che ha assunto ormai il valore di diritto cogente,
             è il divieto di aggressione. Pertanto, il Documento di Washington, astrattamente
             considerato, non è contrario all’art. 11, primo inciso, della Costituzione.
                il documento di Washington non è contrario al secondo inciso dell’art. 11.
             Quelle che vengono in considerazione non sono le missioni ex art. 5 (cioè quelle
             in legittima difesa collettiva), su cui da tempo si è soffermata la dottrina, ma quelle
             non art. 5. Anche in questo caso la missione è intrapresa con il consenso di tutti gli
             stati membri dell’Alleanza. il principio del consensus garantisce la “condizione
             paritaria” tra i membri dell’Alleanza. Occorre aggiungere un’ulteriore guarentigia
             a salvaguardia della parità. Uno Stato, anche se ha dato il proprio consenso allo
             svolgimento della missione, è libero di non prendervi parte.
                Resta infine la terza proposizione dell’art. 11, che detta le linee ispiratrici della
             nostra politica estera, la quale deve operare in modo da promuovere la nascita o
             lo sviluppo di quelle organizzazioni a sostegno della pace e la giustizia tra le Na-
             zioni. Le missioni non art. 5 hanno finalità di sicurezza collettiva, uno degli scopi
             delle Nazioni Unite e di molteplici organizzazioni regionali. Prevenzione dei con-
             flitti, peace-keeping e peace-enforcement, crisis management e peace-building,
             che costituiscono gli obiettivi delle missioni non art. 5, fanno parte dei mezzi a
             disposizione di un sistema di sicurezza collettiva impegnato a mantenere la pace.
             Tra l’altro, l’art. 11 menziona anche il mantenimento della giustizia tra le Nazio-
             ni, come uno degli obiettivi delle organizzazioni internazionali che l’Italia intende
             favorire. La costruzione della pace non deve andare a scapito della giustizia. Uno
             degli obiettivi del peace-building dovrebbe essere quello di reprimere i crimini in-
             ternazionali perpetrati in occasione di un conflitto armato interno o internazionale.
                Si noti, infine, che il nuovo concetto strategico di Washington è rispettoso delle
             prerogative costituzionali degli Stati membri per quanto riguarda le missioni non
             art. 5. Nel Documento – giova ripeterlo – è chiaramente detto che tali missioni
             “will remain subject to decisions of member states in accordance with national
             constitutions”. Ciò significa che ogni Stato membro decide in piena autonomia,
             e tenendo conto delle sue procedure costituzionali, se partecipare alla missione.]]></page><page Index="239"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             239































             Il riferimento alle “costituzioni nazionali” comporta che il Parlamento possa in-
             tervenire con una delibera preventiva e/o seguire costantemente l’operato del Go-
             verno, specialmente per le missioni più impegnative (ad es. quelle tipo Kosovo).
             Pertanto, anche sotto il profilo del controllo parlamentare, il Documento di Wa-
             shington non solleva alcun problema per il nostro ordinamento costituzionale.

             b) Le disposizioni del Trattato dell’Unione Europea in materia di politica di si-
                curezza e difesa comune (Psdc) comportano la creazione di un patto di difesa
                collettiva, volto ad assistere uno Stato membro che subisca un’aggressione armata
                (art. 42, par. 7 TUE).  La disposizione richiama espressamente l’art. 51 della Carta
                delle Nazioni Unite, in materia di legittima  difesa ed usa un linguaggio simile
                a quello dell’art. 5 della Nato per quanto riguarda  il contenuto degli obblighi
                di assistenza. Da rimarcare che l’Art.  42, par. 7, TUE obbliga gli Stati membri
                a prestare assistenza solo se l’aggressione sia avvenuta nel loro territorio e non
                contiene una disposizione analoga all’art. 6 Nato, che fa scattare il meccanismo di
                assistenza collettiva anche quando l’attacco sia avvenuto in altro mare o sui cieli
                sovrastanti (nell’area espressamente delimitata) contro una nave o aeromobile di
                uno stato membro.
                inoltre gli obiettivi dell’Unione nel campo della politica europea di sicurezza e
             difesa comune sono proiettati verso l’esterno e comprendono sia missioni civili che
             militari (art. 42, par. 1 TUE). Si tratta in particolare, secondo l’art. 43, par. 1 TUE)
             delle seguenti operazioni:

             -  azioni congiunte in materia di disarmo;]]></page><page Index="240"><![CDATA[240                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             -   missioni umanitarie e di soccorso;
             -  missioni di consulenza e assistenza in materia militare;
             -   missioni di prevenzione dei conflitti e di mantenimento della pace;
             -   missioni di unità di combattimento nella gestione di crisi, comprese le missioni
                tese al ristabilimento della pace;
             -   missioni di stabilizzazione al termine dei conflitti.
             Nel tempo le missioni Petesberg sono state notevolmente ampliate. L’art 43, par.
             1 precisa che le missioni UE possono contribuire alla lotta contro il terrorismo
             internazionale, anche tramite il sostegno dato a paesi terzi.


             Il significato degli artt. 78 e 87, 9° comma, della Costituzione nell’attuale
             contesto interno e internazionale
                Secondo la nostra Costituzione, l’intervento parlamentare è necessario per de-
             liberare lo stato di guerra e conferire al governo i poteri necessari (art. 78). Spetta
             poi al Presidente delle Repubblica dichiarare lo stato di guerra deliberato dalle
             Camere (art. 87, 9° comma). La deliberazione delle Camere è formalmente ne-
             cessaria per l’impiego della forza armata nei casi in cui questa non possa essere
             tecnicamente definita guerra? Nell’ideale ripartizione tracciata dalla Costituzio-
             ne la deliberazione delle Camere sarebbe stata necessaria per la dichiarazione di
             guerra (in legittima difesa) consentita dall’art. 11, mentre per gli altri impieghi
             non strettamente bellici, quali ad es. le missioni di peace-keeping o le misure co-
             ercitive volte a far rispettare un embargo navale, un’autorizzazione parlamentare
             non sarebbe stata strettamente necessaria sotto il profilo formale. Ovviamente il
             Parlamento avrebbe dovuto essere informato dell’impiego delle forze armate al di
             fuori dei confini nazionali, affinché la forza non fosse usata in contrasto con i pre-
             cetti contenuti nell’art. 11 della Costituzione. il Governo avrebbe dovuto rispon-
             dere dell’opportunità dell’impiego della forza nell’ambito del rapporto fiduciario
             Governo-Parlamento. Questo schema è venuto a saltare a causa della varietà degli
             impieghi delle forze amate all’estero, che non consentivano più una netta distin-
             zione tra impieghi bellici e non bellici, e alla pratica inutilizzazione degli artt. 78
             e 87, 9° comma, della Costituzione. Nei numerosi impieghi delle nostre Forze
             Armate all’estero, sono da annoverare sia operazioni di pace intraprese sotto l’e-
             gida delle Nazioni Unite sia operazioni che hanno comportato l’uso della forza su
             autorizzazione delle Nazioni Unite. La forza è stata usata per garantire l’esecu-
             zione delle sanzioni decise dal Consiglio di sicurezza, avendone il Consiglio fatta
             apposita richiesta agli stati (ad es. per eseguire un embargo comportante il dirot-
             tamento e l’eventuale sequestro di navi in violazione dell’embargo). Sono altresì
             da annoverare casi in cui le missioni all’estero hanno avuto luogo con il consenso
             del sovrano territoriale, ma al di fuori delle Nazioni Unite, come la partecipazione
             alla mFO nel sinai o alla Forza multinazionale nel Libano. Paradigmatiche sono]]></page><page Index="241"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             241



             le più recenti operazioni: Kuwait (1991), Kosovo (1999), Afghanistan (2001),
             Iraq (2003) e Libia (2011). Per liberare il Kuwait dall’occupazione irachena è
             stato fatto un uso macroscopico della forza armata, sia pure con una limitata par-
             tecipazione italiana. La missione poteva essere giustificata a titolo di legittima
             difesa collettiva e comunque poteva contare su una risoluzione autorizzativa delle
             Nazioni Unite (ris. 660-1990). Per il Kosovo, la forza è stata impiegata in ma-
             niera massiccia, senza che la missione fosse autorizzata dalle Nazioni Unite, che
             solo successivamente hanno sanato l’illiceità dell’intervento (ris. 1244-1999). Per
             l’Afghanistan, la partecipazione italiana a Enduring Freedom poteva trovare una
             giustificazione nella nozione ampliata di legittima difesa (collettiva). Per l’Iraq,
             la presenza dei militari italiani (missione Antica Babilonia) dopo la debellatio
             irachena poteva contare sulle risoluzioni 1483-2003 e 1546-2004 del Consiglio
             di sicurezza. Per la Libia, la giustificazione dell’intervento è da  individuare nella
             risoluzione del Consiglio di sicurezza 1973 (2011). Tranne qualche eccezione, si
             è venuta affermando la prassi di far precedere l’invio di truppe all’estero da un
             dibattito parlamentare, accompagnato da una risoluzione.

             I tentativi per disciplinare a livello costituzionale l’impiego
             della forza militare per scopi non bellici
                i tentativi di riforma costituzionale hanno avuto per oggetto la seconda parte
             della Costituzione e, per quanto qui interessa, le disposizioni aventi per oggetto
             la  proclamazione dello stato di guerra con l’inserimento di disposizioni ad hoc in
             relazione all’uso della forza in contesti non bellici.
                Uno dei tentativi più organici, in ordine di tempo, è quello effettuato con
             l’istituzione della la Commissione bicamerale per le riforme costituzionali, che
             si era orientata nel senso della necessità della preventiva autorizzazione parla-
             mentare per l’impiego delle forze armate all’estero nei casi in cui si trattasse
             di operazioni non definibili tecnicamente come “guerra”. L’art. 100, par. 2, del
             testo di riforma della Cost., nella versione finale trasmessa alle Camere (novem-
             bre 1997), recitava: “La Camera dei deputati delibera, su proposta del Governo,
             l’impiego delle Forze armate fuori dai confini nazionali per le finalità consentite
             dalla Costituzione”. Era singolare che la “deliberazione” fosse richiesta solo ad
             un ramo del Parlamento (al contrario della “deliberazione dello stato di guerra”
             che restava prerogativa del Parlamento, cui spettava di decidere in seduta comu-
             ne: art. 100, 1° comma). Evidentemente si era ritenuto opportuno non appesan-
             tire troppo la “procedura autorizzativa” allo scopo di far fronte ad emergenze
             richiedenti una celerità di soluzioni. Ma quello che qui più interessa è che la
             Bicamerale aveva razionalizzato la prassi parlamentare in materia di invio di
             corpi di truppa all’estero e aveva postulato l’intervento parlamentare.]]></page><page Index="242"><![CDATA[242                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             Le prerogative parlamentari nella disciplina dell’invio
             dei corpi armati all’estero
                Il coinvolgimento parlamentare è chiaramente espresso nell’art. 1, comma 1,
             lett. a), della L. 18 febbraio 1997, n. 25, secondo cui il Ministro della Difesa “...
             attua le deliberazioni in materia di difesa e sicurezza adottate dal Governo, sot-
             toposte all’esame del Consiglio Supremo di difesa e approvate dal Parlamento”.
             La risoluzione n. 7-1007 del 16 gennaio 2001, adottata dalla Commissione Difesa
             della Camera dei Deputati, ha configurato un iter procedurale, in verità alquan-
             to farraginoso, per l’invio delle Forze Armate all’estero con il coinvolgimento
             di Governo e Parlamento. La risoluzione, ovviamente, non può incidere su fonti
             costituzionali e quindi la sua rilevanza giuridica è estremamente discutibile. Ma
             si desume, anche in questo caso, una volontà di investire il Parlamento quando si
             debba decidere dell’invio di truppe all’estero.
                Dalla prassi sopra riportata, si evince che l’intervento del Parlamento sia ne-
             cessario per legittimare, sotto il profilo del diritto interno, l’invio delle Forze
             Armate all’estero. In mancanza di una legge organica, magari a livello costitu-
             zionale, è difficile dire come questo intervento debba essere configurato. In par-
             ticolare, se sia necessario un modello unico oppure se vi possano essere percorsi
             procedurali differenti. Il modello “informativa da parte del Governo-dibattito
             parlamentare-risoluzione di approvazione da parte delle Camere” dovrebbe pre-
             cedere le missioni all’estero che comportino impegni sostanziali. La situazione
             d’urgenza potrebbe richiedere un iter procedurale più agile e addirittura un’in-
             formativa successiva all’inizio della missione, come è avvenuto per il Kosovo.
             Inutile dire che questa materia richiede con urgenza un intervento del legislatore.


             Il ruolo del Presidente della Repubblica
                Da ricordare, infine, che un ruolo spetta anche al Presidente della Repubblica,
             nel senso che egli, in quanto titolare del “comando” delle Forze Armate (art. 87,
             9° comma Cost.), non solo deve essere informato dell’impiego delle Forze Armate
             al di fuori dei confini nazionali, ma deve vegliare affinché la forza non sia usata in
             contrasto con i precetti contenuti nell’art. 11 Cost. Tra l’altro, l’art. 3 della L. 14
             novembre 2000, n. 331, dopo aver ricordato che il compito prioritario delle Forze
             Armate è la difesa dello Stato, stabilisce che “le Forze Armate hanno altresì il com-
             pito di operare al fine della realizzazione della pace e della sicurezza, in conformità
             alle regole del diritto internazionale ed alle determinazioni delle organizzazioni
             internazionali delle quali l’Italia fa parte”.]]></page><page Index="243"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             243



             Conclusioni
                Come si evince da quanto precedentemente esposto, emerge una connessione
             tra art. 11, prima proposizione (e anche seconda in relazione alle Nazioni Unite
             e al suo Capitolo VII), e art. 78 e 87, 9° comma, che sono nella II parte della Co-
             stituzione.
                Secondo buona parte della dottrina gli artt. 78 e 87, 9° comma, non trovano
             applicazione nei moderni conflitti e occorrerebbe l’adozione di norme legislative
             ad hoc. Con quale procedura?
             •  Una prima possibilità è quella di prevedere, accanto all’art. 78, una disposizio-
                ne specifica  per quei conflitti non definibili come guerra in senso tecnico. Una
                proposta del genere, come abbiamo ricordato, era stata avanzata nei tentativi
                di riforma costituzionale che si sono susseguiti, finora senza esito;
             •  L’altra possibilità è di predisporre una normativa di attuazione dell’art. 11, che
                investa i rapporti Governo-Parlamento nella decisione di invio di contingenti
                militari all’estero per operazioni che comportano l’uso della forza armata. Esi-
                ste già una legislazione frammentaria ricavabile da varie leggi che si sono suc-
                cedute nel tempo a partire dall’intervento in Afghanistan (2001). Ma una fonte
                subcostituzionale può disciplinare il fenomeno o è sufficiente (ed opportuno)
                far affidamento alla prassi parlamentare che configura una preventiva auto-
                rizzazione delle Camere prima che il Governo disponga l’invio di contingenti
                armati all’estero?
             •  In tale contesto, va affrontato pure il discorso dello “ stato di grave crisi inter-
                nazionale”, nozione diversa, specialmente per il grado di intensità, da quello
                di stato di guerra. La legislazione (ordinaria) attuale fa riferimento allo stato di
                crisi, senza tuttavia definirlo. Ad es. nel Dlgs 66/2010 viene fatto riferimento
                alla Dichiarazione di grave crisi costituzionale (ad es. artt. 1326, 2057), ma
                non viene  precisato chi debba effettuare la Dichiarazione.
             •  Quid  per  il  ruolo  del  Consiglio  Supremo  di  Difesa  e  l’organo  (Presidente
                della Repubblica) che lo presiede (art. 87, 9°comma)? La questione venne sol-
                levata in seno alla Commissione Paladin (1988), circa il ruolo da assegnare al
                Presidente della Repubblica nel comando delle FFAA. ma le conclusioni non
                trovarono un seguito concreto.

                In breve, l’art. 11 Cost. ha costituito e costituisce una guida essenziale per la
             conduzione della politica estera italiana, incluso l’invio delle missioni all’estero,
             su cui è stato acquisito nel corso degli anni un consensus a livello maggioranza-
             opposizione. inoltre la promozione delle organizzazioni internazionali costituisce
             un ulteriore fine dell’azione di politica estera italiana, che trova nel multilaterali-
             smo la sua ragione di essere: Nazioni Unite, ma anche Unione Europea e Nato per
             quanto riguarda le missioni militari all’estero. Resta impregiudicata la possibilità]]></page><page Index="244"><![CDATA[244                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             di inserire, in una futura riforma costituzionale, clausole integrative relative alle
             missioni all’estero (es. ruolo del Parlamento) e al processo d’integrazione euro-
             pea. Tali clausole, però, potrebbero trovare la loro collocazione nella II parte della
             Costituzione, lasciando impregiudicata la I parte e l’art. 11 nella sua formulazione
             letterale.]]></page><page Index="245"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             245



             Dialogo fra sordi. Le Forze Armate,
             il governo e i negoziati per la CED



             Daniele Caviglia 1




                   el  corso  dei  lunghi  negoziati  che  portarono  alla  firma  del  trattato  della
                        2
             N CED , sia il governo che i vertici militari si trovarono a dover definire
             il proprio atteggiamento in relazione a un progetto che per la prima volta pre-





             1  Libera Università “S. Pio V”.
             2  Tra i vari studi riguardanti la CED si vedano: d. Acheson, Present at the creation, New
                York 1969; M. Albertini, L’Europa sulle soglie dell’Unione, “Il Politico”, anno L , n. 4,
                1985, pp. 557-569; A.J. zucher, La lotta per l’Europa unita 1940-1958, Roma 1963; A.r.,
                lerner, La querelle de la C.E.D. Essais d’analyse sociologique, Parigi 1956; M.t. bitsch,
                Histoire de la construction européenne, Bruxelles 2004, pp. 81-96; G. bossuAt, l’europe
                                        e
                des Français 1943-1959. La IV République aux sources de l’Europe communautaire, Paris
                1996; A. clesse, Le projet de CED du Plan Pleven au «Crime» du 30 aut: histoire d’un
                maletendu  europeen,  Baden  Baden  1989;  e.  de  lArMinAt,  L’Armée  européenne,  Parigi
                1952;  M.  dell’oModArMe, L’Europa: mito e realtà del processo d’integrazione, Milano
                1984; e. di nolFo (a cura di), Power in Europe? II. Great Britain, France, Germany and
                Italy and the Origins of the EEC, 1952-1957, Berlin-New York 1992; F. duchÊne, Jean
                Monnet, Londra 1994; l. einAudi, Su un eventuale esercito europeo, in lo scrittorio del
                Presidente, Torino 1966, pp. 56-58;  J.  FAuvet, la querelle de la CED, Essais d’analyse
                sociologique, Parigi 1956; h.FrenAy, La communauté européenne de Defense. Réponse au
                général De Gaulle, Parigi 1953; e.Fursdon, The European defense Community: a History,
                Londra 1980;  P. Gerbet, la construction de l’europe, Imprimerie Nazionale, Paris, varie
                ed.; P.Guillen, La France et la question de la défense de l’Europe occidentale du Pacte de
                Bruxelles (mars 1948) au Plan Pleven (octobre 1950), «Revue d’Histoire de la deuxième
                guerre mondiale et des conflits contemporains», vol. 36, n. 144, ottobre 1986, pp. 79-98;
                id., Les chefs militaires français, le réarmement de l’Allemagne et la CED (1950-1954),
                «Revue d’histoire de la deuxième guerre mondiale et des conflits contemporains», 1983, n.
                129, pp. 3-33; l. levi, L’unificazione europea trent’anni di storia, Torino 1983; P. MélAndri,
                Les Etats-Unis et le plan Pleven: octobre 1950-juilllet 1951, «Relations internationales»,
                Vol.  11,  autunno  1977,  pp.  201-229;  J.  Monnet,  Cittadino  d’europa,  Milano  1978;  b.
                olivi, L’Europa difficile. Storia politica dell’integrazione europea 1948-2000, Bologna
                2001, pp. 41-45; r.h. rAinero (a cura di), Storia dell’integrazione europea, vol. I, Roma,
                1997; c. sForzA, Cinque anni a Palazzo Chigi: la politica estera italiana dal 1947 al 1951,
                Roma 1952; A. sPinelli, Diario europeo 1948/1969, Bologna 1989; id., La crisi degli stati
                nazionali, Bologna 1991;  id., Europa terza forza: scritti 1947-1954, Bologna 2000;  P.e.
                tAviAni,  Breve  storia  del  tentativo  della  CED,  “Civitas”,  agosto  1957  (ripubblicato  in
                Solidarietà atlantica e comunità europea, Firenze 1967).]]></page><page Index="246"><![CDATA[246                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                 3
             vedeva la fusione degli eserciti europei . Dopo la tormentata transizione seguita
             al 25 luglio 1943, la proposta francese per la creazione di un esercito comune
             forniva l’occasione per verificare la consistenza di quella “vera e propria frattura
                       4
             spirituale”  che aveva contraddistinto i rapporti tra politici e militari nell’imme-
             diato secondo dopoguerra. se infatti i primi provvedimenti per la ristrutturazione
             dell’Esercito Italiano adottati dal Governo fra il 1944 e il 1948 avevano provocato
                                                    5
             un forte malcontento nelle gerarchie militari , e se l’esasperazione della teoria del-
             la separazione aveva determinato un distacco e l’incomprensione reciproca fra le
             due categorie, l’iniziativa di Parigi poteva rappresentare l’occasione per ricucire
             lo strappo nel segno di un rinnovato impulso europeista.
                Per il Governo, la decisione di appoggiare il progetto Pleven era stata dettata


             3  Fra  gli  studi  riguardanti  la  partecipazione  dell’Italia  si  vedano:  P.l.  bAllini-A.  vArsori
                (a  cura  di),  L’Italia  e  l’Europa  (1947-1979),  Soveria  Mannelli  2004,  pp.  ;  A.  brecciA,
                L’Italia e la difesa dell’Europa. Alle origini del piano Pleven, Roma 1984; id., l’italia e
                le origini della Comunità europea di difesa (CED), in G. rossini (a cura di), De Gasperi
                e l’età del centrismo, Roma 1984, pp. 243-257;  M.  neri  GuAldesi, l’italia e il processo
                di integrazione europea, in l. tosi (a cura di), L’Italia e le organizzazioni internazionali.
                Diplomazia multilaterale nel Novecento, Padova 1999, pp. 341-389; s. Pistone, l’italia e
                l’unità europea dalle premesse storiche all’elezione del Parlamento europeo, Torino 1982;
                d. PredA, Storia di una speranza. La battaglia per la CED e la Federazione Europea nelle
                carte della Delegazione italiana (1950-1952), Milano 1990; id., Sulla soglia dell’unione.
                La  vicenda  della  Comunità  Politica  Europea  (1952-1954),  Milano  1993;  id.,  CPe e
                integrazione  europea:  un’ipotesi  interpretativa,  “Storia  delle  relazioni  internazionali”,
                XIII-XIV, (1998/2-1999/1), pp. 117-150; id., De Gasperi, Spinelli e l’art. 38 della CED,
                “Il Politico”, LIV (1989), n. 4, pp. 575-595; A. vArsori, Italy between Atlantic Alliance and
                EDC, 1948-1955, in e. di nolFo (a cura di), Power in Europe? II. Great Britain, France,
                Germany and Italy and the Origins of the EEC, 1952-1957, Berlin-New York 1992, pp.
                260-299; id., L’europeismo nella politica estera italiana, in l. tosi (a cura di), l’italia e le
                organizzazioni internazionali. Diplomazia multilaterale nel Novecento, Padova 1999,pp.
                392-415; Id., L’Italia fra Alleanza Atlantica e la Ced, “Storia delle relazioni internazionali”,
                IV, 1988/1, pp. 125-165. Sull’azione di De Gasperi si vedano: G. Andreotti, De Gasperi
                e il suo tempo, Milano 1956; M. de GAsPeri cAtti, la nostra patria europea: il pensiero
                europeistico di Alcide De Gasperi, Milano 1969; id., De Gasperi e l’Europa, Brescia 1979;
                G.  ForMiGoni,  La  Democrazia  Cristiana  e  l’alleanza  occidentale  (1943-1953),  Bologna
                1996;  M.G.  Melchionni,  Génèse  de  la  proposition  européenne  avancée  par  Alcide  De
                Gasperi en 1951, in L’Union européenne à l’aube d’un nuoveau siècle, Madrid 1997, pp.
                123-144; P. PAstorelli, La politica estera italiana del dopoguerra, Bologna 1987; id., la
                politica europeistica di De Gasperi, “Storia e Politica”, XXIII (1984), n. 3, pp. 330-392.
             4   F. steFAni, La storia della dottrina e degli ordinamenti dell’esercito italiano, vol. III, t. I,
                Dalla guerra di liberazione all’arma atomica tattica, Roma, Ufficio Storico SME, 1987,
                p. 544. Per una ricostruzione  delle  vicende  riguardanti  l’Esercito  italiano  nel  secondo
                dopoguerra cfr. v. ilAri, Storia militare della prima repubblica 1943-1993, Ancona1996.
             5  Ci si riferisce ai provvedimenti relativi allo scioglimento del corpo di Stato Maggiore, al
                declassamento del ruolo del capo di Stato Maggiore Generale, alla soppressione del grado
                di maresciallo d’italia e alla cessazione dal servizio permanente dei generali di armata.]]></page><page Index="247"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             247



             da tre ordini di fattori. Innanzitutto esso sembrava offrire “la possibilità di ottenere
             […] il consenso francese al riarmo tedesco” giudicato indispensabile per rafforza-
             re la difesa del confine settentrionale e per evitare una involuzione della strategia
                                 6
             militare di Washington . In secondo luogo, il successo dell’iniziativa avrebbe fatto
             compiere “un altro passo innanzi, dopo il Piano Schuman, al processo di integra-
             zione europea, […] che era uno degli obiettivi della […] politica estera [dell’Ita-
             lia]”. Infine, il sostegno alla linea di Parigi si inseriva nell’indirizzo di fiancheg-
             giamento dell’azione della Francia - ufficialmente inaugurata alla conferenza di
                             7
             santa margherita  - con la quale l’Italia si proponeva “di svolgere una politica di
             amicizia e di vicendevole assistenza” .
                                              8
                Dal canto loro, gli alti comandi delle Forze Armate fin dalla fase preliminare
             che aveva preceduto la convocazione della Conferenza di Parigi, reagirono con
             un misto di sospetto e di scetticismo al Piano Pleven pur riconoscendo la neces-
             sità di assegnare un carattere prioritario al traguardo del riarmo della Repubblica
             Federale Tedesca. La condivisione di questo obiettivo, unita alla vaghezza dei
             progetti francesi e all’incertezza che circondava sia l’azione del Governo italiano
             che l’esito finale del negoziato, frenò inizialmente una decisa presa di posizione
             in senso contrario.
                A questo riguardo, nella riunione tenuta poche ore prima dell’inizio della con-
             ferenza di Parigi (15 febbraio 1951), il ministro della Difesa italiano, Paolo Emilio
             Taviani, diede istruzione ai membri della delegazione di mantenere “un atteg-
             giamento estremamente riservato” a fronte dell’indeterminatezza delle proposte
             presentate dagli altri paesi. L’esponente democristiano, nominato a capo della de-


             6  In un appunto per il Presidente del Consiglio del 13 febbraio 1951 il Segretario Generale
                del Ministero degli Esteri, Sergio Zoppi, giustificava l’esigenza di favorire il riarmo della
                Repubblica  Federale  Tedesca  con  il  fatto  che  “il  settore  italiano  essendo  infatti  il  più
                esposto si troverebbe privo, al nord, di quell’appoggio che abbiamo mirato costantemente
                ad ottenere e che può essere costituito soltanto da una solida organizzazione difensiva
                della Germania occidentale. In più, lo scoraggiamento che ne deriverebbe nella opinione
                pubblica e nei circoli responsabili americani, potrebbe far risorgere, di fronte al permanere
                di una situazione fluida in Europa,la tendenza a concentrare la difesa effettiva e organizzata
                del Continente ai due capisaldi strategicamente e politicamente più sicuri: isole britanniche
                e penisola iberica”(in: Archivio Storico e Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri,
                d’ora in poi solo ASDMAE, Direzione Generale degli Affari Politico, d’ora in poi solo
                DGAP 1950-57, Uff. IV, Vers. CED, b. 1, fasc.1).
             7  Sui rapporti italo-francesi fino alla conferenza di Santa Margherita si veda P. Guillen, les
                vicissitudes des rapports franco-italiens de la rencontre de Cannes (décembre 1948) à celle
                de Santa Margherita (février 1951), in J.b. duroselle-e. serrA (a cura di), italia e Francia
                1946-1954, Milano 1988,  pp.  13-30  .  Per  il periodo successivo  vedi  id.,  les questions
                européennes dans les rapports franco-italiens de la rencontre de Santa Margherita (février
                1951) au voyage de Pierre Mendès France à Rome (janvier 1955), in Ibidem, pp. 31-48.
             8  ASDMAE, DGAP 1950-57, Uff. IV, Vers. CED, b. 2, fasc. 6 Conferenza di Parigi - luglio,
                pos. 13-C, Zoppi per Luciolli, Roma, 26 luglio 1951.]]></page><page Index="248"><![CDATA[248                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                               legazione, osservò che il governo era “favo-
                                               revole, in linea di massima, all’idea in sé di
                                               un Esercito europeo”, ma precisò pure che
                                               tale disponibilità era “subordinata” al sod-
                                               disfacimento di precise condizioni, quali la
                                               necessità  che  il  nuovo  progetto  non  fosse
                                               causa di “ritardi o difficoltà” nella costitu-
                                               zione di quelle forze integrate previste nel
                                               quadro del Patto atlantico. Si trattava di una
                                               presa di posizione condivisa dalle autorità
                                               militari,  anche  se  il  successivo  invito  ad
                                               agire per il superamento di quelle che ve-
                                               nivano  definite  “concezioni  strettamente
                                               nazionaliste”  suonava  già  come  un  prelu-
                                               dio a possibili scontri. Taviani accennò al
                                               fatto che il progetto avrebbe dovuto fare i
                                               conti  con una serie di problemi  di ordine
                                               tecnico  e,  per  questo,  si  attendeva  che  le
                                               altre delegazioni li mettessero in evidenza
             Paolo Emilio Taviani              dispensando così la delegazione italiana dal
                                                                              9
                                               “sollevare per prima tali difficoltà” . il rife-
             rimento alla necessità di abbandonare ogni ottica angustamente “nazionalista” e di
                                                 10
             superare “lo spirito di conservatorismo” , unita all’osservazione circa l’inoppor-
             tunità di porre ostacoli tecnici, apparivano in effetti dirette a prevenire possibili
             contestazioni da parte delle Forze Armate.
                D’altra parte, le osservazioni del capo delegazione si inserivano in un quadro
             di diffusa diffidenza nei confronti dei probabili atteggiamenti degli alti comandi
             dell’Esercito. Era un orientamento condiviso anche da esponenti di spicco della
             diplomazia italiana e che, come testimonia questo breve passaggio di una lettera
             dell’ambasciatore a Parigi, Pietro Quaroni, scritta quasi due mesi prima dell’inizio
             della conferenza, giungeva fino a una sorta di delegittimazione a priori:

                      “Non mi nascondo poi che ci sarà da noi una forte opposizione dei mi-
                   litari: questa opposizione sarà in buona parte dovuta ad una ragione perfet-
                   tamente umana: conservare i comandi che si hanno o si sperano di avere.
                   Ma queste ragioni saranno mascherate sotto una serie di considerazioni tec-



             9  ASDMAE, DGAP 1950-57, Uff. IV, Vers. CED, b. 1, fasc. 1, riassunto della riunione della
                delegazione per l’Esercito Europeo, 15 febbraio 1951.
             10  Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, d’ora in poi solo AUSSME,
                L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 1, C, fasc. “Costituzione dell’Esercito Europeo”,
                verbale della seduta plenaria, Parigi, 22 febbraio 1951.]]></page><page Index="249"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             249



                   niche e nazionali che non potranno non
                   influenzare una parte considerevole della
                   nostra opinione pubblica: di opposizioni
                                       11
                   ne avremo e molte […]” .
                Le previsioni di Quaroni circa la contra-
             rietà  dell’Esercito  parvero  trovare  confer-
             ma non appena la circolazione delle prime
             notizie riguardanti i disegni francesi di or-
             ganizzazione di una forza europea permise
             l’elaborazione di un primo giudizio da par-
             te dello stato maggiore della Difesa. in un
             memorandum preparato probabilmente alla
             vigilia dell’apertura della conferenza, veni-
             vano presentate una serie di obiezioni che
             solo in parte erano da ricondurre al progetto               Pietro Quaroni
             specifico che andava prendendo forma a Pa-
             rigi: in realtà era l’idea stessa della costituzione di un esercito europeo ad essere
             messa in discussione.  Pur partendo dal riconoscimento del fatto che la proposta
             francese si inseriva nella linea europeista della quale l’Italia “si era fatta parte at-
             tiva”, si rilevava come la costituzione di forze integrate avrebbe dovuto essere “il
             derivato di una organizzazione politica europea, che finora era rimasta nel campo
             astratto”. In questa ottica, quella di Parigi appariva una concezione “prematura,
             specialmente se […] doveva essere subordinata alla creazione di un Ministro della
             Difesa europeo”. La concezione europeista non poteva identificarsi con un eserci-
             to comune “quale voluto dalla Francia e nel momento attuale” e pertanto le even-
             tuali obiezioni al progetto di Parigi “non potevano significare una contraddizione
             alle posizioni precedentemente assunte” .
                                                 12
                i primi segnali di insofferenza si accompagnavano inoltre alla crescente sen-
             sazione di una certa disomogeneità nell’impostazione di fondo. Mentre infatti le
             direttive di carattere politico si soffermavano sulla necessità di “facilitare l’azione
             della Francia nei confronti del riarmo tedesco e, finché possibile, fiancheggiarne il
             progetto di esercito europeo” nel rispetto degli impegni atlantici, il Capo di Stato
             Maggiore dell’Esercito, Efisio Marras, illustrò dettagliatamente al capo della dele-

             11  ASDMAE, DGAP 1950-57, Uff. IV, Vers. CED, b. 5, fasc. 17a, pos. 13-C, Quaroni per
                ministro degli Esteri, Parigi, 24 dicembre 1950.
             12  ASDMAE,  DGAP  1950-57,  Uff.  IV,  Vers.  CED,  b.  4,  fasc.  12  “Conferenza  Esercito
                Europeo-Appunti”,  pos.  13-C,  considerazioni  dello  Stato  Maggiore  della  Difesa  circa
                l’esercito europeo proposto dalla Francia, s.l., s.d. La mancanza di qualsiasi accenno
                alla conferenza di Parigi e il fatto che non si fosse ancora verificato il confronto fra la tesi
                francese e quella tedesca sul livello al quale iniziare l’integrazione degli eserciti lasciano
                pensare che il documento sia stato redatto in un periodo di poco antecedente al 15 febbraio.]]></page><page Index="250"><![CDATA[250                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             gazione militare, Colonnello Turrini, i limiti entro i quali sarebbe stato preferibile
             incanalare  la  collaborazione  militare.  Innanzitutto  occorreva  precisare,  proprio
             per non pregiudicare il conseguimento degli obiettivi stabiliti in sede atlantica,
             che l’Italia avrebbe offerto all’”esercito europeo” solo quelle “forze limitate” di
             cui poteva disporre; secondariamente, appariva indispensabile, pur nel quadro di
             una cooperazione concepita su scala continentale, il mantenimento di quote di
             forze nazionali; infine, la costituzione di divisioni miste, allora allo studio, veniva
                                           13
             giudicata un “ripiego temporaneo ” poiché si sarebbe dovuti giungere alla crea-
             zione di divisioni omogenee nazionali. Procedendo a un rapido confronto fra le
             diverse indicazioni ricevute e i segnali provenienti da Parigi, Turrini arrivò alla
             conclusione che gran parte degli obiettivi enunciati da marras non erano condivisi
             dal capo delegazione:

                      “Il mio timore è – se così posso esprimermi – che, ferma restando la pri-
                   orità atlantica, sulla quale l’on. Taviani ha ripetutamente insistito, non vi sia
                   incondizionato appoggio sulle direttive b [mantenimento di forze nazionali]
                   e c [divisioni omogenee nazionali] datemi da V.E. – Non da parte di Vitetti
                   o di Pansa, ma dell’on. Taviani”.
                Quella di Turrini non era una semplice supposizione, quanto piuttosto una net-
             ta impressione che derivava dal comportamento del sottosegretario agli Esteri nel
             corso delle prime settimane di trattativa. Quando infatti il colonnello aveva accen-
             nato alla clausola che i francesi intendevano inserire sul diritto al mantenimento
             di eserciti nazionali da parte dei Paesi che avevano impegni extraeuropei propo-
             nendo che la questione fosse affrontata subito “per non lasciare dubbi di sorta”,
             Taviani lo aveva invitato ad accantonare ogni preoccupazione dal momento che il
             discorso riguardava solo la Germania mentre l’italia avrebbe conservato l’esercito
             nazionale “finché l’avrà la Francia”. Quanto poi alla questione della scelta tra la
             creazione di divisioni miste o nazionali, l’esponente democristiano aveva dato la
             sensazione di non considerare il problema “di capitale importanza” malgrado il
             rappresentante francese Alphand, in uno dei primi incontri, avesse sollecitato le
             altre delegazioni a prendere rapidamente una decisione. Pochi giorni di negozia-
             to erano dunque bastati a far emergere la divaricazione delle linee strategiche e,
             soprattutto, ad alimentare forti perplessità nel capo della delegazione militare .
                                                                                 14
                Ben presto anche l’atteggiamento dilatorio con cui il governo aveva inizial-
             mente affrontato i negoziati divenne motivo di forte attrito. In effetti, come osser-
             vava Turrini, mano a mano che le trattative andavano avanti emergeva il profilo


             13  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 1, C, fasc. “Costituzione dell’Esercito
                Europeo”, Turrini per Marras, Parigi, 11 marzo 1951.
             14  “Eccellenza, giorno per giorno aumentano in me seri dubbi sulla convenienza di imbarcarci
                in impegni di organizzazione di un esercito, di una aviazione e forse anche di una marina,
                europei. La questione non è matura, politicamente” (in ivi).]]></page><page Index="251"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             251



             “politico” di temi dibattuti in sede di Comitato direttivo che richiedevano un’as-
             sunzione di responsabilità da parte del governo. In base a queste considerazioni, il
             colonnello suggerì “un intervento del nostro sig. ministro presso il Ministero degli
             Affari Esteri, al fine di mettere bene in chiaro quale [fosse] il pensiero esatto della
                                      15
             Difesa su questo problema” .
                La sollecitazione era però destinata a cadere nel vuoto, tanto più che nella fase
             iniziale la diffusa convinzione degli ambienti politici e diplomatici che il negozia-
             to non sarebbe andato lontano li induceva a rimandare ogni scelta problematica.
             Come ammetteva il segretario Generale del ministero degli Esteri in una lettera
             inviata alla fine di luglio, l’Italia aveva dato per “scontato (a ciò indotti anche
             dall’atteggiamento fra lo scettico e l’impaziente degli americani) che lungo la via
             si sarebbe finito per salvare di tale progetto quel tanto che consentisse alla Francia
             di far trangugiare la pillola del riarmo tedesco, di far qualche progresso sul pia-
             no europeistico, e di mantenere anche in questo campo una certa collaborazione
             italo-francese. Calcolavamo in sostanza che altri levasse le castagne dal fuoco per
             noi, almeno per quella parte del “Piano Pleven” che ci appariva più di peso (im-
             mediato) che di vantaggio (presente o futuro)” .
                                                      16
                In questo quadro, reso più instabile dall’indebolimento della partnership con
             Parigi, si innestò la svolta nell’atteggiamento degli Stati Uniti che, parallelamente
             impegnati con i tedeschi nelle conversazioni di Petersberg, accantonarono ogni
             resistenza nei confronti dei piani francesi per un esercito europeo. Un tale muta-
             mento, tanto più se accompagnato dalla inversione in senso europeista dell’azione
             di Bonn in sede di conferenza di Parigi, impose una seria riflessione che abban-
             donasse alcuni dei presupposti sui quali si era fondata la partecipazione italiana
             al piano Pleven. Come rilevava Quaroni, era ormai giunto il momento di avviare
             un’analisi “al più alto livello” poiché “finché si poteva contare sullo scetticismo
             e sulla opposizione americana, si poteva non prendere sul serio la questione, ma
             il giorno che ci fosse un’idea ed un progetto di esercito europeo, approvati dagli
             americani e da Eisenhower, non vedo bene sotto quale forma noi potremmo tirarci



             15  Ivi, lettera di Turrini per il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Parigi, 15 aprile 1951. In
                realtà Marras aveva già scritto il 23 marzo a Sforza per illustrargli la posizione dello SMD,
                ma né questa lettera né l’eventuale risposta del ministro sono state rintracciate.
             16  ASDMAE, DGAP 1950-57, Uff. IV, Vers. CED, b. 2, fasc. 6 “Conferenza di Parigi – luglio”,
                pos. 13-C, lettera di Zoppi per Luciolli, Roma, 26 luglio 1951. Sullo scetticismo iniziale
                del governo italiano circa le possibilità di successo del progetto francese concorda anche
                la Preda: “I delegati italiani […] partecipavano alle riunioni privi di qualsiasi istruzione
                ufficiale da parte del governo, segno evidente […] che nessuno a Roma e a Parigi aveva
                creduto  nella  serietà  della  proposta  francese  e  si  faceva  illusioni  sui  possibili  sviluppi
                della  conferenza”,  d.  PredA,  Storia  di  una  speranza…,  cit.,  p.  61.  Sull’atteggiamento
                della delegazione italiana nel corso della conferenza di Parigi cfr. A. vArsori, L’Italia fra
                Alleanza Atlantica…, cit., pp. 139-146.]]></page><page Index="252"><![CDATA[252                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                     17
             indietro” . in discussione non erano solo aspetti legati al prestigio e all’autono-
             mia nazionale – che, peraltro, di fronte a una opinione pubblica “europeissima a
             parole, ma niente affatto europea a fatti”, avrebbero avuto un peso “non trascura-
             bile” –, ma soprattutto la necessità di sapere fino a che punto il Paese aveva preso
             coscienza delle conseguenze strategiche e psicologiche che un esercito europeo
                      18
             implicava .
                                                                        19
                Alla fine di luglio, la presentazione di un Rapporto provvisorio  da sottoporre
             all’attenzione dei governi impresse un cambio di ritmo che modificò radicalmente
                                                                           20
             lo scenario sul quale si erano mosse fino ad allora le varie delegazioni .  il docu-
             mento ebbe l’effetto di obbligare tutti i Paesi a considerare sotto una luce diversa
             le possibilità di successo della conferenza determinando per la prima volta un con-

             17  Fin dall’inizio la posizione degli Stati Uniti aveva rappresentato un punto di riferimento,
                tanto è vero che nelle prime fasi di negoziato l’Italia si mostrò “non immediatamente ostile
                alla proposta francese ma attenta alla posizione che avrebbe preso Washington”, cfr. A.
                vArsori, Italy between Atlantic Alliance and EDC…, cit., pp. 272-274.
             18  Su questo aspetto Quaroni osservava: “[…] in caso di attacco russo all’Europa occidentale
                i combattimenti decisivi saranno quelli che si svolgeranno tra Elba e Reno […]. Quindi
                la  nostra  partecipazione  all’Esercito  Europeo  […]  significa  partecipazione  alla  difesa
                dell’Europa centrale: e cioè significa in altre parole la possibilità di invio, in certe eventualità,
                di truppe italiane in Europa Centrale. Lo stesso caso del resto si presenterà per il settore
                meridionale, per il Medio Oriente sia che esso sia agganciato al settore europeo mediante
                una accessione della Grecia e della Turchia al Patto Mediterraneo […]. L’interesse è quello
                di portare la difesa il più lontano possibile dal territorio nazionale […]. Ciò si urta alle
                difficoltà della nostra Costituzione: ma il concetto di non inviare le truppe nazionali al di
                fuori delle proprie frontiere è un concetto svizzero, ossia di un Paese neutrale: non è un
                concetto sostenibile da un Paese il quale fa parte di un sistema mondiale di alleanza” (in:
                ASDMAE, DGAP 1950-57, Uff. IV, Vers. CED, b. 2, fasc. 5 “Esercito Europeo Conferenza
                di Parigi – giugno”, pos. 13-C, Quaroni per Sforza, Parigi, 26 giugno 1951).
             19 il Rapport intérimaire è integralmente riprodotto in AUSSME, L 5, Comunità Europea
                Difesa  (C.E.D.),  b.  1,  D.  Per  ulteriori  approfondimenti  cfr.  e.  Furdson,  the  european
                defense Community: a History, Londra 1980, pp. 122-126.
             20  sulla reazione del governo italiano al Rapporto provvisorio cfr. d. PredA, Storia di una
                speranza…, cit., pp. 104-107; A. vArsori, L’Italia tra Alleanza atlantica…, cit., pp. 140-
                142. Come notano Ballini e Varsori, dopo la presentazione del Rapport Intérimaire “il
                governo italiano […] venne  trovarsi in una situazione molto difficile. Roma non poteva
                creare  difficoltà  né  alla  Francia,  che  rappresentava  il  più  importante  partner  politico
                dell’Italia nel contesto europeo e l’unico che avesse accantonato rapidamente, almeno da
                un punto di vista formale, l’eredità derivante dal fascismo e dalla guerra perduta, né agli
                Stati Uniti, i quali erano non solo l’alleato più importante, ma anche la garanzia ultima
                di  un  equilibrio  politico  che  appariva  costantemente  minacciato  dalla  presenza  del  più
                forte  Partito  comunista  del  mondo  occidentale,  per  di  più  ancora  strettamente  alleato
                con il Partito Socialista. D’altro canto le valutazioni espresse da numerosi diplomatici,
                politici e alti funzionari intorno alla CED e alle conseguenze della sua realizzazione sugli
                interessi nazionali erano fortemente negative”, P.l. bAllini-A. vArsori (a cura di), l’italia
                e l’Europa…, cit., pp. 81-82.]]></page><page Index="253"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             253



             fronto su un testo scritto. L’improvvisa accelerazione del negoziato fece inevita-
             bilmente emergere le riserve con le quali l’Italia aveva sostenuto il progetto fran-
             cese a partire dagli incontri di santa margherita. Come osservava Quaroni in una
             lettera indirizzata a De Gasperi pochi giorni dopo la presentazione del Rapporto:
                      […] il punto di vista [italiano] sulla questione non è stato […] mai ben
                   definito né coordinato […] fondamentalmente ritenevamo, mi sembra alme-
                   no, che i Tedeschi vi erano contrari, che gli Americani lo guardavano con
                   molta diffidenza, e che quindi il nostro compito era quello di destreggiarci
                   alla meglio tra le varie correnti per non metterci contro né i Francesi, né i
                   Tedeschi, né gli Americani, confidando che uno dei tre, o tutti e tre, avreb-
                   bero provveduto che non ne fosse uscito fuori niente.
                Tali presupposti – continuava l’ambasciatore a Parigi - si erano però rivelati
             privi di fondamento dal momento che si era verificata “una certa discrepanza fra
             l’atteggiamento tedesco sulla questione del disarmo, come ce l’immaginavamo
             noi, e come esso è stato in realtà”, mentre sul versante statunitense si era assisti-
             to all’abbandono delle iniziali perplessità nei confronti del “Piano Pleven”. Su
             questo sfondo si era poi inserita l’elaborazione, fortemente voluta dai francesi,
             del Rapporto provvisorio che costringeva il governo italiano a decidere, “fin da
             adesso”, se aderire o meno a un eventuale trattato e a stabilire “almeno le condi-
             zioni minime per l’accettazione”. Pensare ancora di poter utilizzare i negoziati
             con l’unico scopo di promuovere la revisione delle clausole militari del Trattato di
             pace era – secondo il parere di Quaroni – “un po’ poco”. Il momento di una scelta
             di fondo, che implicava anche il rischio di un allontanamento della Gran Bretagna
             dal continente, andava dunque fatalmente affrontato con la consapevolezza che la
             rinuncia alle diverse prerogative da parte di tutti gli interessati (ministeri e stato
             maggiore della Difesa in primis) sarebbe stata difficile da ottenere. Con il consue-
             to disincanto che ne caratterizzava spesso le analisi, Quaroni rilevava che mentre
             “intellettualmente” gli italiani apparivano “i più europei di tutti”, quando si pas-
             sava alla fase della realizzazione essi “non lo erano proprio per niente”. Personal-
             mente, egli si dichiarava “nettamente favorevole” all’integrazione degli eserciti
             nella convinzione che il mancato raggiungimento di un’intesa avrebbe ridotto il
             disegno dell’unità europea a una “logomachia”; ciò nonostante, qualora i pericoli
             derivanti da una sensibile perdita di sovranità fossero stati ritenuti eccessivi ci si
             sarebbe potuti sottrarre all’impegno abbracciando la causa del federalismo. Pren-
             dendo spunto dalle negative ripercussioni finanziarie prodotte dall’integrazione
             militare, l’Italia avrebbe dovuto trasformare la CED in un “punto di partenza sulla]]></page><page Index="254"><![CDATA[254                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                 21
             via della federazione” , coinvolgendo settori giudicati vitali per gli interessi na-
             zionali. Nella sostanza, la proposta non faceva che ricalcare i suggerimenti espres-
             si pochi giorni prima da Giovanni malagodi in un lungo memorandum per De
                           22
             Gasperi e Pella , contribuendo a far maturare quella scelta federalista che avrebbe
             caratterizzato l’approccio di De Gasperi e di sforza nei mesi successivi.
                Sotto  questo  profilo,  appare  interessante  notare  che,  mentre  il  Governo  si
             apprestava a sviluppare un’iniziativa dai marcati accenti federalisti, quasi con-
             temporaneamente i vertici dell’esercito approdavano alla convinzione che fosse
             preferibile ridurre al minimo l’impegno dell’italia limitandosi ad una presenza
             “simbolica”. Nel riassumere i risultati dei primi mesi di lavoro, il generale Mar-
             ras osservò in una lettera per il ministro della Difesa che i rappresentanti italiani
             “pur sforzandosi di non prendere posizione erano costretti […] per forza di cose
             ad esprimere di tanto in tanto il loro parere e ad assumere indirettamente qualche
             impegno” che finiva per trascinare il Paese “in un meccanismo che […] pot[eva]
             danneggiarci gravemente”. In primo luogo, la probabile dislocazione del grosso
             delle forze europee sul suolo tedesco avrebbe ridotto il ruolo dell’Italia “ad una
             parte secondaria, che non giustificherebbe i gravi impegni e limitazioni politiche,
             militari e finanziarie che dovremmo assumere”; inoltre, se pure il numero degli
             effettivi europei fosse risultato maggiore di quanto allora previsto, sarebbe stato
             “troppo presto, per ora e per qualche anno almeno, per vedere sul nostro territorio
             unità tedesche ed anche francesi”. Pertanto – concludeva Marras –, qualora l’eser-
             cito europeo fosse stato strutturato secondo tali coordinate l’italia avrebbe dovuto
             parteciparvi “in modo puramente simbolico, assumendo una posizione analoga a
                                      23
             quella della Gran Bretagna” .
                Una  volta  conosciuto  il  contenuto  della  lettera,  Sforza  fece  giungere,  a  di-
             stanza di tre settimane, una risposta che respingeva senza appello le critiche del
             Capo di stato maggiore. il ministro degli Esteri rilevò che i timori di marras
             avrebbero potuto essere compresi nel caso in cui l’esercito europeo fosse stato
             un progetto “fine a se stesso”, ma dal momento che il Governo italiano lo inten-



             21  ASDMAE, Fondo Cassaforte, b. 23, Quaroni per De Gasperi, Parigi, 2 agosto 1951. È
                interessante notare come in questa fase Quaroni, solitamente poco attento alle esigenze
                dei militari, avanzasse l’idea di conservare una parte delle forze armate sotto il comando
                nazionale  per  evitare  una  eccessiva  svalutazione  del  fronte  meridionale:  “noi  abbiamo
                anche una funzione mediterranea, e […] quindi abbiamo bisogno di una parte riservata
                del nostro esercito in funzione mediterranea. È una proposta che ha i suoi vantaggi ed i
                suoi svantaggi: fra l’altro quello di dividere l’Italia in due parti, cosa che in campo NATO
                abbiamo sempre cercato di evitare”.
             22  ASDMAE, Fondo Cassaforte, b. 23, Malagodi per De Gasperi e Pella, Parigi, 28 luglio
                1951.
             23  ASDMAE,  DGAP  1950-57,  Uff.  IV, Vers.  CED,  b.  2,  fasc.  6  “Conferenza  di  Parigi  –
                luglio”, pos. 13-C, lettera di Marras per Pacciardi, 30 giugno 1951.]]></page><page Index="255"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             255



             deva “come espressione di una Confe-
             derazione  Europea da formarsi prima
             o  dopo  a  seconda  delle  circostanze”,
             esso  andava  inquadrato  nel  più  vasto
             ambito  dell’unificazione  continentale.
             Inoltre,  una  volta  appurato  il  vantag-
             gio derivante dalla partecipazione della
             Germania  alla  difesa  dell’Occidente,
             “politicamente sarebbe stato un errore”
             lasciare che il riarmo di Bonn venisse
             gestito  senza  il  concorso  dell’Italia,
             anche  perché  l’eventuale  arrivo  di  de
             Gaulle al potere avrebbe potuto acce-
             lerare  improvvisamente  il  processo.
             Quanto all’idea di condurre una politi-
             ca di fiancheggiamento esterno analoga
             a quella di Londra, Sforza osservò che
             sarebbe stato indispensabile “avere un
             potenziale  economico  e  militare,  una                     Carlo Sforza
             posizione di grande potenza come ave-
             va la Gran Bretagna”; l’Italia era invece “nella necessità di non rimanere tagliata
             fuori da tutte quelle iniziative europee che potevano portare ad intime intese fra gli
             altri Paesi del Continente”. Sotto il profilo strettamente militare, il timore espresso
             da marras di una svalutazione delle esigenze difensive nazionali a vantaggio di
             Francia e Germania risultava smentito dalle recenti prese di posizione dello Stan-
             ding Group favorevoli all’inclusione di Grecia e Turchia nel Patto atlantico e dal
             progressivo affermarsi in seno al Pentagono e allo sHAPE dell’idea che non fosse
             militarmente conveniente localizzare il conflitto. Tutto ciò indicava una crescita
             dell’importanza attribuita al Mediterraneo e al confine terrestre italiano “quali
             cerniere di tutto lo schieramento difensivo-offensivo”; d’altra parte - aggiungeva
             Sforza -, “l’errore commesso da Hitler di non vedere che le guerre si vincono e si
             perdono nel mediterraneo era troppo recente per non essere presente nella mente
             dei più”. Date queste premesse, e considerato il nuovo atteggiamento americano di
             cui non si poteva “non tenere conto”, i rischi paventati dal Capo di Stato Maggiore
             circa la parte di secondo piano che sarebbe spettata all’Italia apparivano “molto
                                                                     24
             minori ed i vantaggi ultimi certamente superiori agli svantaggi” . Ovviamente nel
             corso dei negoziati la delegazione italiana si sarebbe adoperata affinché lo sforzo
             finanziario fosse sostenuto in rapporto alla situazione economica dei singoli Paesi
             e avrebbe cercato di ottenere una rappresentanza paritaria con Francia e Germania


             24  Ivi, lettera di Sforza per Marras, 21 luglio 1951.]]></page><page Index="256"><![CDATA[256                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             nel comando unificato, ciò nonostante il traguardo dell’esercito europeo era ormai
                        25
             stato fissato . A partire da quel momento il confronto tra i vertici politici e quelli
             militari assunse aspetti più concreti e toni più polemici in virtù del mutamento
             delle prospettive del negoziato.
                Il 13 agosto, l’Ufficio Ordinamento dello Stato Maggiore dell’Esercito tra-
             smise alla sezione i  dell’Ufficio Operazioni un primo parere sul Rapporto da
                                a
             poco sottoposto al vaglio dei governi. Dopo aver delineato le ripercussioni che il
             progetto avrebbe avuto sulla struttura delle Forze Armate italiane, si rilevava con
             una certa delusione come le tesi elaborate dallo stato maggiore della Difesa circa
             la struttura dell’esercito europeo non fossero state tenute in debita considerazione
             dai diplomatici impegnati nella conferenza di Parigi. I principi più volte richiama-
             ti dalle autorità militari della necessità di salvaguardare l’unicità nazionale della
             divisione e di definire i vari tipi di divisione (corazzata, di fanteria, di fanteria mo-


             25  Malgrado  la  replica  di  Sforza  non  sembrasse  lasciare  spazio  a  ulteriori  manovre,  in
                concomitanza  con  la  pubblicazione  del  Rapporto  provvisorio  marras  tornò  a  esporre  a
                Pacciardi le sue perplessità. Ai già noti problemi relativi alla sottovalutazione del fronte
                italiano, alla disparità di trattamento rispetto alla Francia che avrebbe conservato una quota
                del proprio esercito per gli impegni extraeuropei, all’inopportunità di acconsentire allo
                stazionamento di truppe tedesche o francesi in Italia, il generale aggiunse di temere una
                crescita delle spese dovuta alla creazione di un esercito comune. La necessità di approntare
                un apparato amministrativo-militare a livello europeo avrebbe comportato un aumento degli
                ufficiali di grado elevato, dei sottufficiali e del personale civile con conseguente aggravio
                dei costi che - secondo il parere del capo di Stato Maggiore della Difesa - “non avrebbe
                portato ad un ulteriore rafforzamento della nostra efficienza militare” (Ivi, lettera di Marras
                per Pacciardi, 24 luglio 1951). Mentre, dunque, la Francia avrebbe ottenuto di imbrigliare
                il riarmo tedesco in una cornice europea e la Germania si sarebbe assicurata la difesa dei
                propri confini, l’Italia avrebbe chiuso il negoziato con un saldo nettamente passivo poiché lo
                sforzo economico non sarebbe stato compensato da adeguati vantaggi sul piano strategico-
                militare. La lettera di marras è presente anche nell’Archivio storico dell’Esercito con delle
                annotazioni in calce di Cappa che paragonano la decisione di procedere alla creazione di
                un esercito europeo al “fare una casa cominciando dal tetto” [AUSSME, L 5, Comunità
                Europea Difesa (C.E.D.), b. 6, N]. Il Rapporto provvisorio incontrava parecchie resistenze
                anche da parte di molte forze politiche come confermò lo stesso presidente del Consiglio il
                quale, in un breve appunto per Taviani, espresse l’opinione che il progetto, “così come era
                abbozzato, non avrebbe avuto alcuna probabilità di ottenere l’approvazione parlamentare”,
                tanto più che il previsto aumento delle spese avrebbe ridotto, e non accresciuto, i mezzi
                di difesa a disposizione. Ciò considerato, De Gasperi, pur riservandosi di approfondire la
                questione, concludeva affermando che “sarebbe stato più facile raggiungere la federazione
                integrale”.  Nella  lettera  di  risposta,  il  Sottosegretario  agli Affari  Esteri  ricordò  di  aver
                addotto motivazioni legate alla campagna elettorale e alla crisi governativa in corso per
                giustificare un’assenza dalle riunioni parigine che in realtà nascondeva la scelta, concordata
                con Sforza e con Palazzo Chigi, di evitare di dare al Rapport intérimaire “l’avallo” di
                una personalità politica di spicco (in: ASDMAE, DGAP 1950-57, Uff. IV, Vers. CED, b.
                22, fasc. 81 “Per S.E. il Sottosegretario. Esercito Europeo”, appunto di De Gasperi per
                taviani, Roma, 16 agosto 1951).]]></page><page Index="257"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             257



             torizzata, da montagna) nel quadro dell’organizzazione atlantica in modo tale da
             avere unicità di organici, di addestramento, di dottrina, erano passati sotto silenzio
                                                                               26
             senza che alcun membro della delegazione italiana se ne fosse fatto carico .
                Al di là dell’effettiva capacità dell’Italia di far valere il proprio parere su una
             questione così rilevante, l’episodio era il segnale di una perdurante difficoltà di
             comunicazione fra i diversi soggetti coinvolti nel negoziato, nonché la dimostra-
             zione di quanto poco gli ambienti politico-diplomatici fossero disposti a farsi con-
             dizionare dalle valutazioni dei militari o anche solo a prenderle in considerazione.
             In quella fase, tuttavia, i vertici delle Forze Armate nutrivano ancora la fiducia di
             poter influire sul corso delle trattative come attestano l’imponente sforzo di analisi
             messo in opera all’indomani del ricevimento del Rapporto provvisorio e i vari
             tentativi di sollecitare presso i ministri competenti un atteggiamento più prudente.
                Una cautela che agli occhi della maggior parte dei militari appariva ancor più
             giustificata dalla progressiva restrizione delle alternative le quali, come conclude-
             va il documento, escludevano ormai qualsiasi soluzione di compromesso:

                       “[…] o si accetta l’idea federale europea e si va fino in fondo […] se
                   non si accetta, il miglior controprogetto potrebbe essere quello di far rileva-
                   re le tante difficoltà pratiche […], conviene fare tutti gli sforzi per integrare
                   il più possibile la difesa dell’Europa occidentale nel quadro dell’organizza-
                   zione atlantica senza creare altra struttura intermedia […]” .
                                                                  27
                Secondo tale visione, gli sviluppi del negoziato non offrivano più quelle pos-
             sibilità di manovra che avrebbero potuto consentire all’Italia di ritagliarsi un pro-
             filo nel quale far coincidere la partecipazione alla nascente Comunità europea di
             difesa con il mantenimento di un esercito alle dipendenze degli organi nazionali.
             Da un lato, come faceva rilevare il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Erne-
             sto Cappa, nelle annotazioni a margine del documento, l’assegnazione a SHAPE
             della responsabilità della difesa del territorio nazionale avrebbe determinato “la
             conseguente completa abdicazione degli organi nazionali a cominciare dallo stes-
             so Capo dello Stato”; dall’altro lato, però, l’ipotesi di versare all’esercito europeo
             solo una quota delle forze armate, sul modello utilizzato in ambito NATO compor-
             tava il rischio di confinare il Paese in una posizione di seconda fila nel caso in cui
             Parigi e Bonn avessero optato per una integrazione totale. Inoltre, tali condizioni
             di inferiorità sarebbero risultate ancora più gravose qualora, considerata la svolta
             in corso a Washington, gli aiuti del Programma di Assistenza Militare (P.A.M)


             26  A tale proposito, nelle note autografe riportate a margine si osservava: “È per lo meno
                strano che non sia fatto alcun cenno ai nostri punti di vista sulle questioni militari, mentre
                sono stati invece riportati i nostri pensieri in materia di organizzazione direttiva,  civile e
                sulla parte finanziaria”.
             27  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 6, N, Ufficio ordinamento dello SME
                per Ufficio operazioni Sez. I , Roma, 13 agosto 1951.
                                      a]]></page><page Index="258"><![CDATA[258                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             fossero stati collegati agli sviluppi dell’esercito comune.
                Ben sapendo che la scelta di fondo esulava dai propri compiti, ma giudicando
             negativamente le implicazioni derivanti dall’accettazione del modello di integra-
             zione proposto dal Rapporto provvisorio, lo Stato Maggiore dell’Esercito si im-
             pegnò per sbarrare la strada al progetto francese attraverso una serie di modiche
             e emendamenti concepiti in maniera tale da non incorrere nel rischio di assumere
             un orientamento troppo anti-europeista. Come evidenziava Cappa nelle note auto-
             grafe, la situazione rendeva improrogabile la presentazione di un controprogetto o
             almeno di una lunga nota di osservazioni e controproposte:
                      “Altrimenti  non  usciremo  dall’equivoco  ed  il  progetto  «camminerà»
                   […]. Nella premessa potremmo affermare solennemente che è una soluzio-
                   ne ideale ma… (ripeteremo i motivi addotti a Washington dagli UsA e da
                   noi allorché si iniziarono le discussioni sul riarmo tedesco)”
                Il giorno successivo, l’Ufficio Operazioni faceva proprio il suggerimento sot-
             tolineando l’indispensabilità del passo “per fermare o quanto meno intralciare
                                                                28
             l’attuazione di questo progetto di pura marca francese” , confermando così la
             freddezza con la quale ampi settori dello Stato Maggiore dell’Esercito avevano
             accolto la bozza approvata dalla conferenza.
                In realtà, sebbene indicativi delle forti perplessità suscitate fin dall’inizio dal
             Rapporto provvisorio i due documenti non potevano ancora ritenersi lo specchio
             della posizione ufficiale dello Stato Maggiore dell’Esercito e tanto meno delle
             Forze Armate nel loro complesso. Mancava infatti qualsiasi valutazione da parte
             degli altri Stati Maggiori interessati, nonché la formulazione di un giudizio uni-
             co che coinvolgesse le Forze Armate nella loro totalità. Proprio a questo scopo
             nei primi giorni di agosto venne creata una Commissione militare composta dai
             Capi di Stato Maggiore dell’Esercito e dell’Aeronautica, dal Segretario Generale
             dell’Esercito, dal Presidente del Consiglio Superiore delle FF.AA. e presieduta
             dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, con l’incarico di studiare il Rapporto
             e di redigere una relazione da sottoporre all’attenzione del ministro della Difesa.
                Nell’informare lo stato maggiore dell’Esercito e dell’Aeronautica della no-
             mina della commissione, Marras sollecitò un primo parere sul progetto licenziato
             dalla conferenza accompagnando la richiesta con l’avvertenza che “contrariamen-



             28  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 6, N, appunto dell’Ufficio operazioni
                dello  SME,  Roma,  14  agosto  1951. A  differenza  di  quanto  prospettato  nel  documento
                precedente, l’Ufficio Operazioni tornò sull’eventualità di escludere una parte delle forze
                nazionali dall’esercito europeo. Nel caso in cui il governo avesse deciso di aderire fin
                da subito al piano francese si consigliava  di stabilire, come massima concessione, che il
                quadro europeo venisse “limitato alle forze già messe a disposizione di SHAPE (e quelle
                che verranno messe successivamente), beninteso considerando la divisione come la più
                piccola unità integrabile nell’Esercito europeo”.]]></page><page Index="259"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             259



             te alle primitive impressioni, la questione sarebbe potuta sboccare in una soluzio-
             ne che comporti non soltanto la nostra partecipazione più o meno simbolica con
             qualche unità, ma la fusione totale – o quasi -  delle forze terrestri e aeree tattiche
                                                 29
             con quelle degli altri Paesi partecipanti” . Le parole utilizzate dal Capo di stato
             Maggiore della Difesa riflettevano ancora una vota la preoccupazione, mista a un
             certo stupore, con cui una parte delle autorità militari seguiva i recenti sviluppi
             dei negoziati.
                Non sorprende pertanto che uno studio preparato in quegli stessi giorni dall’uf-
             ficio del Segretario Generale del Ministero della Difesa-Esercito in vista della
             prima riunione della Commissione militare fissata per il 1° settembre fosse ca-
             ratterizzato da un atteggiamento di netta chiusura che contrastava con lo spirito
             che animava i lavori di Parigi. Il documento, composto da una prima sezione de-
             dicata a considerazioni di carattere generale e da una seconda contenente l’esame
             dettagliato dei vari capitoli del Rapporto provvisorio, nasceva dal proposito di
             fornire alla Commissione Militare una traccia preventiva sulla base della quale
             orientare i lavori. Al di là di questo aspetto, che in mancanza di adeguati riscontri
             documentari autorizza solo una cauta ipotesi circa il tentativo di alcuni settori del
             Ministero della Difesa-Esercito di “indirizzare” il parere della istituenda Commis-
             sione militare, il documento ebbe il merito di aprire un dibattito interno dal quale
             emerse un’articolata gamma di posizioni più o meno in linea con la rotta stabilita
             dal governo.
                In via preliminare, lo studio stigmatizzava il fatto che la realizzazione di un
             esercito europeo “prima della creazione delle premesse politiche nella loro veste
             completa (Federazione)” si sarebbe rivelata “dannosa agli interessi nazionali e
             militari in particolare”. Come veniva precisato nella seconda parte del documento,
             l’idea di una Comunità europea sarebbe risultata “di più difficile assimilazione se
             essa si fosse dovuta attuare solamente per alcuni settori di interesse (caso attuale:
             quello militare) specie se non coincidente con quelli più appariscenti e scottanti di
             attualità, che più degli altri pesano sulla vita degli italiani (v. problema sociale e
             del lavoro)”. Sul piano tecnico, il comprensibile desiderio dell’Italia di accelerare
             il riarmo tedesco, superando gli ostacoli frapposti dalla Francia, non poteva giusti-
             ficare un drastica riduzione dell’efficienza delle Forze Armate nazionali “le quali
             costituivano, nel loro complesso, un blocco omogeneo spiritualmente e material-
             mente, di notevole capacità operativa”; tanto più che “il momento internazionale e
             la preparazione intensa che veniva attuata sul piano militare dai Paesi d’oltre cor-
             tina consigliavano di andare molto cauti in esperimenti di dubbia riuscita e di con-
             solidare, invece, le grandi unità che si hanno, e provvedere, secondo i progetti già
             stabiliti, alla progressiva costituzione di altre forze previste dagli impegni atlanti-


             29  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 1, B, Marras per SME e SMA,
                Roma, 9 agosto 1951.]]></page><page Index="260"><![CDATA[260                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             ci, nel quadro nazionale e di forza integrata atlantica”. La fusione completa degli
             eserciti, oltre a ledere “la individualità politica dell’Italia e la sua autonomia”, si
             sarebbe ripercossa “nella sfera dei rapporti atlantici, nei cui riguardi sarebbero de-
             caduti inevitabilmente e il nostro prestigio e le nostre funzioni”. Circa poi i risvolti
             più specificamente militari, si avanzavano seri dubbi sulla capacità della nuova
             organizzazione di tutelare “gli interessi particolari [dell’Italia] che venissero lesi
             da parte di uno Stato non aderente al Patto”, con chiaro riferimento a eventuali atti
             ostili da parte della Jugoslavia. Grande rilievo era inoltre attribuito agli elementi
             di natura “psicologico-spirituale” necessari per assicurare la coesione delle Forze
             Armate nazionali ma difficilmente riproducibili sul piano continentale. Secondo il
             parere degli estensori del documento, l’unione degli eserciti avrebbe generato nul-
             la più di un “caleidoscopio” nel quale sarebbe stato difficile rimpiazzare il vuoto
             lasciato dalla perdita di una identità su base nazionale.
                Come correttamente osservava il Segretario Generale dell’Esercito, Generale
                              30
             Giuseppe Pizzorno , in un promemoria per il capo di SMD inviato il 1° settem-
             bre, la distanza tra le analisi dei militari e quelle dei politici e dei diplomatici era
             il risultato della separazione di “un ambiente che appariva più orientato verso
             finalità politiche e – sotto certi aspetti – teoriche, piuttosto che a finalità militari
             realisticamente intese”. Per evitare di alimentare false speranze occorreva prende-
             re atto del “lato debole di queste tipiche unioni politico-militari che durano finché
             esiste il pericolo esterno, e con le quali si è voluto, anche in passato, supplire alla
             mancanza di una maturità politica e di sentimento di coesione di popoli che si vo-
             gliano mantenere uniti malgrado il loro esagerato nazionalismo”. Ciò nonostante,
             il segretario Generale dell’Esercito era disposto a riconoscere alla conferenza il
             merito “di aver contribuito a chiarire […] quanto, in campo tecnico militare, ci si
             poteva attendere da una coalizione che si intendeva far nascere e prosperare paral-
             lelamente all’organizzazione atlantica”. Inoltre, a differenza di quanto affermato
             nello studio precedente, le valutazioni di Pizzorno, pur contraddistinte dal ramma-
             rico per l’abbandono da parte dell’italia della posizione di osservatrice secondo
             il modello britannico, insistevano sull’utilità di una “funzione […] mediatrice tra
             le opposte concezioni francese e tedesca” allo scopo di favorire “l’accostamento
             delle concezioni più o meno teoriche dell’Esercito europeo a quelle reali in atto
                         31
             per il NATO” .
                Quella di Pizzorno era dunque di una posizione più consapevole dei progressi
             compiuti dal negoziato e, soprattutto, più consona all’atteggiamento adottato dal
             governo. sgombrato il campo dall’ipotesi di non aderire al progetto e preso atto


             30  Il 30 settembre 1952 Pizzorno subentrò a Cappa nella carica di capo di Stato Maggiore
                dell’Esercito.
             31  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 1, B, promemoria del segretario
                generale dell’Esercito per il capo SMD, Roma, 1 settembre 1951.]]></page><page Index="261"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             261



             della strada imboccata dall’esecutivo, restava la possibilità di produrre uno sforzo
             mirato all’ancoraggio dell’esercito europeo nel quadro atlantico in un contesto di
             depotenziamento in sede di trattativa dei risvolti meno graditi. In altre parole, il
             documento del segretario generale dell’Esercito rappresentava il primo passo ver-
             so il superamento di un atteggiamento puramente negativo che non veniva ritenu-
             to in linea con gli interessi dei militari. Come si leggeva nei commenti autografi in
             calce allo studio elaborato dall’ufficio del Segretario Generale del Ministero della
             Difesa-Esercito, le valutazioni erano troppo “improntate […] a negazione e viste
             sotto un profilo nettamente nazionalistico e forse un po’ troppo in contrasto con la
                                                    32
             politica estera condotta dal nostro governo” .
                ma il vero attacco alla bozza preparata alla vigilia della riunione della Com-
             missione militare giunse dall’ufficio del Segretariato Generale del Ministero della
             Difesa-Esercito che stigmatizzò duramente l’ottica ristretta dalla quale muoveva-
             no le accuse addebitando ai compilatori dello studio una buona dose di mancanza
             di realismo:

                      “[…] le considerazioni generali […] assolutamente improntate a nega-
                   zione […] sono viste da un lato esclusivamente «nazionalistico», che non
                   può non apparire esageratamente conservatore ed in netto contrasto con la
                   politica  estera  ufficiale  finora  condotta  dal  Governo.  Sarebbe  opportuno
                   pertanto che la «lettera» in questione fosse stesa in maniera da non prestare
                   il fianco ad accusa del genere […]. Devesi infatti tener conto del fatto che
                   il Governo ha finora impostato il reinserimento della Nazione nel consesso
                   delle potenze mondiali su questi lineamenti, e che la politica militare deve
                   uniformarsi al punto di vista ufficiale degli Esteri […] il caso di emergenza
                   dovrebbe spaventarci maggiormente, perché sarebbe necessario affrontarlo,
                   almeno inizialmente, da soli ed – è da prevederlo – peggio armati di quanto
                   la incerta e titubante politica governativa odierna di inserimento nell’orga-
                   nizzazione internazionale, ci può far pensare di esserlo […].
                      Quanto all’affermazione che forze europee (anche se di nazionalità ita-
                   liana) presenti nel Paese non potrebbero essere impiegate in caso di gravi
                   sovvertimenti dell’ordine pubblico, essa appare frutto della mentalità circo-
                   scritta nazionale sopradetta, in quanto è pensabile che casi «gravi» si verifi-
                   cheranno semmai più su scala internazionale che nazionale”.

                Preoccupato solo di mettere in risalto gli aspetti negativi del progetto europeo,
             il documento trascurava la parte costruttiva “che proprio l’impostazione operati-
             va atlantica odierna, con la sancita autonomia del settore mediterraneo, avrebbe
             dovuto suggerire allo smD: una certa distribuzione e localizzazione di divisioni
             omogenee nazionali nei C.A. integrati assegnati al settore mediterraneo”, in ma-



             32 ivi, note manoscritte in calce alla traccia per i lavori della Commissione incaricata di
                esaminare il “Rapporto provvisorio della conferenza per l’Esercito Europeo”, s.d.]]></page><page Index="262"><![CDATA[262                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             niera tale che, considerate le specifiche caratteristiche orografiche di questo setto-
             re operativo, la maggioranza di esse sarebbe stata composta, anche solo in fase di
             disposizioni transitorie, da truppe italiane.
                Nell’esame particolareggiato del rapporto, si era inoltre trascurato di porre “nel
             risalto dovuto i rapporti tra Esercito europeo e NATO” e “i riflessi operativi ne-
             gativi della sanzione data all’esistenza di tre eserciti distinti, europeo, inglese, e
                        33
             americano” . I problemi legati all’attuazione della fase transitoria erano “visti
             solo dal punto di vista organizzativo, di dipendenza, psicologico” senza “una vi-
             sione dei riflessi costituzionali”, mentre nel caso dell’analisi dei dettagli relativi
             all’organizzazione interna, al funzionamento delle istituzioni e alle questioni fi-
             nanziarie il documento sembrava “esorbitare da un esame del problema sotto il
             punto di vista militare”. Anche il rigetto dell’immediata adozione di una dottrina
             unificata europea a vantaggio del mantenimento della dottrina tattica italiana che
             era già stata assimilata dai quadri, “non sembra[va] argomento valido […] es-
             sendo noto che l’EE dovrebbe essere inquadrato da ufficiali formati nelle Scuole
             Europee”. Infine, la posizione negativa assunta per la iniziale duplice dipendenza
             (europea e nazionale) nell’organizzazione della forza europea appariva “contrad-
             dittoria […] essendosi posto come motivo di conclusione della lettera in questione
             l’argomento dell’azione che il governo potrebbe svolgere per limitare l’entità del
             contingente iniziale italiano che deve essere posto alle dipendenze della organiz-
             zazione di difesa europea” .
                                      34
                Il giorno successivo, la Commissione militare iniziò i suoi lavori con il compi-
             to di formulare un giudizio sul Rapporto provvisorio che avrebbe dovuto ricom-
             porre le differenze emerse nel dibattito interno alle strutture militari. Al termine
             dei lavori il Capo di stato maggiore della Difesa inviò al ministro della Difesa il
             rapporto con le conclusioni concordate dai massimi vertici delle FF.AA. sulla base
             dell’esame del Rapporto provvisorio. Nelle considerazioni generali introduttive
             la creazione di una comunità politica e giuridica europea veniva ritenuta “una
             meta cui gli Stati europei dovevano tendere”. Ciò nonostante, la inversione dei
             termini che si sarebbe verificata con l’organizzazione di un esercito comune prima
             dell’istituzione di una comunità politica appariva “fonte di inconvenienti di natura
             politica, militare, giuridica e finanziaria” e, dunque, “nociva” ai fini del raggiungi-
             mento del traguardo finale. L’opera compiuta dalla Conferenza di Parigi avrebbe
             rivelato la sua utilità soprattutto nel momento in cui, creata la comunità politica,
             fosse stato possibile passare alla difesa comune. Nell’attesa, si sarebbero potuti



             33  Quest’ultima osservazione non era però condivisa dal segretario generale il quale annotò a
                margine che “la visione unitaria non ne sarebbe [stata] compromessa”.
             34  AUSSME,  L  5,  Comunità  Europea  Difesa  (C.E.D.),  b.  1,  B,  promemoria  dell’ufficio
                segretario generale del Ministero della Difesa-Esercito per il segretario generale, Roma,
                4 settembre 1951.]]></page><page Index="263"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             263



             adottare “provvedimenti preliminari”  prima di procedere alla fusione totale degli
             eserciti nazionali. L’urgenza di provvedere al riarmo tedesco, per il momento an-
             cora stimato “basilare”, non poteva comportare il rischio di menomare l’efficien-
             za delle Forze Armate nazionali. La soluzione preferibile risiedeva nell’ingresso
             della Repubblica Federale Tedesca nella NATO “con le cautele da stabilire”, piut-
             tosto che nell’eventuale immissione della CED nell’organizzazione atlantica che
             avrebbe rischiato di produrre “ripercussioni negative di carattere organizzativo e
             di direzione”. Più oltre erano ripetute le critiche relative alla perdita di autonomia
             sul piano della politica estera, ai pericoli in caso di aggressione jugoslava, all’au-
             tomatismo dell’intervento al verificarsi del casus belli, alle difficoltà connesse con
             la gestione di disordini interni, ma, soprattutto, una particolare enfasi era messa
             sull’inadeguatezza del sentimento europeo di rimpiazzare l’ideale patriottico. il
             giuramento dei quadri e delle truppe a una comunità che non esisteva ancora nella
             sua veste politica completa appariva “un quid non facilmente comprensibile ed
             apprezzabile dalle masse”, offerto a una autorità “artificiosa che in determinata,
             deprecabile situazione, potrebbe anche assumere atteggiamenti contrari agli in-
             teressi nazionali”. La quantità e l’importanza delle questioni rimaste in sospeso
             dimostrava “la tendenza a precorrere i tempi con l’intenzione di organizzare una
             forza di difesa europea che non trova la sua logica base in una situazione di fatto
             politica”. Il progetto andava pertanto “differito” anche perché la mancata adesione
             delle forze metropolitane britanniche lo avrebbe reso “una creazione monca”. In
             queste condizioni, il governo avrebbe dovuto proseguire nello studio degli aspetti
             tecnico-militari del problema “per dare tempo alla costituzione di migliori pre-
             messe politiche e giuridiche”, rafforzare la propria posizione nella NATO rispet-
             tando gli impegni assunti e favorire la costituzione di unità tedesche “in modo
             da evitare successive perdite di tempo”. Una volta poi che il tema dell’esercito
             europeo fosse giunto a maturazione, la sua messa in opera sarebbe dovuta proce-
             dere con gradualità fino ad arrivare alla partecipazione dell’Italia “con un certo
             numero di unità” in un contesto che avrebbe dovuto garantire “la completa parità
                                                                    35
             tra i diversi Paesi, evitando egemonie che già si profila[va]no” .
                Nel complesso nessuna delle sollecitazioni favorevoli a un approccio più fles-
             sibile nei confronti delle prospettive di creazione di un esercito europeo erano
             state accolte dalle massime autorità. Nessuno fra i capi di Stato Maggiore con-
             testò l’impostazione proposta dall’ufficio del segretario generale del Ministero
             della Difesa-Esercito: tutti i rilievi critici sollevati dal quel documento erano stati
             puntualmente riprodotti nella relazione finale che Marras consegnò a Pacciardi.
             sulla base però della politica di collaborazione con la Francia sancita dagli incon-
             tri di Santa Margherita e dell’impegno del governo in chiave europea, la presa di


             35  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 6, N, rapporto del capo di Stato
                Maggiore della Difesa al ministro della Difesa, s.d.]]></page><page Index="264"><![CDATA[264                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             posizione assunta dalla Commissione militare costituiva probabilmente il confine
             massimo entro il quale per i rappresentanti dell’esercito italiano era lecito spinger-
             si. L’impossibilità di opporsi frontalmente agli sviluppi delle trattative di Parigi
             veniva aggirato attraverso una preliminare professione di europeismo dietro la
             quale si celava il profondo scontento per le soluzioni elaborate dalla conferenza.
             Un’insoddisfazione che venne incanalata nella lunga lista di osservazioni critiche
             cui fu sottoposto il Rapporto provvisorio e che finì per coinvolgere le fondamenta
             stesse dell’originario “Piano Pleven”. Il giudizio emesso dalla Commissione mi-
             litare rappresentò dunque il culmine dell’offensiva ufficiale anticedista e, al tem-
             po stesso, l’implicita confessione di una posizione di inferiorità che lasciò aperti
                                                                           36
             spiragli di successo solo fino a quando la svolta europeista di ottobre  obbligò i
             comandi delle Forze Armate a cercare nuove strade.
                È proprio in tale quadro che si colloca la lettera di Ivan Matteo Lombardo per
             Taviani, inviata a pochi giorni dalle decisive riunioni di dicembre, nella quale l’e-
             sponente socialdemocratico attaccò con insolita durezza le posizioni sostenute dal
             Capo di Stato Maggiore della Difesa. Secondo il nuovo capo delegazione, il ge-
             nerale Marras giustificava la richiesta di conservare forze nazionali “pretendendo
             che nel blocco continentale noi figureremmo in posizione marginale, ma che non
             si terrebbe conto delle nostre posizioni verso l’Africa e verso il Medio Oriente,
             donde ne dedurrebbe essere opportuno tenere in mano qualche cosa per reagire a
             queste tendenze. In verità la motivazione addotta si presentava «piuttosto tenue»;
             in primo luogo perché la strategia era già regolata in sede NATO e non sarebbe
             stata modificata dalla CED; secondariamente, perché nel caso di una impostazione
             unitaria europea sarebbero sfumate eventuali ipotesi astratte a vantaggio di ne-
             cessità concrete di difesa del territorio di tutta la Comunità”. In realtà ciò che più
             colpisce nelle parole dell’esponente socialdemocratico non è tanto la confutazione



             36  sulla  svolta federalista  impressa alla  posizione  italiana  cfr.  d.  PredA,  Storia  di  una
                speranza…, cit., pp. 123-126. Il memorandum presentato dall’Italia all’attenzione delle
                altre delegazioni è riprodotto anche in ASDMAE, DGAP 1950-57, Uff. IV, Vers. CED, b.
                3, fasc. 8, pos. 13-C, ottobre. Per le reazioni degli altri paesi cfr. Ivi, Quaroni per MAE,
                Parigi,  13  ottobre  1951;  Ivi,  resoconto  della  seduta  del  Comitato  di  direzione  del  24
                ottobre 1951. Ballini e Varsori così spiegano le ragioni dell’appoggio di Parigi e Bonn
                al memorandum italiano: “Per il leader francese [Schuman] e per il Cancelliere non era
                certo utile opporsi a un progetto [quello italiano] che aveva ricevuto rapidamente il pieno
                sostegno americano; inoltre, vi era la speranza che una scelta politica in senso federale
                potesse contribuire a creare nell’Europa occidentale un più ampio consenso nei confronti
                della CED e una accelerazione del processo di integrazione che avrebbe eliminato le eredità
                dei nazionalismi. Le autorità francesi, in particolare, temevano il risorgere di tali sentimenti
                in Germania, dove era forte l’opposizione al riarmo sia fra i giovani, sia negli ambienti
                della SPD i quali sostenevano che la creazione di un esercito europeo avrebbe posto fine a
                qualsiasi prospettiva di una rapida riunificazione tedesca”, P.l. bAllini-A. vArsori (a cura
                di), L’Italia e l’Europa…, cit., p. 84.]]></page><page Index="265"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             265



             delle argomentazioni sostenute dal capo di Stato Maggiore della Difesa, dato che
             segnali di dissenso rispetto alle priorità negoziali indicate dai militari si erano già
             ripetutamente manifestati, quanto l’aperta denuncia della mancanza di qualsiasi
             prospettiva europea e dell’indisponibilità a rinunciare ai propri privilegi a vantag-
             gio dei supremi interessi della nazione:

                      “Quello che vi è effettivamente dietro, e che del resto Mancinelli ha
                   confessato essere l’aspirazione di Marras, è il mantenimento dello stato
                   maggiore nazionale. Ciò, in pratica, significherebbe impossibilità di creare,
                   anche in questo campo, una struttura supra-nazionale con uno Stato Mag-
                   giore integrato e unico per la Comunità. Ma poi, noi non possiamo pensare
                   di tenere uno stato maggiore nostro se non vogliamo che esista uno stato
                   maggiore tedesco. Ed in proposito noi dovremmo avere le stesse posizioni
                   che hanno i francesi […]”.
                Di fronte a un tale atteggiamento che avrebbe cancellato il tentativo di inserire
             il riarmo tedesco in un quadro multilaterale obbligando oltretutto il governo a una
             totale inversione di rotta, Lombardo ribadì il primato della politica nel dettare gli
             indirizzi fondamentali arrivando a minacciare di smentire pubblicamente eventua-
             li istruzioni di marras in senso contrario:
                      “Ho detto a Mancinelli che mi doleva di non avallare quelle direttive;
                   che noi riteniamo – in sede politica – che si debba addivenire ad uno Stato
                   Maggiore sopranazionale unico di carattere europeo, in sostituzione dei vari
                   Stati Maggiori nazionali, che gli stessi militari dei diversi Paesi ammettono
                   questa necessità, e l’ho avvertito di non prendere posizione in altro senso
                   perché il capo della delegazione sarebbe stato costretto  a sconfessarlo” .
                                                                            37
                La dura presa di posizione di Lombardo arrivava alla vigilia degli incontri di
             dicembre destinati a sbloccare l’impasse seguito all’approvazione del Rapporto
             provvisorio. Una volta terminata la fase di esame del documento, durante la qua-
             le la cooptazione della componente militare si era esplicitata sia sul piano dello
             studio e che delle controproposte, l’iniziativa era tornata nelle mani del governo
             chiamato a operare quella sintesi che avrebbe dovuto garantire la definizione degli
             obiettivi prioritari e dei metodi per il loro conseguimento.
                La riunione dei Ministri degli Esteri dell’11 dicembre 1951 divenne così il
             primo momento in cui i problemi tecnico-militari ancora irrisolti furono affrontati
             al massimo livello alla luce delle indicazioni contenute dal Rapporto provvisorio
             e delle successive valutazioni espresse dai vari soggetti nazionali coinvolti. A tale
             riguardo non si può fare a meno di notare come De Gasperi diede fin dall’ini-
             zio l’impressione di non assegnare un ruolo determinante alle perplessità degli


             37  ASDMAE, DGAP 1950-57, Uff. IV, Vers. CED, b. 22, fasc. 81 “Per S.E. il Sottosegretario.
                Esercito Europeo”, Lombardo per Taviani, Parigi, 6 dicembre 1951.]]></page><page Index="266"><![CDATA[266                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             ambienti militari nel quadro delle trattative. Se si eccettua un breve passaggio
                                                              38
             relativo alle forze di occupazione a Berlino e in Austria , il leader democristiano
             restò sostanzialmente estraneo al dibattito relativo alle questioni militari. Solo in
             un frangente il Presidente del Consiglio sollevò “il problema della proporzione
             che doveva esistere fra il quantitativo di […] truppe [francesi] e le aliquote versate
             all’esercito europeo”, chiedendo alla delegazione transalpina di quantificare il nu-
             mero dei contingenti necessari per i rimpiazzi in Indocina. Subito dopo, però, De
             Gasperi aggiunse che la richiesta aveva “una importanza soprattutto psicologica,
             perché di fatto, anche se per comprensibili ragioni, la Francia avrebbe ottenuto in
                                                                                   39
             questo modo di mantenere un esercito nazionale, a differenza degli altri Paesi” .
                Limitandosi a evidenziare solo le potenziali ricadute psicologiche di un assetto
             che avrebbe preservato il carattere nazionale di una parte dell’esercito transalpino,
             De Gasperi mostrava di non ritenere fondamentali le obiezioni di carattere tecni-
             co avanzate dallo Stato Maggiore della Difesa e di propendere per quelle inter-
             pretazioni che rintracciavano nella ricerca del prestigio e della parità l’elemento
             essenziale delle resistenze degli ambienti militari. In effetti, mai come in quella
             fase apparve evidente la divaricazione fra gli obiettivi dei militari e dei politici.
             Dal canto suo, il capo di Stato Maggiore della Difesa ribadì in nuove istruzioni
             per Mancinelli l’“inderogabile direttiva [dell’] assoluta necessità [dell’] esistenza
                                                                                   40
             [di un] comandante territoriale centrale nazionale dislocato in ciascun Paese” ,
             arrivando a prospettare a Pacciardi, nel caso in cui non fosse stato possibile man-
             tenere un’organizzazione territoriale autonoma, l’opportunità di “esigere in con-
                                                                                   41
             tropartita che vengano europeizzate le forze destinate alla difesa d’oltremare” .
             Ovviamente una pretesa di questo genere avrebbe significato la rimessa in discus-
             sione dell’intero impianto negoziale riguardante l’art. 6 e, più in generale, delle
             intese già raggiunte sulle forze da inserire nell’esercito comune. D’altra parte,
             occorre considerare che se i vertici militari erano pronti ad assumersi il rischio di
             una crisi dei rapporti con la Francia, in quanto Paese interessato più di ogni altro
             al successo della conferenza di Parigi e all’esclusione delle truppe impegnate nei



             38  De Gasperi osservò che le forze di occupazione a Berlino e in Austria escluse dall’esercito
                europeo secondo l’art. 6 del progetto, avrebbero potuto far sorgere delle “difficoltà” dal
                momento che, in caso di attacco subito, l’intera Comunità sarebbe stata costretta ad entrare
                in guerra. Di fronte però alla replica di Schuman che ricordò come questa eccezione fosse
                stata  richiesta  dalla  delegazione  tedesca,  il  leader  democristiano    non  sollevò  ulteriori
                obiezioni.
             39  ASDMAE, DGAP 1950-57, Uff. IV, Vers. CED, b. 9, fasc. 11, “Esercito Europeo CED
                1952, P.A. 40”, verbale della riunione dei ministri degli Esteri, Parigi, 11 dicembre 1951.
             40  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 2, D, “Conferenza di Parigi-Sviluppo
                della Conferenza dal 1° gennaio 1952”, telegramma di Marras per Mancinelli, Roma, 16
                gennaio 1952.
             41 ivi, Marras per ministro della Difesa, Roma, 15 gennaio 1952.]]></page><page Index="267"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             267



             territori d’oltremare, ciò lo si doveva alla
             convinzione  che  il  Comando  territoriale
             nazionale  costituisse  l’“unica  […]  garan-
             zia, in caso di avvenimenti sfavorevoli, per
             la tutela degli interessi [italiani] e per con-
                                       42
             trollare la situazione interna” .
                Viceversa,  su  ben  altro  piano,  si  svol-
             geva l’azione del governo oramai deciso a
             concretizzare la svolta federalista di otto-
             bre. in un certo senso il famoso discorso
             tenuto da De Gasperi di fronte all’Assem-
             blea del Consiglio d’Europa il 10 dicembre
             1951, rappresentò la conferma della totale
             subordinazione dei risvolti militari  agli
             obiettivi politici elaborati nel corso dell’e-
             state .  E tuttavia il tema della scarsa consi-        Giuseppe Mancinelli
                  43
             derazione nella quale erano tenute le valu-
             tazioni dei militari divenne nelle settimane successive un nuovo motivo di frizione
             destinato a pesare negativamente sui rapporti. Non è difficile immaginare che i




                                          a
             42 ivi, Cappa per SMD 2° reparto-3 sezione, Roma, 17 gennaio 1952.
             43  “Le forze armate sono anche un corpo morale fra i più elevati della nazione, la scuola delle
                più alte virtù militari e civili. Le loro bandiere rammentano le glorie del passato e sono
                impegno dei sacrifici dell’avvenire. Se noi chiamiamo le forze armate dei diversi paesi a
                fondersi insieme in un organismo permanente e costituzionale e, se occorre, a difendere una
                patria più vasta, bisogna che questa patria sia visibile, solida e viva […]” (in: ASDMAE,
                DGAP 1950-57, Uff. IV, Vers. CED, b. 4, fasc. 11, pos. 13-C, dicembre, discorso di De
                Gasperi all’Assemblea del Consiglio d’Europa, 10 dicembre 1951). Conseguentemente
                a questa impostazione, tutti i successivi nodi in sospeso vennero ricondotti da De Gasperi
                alla  necessità  di  prevedere  una  democratizzazione  in  senso  federale  della  Comunità.
                Quando, nella seduta pomeridiana, venne discusso il problema dei poteri del commissario,
                il presidente del Consiglio lo collegò ancora una volta agli sviluppi in senso federale della
                Comunità: “Se si trasferisce tutto l’esercito a un potere europeo, bisogna che i Parlamenti
                e i popoli sappiano in che maniera questo potere sarà organizzato, come gestirà le sue
                attribuzioni e come sarà controllato. È per questo che considera la presenza di una Assemblea
                europea come essenziale […]”, (ASDMAE, DGAP 1950-57, Uff. IV, Vers. CED, b. 9, fasc.
                11, “Esercito Europeo CED 1952, P.A. 40”, verbale della riunione dei ministri degli Esteri,
                Parigi, 11 dicembre 1951). Anche nell’incontro fra i ministri degli Esteri del 27 dicembre,
                De Gasperi tornò a insistere sul legame tra fusione delle forze armate e realizzazione di
                una Assemblea rappresentativa: “[…] ma credete veramente […] che si possa arrivare a
                un esercito comune – non dico a un esercito di coalizione – senza avere almeno la facciata
                di una Assemblea?” [AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 2, A, verbale
                della riunione della conferenza dei ministri degli Esteri, Parigi, 27 dicembre 1951].]]></page><page Index="268"><![CDATA[268                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                       44
             “numerosi e vivaci contrasti”  ai quali De Gasperi accennò informando Schuman
             dell’esito della riunione allargata del Consiglio dei ministri del 21 dicembre si
             riferissero anche alle critiche dei rappresentanti delle Forze Armate. Ciò appare
             confermato da alcuni passi di una lettera inviata da marras a Pacciardi due giorni
             dopo, nella quale si sottolineava come “molti degli accordi – quale il progetto di
             Trattato in esame – che hanno riflessi su tutta la organizzazione militare e quindi
             sulla efficienza bellica, sono stati disposti tenendo poco conto delle considerazioni
             ripetutamente espresse dalla parte militare”. In particolare, in sede di Consiglio
             dei ministri il capo di stato maggiore della Difesa aveva ricavato l’impressione
             “che alcune [sue] considerazioni non [erano] state tenute nel debito conto”. Egli
             era disposto a riconoscere che “le decisioni che stavano per prendersi erano ispira-
             te soprattutto a considerazioni politiche”, ma non poteva ignorare gli “importanti
             riflessi militari” che ne sarebbero derivati. Di qui il bisogno “di chiarire bene” il
             proprio pensiero ai fini di quella che sarebbe stata una “doverosa, netta precisazio-
                                45
             ne di responsabilità” . Circa un paio di settimane più tardi fu lo Stato Maggiore
             della Difesa a lamentarsi in un promemoria per Pacciardi per il fatto che il rap-
             porto presentato l’8 settembre dalla Commissione militare non fosse ancora stato
                                                          46
             portato all’esame del Consiglio supremo di Difesa  né del Consiglio dei ministri,
             con la grave conseguenza che “l’On. Lombardo […] ed il […] Generale Manci-




             44  In  quella  occasione  solo  con  molta  fatica  si  era  raggiunto  “un  rassegnato  consenso”
                condizionato però dalla realizzazione, “entro il più breve termine possibile”, delle richieste
                avanzate dall’Italia alla recente conferenza di Strasburgo (ASDMAE, DGAP 1950-57, Uff.
                IV, Vers. CED, b. 9, fasc. 11, pos. 13-C, “dicembre”, telegramma di Zoppi per Quaroni,
                Roma, 24 dicembre 1951). In quella fase De Gasperi dovette faticare non poco per superare
                anche le obiezioni provenienti da alcuni esponenti del governo. Nella seduta del Consiglio
                dei ministri del 6 dicembre sia Pacciardi che Pella avevano manifestato diverse perplessità,
                mentre Piccioni aveva concluso il proprio intervento affermando che “il sogno cristiano e
                […] marinaro dell’Europa era stupendo ma così inattuale […]” [Verbale della riunione del
                Consiglio dei Ministri, 6 dicembre 1951, ACS, c. La Malfa, b. 15, cit. in d. PredA, CPe e
                integrazione europea…, cit., pp. 121-122].
             45  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 2, C, Marras per ministro della
                Difesa, Roma, 23 dicembre 1951.
             46  il Consiglio supremo di Difesa doveva esaminare i problemi generali politici e tecnici
                attinenti alla difesa nazionale. il Consiglio avrebbe dovuto venire convocato almeno due
                volte l’anno. Ne facevano parte il presidente del Consiglio, i ministri degli Esteri, degli
                Interni, del Tesoro, della Difesa, dell’Industria e del Commercio e il capo di Stato Maggiore
                della Difesa. Potevano partecipare, di volta in volta, altri ministri ed alti commissari e
                potevano  essere  convocati  per  audizioni  i  capi  di  Stato  Maggiore  di  forza  armata,  i
                presidenti  degli  organi,  degli  Istituti  e  dei  Comitati  interministeriali  (Ricostruzione,
                Consiglio Nazionale delle Ricerche, Statistica, Corpi consultivi delle forze armate e di altri
                organi consultivi dello Stato). Il Consiglio Supremo di Difesa, infine, avrebbe potuto essere
                convocato anche su iniziativa del presidente della Repubblica.]]></page><page Index="269"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             269



                                                        47
             nelli non avevano una base di vedute concorde” . Il 23 dicembre 1951 toccò al
             Capo di stato maggiore della Difesa aprire il fronte dello scontro con una serie di
             considerazioni che contestavano alla radice l’opportunità di una adesione. Nella
             già ricordata lettera per il ministro della Difesa, Marras negò l’urgenza di “costi-
             tuire precipitosamente un Esercito europeo per iniziare il riarmo della Germania”,
             mettendo inoltre in dubbio che una tale soluzione avrebbe risolto “il problema di
             garantire il controllo dell’esercito tedesco, origine del Piano Pleven”. Nei giorni
             successivi le pressioni sul ministro della Difesa si intensificarono, malgrado le
             riunioni a livello ministeriale di dicembre avessero reso più verosimile uno sbocco
             positivo dei negoziati. Il 3 gennaio 1952, lo Stato Maggiore della Difesa fece per-
             venire a Pacciardi un articolato promemoria nel quale erano attentamente valutate,
             sia sul piano militare che politico, tutte le ricadute di un’eventuale adesione ita-
             liana alla CED. sebbene si ammettesse che la partecipazione all’esercito europeo
             avrebbe comportato l’ingresso “in seno ad una comunità il cui livello militare me-
             dio sarebbe probabilmente più elevato del nostro attuale”, non si riconoscevano
             però “vantaggi diretti”. Per quanto riguardava invece i benefici di natura politica,
             la firma del trattato avrebbe potuto significare “un primo passo avanti sulla via
             della unificazione europea, cardine della […] politica estera [italiana]”, mentre la
             mancata adesione implicava il rischio di far “nascere spiacevoli ripercussioni nei
             […] rapporti con il governo e l’opinione pubblica americana”.
                In confronto ai risvolti positivi, l’elenco degli svantaggi derivanti dalla parte-
             cipazione appariva nettamente superiore. Innanzitutto si faceva notare che “non
             era ancora diffusa la coscienza europea” dato che ancora si stava “faticosamente
             […] riportando il cittadino soldato alla coscienza nazionale”; secondariamente,
             venivano ripetuti il monito a non “compromettere, o quanto meno rallentare, l’at-
             tuale sforzo ricostruttivo delle FF.AA” e la consueta manifestazione di “disagio
             per la discriminazione rispetto a chi possiede forze d’oltremare”. In definitiva il
             bilancio militare era giudicato “nettamente negativo”: “per quanto ci si po[tesse]
             immedesimare di alte finalità politiche” – concludeva il documento -, “resta[va]
             il fatto che tecnicamente entreremmo in un gioco che ha tutte le prospettive della














             47  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 2, A, “Conferenza di Parigi sulla
                CED dal 27 al 30 dicembre 1951”, promemoria dello SMD per il ministro della Difesa, 3
                gennaio 1952.]]></page><page Index="270"><![CDATA[270                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                             48
             pericolosità senza offrire delle alternative favorevoli” .
                Quasi  a  voler  fugare  ogni  dubbio  relativo  a  eventuali  posizioni  dissonanti
             nell’ambito delle Forze Armate, circa un paio di settimane dopo Marras riferì a
             Pacciardi le valutazioni del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Anche in questo
             caso Cappa, invece di concentrarsi sui risvolti tecnico-giuridici del testo in discus-
             sione, tentò di riproporre un approccio critico che investiva questioni apparente-
             mente già risolte dalle analisi precedenti. Mentre i riferimenti ai supposti vantaggi
             che la Jugoslavia avrebbe ottenuto dal non conferire forze a un esercito europeo
             e le inquietudini relative alla svalutazione dei settori strategici di preminente in-
             teresse italiano (“le esigenze della nostra difesa nazionale, considerate nel quadro
             dell’Esercito europeo, perderebbero ogni valore rispetto all’esigenza della difesa
             del settore centrale”) avevano acquisito quasi il valore di una consuetudine, l’insi-
             stenza sull’inopportunità di favorire il riarmo della Repubblica Federale Tedesca
             costituiva una sicura novità. Mai prima di allora gli ambienti militari avevano
             mostrato di osteggiare il principio della ricostruzione delle forze armate tedesche
             in un quadro multilaterale e con l’avallo di Washington; ora, invece, l’operazione
             era ritenuta addirittura nociva per gli interessi nazionali. secondo il Capo di stato
             Maggiore dell’Esercito, la ricostituzione di un esercito tedesco avrebbe “inciso
             sfavorevolmente sul riarmo in corso delle altre nazioni NATO e quindi anche
             del nostro, già in sensibile ritardo rispetto ai programmi previsti”; tanto più che
             l’Italia era “l’unico Paese europeo in grado di difendersi con le forze previste dal
             piano a M.T.”. In sostanza – concludeva Cappa – il ripristino della capacità bellica
             di Bonn “interessava assai più da vicino la Francia, la Germania e le nazioni del
                                 49
             Benelux che non noi” .
                Le critiche del generale dovevano però fare i conti con i progressi del negoziato
             che rendevano automaticamente sterile un’opposizione che non fosse ridotta alla
             separazione delle responsabilità reciproche. Da questa considerazione cominciò
             ad emergere nei vertici militari una doppia linea di azione che, da un lato, preve-
             deva la produzione del massimo sforzo per indurre il governo a ritirare il proprio


             48  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 2, A, “Conferenza di Parigi sulla CED
                dal 27 al 30 dicembre 1951”, promemoria dello SMD per il ministro della Difesa, 3 gennaio
                                                             a
                1952. Circa una settimana dopo l’ufficio del 2° reparto-3 sezione dello stato maggiore
                della  Difesa  confermò  la  propria  contrarietà  alla  CED:  “[…]  più  la  questione  Esercito
                Europeo  viene  studiata  e  più  gravi  appaiono  gli  svantaggi  della  nostra  partecipazione;
                Ufficio ritiene che, comunque, dovrà sempre essere chiaro – per le responsabilità morali e
                materiali di oggi e di domani – che il concorde atteggiamento della parte militare è contrario
                a questa pericolosa avventura” [AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 6, B,
                                                             a
                “Rapporti tra NATO e CED”, promemoria del 2° reparto-3 sezione dello SMD per il capo
                SMD, Roma, 11 gennaio 1952].
             49  AUSSME,  L  5,  Comunità  Europea  Difesa  (C.E.D.),  b.  2,  D,  “Conferenza  di  Parigi-
                Sviluppo della Conferenza dal 1° gennaio 1952”, Marras per ministro della Difesa, Roma,
                15 gennaio 1952.]]></page><page Index="271"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             271



             sostegno alla CED e, dall’altro lato, contemplava un più realistico tentativo di ral-
             lentare i tempi di applicazione del trattato nell’ambito di una collaborazione con la
             controparte politica che non poteva prescindere dagli orientamenti del governo. in
             questo senso i condizionamenti derivanti da un rapporto istituzionale subordinato
             obbligarono i vertici militari a fare apparentemente propri alcuni principi che, a
             volte perfino in contemporanea, erano impegnati a rigettare. Quasi illuminanti
             sotto questo profilo, risultano i brevi punti annotati da Marras per Pacciardi alla
             vigilia della conferenza dei Ministri della Difesa alla quale il generale dovette
             rinunciare per motivi di salute. il capo di stato maggiore della Difesa accettava
             l’adesione all’esercito europeo “su linee molto larghe, sufficienti perché si pos-
             sano iniziare le operazioni del riarmo tedesco”, ma soprattutto accoglieva l’idea
             cardine della politica degasperiana relativa alla federazione:

                      “2°- È essenziale per l’italia che si addivenga a una forma di federazione
                   europea, per dare all’esercito europeo l’indispensabile base politica e un
                   contenuto spirituale.
                      3°- Occorre perciò rivedere in modo sicuro federazione ed esercito, an-
                   che perché esistono innegabili tendenze a sottrarsi a impegni politici del
                   genere”.

                L’accenno alla propensione dei governi a ritrarsi dagli obblighi contratti quan-
             do si trattava  di potenziare  legami  sopranazionali  era  sfruttata  da  marras per
             giustificare la richiesta di accordi provvisori “rinviando gli impegni definitivi a
             quando la federazione [sarebbe stata] una cosa sicura”. La provvisorietà andava
             interpretata nel senso che mentre si approntavano le unità tedesche (18 mesi circa)
             si sarebbe predisposta anche la struttura generale “senza peraltro addivenire a un
             rimaneggiamento generale”, intendendo con ciò l’inopportunità di versare truppe
                                                                               50
             nell’esercito europeo “prima che [fossero] pronte le prime unità tedesche” . sta-
             bilendo un nesso tra messa in opera della federazione e fusione completa degli
             eserciti Marras otteneva lo scopo di legare il destino della comunità politica a
             quello della comunità militare ricavando in aggiunta uno slittamento dei tempi
             di attuazione in linea con un orientamento condiviso dalle più alte cariche delle
             Forze Armate .
                          51

             50  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 2, C, Marras per ministro della
                Difesa, Roma, 27 dicembre 1951.
             51  Tre giorni prima Cappa aveva scritto a  marras affermando di approvare l’idea
                dell’Assemblea costituente come premessa per la realizzazione della comunità politica. Il
                capo di stato maggiore dell’Esercito sottolineò l’esigenza di fare in modo che la federazione
                precedesse la comunità militare e di “cautelarsi sostenendo la necessità della gradualità,
                cioè del passaggio per una fase sperimentale (riferita a pochissimi semplici aspetti) poi alla
                transitorietà ed infine alla fase definitiva […]” [AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa
                (C.E.D.), b. 2, D, “Conferenza di Parigi-Sviluppo della Conferenza dal 1° gennaio 1952”,
                Cappa per SMD 2° reparto-3 sezione, Roma, 17 gennaio 1952].
                                       a]]></page><page Index="272"><![CDATA[272                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                malgrado lo sforzo compiuto in sede di analisi e di valutazione critica del ne-
             goziato, nei mesi successivi le autorità militari dovettero rassegnarsi alla firma di
             un accordo giudicato ampiamente insoddisfacente. A distanza di circa sette mesi
             dalla conclusione delle trattative, la convocazione del Consiglio Superiore delle
                          52
             Forze Armate  da parte del ministro della Difesa divenne l’occasione per espri-
             mere un parere a posteriori. L’incontro consentiva di accertare lo stato d’animo
             degli alti comandi in vista dell’inizio della delicata fase di applicazione degli ac-
             cordi che avrebbe richiesto la collaborazione attiva dei militari. Aprendo i lavori
             della seduta il presidente, il Generale Emilio Battisti, chiarì subito che se alcune
             tesi sostenute dai rappresentanti delle Forze Armate “non avevano potuto avere
             successo non era il caso di tentare di farle trionfare in sede di ratifica del trattato
             perché ciò [avrebbe] comport[ato], nella migliore delle ipotesi, un notevole ritar-
             do nella ratifica stessa”. Il Consiglio avrebbe piuttosto dovuto “richiamare l’atten-
             zione su alcune questioni di particolare interesse militare affinché ne ten[essero]
             conto gli organi preposti alla interpretazione, alla stesura delle leggi e delle rego-
             lamentazioni derivanti dall’approvazione del trattato stesso”. Accogliendo l’invito
             a considerare l’intera architettura del progetto europeo, il Capo di Stato Maggiore
             della Marina definì “vantaggioso” il trattato a patto di “tenere presente non solo le
             situazioni militari bensì anche quelle politiche e finanziarie”. Stesso punto di vista
             venne espresso dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica per il quale “l’indi-
             scutibile importanza” che la CED rivestiva per gli interessi della nazione avrebbe



             52  il Consiglio superiore delle FF.AA. venne costituito come organo consultivo del ministro
                della Difesa con parere obbligatorio nei seguenti casi: questioni di rilevante importanza
                relative agli ordinamenti militari e alla programmazione organica e bellica delle FF.AA. e
                di ciascuna di esse; clausole di natura militare da includere nei trattati o nelle convenzioni
                internazionali; proposte da trasmettere al ministro del Tesoro per la formazione del progetto
                dello stato di previsione del Ministero della Difesa per ciascun esercizio finanziario; schemi
                di provvedimenti di carattere legislativo o regolarmente predisposti dal ministro della Difesa
                in materia di disciplina militare, di ordinamento delle FF.AA., di stato e avanzamento degli
                ufficiali e sottufficiali, di reclutamento del personale militare, di organici del personale
                militare e civile; di programmi relativi agli armamenti o ai grandi approvvigionamenti;
                capitolati d’oneri generali e particolari e progetti di contratti e di transizioni nei casi in
                cui la legge di contabilità generale dello Stato prescrive il parere del Consiglio di Stato;
                altre questioni d’interesse tecnico, militare amministrativo che non rientrano in quelle già
                elencate. Il Consiglio costituito su tre sezioni, una per ciascuna forza armata,  agiva in
                alcuni casi per sezioni e in altre a sezioni riunite; ne facevano parte come presidenti i
                generali ed ammiragli più anziani, esclusi i capi di Stato Maggiore e i Segretari Generali,
                e un generale di brigata o colonnello dell’Esercito relatore degli affari militari, uno per gli
                affari tecnici, un ispettore o direttore di divisione del Ministero della Difesa per ciascuna
                forza armata con proprio personale per gli affari amministrativi. Ministro, Sottosegretario
                di Stato, capo di Stato Maggiore della Difesa avevano il diritto di presenziare alle riunioni
                alle quali avrebbero potuto aggiungersi, come membri straordinari, anche altri generali,
                ammiragli, funzionari, convocati dal Consiglio stesso.]]></page><page Index="273"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             273



             dovuto condurre a un’analisi dell’accordo “nel suo complesso, più che […] ad una
                                           53
             disamina critica dei vari articoli” . Anche il Capo di stato maggiore dell’Esercito
             intervenne più volte nel corso della discussione in appoggio alle valutazioni svol-
             te in precedenza cosicché il giudizio positivo sulla Comunità Europea di Difesa
             venne approvato all’unanimità.

                La mancanza di accenti critici e la condivisione senza eccezioni del parere
             favorevole all’istituzione dell’esercito europeo appaiono piuttosto sorprendenti se
             paragonati all’insoddisfazione con la quale i militari avevano seguito gli sviluppi
             dei negoziati di Parigi. Tuttavia occorre considerare che la chiusura della trat-
             tativa e la necessità di non esporsi di fronte a scelte che ricadevano nell’ambito
             della politica estera erano elementi che spingevano a un atteggiamento prudente,
             consistente nello spostare le energie verso la fase di applicazione senza per questo
             rinunciare al perseguimento di determinati obiettivi. Si assistette così alla trasfor-
             mazione delle modalità di azione dei vertici militari non più mirata a condizionare
             le scelte del governo con cui si mostrava di concordare, bensì volta a influenzare
                                                                                54
             direttamente i risultati del negoziato anche a costo di palesi contraddizioni  e di
             duri confronti con i rappresentanti del Governo . Tutto ciò avvenne sempre però
                                                       55
             nel rispetto dei diversi ruoli istituzionali e nella consapevolezza, mai messa da
             parte dai vertici militari anche nei momenti di maggiore frizione, di rappresentare
             un apparato dello Stato comunque subordinato alle direttive del Governo.

















             53  AUSSME,  L  5,  Comunità  Europea  Difesa  (C.E.D.),  b.  1,  E,  riunione  del  Consiglio
                Superiore delle FF.AA., Roma, 15 luglio 1952.
             54  Nel corso della riunione il presidente aveva accennato al fatto che “non era impossibile
                trovare nell’applicazione il modo per attenuare le decisioni che appaiono le più sfavorevoli
                alle nostre FF.AA.”.
             55  Sotto  questo  profilo,  la  successiva  vicenda  della  sostituzione  a  capo  della  delegazione
                militare del generale Mancinelli, il quale già nelle ultime settimane del ’51 aveva cominciato
                a rendere esplicito il proprio favore per l’esercito comune, e l’elaborazione da parte dello
                stato maggiore della Difesa di direttive che sconfessavano le decisioni prese alla vigilia
                della firma del trattato confermavano l’intenzione di correre tutti i rischi pur di rinviare
                l’approvazione della CED.]]></page><page Index="274"><![CDATA[274                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             La cooperazione economica militare italo-britannica
             all’indomani del Secondo conflitto mondiale



             alessandra Frusciante   1





                   el secondo dopoguerra le relazioni fra italia e Regno Unito ripresero nel
             N peggiore dei modi possibili. La catena del rancore che aveva la sua origine
             nel confronto bellico non sembrava destinata ad arrestarsi.
             Dal lato inglese, prevaleva una ferma volontà punitiva che trovò la sua massima
             espressione proprio nel Trattato di pace di Parigi: l’Italia sconfitta dalla guerra era
             una potenza di rango inferiore e le condizioni imposte dal trattato di pace, quali il
             ridimensionamento territoriale, la perdita delle colonie e la spartizione della sua
             flotta a beneficio dei vincitori, dovevano anche avere, nella concezione britannica,
             un valore pedagogico. In particolare, la spartizione delle navi da flotta della Mari-
             na (anche se in seguito stati Uniti e Regno Unito avrebbero rinunciato alla propria
             quota) aveva un significato simbolico particolarmente umiliante, soprattutto se si
             tiene in conto che proprio la Marina, fin dal settembre 1943, si era schierata atti-
             vamente al fianco degli Alleati. Ma il processo di recupero della piena soggettività
             internazionale doveva essere avviato al più presto e la firma del Trattato di Pace
             divenne necessaria ed inevitabile.
                Il Capo del Governo De Gasperi e il Ministro degli Esteri Sforza, archiviata la
             questione del Trattato di Pace, poterono finalmente far uscire dal limbo la politica
             estera del nostro Paese e farla muovere sulle due direttrici fondamentali che impli-
             cavano il recupero di un ruolo significativo in Europa e nel Mediterraneo.
                sul fronte dei rapporti italo-britannici è doveroso ricordare come solo nell’ot-
             tobre del 1947, a seguito di una più volte rinviata missione di Sforza a Londra,
             i due Paesi riuscirono a ristabilire piene relazioni diplomatiche con la nomina
             ufficiale degli ambasciatori nelle rispettive Capitali: Victor Mallet a Roma e Tom-
             maso Gallarati Scotti a Londra. Ma, sul finire del ’47, la Guerra fredda già caratte-
             rizzava in maniera prevalente il clima delle relazioni internazionali e quindi Italia
             e Gran Bretagna avevano interesse a compiere maggiori sforzi per migliorare i
             propri rapporti.
                La visita a Londra di una personalità come Sforza, pur se tradizionalmente
             anti-inglese, e le scelte compiute in merito ai rispettivi ambasciatori, entrambe ri-
             cadute su personalità più ben disposte ad inaugurare una nuova e proficua stagione


             1   *  Università degli Studi di Napoli “Federico II”.]]></page><page Index="275"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             275



             delle relazioni italo-inglesi, andavano in questo senso.
                il cammino però sarebbe stato ancora lungo.
                Già nel gennaio 1948, l’eccidio di Mogadiscio, in cui trovarono la morte 55
             italiani, fu l’occasione che fece riesplodere la propaganda italiana anti-inglese.
             L’Amministrazione militare Britannica venne considerata debole se non addirit-
             tura complice del massacro, e non furono risparmiate critiche neppure da parte del
             Governo di Londra, ormai disposto a rinunciare alle ambizioni sulla creazione di
             una “Grande Somalia” parte della sfera d’influenza inglese nel Corno d’Africa .
                                                                                    2
             Non si trattò, in questo caso, di un ripensamento del peso internazionale dell’Ita-
             lia ma della considerazione di non fornire munizioni alla propaganda comunista
             antioccidentale alla vigilia delle importanti elezioni politiche del 18 aprile. Infatti,
             il Regno Unito ignorò ripetutamente le abituali richieste italiane di revisione del
             Trattato di pace.
                Dagli scambi di note tra il Foreign Office e l’ambasciatore inglese, in merito
             all’adesione italiana al Patto di Bruxelles, trapelava un poco velato disprezzo per
             il tentativo del Governo di De Gasperi, considerato dai laburisti, peraltro, cleri-
             cale, conservatore e poco propenso ad effettuare le riforme sociali, di barattare
             la suddetta adesione con la revisione del Trattato di Pace, per giunta in un clima
             percepito come emergenziale in seguito al colpo di Stato in Cecoslovacchia, del
             febbraio 1948, che rendeva l’espansionismo sovietico realistico e sempre più mi-
             naccioso.
                Ad ogni modo, un mese prima delle elezioni, De Gasperi non accettò l’offerta
             di entrare a far parte della neonata organizzazione di difesa collettiva.
                Il risentimento inglese per questo rifiuto ebbe modo di manifestarsi durante i
             negoziati per la creazione di un altro strumento di difesa collettiva, stavolta più
             manifestamente in funzione anti-sovietica: il Patto Atlantico; infatti, si proponeva
             per l’Italia “un ingresso differito”.
                La partecipazione del nostro Paese era, per il governo inglese, più un “onere”
             che un “vantaggio”, l’Italia avrebbe dovuto far parte, invece, di un sotto-sistema
             di serie B mediterraneo-mediorientale insieme a Grecia, Turchia e Iran. In seguito,
             per il nostro ingresso come fondatori nel Patto Atlantico, saranno invece determi-
             nanti il contributo francese e poi quello statunitense.
                Con l’adesione al Patto Atlantico, l’Italia diede una forte spinta al processo di
             recupero della piena soggettività internazionale e si ancorò saldamente al blocco
             occidentale. De Gasperi e Sforza cercarono di tradurre subito questo successo
             diplomatico in qualcosa di concreto inerente alle rivendicazioni coloniali. Il com-
             promesso Bevin-Sforza, da portare all’assemblea delle Nazioni Unite, avrebbe
             dovuto soddisfare, anche se in parte, le nostre istanze relative alla questione delle


             2  A. Varsori (a cura di), La politica estera italiana nel secondo dopoguerra, Milano, 1993,
                pp. 222-223.]]></page><page Index="276"><![CDATA[276                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             colonie prefasciste. Quello che allora apparve come un tremendo smacco, e cioè il
             respingimento del compromesso Bevin-sforza da parte dell’Assemblea dell’Onu
             per un sol voto, finì poi per rappresentare il momento a partire dal quale, l’Ita-
             lia riuscì, questa volta con successo, attraverso la ricostruzione di una “verginità
             coloniale”, ad avere la possibilità praticare nel Mediterraneo la sua ‘diplomazia
             dell’amicizia’ e raggiungere in pochissimi anni proficue e collaborative relazioni
                                                            3
             con i Paesi arabi della sponda sud del mediterraneo .
                Le scelte politiche che sarebbero seguite alla partecipazione al Patto Atlantico,
             prima fra tutte l’impegno al riarmo, avevano necessità di una solida base parla-
             mentare, che solo il perseguimento di una politica europeista come contraltare
             necessario a quella atlantista avrebbe potuto garantire. Con l’adesione al piano
             schuman e al piano Pleven se da un lato l’italia consolidava le relazioni con la
             Francia, dall’altro contribuiva ad allontanare sempre più dal Vecchio Continente
             il Regno Unito, il cui Governo laburista uscito con una flebile maggioranza dalle
             elezioni del ’50, era preoccupato più di concentrare l’attenzione e gli sforzi sulla
             ‘special relationship’ con gli Stati Uniti e con il Commonwealth.
                Mentre i due Governi si rassegnavano a considerare gli strappi come difficil-
             mente ricucibili, almeno nel breve periodo, e relativizzavano l’importanza della
                                                                4
             reciproca convenienza ad una amichevole cooperazione , negli ambienti diplo-
             matici e in quelli militari, invece, il clima era decisamente più disteso ed anzi si
             lavorava costantemente per far sì che le valutazioni economico-strategiche, che
             avrebbero dovuto portare alla sincera collaborazione in campo militare e com-
             merciale, prevalessero sui sospetti e gli stereotipi che ancora permeavano i giudizi
             politici di entrambe le parti.
                Già si è accennato alla buona predisposizione degli ambasciatori a Londra e a
             Roma ad adoperarsi per migliorare i reciproci rapporti; e può apparire singolare
             il fatto che proprio negli ambienti militari, che si erano duramente confrontati
             durante la Seconda guerra mondiale, cominciava a spezzarsi la catena del rancore
             che ancora stringeva le rispettive classi politiche e l’opinione pubblica dei due
             Paesi. D’altronde, il solo ambito in cui Regno Unito e Italia avevano l’opportunità
             di lavorare insieme era quello della Nato .
                                                 5
                Sul primo fronte lavorava, dunque, l’ambasciatore Gallarati Scotti per ottenere
             il pieno supporto del minister of supply (il ministero britannico dei rifornimen-
             ti) per la realizzazione “della più importante cooperazione economica tra Italia




             3  La diplomazia dell’amicizia come originale modello di relazioni italo-mediterranee è stato
                individuato in M. Pizzigallo, La diplomazia dell’amicizia. Italia e Arabia Saudita. 1932-
                1942, Napoli, 2000.
             4  A. Varsori, pp. 229-232.
             5  A.Varsori, p. 233.]]></page><page Index="277"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             277



             e Regno Unito
             nel comune sfor-
                            6
             zo della  difesa ”.
             L’ambasciatore,
             infatti,   convinto
             che  la  prospettiva
             di “una collabora-
             zione  presentasse,
             oltre  agli  aspetti
             puramente  econo-
             mici  di  indubbio
             interesse,   anche
             degli aspetti  non
             meno interessanti                           Alpini della brigata “Julia” 1948.
             nel quadro genera-
             le dei rapporti italo-inglesi”, si diede un gran da fare, attraverso la promozione di
             studi e indagini sui settori produttivi da coinvolgere, attraverso l’organizzazione
             di scambi di rappresentanti delle industrie e numerose altre iniziative che ben pre-
             sto diedero i loro frutti. Nei resoconti, puntualmente inviati a Roma, sui risultati
             di queste iniziative emerge un grande interesse da parte inglese (in un primo mo-
             mento promosso solo per le normali vie commerciali, senza procedere ad acquisti
             diretti) per l’importazione di numerosi prodotti, soprattutto di macchine utensili e
             del settore elettromeccanico. Considerando che in questi primissimi anni ’50 l’in-
             dustria italiana lavorava al 50% della propria capacità produttiva e che gli inglesi
             erano disposti a pagare il 30 per cento in più a fronte di consegne più rapide, il
             mercato inglese offriva alla nostra economia uno sbocco di grande valore.
                L’impellente necessità britannica di prodotti industriali, che veniva manife-
             stata già sul finire del ’50, trovava giustificazione nell’imponente piano di riar-
             mo annunciato da Attlee alla Camera dei Comuni, il 30 gennaio del 1951, e che
             avrebbe messo a dura prova tutta l’industria britannica. in un rapporto al ministro
             Sforza, Gallarati Scotti, comunicando sull’impegno finanziario complessivo, che
             doveva ammontare a 4.700 milioni di sterline, metteva in risalto la volontà da
             parte britannica di “accollarsi senza esitazioni e senza riserve la notevole parte che
             le spettava nell’organizzazione della difesa della comunità atlantica ”. La guerra
                                                                          7
             fredda entrava, con la guerra di Corea, in atto ormai da sei mesi, nella sua fase
             più ‘calda’, e il riarmo era percepito, soprattutto da parte inglese, non solo come


             6  ASMAE,  Fondo Ambasciata  di  Londra,  B.  6,  Cooperazione  economica  militare  italo-
                inglese, 17 gennaio 1951.
             7  ASMAE, Fondo Ambasciata di Londra, B. 46, Cooperazione economica militare italo-
                britannica, 31 gennaio 1951.]]></page><page Index="278"><![CDATA[278                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             “l’unico mezzo per uscire vittoriosi da un eventuale conflitto diretto con l’Urss,
             ma anche come una possibilità per evitare che il conflitto avesse effettivamente
             luogo”; per questo motivo, stante il vantaggio occidentale in quanto a dotazione
             di armi convenzionali (la parità atomica Usa-Urss era stata raggiunta nell’agosto
             49), era necessario fare al più presto tutti gli sforzi necessari per consolidare la
             superiorità militare del blocco atlantico.
                Con questo sfondo sembravano ormai maturi i tempi per una missione di De
             Gasperi e Sforza a Londra, ancora una volta toccò agli ambasciatori Gallarati
             scotti e mallet convincere i recalcitranti capi di Governo. Nel corso degli Anglo-
             italian talks, che ebbero luogo dal 12 al 13 marzo del ’51, furono affrontate le
             note questioni aperte per l’Italia, quella di Trieste, quella della situazione dei no-
             stri connazionali nelle ex-colonie e più in generale quella dell’adesione dell’Italia
             all’Onu e, in tutte, il Governo inglese si limitò ad una generica comprensione
             delle istanze italiane. Risultati più concreti, nell’ambito degli anglo-italian talks,
             furono raggiunti, invece, nel corso dei colloqui pomeridiani, durante i quali fu
             evidenziato, in un clima piuttosto franco, come la cooperazione tra i due Paesi,
             in vista del riarmo, fosse indispensabile: le esigenze dell’industria inglese (che
             avevano anche causato dei ritardi nelle consegne dei radar per la difesa anti-aerea
             all’Italia) rendevano necessario affidare al nostro Paese importanti commesse per
             la costruzione di veicoli militari come gli aerei Vampire e Venom di cui l’industria
             italiana (la Alenia e la Fiat) aveva già ottenuto le licenze.
                Dopo la missione italiana a Londra, non si registrò un repentino miglioramento
             delle relazioni tra i due Paesi, gli screzi sulle questioni aperte continuarono, riap-
             parvero irritazione e risentimento (come sul non intervento inglese sul futuro di
             Trieste, o il tentativo di intromissione dell’Italia nel contenzioso anglo-egiziano).
                Intanto, proprio dagli ambienti militari giungevano i feedback più positivi sui
             talks. Il 22 marzo, infatti, durante un ricevimento tenuto dal Capo Servizio Infor-
             mazioni dell’Esercito britannico a Chelsea, il nostro addetto militare, Melchiorre
             Jannelli, aveva modo di raccogliere giudizi soddisfatti sulla recente missione, da
             parte inglese, e invidia per la posizione raggiunta dall’Italia nell’ambito dell’Alle-
                                                                              8
             anza Atlantica, dagli addetti di altri Paesi in particolare del Medio Oriente .
                Non sfuggiva ai militari l’importante valore strategico dato dalla collabora-
             zione dell’industria militare italiana, non solo nello sforzo del riarmo inglese ma
             soprattutto per le forniture necessarie ai piani di riarmo dei Paesi del mediterraneo
             e del Medio Oriente, in particolare dell’Egitto, che le industrie inglesi non erano
             assolutamente in grado di soddisfare. La possibilità della cooperazione militare
             con l’Egitto (specialmente la fornitura di aerei da caccia), mediata e favorita dal
             Regno Unito, risultava particolarmente importante per il nostro Paese che aveva


             8  ASMAE, Fondo Ambasciata di Londra, b. 6, Ufficio dell’addetto militare, Londra 29 marzo
                1951.]]></page><page Index="279"><![CDATA[III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             279



             avuto non poche difficoltà per il riallaccio delle relazioni diplomatiche con l’Egit-
             to, aggravate peraltro dal divieto inglese, eliminato solo nel gennaio 1949, sulla
             libera trasferibilità di sterline tra i conti italiano ed egiziano.
                In un’altra occasione l’addetto militare Jannelli ebbe la possibilità di raccoglie-
             re giudizi positivi sul ruolo dell’Italia nello sforzo per il riarmo, e cioè durante un
             incontro, il 29 aprile 1951, con il Colonnello Nevil Brownjohn. Il colonnello ebbe
             modo di esprimere “molta stima e considerazione per il governo di De Gasperi
             (..)”; inoltre- scriveva l’addetto militare- “gli accresciuti stanziamenti previsti nel
             bilancio italiano a favore delle forze armate, il prolungamento della ferma, la pre-
             senza di ufficiali italiani presso istituti militari britannici, gli importanti acquisti
             compiuti ed in corso da parte dell’esercito italiano in Inghilterra, erano prove della
             serietà dei nostri intendimenti ed erano espressione riconosciuta di reale e tangibi-
             le contributo. Pertanto, nessuna opportunità andava perduta per stimolare rapporti
             e contatti reciproci, come l’invio di ufficiali a corsi, manovre ed esercitazioni o
             collegamenti tra le rispettive industrie belliche”. Infine, il Colonnello Brownjohn
             si soffermava sulle motivazioni alla base dei contrasti tra Italia e Regno Unito, e
             “che procuravano in quegli ambienti tanti dispiaceri”, in particolare si riferiva al
             “fatto che il Governo laburista, per imporre al popolo inglese condizioni di vita
             così gravose, in confronto al passato ante guerra e soprattutto in confronto dei
             Paesi continentali come l’Italia, doveva cercare in compenso successi politici, o
             meglio evitare insuccessi, doveva cioè impedire che gli inglesi avessero la sen-
             sazione che la Democrazia Cristiana in Italia potesse realizzare, oltre a migliori
             condizioni di vita, anche migliori risultati politici nei confronti della democrazia
                                     9
             laburista in Gran Bretagna ”.
                In conclusione, oltre agli innegabili vantaggi strategici e commerciali, la co-
             operazione economico-militare tra i due Paesi contribuì a favorire quel clima di
             fiducia e di amicizia che proprio a partire dagli ambienti militari veicolò la ripresa
             dei rapporti anche a livello politico-istituzionale, al punto di trasformare l’Italia,
             nel giro di pochi anni, nel più grande sostenitore dell’ingresso britannico nel pro-
             cesso di integrazione europea.
















             9  ASMAE, Fondo Ambasciata di Londra, b. 6, Ufficio addetto militare, 29 aprile 1951.]]></page><page Index="280"><![CDATA[]]></page><page Index="281"><![CDATA[’
                                       litalia 1945-1955

                                la ricostruzione


                                                         del Paese



                          e le FORZe aRMaTe



                      congresso di studi storici internazionali
                      congresso di studi storici internazionali

                                     CIsM - sapienza Università di Roma











                        II GIORNATA 21 NOVEMBRE 2012
                                                              IV SESSIONE


                                              casi di studio


                                               Presidenza Prof.ssa anna Maria isastia]]></page><page Index="282"><![CDATA[]]></page><page Index="283"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        283



             C’erano una volta le Guardie.
             Dalla ricostruzione al boom economico



             raffaele CaMPosano       1




             Il ritorno delle Guardie
                   opo il ritorno a Roma del Governo legittimo,
             D la Polizia venne strutturalmente riorganizza-
             ta nelle regioni dell’italia centro-meridionale e al
             personale militare  della  pubblica  sicurezza  venne
             attribuita  l’originaria  denominazione  di  “Corpo
                                               2
             delle Guardie di Pubblica Sicurezza”.
                La  recuperata  denominazione  ottocentesca  as-
             sunse  un  importante  valore  simbolico,  in  quanto
             attribuiva esplicitamente ai servizi di polizia, quei
             valori improntati ai principi liberali ed ispirati alla   Guardia Corpo degli Agenti
             civile  e  libera  convivenza  nel  rispetto  della  legge,     di P.S. 1943 (Foto USPS)
             propri dello statuto Albertino.
                Il Corpo, appena costituito, incardinato nelle Forze Armate, pur dipendendo
             per i compiti di tutela dell’ordine e sicurezza pubblica direttamente ed esclusi-
             vamente dal Ministero dell’Interno, continuava a svolgere i tradizionali compiti
                                      istituzionali.
                                         La militarizzazione del Corpo degli Agenti di P.S.,
                                      voluta da Badoglio nel 1943, fu confermata anche per
                                      il Corpo delle Guardie di P.s. con la conversione del
                                      R.D.L. 31 luglio 1943 n. 687 in legge 5 marzo 1949
                                      n. 178.
                                         Praticamente alla vigilia della Liberazione, venne
                                      fatto divieto al personale civile e militare dell’Ammi-
                                      nistrazione della P.s. di appartenere a partiti politici o
                                                                                    3
                                      ad associazioni sindacali, anche a carattere apolitico .
                                      Appartenente al Corpo delle Guardie
                                      di P.S. – 1948 (Foto USPS)

             1  Vice Questore, Direttore Museo e Ufficio Storico della Polizia di Stato.
             2  D.L. 2 novembre 1944 n. 365.
             3  D.L.Lgt. 24 aprile 1945 n. 205.]]></page><page Index="284"><![CDATA[284                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



































                     Manifestazioni di giubilo dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944)


                La fine della guerra, con la totale liberazione del territorio nazionale dagli oc-
             cupanti nazisti, pose nuovi e più complessi problemi di ordine politico e sociale,
             aggravati della miseria delle classi meno abbienti e dall’aumento della criminalità.
                Con l’avvento della Repubblica, per il Ministro dell’Interno Romita (I Gover-
             no De Gasperi), fu nuovamente necessario riorganizzare la Polizia per metterla in
             condizione di affrontare i drammatici problemi di ordine pubblico e per contenere
             le nuove minacce cui andavano incontro le Istituzioni democratiche, appena co-
             stituite.  4
                La Polizia divenne, pertanto, uno strumento di garanzia del sistema democra-
             tico.

             Tra epurazione e ricostruzione
                L’epurazione “legale” promossa da una vastissima legislazione dal 1944 al



             4  Le forze di polizia  verranno impegnate  dal 29 maggio  al 22 giugno 1946 giorno e
                notte per garantire il regolare svolgimento  delle prime elezioni  dell’italia  democratica.
                Paradossalmente, la vittoria della Repubblica sarà festeggiata dal Governo con un premio
                della Repubblica, elargito a tutti i lavoratori ma negato ai tutori dell’ordine. Cfr. A. Sannino
                Le Forze di Polizia nel dopoguerra Mursia Editore, Milano 2004 pag. 67.]]></page><page Index="285"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        285



             1948, che aveva come obiettivo quello di colpire gli elementi che si erano resi
             responsabili, anche indirettamente, di azioni contrarie al corretto funzionamento
             della Pubblica Amministrazione, danneggiando gli interessi permanenti dello Sta-
             to e della Nazione, interessò anche la Polizia .
                Benché difficile da realizzarsi a causa dell’evanescente linea di demarcazione
             fra “collaborazionismo” e “resistenza passiva”, essa coinvolse un gran numero di
                                           5
             funzionari di Pubblica sicurezza.
                Molti poliziotti, infatti, avevano prestato giuramento al governo di Salò con-
                                                     6
             vinti della legalità della Polizia repubblicana .
                La maggior parte dei processi aperti negli anni 1945 - 1946 dalle Corti di Assi-
             se di molte città a carico di funzionari e agenti di polizia si conclusero con la piena
             assoluzione degli imputati. 7
                La riammissione dei Funzionari di P. S., salvo qualche eccezione assolutamen-
             te trascurabile, fu voluta dal Ministro dell’Interno Giuseppe Romita, che la dife-
             se in questi termini: “La decisione mi fu consigliata della considerazione che il
             funzionario di polizia esegue, senza protestare, gli ordini che riceve dal Ministro
             dell’Interno e che, pertanto, nell’esecuzione di quegli ordini non è responsabile di
             persona, a meno che l’esecuzione medesima non costituisce reato”. 8


             I poliziotti partigiani
                In un Paese devastato da anni di guerra civile, che aveva ridotto praticamente
             la popolazione alla fame, la Polizia si trovò ad affrontare una lotta impari contro la
             delinquenza dilagante e i primi tentativi di destabilizzazione dello Stato.
                Fu necessario potenziarne la struttura per riportare l’ordine e la sicurezza e
             affermare il primato della Legge sull’arbitrio.
                Il potenziamento dell’Arma dei Carabinieri era già stato avviato.
                Questioni legate alla “pacificazione” post bellica e a forti pressioni politiche
             indussero il Governo Parri ad adottare una serie di provvedimenti per l’ammis-


             5  Durante  il  governo  Parri  fu  deciso  per  i  ruoli  della  P.S.  l’esame  di  30.000  posizioni
                individuali (tra agenti ed impiegati di polizia), deferendo al Commissariato per l’Epurazione
                449 funzionari, 181 impiegati, 27 subalterni, 9000 tra ufficiali, sottufficiali e guardie.
             6  Armando Gavagnin, antifascista e autore di Trent’anni di Resistenza, così scrive: “Nel
                dopo  fascismo  furono  intentati  vari  procedimenti  penali  epurativi.  Come  è  noto,  quei
                procedimenti  finirono  con  un  niente  di  fatto.  Tutti  gli  imputati  eccepirono  una  difesa
                abbastanza solida: che il funzionario di polizia e l’agente, al pari del soldato in pace e
                in guerra, non può per suo conto sindacare la legittimità di una legge e tanto più di un
                governo; in quanto alle accuse (…) connesse al “carrierismo” ed al “fine di lucro” hanno
                invocato la tenuità del beneficio e il desiderio umanissimo che tutti hanno di migliorare la
                propria posizione” in Franco Fucci Le polizie di Mussolini Mursia, Milano 1985 pag. 138.
             7  A. Sannino op. cit. pagg. 70-71.
             8  Giuseppe Romita Dalla Monarchia alla Repubblica Nistri – Lischi, Pisa 1959 pag. 58.]]></page><page Index="286"><![CDATA[286                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate


























                         Schieramento Poliziotti della PAI (Scuola di Tivoli) (Foto USPS)


             sione di diverse migliaia di ex partigiani nelle Forze dell’Ordine (1945) con la
             qualifica di “ausiliari”, appartenenti in buona parte alla “Polizia partigiana”, che
             dopo la Liberazione aveva agito alle dipendenze di prefetti e questori designati
             dai CLN locali. 9
                Preoccupazioni sulla trasformazione dei reparti partigiani (sovente improvvi-
             sati e scarsamente addestramenti) in polizia ausiliaria furono espresse da molti
             prefetti e questori per la tenuta complessiva del Corpo.
                In  seguito,  il  Ministro  dell’Interno  Giuseppe  Romita,  pur  condividendo  gli
             stessi timori , si fece  promotore  di  una  proposta  di  legge  (D.L.L.15  febbraio
                         10
             1945). per il reclutamento, di 15.000 uomini tra ufficiali e agenti ausiliari scelti tra
             i partigiani, che fu bilanciato con l’immissione in Polizia, dopo accurata selezio-
             ne, di 2.568 unità del soppresso Corpo della Polizia dell’Africa Italiana (P.A.I.) il
             cui organico ammontava al 9 marzo 1945 di 3.729 unità: 230 Ufficiali in servizio
             effettivo, 17 di complemento e 3492 tra marescialli, sottufficiali e guardie .
                                                                              11


             9  Il  loro  arruolamento  nell’Arma  fu,  però,  evitato  grazie  ad  uno  speciale  requisito  non
                previsto dalla legge uno speciale attestato d’idoneità morale, rilasciato dagli ufficiali o
                comandanti di stazione, secondo i criteri stabiliti del Comando Generale dell’Arma.
             10  In  proposito  l’On.  Romita così  si  esprimeva:“la  P.S.  era  formata  in  notevole parte  da
                ausiliari: si trattava di elementi delle più disparate provenienze, attitudini e capacità, età
                e condizioni fisiche e familiari per le quali essi non davano quel completo affidamento che
                viceversa sarebbe stato necessario.” (Giuseppe Romita. Dalla Monarchia alla Repubblica
                - Nistri – Lischi, Pisa 1959).
             11  Piero Crociani La Polizia dell’Africa italiana (1937-1945) Ufficio Storico della Polizia di
                Stato 2009, Roma pagg. 244-245 Ed. Laurus Robuffo, Roma.]]></page><page Index="287"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        287


                Il Tenente Generale Ispettore del Corpo delle
                Guardie di P.S. Sabatino Galli (1946 -1963)
                   fu stretto collaboratore del Gen. Maraffa,
                      Comandante della Polizia dell’Africa
                   Italiana, poi, divenuto Comandante delle
                      Forze di Polizia della Città Aperta di
                   Roma nel 1943. Evaso dalla prigionia in
                 Germania, durante la guerra di Liberazione
                   fu Comandante militare regionale Veneto
                (Zona “Monte Grappa”) del C.V.L. col nome
                               di battaglia di “Pizzoni”.
                                          Foto USPS)


                Alle procedure concorsuali e al control-
             lo dei requisiti furono chiamati i rappresen-
             tanti dell’ANPi.
                In seguito, Romita rivendicò di aver fatto
             “nascere una nuova polizia che nulla aveva
             a che vedere col passato, non soltanto per quanto concerne l’organizzazione ma
             anche per un nuovo spirito democratico che cercai d’infondere nell’Istituzione”.
                Durante il suo mandato, dedicò molti sforzi al miglioramento dell’addestra-
             mento e dell’accasermamento dei poliziotti.
                Furono attivate la Scuola Ufficiali di P.S. della Capitale e quelle di Caserta e
             di Nettuno.
                Per l’armamento si optò per la Beretta cal. 7,65 che fu, peraltro, difficile da
             reperire in gran numero.
                Valutazioni  di  ordine  prevalentemente  politico  impedirono  al  Corpo  delle
             Guardie di P.S. di dotarsi di un Comando Generale e questo influì molto sulla sua
                                 12
             organizzazione futura .
                Nonostante gli interventi governativi, molti ausiliari ex partigiani furono licen-
             ziati per mancanza di requisiti, per indisciplina o perché scoraggiati dalla prospet-
             tiva di un lavoro duro, poco remunerato e soprattutto inviso alla gente.
                il loro malcontento sfociò in vere e proprie rivolte che provocarono insieme
             ad altri disordini soprattutto al Centro Nord e in Emilia, nel solo periodo di luglio
             1945 – giugno 1946, l’uccisione per motivi politici di 485 persone e il sequestro





             12  I  compiti  istituzionali  degli  Ufficiali  del  Corpo  rimanevano  limitati  all’inquadramento,
                all’istruzione e alla disciplina del personale; mentre ai Funzionari di P.S. competeva, in via
                esclusiva, la gestione dell’O.P.. L’unificazione di ruoli e di funzioni fu sancita solo nel 1981
                con il Nuovo Ordinamento dell’Amministrazione della P.S..]]></page><page Index="288"><![CDATA[288                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             di altre 125 delle quali si ignorerà la sorte.  13
                Gli stessi leader di sinistra, non senza qualche imbarazzo, riconobbero che la
                                                                                 14
             situazione gravissima per l’ordine pubblico andava ricondotta alla normalità .
                Col Decreto legge luogotenenziale n. 106 del 6 settembre 1946, recante nor-
             me sull’arruolamento straordinario di ufficiali, sottufficiali e guardie di p.s. per
             l’assunzione in ruolo del personale in servizio ausiliario con speciale riguardo dei
             partigiani e dei reduci, fu abrogato il provvedimento Romita e le deroghe in esso
             contenute e si indicarono i requisiti per l’accesso ai vari gradi.
                La nomina nei ruoli effettivi fu subordinata alla frequenza di un corso adde-
                              15
             strativo di tre mesi .
                Con successivo provvedimento venne imposto un limite di organico di 40.000
             unità.
                Un’indennità di buona uscita fu prevista, altresì, per quanti avessero voluto
             lasciare il Corpo: offerta allettante che molti ex partigiani non si fecero sfuggire.
                La storia degli ex partigiani in polizia si concluse nel mese di dicembre 1948,
             allorquando ne saranno incorporati 4.475 rispetto agli oltre 20.000 precedente-
             mente arruolati.
                In seguito, la consistenza numerica del Corpo s’incrementò, raggiungendo nel
             1956 le 72.950 unità per quanto riguarda i sottufficiali, gli appuntati e le guardie
             (nel 1948 erano 55.000 unità).
                Allo stesso modo, l’organico dei Funzionari di P.S. venne accresciuto e ride-
             finito sia nel 1948 (D.L. 5 gennaio n. 16) sia nel 1956 (D.P.R. 11 gennaio 1956
             – quadro 8.a), raggiungendo i 1.911 posti.


             Contenimento delle masse organizzate
                Tra la fine del 1944 e il 1950, gli uomini delle Forze dell’Ordine dovettero

             13  il calcolo non comprende le numerose persone uccise o prelevate o scomparse durante
                l’insurrezione e la liberazione del territorio “tra cui non pochi appartenenti alla forze di
                polizia” (A. Sannino op. cit. pag. 79).
             14  Il  Nord  fu  caratterizzato  da  molti  sbandamenti  nelle  fila  dei  partigiani  con  sequestri  e
                scontri armati tra le bande contrapposte e dall’azione di organizzazioni criminali come
                la”Volante Rossa” che si macchiò di gravi delitti fino al 1949. Al Sud la riforma agraria
                (Legge Sullo-Segni) suscitò malcontenti per i problemi dell’ammasso e della ripartizione
                dei  prodotti,  con  l’occupazione  di  terre  e  scontri  con  la  polizia.  Sui  contrasti  suscitati
                dalla  legge  agraria  s’innesterà,  poi,  il  banditismo  di  Salvatore  Giuliano,  cha  a  Portella
                della Ginestra (Palermo) il 1^ maggio 1947 seminò morti e feriti tra i lavoratori. In alcuni
                quartieri di Roma operarono addirittura alcune bande criminali tra cui quella capeggiata da
                Giuseppe Albano, il Gobbo del Quarticciolo, che si distinse per la sua spregiudicatezza.
             15  Per potenziare l’attività di addestramento tecnico professionale dei poliziotti neoassunti fu
                inaugurata a Roma il 1^ Gennaio 1947 la Scuola Allievi Guardie, con sede nell’ex caserma
                dell’Arma  di Artiglieria  di  Castro  Pretorio,  che  si  aggiungeva  a  quelle  di  Caserta  e  di
                Nettuno, quest’ultima in funzione dal mese di febbraio 1946.]]></page><page Index="289"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        289

































                  Brig. di P.S. Tasquier Giovanni M.A.V.M., alla memoria, perito in scontri con la
                 “Banda Giuliano” (16/12/1948) (Cartolina di “Boscaine” – Museo della P.di S.)


             affrontare i più duri sacrifici e pagare un pesante tributo di sangue per la difesa e
                                                    16
             il consolidamento della giovane Repubblica .
                La situazione dell’O.P., subito dopo la Liberazione, fu caratterizzata da una
             gravità eccezionale.
                Giorgio Galli scrive: “squadre di partigiani, per alcuni mesi dopo la Libera-
             zione, nelle campagne e particolarmente in Emilia si abbandonavano ad ogni
             sorta di violenza sui medi e grossi proprietari terrieri e in alcuni casi ad esecuzio-
             ni sommarie di ex fascisti. Perché, data l’assenza delle forze di polizia (..) molte
             dimostrazioni politiche si concludevano con la violenza e le forze dell’ordine in-


             16  A guerra ancora in corso, un primo progetto di riorganizzazione della polizia fu presentato
                ai partiti dal CLNAi l’11 maggio 1945. ma ancora una volta il cambiamento auspicato fu
                frenato dalle condizioni obiettive del Paese, provato dalle rovine morali e materiali della
                guerra. “La polizia del Popolo” fu proposta da un magistrato di soli 34 anni, Giorgio Agosti
                che fu nominato questore di Torino dal CLN, poco prima dell’insurrezione del Capoluogo
                piemontese. Era un progetto audace, anche se politicamente orientato, ma che rifletteva
                l’ansia del cambiamento, che era stata avvertita già dal movimento dei poliziotti riformatori
                all’inizio  del  secolo  XX. Gli  obiettivi  da  raggiungere  era  sempre  gli  stessi:  liberare  i
                poliziotti dalle dure condizioni di servizio e di vita e superare la “disistima generale” che,
                prima e dopo il fascismo, erano state riservate alla P.S..]]></page><page Index="290"><![CDATA[290                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             contravano resistenza al tentativo di ristabilire l’ordine”.
                secondo il Presidente  del Consiglio del tempo  Ferruccio Parri e  ministro
             dell’interno ad interim, l’inazione della polizia era dovuta al fatto che: “non po-
             teva rispondere con i mezzi di polizia alle richieste di chi aveva combattuto il
             fascismo anche a causa dell’assoluta inadeguatezza dei mezzi di polizia disponi-
             bili (…) le forze dell’ordine male equipaggiate e scarse di numero erano spesso
             sopraffatte nel corso delle dimostrazioni”.
                In Sicilia, altresì, si dovette fare i conti con la dilagante reazione agrario-feu-
             dale e il banditismo mascherato da velleità separatiste.
                Agli inizi del 1945 furono innumerevoli gli assalti con bombe e mitragliatrici
             alle Caserme dell’Arma dei Carabinieri; così come in Puglia , tra la fine del 1945
             e gli inizi del 1946, veri e propri “moti” fecero registrare diversi morti e feriti tra
             dimostranti e forze dell’ordine.
                Non mancarono, poi, episodi di rivolta in numerose carceri, inscenate da delin-
             quenti comuni, fomentati da ex repubblichini.  17
                I disordini più gravi si verificarono davanti al Viminale il 7 marzo 1945 in
             seguito alla scandalosa fuga del Gen. Roatta dall’ospedale militare presso il Liceo
             Virgilio della Capitale (avvenuta tre giorni prima), dove si trovava in attesa di
             processo per la “mancata difesa di Roma” e per “crimini di guerra”.
                Ad impedire paradossalmente alle FF.PP. di difendersi adeguatamente furono
             le stesse clausole armistiziali, che vietavano “in ogni caso alle forze dell’ordine
             di avere in dotazione anche le pistole d’ordinanza considerate “arma bellica”.
                Nel 1945 il governo Bonomi per fronteggiare la grave crisi dell’O.P. fu costret-
             to addirittura a reintrodurre la pena di morte e il tribunale militare straordinario.
                Pur tuttavia, la temuta “guerra civile” fu scongiurata e questo grazie alla poli-
             tica dei primi governi di unità nazionale, basata sul contenimento delle masse or-
             ganizzate piuttosto che sul ristabilimento dell’o.p. a tutti i costi e con ogni mezzo.
                Anche una volta, però, le contingenti ragioni della politica, imposero una sotto-
             valutazione delle reali necessità degli appartenenti al Corpo delle Guardie di P.S..

             L“Ora X” che non ci fu
                La vita delle Guardie di P.s. era fatta di tante rinunce e di poche soddisfazio-
             ni. Ogni rapporto con gli Ufficiali del Corpo doveva avvenire per via gerarchi-
             ca.  Esse erano soggette a trasferimenti d’ufficio sia per motivi disciplinari sia
             per nebulose  “incompatibilità ambientali”, fermo restando che, comunque, per
             i primi otto anni dall’assegnazione alla sede di servizio, non si poteva nemmeno
             presentare la domanda di avvicinamento a casa. Era loro vietata anche la lettura di
             determinati quotidiani, ritenuti troppo di parte.
                La ferrea disciplina militare caratterizzava ogni momento della giornata delle

             17  La più grave scoppiò nel Carcere di San Vittore a Milano il 22 aprile 1946.]]></page><page Index="291"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        291





























               Rientro in caserma sotto l’occhio attento del sottufficiale d’ispezione (1951) (Foto USPS)


             “Guardie”:
                La protesta dei poliziotti per le precarie condizioni economiche e di servizio,
             che già si era manifestata in passato, seppure in modo episodico, riprese a serpeg-
             giare. Dapprima, si manifestò attraverso lettere e denunce anonime sui giornali,
             prevalentemente di sinistra; poi fu espressa in forma più concreta e circostanziata
             dagli agenti democratici, costituiti in comitati spontanei, che provenivano in gran
             parte dalle fila degli ex combattenti del Corpo Volontari della Libertà.
                Tuttavia, né la maggioranza né l’opposizione, diedroe loro ascolto.
                in linea con le rivendicazioni degli agenti democratici, furono le osservazioni
             espresse nel 1947 dal Colonnello E. J. Bye, della Commissione Alleata di Con-
             trollo.
                A suo avviso, in Italia il fattore umano era considerato di minima importanza
             rispetto al valore attribuito ai rapporti gerarchici e alla struttura militare .
                                                                            18
                Nella primavera del 1947, motivazioni di politica interna ed internazionale
             indussero l’allora Ministro dell’Interno Mario Scelba (III Governo De Gasperi) a
             disattendere gli interventi di riforma della Polizia, di cui si avvertiva il bisogno,
             al fine di non compromettere la ferrea disciplina militare del Corpo e in special







             18  Francesco Carrer La polizia del terzo Millennio Franco Angeli, Milano 2006 pag. 179.]]></page><page Index="292"><![CDATA[292                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate







































                                    Reparto Celere 1948 (Foto USPS)

                                                        19
             modo quella dei Reparti Mobili e della “Celere”  per contrastare la “combattività
             delle masse”, dovuta alla crescente radicalizzazione dello scontro ideologico tra
             destra e sinistra e alla profonda crisi economica che il Paese stava attraversando.
                La gestione della Polizia da parte del Ministro Scelba fu basata tutta sulla fidu-
             cia e sull’obbedienza. La ferrea disci plina militare, infatti, consentiva provvedi-
             menti punitivi anche in assenza di colpe specifiche.
                Tuttavia, la pratica del trasferimento punitivo, camuffato sotto la motivazione
             falsa delle esigenze di servizio, non faceva che minare le già precarie condizioni
             economiche e familiari del personale che vi incorreva.
                Pur di assicurarsi la coesione interna del Corpo, come fattore di forza in sé e
             di stabilità contro qualsivoglia pericolo interno ed esterno, il Governo rinunciò ad


             19  La “Celere” era una struttura concepita e addestrata per far fronte ad ogni emergenza dell’O.P.,
                riducendo l’impiego di armi letali a casi estremi. La Prima Compagnia Celere, composta di
                100 uomini, fu costituita in vista del Referendum istituzionale del 2 giugno 1946. I “celerini”
                avevano in dotazione una pistola, un mitra e un manganello. La Polizia a Cavallo, di fatto,
                veniva sostituita dai Reparti Celere, che operavano su jeep, donate alla Polizia dall’Esercito
                Usa. (A. Paloscia i Capi della Polizia Laurus Robuffo, Roma 2003 pag. 129).]]></page><page Index="293"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        293


                    Guardia alla Caserma di Castro Pretorio di
                                  Roma (1948) (Foto USPS)


             avere una Polizia veramente efficiente: “una
             scelta  consociativa  che……consentiva  al  go-
             verno un totale controllo degli apparati (…) e
             all’opposizione l’alibi dello “Stato di Polizia”
             o “della Polizia fascista” contro cui scagliare
             la  “combattività  delle  masse”,  le  contraddi-
             zioni e le frustrazioni derivanti dal non espli-
             cito ma definitivo abbandono di ogni ipotesi
             rivoluzionaria”. 20
                Al Ministro Scelba si deve nel 1947 il po-
             tenziamento della Pubblica sicurezza in termi-
             ni di uomini, circa 6.300 unità, armi e mezzi di
                      21
             trasporto.
                Una pur modesta coesione delle forze poli-
             tiche, dopo la rottura dell’unità antifascista, fu ritrovata con l’approvazione della
             Costituzione (22 dicembre 1947) con 453 voti favorevoli e 62 contrari.
                Le prime elezioni politiche del 18 aprile 1948 si svolsero senza i temuti som-
             movimenti di piazza e sancirono la sconfitta del Fronte Popolare, costituito dai
                                                                       22
             Comunisti e dai socialisti e la vittoria della Democrazia Cristiana .
                Ciò consentì all’On. De Gasperi di avviare la politica del suo nuovo governo
             dal quale erano state escluse le Sinistre: “Noi intendiamo salvare i diritti costi-
             tuzionali, il metodo democratico e la rigorosa osservanza delle leggi. Non sono
             principi di uno stato di polizia, ma criteri direttivi di uno stato, costituzionale,
             libero e democratico”. 23
                La fermezza del Presidente del Consiglio si manifestò ulteriormente con l’a-
             dozione del provvedimento di proroga sul “disarmo”, che permetteva alle Forze
             dell’Ordine l’effettuazione di perquisizioni per la ricerca di armi ed esplosivi, an-
             che senza la preventiva autorizzazione dell’Autorità Giudiziaria, che rese possibile


             20  A. sannino op. cit. pag. 106.
             21  Nel mese di aprile 1947 l’organico effettivo era di 42.651 uomini nel giugno 1948 di 68.204
                di cui solo 42.627 in s.p.e.. Nello stesso periodo fu disposta, altresì, l’indennità corrisposta
                per i servizi di o.p..
             22  in  vista  delle  elezioni  la  Polizia  fu  rafforzata  con  l’immissione  temporanea  di  20.000
                uomini. Per l’accasermamento i prefetti, per un periodo di 6 o 10 mesi, avrebbero potuto
                requisire edifici demaniali, pubblici e privati. I moschetti mod. 91 furono affiancati dai
                Moschetti automatici Beretta (Mab) mod. 38; mentre la motorizzazione fu potenziata con
                200 autoblindo. (A. Paloscia op. cit.).
             23  A. sannino op. cit. pag. 126.]]></page><page Index="294"><![CDATA[294                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate






























                           Reperto Celere di Roma a Villa Glori (1948) (Foto USPS)


             una vasta opera di rinvenimento e di sequestro di armi presso sedi di partito e sin-
             dacati e un’ondata di arresti (circa 644). Ma un pericolo ben più grave incombeva.
                “L’Ora X della seconda ondata”, sembrò profilarsi il 14 luglio 1948 con l’at-
             tentato a Palmiro Togliatti posto in essere dallo studente di giurisprudenza, Anto-
             nio Pallante.
                Le azioni insurrezionali che seguirono segnarono l’apice dello scontro violento
             e il massimo livello di pericolo per la giovane Democrazia.
                Gravi incidenti si verificarono a Genova, Torino, Napoli, sul Monte Amiata
             con un  bilancio complessivo di 16 morti e 204 feriti.
                Per evitare il ricorso alle armi da fuoco da parte dei Carabinieri nelle manife-
             stazioni, il Ministro Scelba caldeggiò al suo collega della Difesa Pacciardi l’ado-
             zione di armi umanitarie ed idonee allo scioglimento delle dimostrazioni di carat-
             tere non rivoluzionario. Richiesta che non trovò accoglimento, in quanto l’Arma
             voleva evitare confusioni “ritenute poco simpatiche con la Celere”.
                Nel 1948 venne confermata la politica di contenimento dell’O.P., mentre con-
             tinuarono ad essere insufficienti le risorse necessarie per modernizzare la Polizia
             e dotarla di strumenti idonei a garantire non solo la convivenza civile ma, visto il
             numero dei caduti e dei feriti, la sicurezza degli operatori in servizio.
                L’inadeguatezza dei mezzi e delle strutture, la mancanza di coordinamento,
             quando non di contrapposizione tra apparati per la difesa interna, finirono per
             ridurre gli spazi e le capacità di mediazione del conflitto sociale, che avrebbe as-
             sunto in seguito la connotazione di protesta antisistema.]]></page><page Index="295"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        295


















                   I primi soccorsi all’On. Togliatti  Manifestazione dopo l’attentato a Togliatti


                 La precarietà della situazione è acutamente descritta dallo storico Ginsborg:
             “La rivalità tra i due Corpi [P.S. e CC] fu molto elevata….Il reclutamento aveva
             luogo in genere tra le classi più povere del Meridione. Si poteva fare affidamento
             su entrambi i corpi , tenuti ben separati dalla comunità che avrebbero dovuto
             servire e alloggiati in caserme spesso primitive e inospitali, per una pronta obbe-
             dienza, per il mantenimento di legge e ordine, per l’uso delle armi da fuoco contro
             la popolazione se si fosse reso necessario”. 24

             Tra crisi e cambiamento
                Gli anni Cinquanta furono anni di assestamento del quadro politico postbellico
             e durissimi sul fronte della sicurezza interna.
                Iniziarono con la tragedia di Modena, dove cinque operai furono falciati dalle
             raffiche di mitra, durante un intervento della forza pubblica per far cessare l’oc-
             cupazione delle Officine Orsi e terminarono a Genova, nel giugno del 1960, dove
             reparti a cavallo e autoblindo della polizia furono impegnati in durissimi scontri
             con i manifestanti.
                Il 1^ giugno 1950 la “Circolare 400” del Ministro della Difesa Pacciardi (PRI)
             previde l’impiego delle FF.AA. in o.p..
                Da quella data e sino ai moti di Reggio Calabria del 1970, solo in poche altre
             occasioni si fece ricorso ai reparti dell’Esercito come deterrente.
                L’accostamento ai tempi di Pelloux ,“dove la misura di tutto era la forza”,
             divenne per molti naturale sia per la durezza degli interventi della F.P. che per
             l’adozione di provvedimenti limitativi di alcune libertà fondamentali
                Dal 1949 al 1951, il Governo tentò di contenere con misure repressive le inizia-
             tive della Sinistra, mirate ad allargare il fronte pacifista dopo l’adesione dell’Italia
             al Patto Atlantico del 4 aprile 1949. Tra queste, vi fu la sospensione dei comizi per
             tre mesi nei comuni dove si erano verificati incidenti.


             24  Paul Ginsborg Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi Einaudi Torino 1999 pag. 198.]]></page><page Index="296"><![CDATA[296                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate
































             Visita del Prefetto di Forlì al Reparto Mobile Speciale Paracadutisti (1949) (Foto USPS)
             Nel 1949, stante l’impossibilità per l’Esercito di ricostituire truppe aviolanciate, si avvertì il
             bisogno di dotare il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza di un Reparto particolarmente
             coeso, in grado di operare con grande mobilità d’impiego nei delicati e difficili servizi di
             ordine pubblico. L’Ispettorato del Corpo delle Guardie di P.S. affidò al Maggiore Gajeri la
             costituzione di un “Reparto mobile speciale paracadutisti”, la cui sede venne individuata
             inizialmente presso una Caserma di Aversa (CE). Il Reparto operò fino al 1952.


                Un pacchetto di “leggi speciali” per l’o.p. fu varato per fronteggiare le nuove
             forme di lotta operaie come il controllo dei ritmi di lavoro, gli scioperi a scacchie-
             ra, a singhiozzo e senza preavviso.
                Critiche accese furono rivolte ai responsabili dell’o.p. per l’impiego indistinto
             degli stessi metodi per estirpare il banditismo e le agitazioni popolari.
                Gli eventi bellici in Corea produsssero un’ulteriore spinta repressiva, finendo
             per utilizzare, nei due anni successivi, anche i Tribunali Militari per alcuni reati di
             opinione compiuti da civili quando gli stessi fossero militari in congedo. 25
                Ciò comportò un acceso scontro politico che indusse il Governo in carica ad
             adottare alcuni provvedimenti per ridurne i poteri, in attesa di una ridefinizione



             25  Il  12  settembre  1953  Guido  Aristarco  e  Renzo  Renzi  furono  denunciati  dai  Giudici
                Militari per vilipendio alla FF.AA., quindi arrestati e rinchiusi a Peschiera per un soggetto
                cinematografico  sull’occupazione  italiana  in  Grecia.  La  storia  si  intitolava  “L’armata
                sagapò” (“ti amo”, in greco) un nomignolo cui facevano ricorso gli inglesi. Il “misfatto”
                venne consumato sulla Rivista “Cinema nuovo”, diretta da Aristrarco.]]></page><page Index="297"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        297




























                    Reparti del Corpo delle Guardie di P.S. sfilano a Udine (1952) (Foto USPS)


             della materia che sarebbe toccata alla Consulta, una volta insediata.
                La virata a “destra” del Governo si caratterizzò anche per una serie di inter-
             venti disposti, in via preventiva, nei confronti degli oppositori di sinistra e dei
             sindacalisti.
                Un giro di vite si registrò, altresì, nei piccoli centri dove l’Autorità di P.S. non
             esitò a ricorrere ai fogli di via obbligatori per liberarsi di elementi giudicati “faci-
             norosi” e “perturbatori” della “quiete” locale.
                In  ambito  parlamentare,  l’opposizione  di  sinistra  non  mancò  di  denunziare
             questo ennesimo tentativo di “restaurazione” da parte dell’Esecutivo accusato,
             peraltro, di tenere un atteggiamento assai più blando nei confronti delle manife-
             stazioni dell’estrema destra neofascista.
                A caratterizzare questi anni fu anche l’accesa polemica sull’uso delle armi da
             parte delle Forze dell’Ordine nei servizi di o.p., la cui legittimità derivava da
             disposizioni presenti nel TULPS, integrate da una serie di disposizioni del Rego-
                                                   26
             lamento sul servizio territoriale di presidio .
                Un periodo di calma apparente sembrò profilarsi nel 1953, in occasione della
             campagna elettorale per le elezioni politiche del 7 giugno, che non fu turbata da


             26  Detto regolamento era stato approvato con R.D. 18 febbraio 1932 e aggiornato il 28 ottobre
                1948. Il problema di un nuovo testo unico di leggi di P.S., che sostituisse quello fascista del
                giugno del 1931, si era posto fin dall’immediato dopoguerra ma, nonostante i vari progetti di
                abrogazione presentati, si sarebbe trascinato fino all’entrata in funzione la Corte Costituzionale
                (1956), che con alcune importanti sentenze riconoscerà la totale o parziale illegittimità delle
                norme più controverse del TULPS in relazione ai nuovi dettami costituzionali.]]></page><page Index="298"><![CDATA[298                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



















                                                              Reparti del Corpo delle
                                                              Guardie di P.S. sfilano a
                                                              Udine (1952) (Foto USPS)
















             nessun incidente. Si plaudì, anzi, al contributo straordinario della Pubblica Sicu-
             rezza. che in quella occasione “aveva consentito la libera e pacifica esplicazione
             del voto in tutto il Paese” ed aveva contribuito “ad accreditare all’estero l’im-
             magine di un’Italia liberata dai fattori di rischio per la sicurezza interna, che
             non aveva paura dei complotti, che affrontava civilmente la competizione tra il
             governo e il più forte partito comunista d’occidente”.  27
                Segnali importanti di novità si colsero, anche, nel cambio di strategia impresso
             dall’On. Fanfani al Dicastero dell’Interno (1953-1954), inteso come coordina-
             mento e stimolo a risolvere i conflitti sociali e non più come ministero di Polizia.
                All’On. Amintore Fanfani si deve anche il riconoscimento ai poliziotti del di-
             ritto al riposo settimanale per almeno mezza giornata nei giorni festivi (il cd.
             riposo Fanfani) e di contenuti aumenti di stipendio.
                Non furono, tuttavia, considerate le ben più importanti rivendicazioni dei po-
             liziotti  riguardanti le limitazioni al matrimonio, l’obbligo di accasermamento per
             gli ammogliati, gli stipendi prossimi alla soglia di povertà, l’assoluta mancanza di
             diritti per gli ausiliari, etc..


             27  A. Paloscia op. cit. pag. 149.]]></page><page Index="299"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        299



                Vale ricordare che le paghe dei poliziotti negli Anni ‘50 erano più basse di
             quelle dei manovali e degli altri impiegati civili.
                Non  disponendo  di  canali  ufficiali  per  esprimersi,  la  protesta  dei  poliziotti
             sfruttò nuovamente la carta stampata per rendersi pubblica.
                Fece scalpore nel 1956 la notizia pubblicata sull’Unità di 20.000 esposti pre-
             sentati su carta da bollo da 200 lire dagli agenti per ottenere l’aumento mensile
             di 20.000 lire previsto da una legge di due anni prima ma non ancora applicata.  28
                In seguito, su altri quotidiani, specialmente di sinistra, fecero la loro compar-
             sa numerose lettere anonime di poliziotti che lamentavano le dure condizioni di
             lavoro e di vita nonchè lo stato di frustrazione dovuto alla disistima dei cittadini.
                Al malessere dei poliziotti si aggiungeva, altresì, l’insoddisfazione dei funzio-
             nari per “lo stato di profondo disagio umano ed economico dovuto a forme ormai
             insopportabili di gestione organizzata ed operativa dei servizi di polizia” basata
             sull’assegnazione di incarichi e di promozioni ottenute non tanto per merito quan-
             to per benevolenza dei vertici.  29


             Eventi di guerra
                A partire dal 1950 e fino a tutto il 1954 riesplose prepotente la “questione di
             Trieste”, fino ad allora sotto il Governo Militare Alleato.
                Moti di ribellione, dettati dal desiderio di italianità, scoppiarono a Trieste, sof-
             focati nel sangue dalla polizia del Governo Militare Alleato, e, di riflesso, nella
             Venezia–Giulia e in tutta Italia.
                Il 16 aprile 1951, a Torino, venne assassinato un dirigente della FIAT che ave-
             va licenziato alcuni operai i quali avevano partecipato allo sciopero per una Trie-
             ste italiana: ogni successiva manifestazione di piazza fu repressa sul nascere dalla
             “Celere”.
                Il 29 agosto 1953 si arrivò quasi allo scontro armato con la Jugoslavia, quando
             Tito chiese l’internazionalizzazione di Trieste e l’annessione alla Jugoslavia del
             restante territorio: reparti dell’Esercito italiano e del Corpo delle Guardie di P.s.
             furono schierati a ridosso dei confini, con i Reparti Mobili di P.S. dotati di auto-
             blindo e carri armati.



             28  A. Paloscia op. cit. pag. 153.
             29  “Un tentativo per correggere i cattivi costumi della parte alta della polizia fu fatto dal
                Ministro dell’Interno Tambroni, poco dopo il suo insediamento. Cercò, infatti, innanzitutto
                di  mettere  un  freno  ai  trasferimenti  di  favore  e  non  per  esigenze  di  servizio.  Inoltre,
                scandalizzato dalla piaga delle raccomandazioni si dichiarò pronto a considerale come
                “indice di demerito” e non più come via privilegiata per la carriera. La sua, però, fu solo
                una nobile dichiarazione d’intenti che non portò alla “moralizzazione” auspicata” così
                Carlo mosca in Profili strutturali del nuovo ordinamento della Polizia italiana, Bucalo,
                Latina 1981 pag. 12.]]></page><page Index="300"><![CDATA[300                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate


                                                          Guardie di P.S. al confine orientale
                                                          (Gorizia - 1953) (Foto USPS)







                                                            Il 4, 5 e 6 novembre furono
                                                         giorni funesti per i Triestini che
                                                         pagarono un alto tributo di vite
                                                         umane negli scontri con la poli-
                                                         zia civile alleata.
                                                            Il  26  ottobre  1954,  la  città
                                                         giuliana  tornò  definitivamente
             all’Italia: gli anglo-americani abbandonano il posto, subito sostituiti dalle Auto-
             rità italiane.
                il Corpo delle Guardie di P.s. fu il primo ad entrare a Trieste con una staffetta
             di Polizia Stradale ed un contingente del 2° Raggruppamento Celere di Padova,
             accolto con scene di tripudio e di gioia.
                i valichi con la Jugoslavia furono presidiati dalla Polizia di Frontiera e l’ordine
             pubblico fu gestito dalla “Celere” padovana, che resterà a Trieste fino alla ritorno
             alla normalità.


             Verso la modernizzazione
                In questi anni non facili, la Direzione Generale della P.S. dedicò massima at-
             tenzione ai cambiamenti dei fenomeni criminali e propose non pochi rimedi e
             strategie per farvi fronte, potenziando le attività della Scuola Superiore di Polizia
             e dei Gabinetti periferici di Polizia Scientifica.
                Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Scuola, comprendendo quanta verità vi
             fosse nel detto “più laboratori scientifici, meno criminali impuniti” (che, peraltro,
             andava largamente influenzando la riorganizzazione post-bellica di molte altre
             polizie europee), orientò in tal senso la sua attività.
                E mentre mantenne ad un alto livello la sua funzione didattica, adeguando gli
             insegnanti alle esigenze dei tempi, sviluppò notevolmente il settore dattilosco-
             pico, istituì i servizi centrali d’identità preventiva e delle indagini tecniche e di
             documentazione e specializzò i suoi laboratori di analisi.
                Nel 1956 la sede della Scuola Superiore di Polizia fu trasferita all’EUR, in Via-
             le dell’Aeronautica nr. 7. Al suo interno operavano quattro Sezioni e il Gabinetto
             Antropo-psicologico.
                Per corrispondere, inoltre, alle significative trasformazioni economiche-sociali
             indotte dal “Boom economico”, si diede sviluppo alle Specialità di Polizia: stra-
             dale, ferroviaria, postale e di frontiera terrestre, aerea e marittima.]]></page><page Index="301"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        301





















               Reparti della Celere di Padova sfilano a Trieste   Cartolina celebrativa per i
                           1954 (Foto USPS)               Cinquant’anni di Trieste italiana
                                                                  (USPS 2004)


















             Sopralluogo di polizia scientifica (Anni ’60)  Autolaboratorio (Anni ’60) (Foto USPS)
             (Foto USPS)



















                    La cassetta per i rilevi di polizia
                   scientifica (Anni ’60) (Foto USPS)]]></page><page Index="302"><![CDATA[302                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate






















                   Corpo delle Guardie di P.S.          Corpo delle Guardie di P.S.
               Specialità Polizia Stradale (Foto USPS)  Polizia marittima (Foto USPS)



                Gli Anni ’50 segnano una vera rivoluzione anche nel campo della motorizza-
             zione di polizia.
                Le Squadre Mobili delle Questure vennero dotate delle Alfa Romeo 1900  le
             cd. “Pantere”. Le nuove auto, dotate di una potente blindatura, erano adatte per gli
             inseguimenti anche notturni, essendo fornite di due fari supplementari.
                Erano dotate, altresì, di una radio e di un tettuccio apribile per consentire all’o-
             peratore di sparare in posizione eretta.


























                                                                            Alfa Romeo
                                                                            1900
                                                                            (Foto USPS)]]></page><page Index="303"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        303


































                                    Sfilata delle “Pantere” (Foto USPS)


                Gli sforzi compiuti fino a quel momento per adeguare i mezzi di trasporto e di
             comunicazione dei Raparti Mobili permisero, altresì, alla Pubblica Sicurezza di
             compiere interventi tempestivi di soccorso pubblico alla popolazioni colpite da
             alcune calamità che scossero il Paese, proprio in quegli anni.
                il Corpo delle Guardie di P.s. fu chiamato a prestare la propria opera di soc-
             corso in occasione di numerose alluvioni che flagellarono l’Italia nei primi anni
             Cinquanta: 14 novembre 1951 in Polesine, luglio 1953 in Valcamonica, novembre
             1954 a Salerno, novembre 1955 ancora in Polesine.
                La Polizia schierò i primi mezzi anfibi a sua disposizione.
                Tuttavia, essendo ancora lontani dal moderno concetto di protezione civile, la
             catena degli aiuti si basò principalmente sulla buona volontà dei poliziotti e sul
             loro spirito di abnegazione nonché su quello di tutti gli altri soccorritori.
                 Al Corpo delle Guardie di P.S. verranno concesse tre Medaglie d’Oro al Valor
             Civile alla Bandiera per l’aiuto prestato dopo l’alluvione del Polesine (metà no-
             vembre del 1951); i gravi nubifragi che colpirono il Nord Italia ed in particolare
             la Bassa Val Camonica (1953) e le bufere di neve che imperversarono al Sud e
             Centro Italia (1956).]]></page><page Index="304"><![CDATA[304                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate





















                                                          Attività di soccorso dopo
                                                          l’alluvione in Polesine (1951)
                                                          (Foto USPS)
















             Bibliografia
             AA.VV.  Cento  anni  di  amministrazione  pubblica  in  Amministrazione  Civile,  Rivista
                Mensile di studi e politica amministrativa – numero speciale per il Centenario dell’U-
                nità d’Italia, Vito Bianco Editore Roma 1961.
             ALBONETTl Achille L’Italia, la Politica estera e l’unità dell’Europa Edizioni Lavoro
                Roma 2005.
             AmATO Rino La Polizia italiana. Aspetti storici ed istituzionali Editrice sophia Palermo
                1977.
             BATTiPEDE Pietro Polizia nel sindacato Edito per i tipi della “Galleria” Castelfranco
                Veneto (TV), 1988.
             CANOsA Romano La Polizia in Italia dal 1945 a oggi Universale Paperbacks il Mulino,
                Bologna 1976.
             CANOSA R. – FEDERICO P. La Magistratura in Italia dal 1945 a oggi Universale Pa-
                perbacks il Mulino, Bologna 1974.
             CAZZOLA Franco l’italia contadina Editori Riuniti Periodico mensile, aprile 2000 nr.
                15, Milano.
             CiCERO Attilio  Cenni  sull’organizzazione  delle  Forze  di  Polizia  in  Italia  ministero
                dell’Interno Direzione Generale della P.S – Divisione Affari Legislativi e Documen-
                tazione Roma.]]></page><page Index="305"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        305


                      Alluvione in Bassa Valcamonica
                       Luglio 1953 (Opera su tela di
                      Vittorio Pisani – Museo P. di S.)



             CICCHITTO  Fabrizio  (a  cura  di  )  l’in-
                fluenza  del  comunismo  nella  storia
                d’Italia. Il PCI tra via parlamentare e
                lotta armata (Atti del Convegno orga-
                nizzato dalla Fondazione magna Car-
                ta e da “L’Ircocervo” 22 marzo 2007,
                Roma)  Rubbettino  Editore,  Soveria
                Mannelli 2008.
             DE GAsPERi maria Romana De Gasperi
                ritratto di uno statista Arnaldo mon-
                dadori Editore, Milano 1964.
             DE GiROLAmO Raffaele La Guardia di
                Pubblica Sicurezza Etica e storia della
                Polizia Stabilimento Tipografico Cart.
                Posa & Scarpati, Mottola 1958.
             FANELLO mARUCCi Gabriella Scelba.
                Il Ministro che si oppose al fascismo
                e  al  comunismo  in  nome  ella  libertà
                Arnaldo  Mondadori  Editore,  Milano
                2006.
             FASANOTTI Pier Mario – GANDUS Valeria Mambo italiano. Tre lustri di fatti e misfatti
                1945 - 1960 Marco Tropea Editore, Milano 2000.
             FERRANDO Piero Al di là del silenzio La storia oscura dell’Italia dal secondo dopoguer-
                ra alla fine del Millennio Erga edizioni, Genova 2012.
             FOCARDi Filippo La guerra della memoria La Resistenza nel dibattito politico italiano
                dal 1945 ad oggi Edizioni Laterza, Bari 2005.
             GHisALBERTi Alberto m. Le origini del Corpo delle Guardie di P.S. Roma, Ministero
                dell’Interno Direzione Generale della P.S. Istituto Poligrafico dello Stato - G. C., Roma
                1957.
             sUBANi silvano La Polizia Triestina dal 1945 al 1954 . Storie di ex cerini Edizioni “Italo
                Svevo”, Trieste 2003.
             isPETTORATO del Corpo delle Guardie di P.s. Ordinamento della Polizia italiana e del
                Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza ministero dell’interno Direzione Generale
                della P.S., Roma 1956.
             KOGAN Norman L’Italia nel dopoguerra. Storia politica dal 1945 al 1966 Universale
                Laterza, Bari 1974.
             LA RUSSA Vincenzo Il Ministro Scelba Rubbettino Editore soveria mannelli 2002.
             MARCHETTO Pasquale, MAZZEI Antonio Pagine di storia della Polizia italiana Orien-
                tamenti bibliografici Associazione Nazionale Polizia di Stato (ANPS) Presidenza Na-
                zionale col contributo del Centro studi e Ricerche sulla storia della Polizia di stato
                Neos Edizioni, Rivoli (TO) 2004.]]></page><page Index="306"><![CDATA[306                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate


                                                   Bufera di neve nelle Regioni dell’Italia
                                                   Centro-Meridionale 1956
                                                   (Opera su tela di Vittorio Pisani
                                                    Museo P. di S.)


































             mARiNO Giuseppe Carlo Storia della Mafia Newton Compton editori, Roma 2012.
             NAPOLiTANO Roberto Promemoria italiano Bur Rizzoli, Milano 2012.
             OLmOTi Giorgio Il boom 1954-1967 Editori Riuniti Periodico mensile, marzo 1998 nr.
                26 milano.
             PEPiNO Livio Forti con i deboli Bur Rizzoli, Milano 2012.
             PANETTA Riccardo La pubblica Sicurezza Compiti e Organizzazione Arti Grafiche Ra-
                venna.
             PALOsCiA Annibale la storia della Polizia Newton Compton Editori Roma 1989.
             ROMANELLI Raffaele (a cura di) Storia dello Stato italiano dall’Unità ad oggi Progetti
                Donzelli Editore, Roma 1995.
             sANNiNO Antonio Le Forze di Polizia nel dopoguerra Mursia Editore, Milano 2004.
             TAmBURRANO Giuseppe Storia e cronaca del Centro-Sinistra Biblioteca Universale
                Rizzoli, Milano 1990.
             VENTRONE Angelo La cittadinanza repubblicana Il Mulino Saggi, Bologna 1996.
             VESPA Bruno anni ’50 da Storia d’Italia dal 1940 ad oggi Mondadori, Milano 2007.]]></page><page Index="307"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        307



             Maggio 1945 - Maggio 1955:
             Il Servizio Sanitario Militare dell’Italia Rinnovata



             antonio santoro      1




             1. Premessa storico-militare
                   ella prima decade di maggio 1945, cessava la guerra mondiale in Europa,
             N Umberto II,  già da un anno il Luogotenente del Regno d’Italia, mentre,
             dopo la festosa liberazione, alla nostra occupata e stremata Nazione, veniva inve-
             ce presentato il conto degli errori del Fascismo.
                In Italia, la sfiduciata monarchia governerà sino al Referendum istituzionale
             del 2 giugno 1946. Umberto che sarà effimero Re nel maggio 1946, regna di-
             gnitosamente, ma l’euforia filomonarchica alligna solo al Sud, il Nord è inoltre
             estenuato da 20 terribili mesi di regime nazifascista e guerra civile. in sicilia
             s’accrescevano indipendentismo e banditismo. Nord e Sud condividevano fame,
             sofferenze, macerie materiali e morali, tensioni sociali rinnovate dai tempi, non-
             ché passate e tuttora presenti occupazioni straniere.
                Coesistevano numerose problematiche:
                § politico - militari esterne ( la più che probabile perdita della Venezia Giulia,
                   le terribili notizie circa la pesante occupazione titina, l’affaire Trieste ed
                   anche, in chiave molto minore, la perdita delle colonie africane d delle isole
                   egee e la conseguente espulsione dei coloni Italiani da quelle terre );
                § politiche interne ( la Questione istituzionale nei primi due anni, ma anche
                   diversi tentativi di rivolgimenti politici violenti da parte di alcuni settori già
                   partigiani garibaldini con frequentissimi scontri di piazza ed assassinii di
                   privati cittadini)
                § economiche ( tracollo economico della Nazione per cui vengono compiuti
                   valorosi tentativi di risanamento del bilancio statale, poi risolti con il piano
                   marshall e con la riforma fondiaria; non mancano i primi scandali politico
                   finanziari).
                Logico finale degli errori imperialistico del Fascismo fu la perdita della flotta
             e delle Colonie. Solo per quanto riguarda la politica estera: dopo oltre 80 anni di
             espansione territoriale progressiva, l’Italia si trova dapprima temporaneamente
             divisa in due e poi amputata ad Nordovest ed ancor più a Nordest, dove gli incubi
             aumentarono DOPO la Liberazione! Nel resto d’Italia: sfacelo completo!


             1  Brigadier Generale medico, Comando Logistico dell’Esercito; Università di Firenze.]]></page><page Index="308"><![CDATA[308                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                i liberatori  Titini avviarono una feroce pulizia etnica mediante il massacro
             nelle foibe, in mare e con altri brutali sistemi di 10.000 italiani, da loro denomi-
             nati  “fascisti”, ma in realtà persone di tutti i ceti sociali ( da   agiati proprietari
             ed industriali, ai bidelli, agli operai,         ai mezzadri e persino ai disoccupati ) e
             credo politico ( dai monarchici ai socialisti, dai cattolici ad alcuni patrioti comuni-
             sti comunque italiani ), militari non compromessi o resistenti al nazifascismo, ma
             Italiani al di quà dell’Isonzo, insomma un coacervo di sofferenza umana 30 volte
             più vasto di quello delle Fosse Ardeatine!
                 Ai “fortunati” sopravvissuti, persi la casa ed ogni bene materiale ed anche
             qualche parente ed amico,  non restava che divenire misero profugo in Italia  o
             emigrato in America ed Australia: un esodo di circa  350000 Italiani dalla Vene-
             zia Giulia e dal litorale    dalmata.  ( maggio 1945 – ottobre 1954, con acme nel
             febbraio 1947 ).
                Nel complesso, tra maggio e settembre 1945, furono rimpatriati 850.000 ex
             prigionieri militari italiani. Le autorità di Roma considerarono completo il rimpa-
             trio di massa degli internati italiani in Germania alla fine di settembre 1945.
                 A quella data circa l’80% erano rientrati in Italia. Le autorità sovietiche invece,
             in particolare, rilasciarono i prigionieri italiani solo a partire da settembre 1945.
                In quel mese ritornarono in patria 10.000 italiani, cui si aggiunsero altri 52.000
             che partirono nel mese di ottobre. Nel lager si poteva essere uccisi, nei gulag si
             era lasciati morire! L’ospitalità titina aveva saputo gareggiare con quella nazista!
                Decine di migliaia di militari prigionieri non erano tornati entro il 1945 dalla
             Russia ( ma anche da altrove ), la speranza delle loro famiglie non cessava, ma
             dall’U.R.S.S. di  Josip Stalin e Lavrentij Berja non tornerà la stragrande maggio-
             ranza di essi.
                    Ci vorranno 12 anni di dura prigionia ancora perchè nel 1954 possano gli
             ultimi superstiti italiani ritornare dall’U.R.S.S.: uno sparuto gruppo di ufficiali tra
             cui un luminoso e semplice eroe, medico degli Alpini!
                1945: fuga dall’Ospedale militare Provvisorio Virgilio in via Giulia a Roma
             del Generale Mario Roatta, recluso per collaborazionismo col Fascismo e cauta-
             mente ricoverato nell’improvvisato H.M. per allegata e chissà se riscontrata ma-
             lattia, di certo non all’apparato locomotorio! La fuga dal ricovero militare risulta
             storicamente inventata dal detenuto militare nella Russia zarista e futuro mare-
             sciallo di Polonia Jozef Piłsudski nel 1900. Un’altra simile fuga famosa occorrerà
             poi in Italia nel 1980, ma questa è una storia di cui parlerò in altra occasione futu-
             ra. Roatta era accusato di concorso nell’assassinio in Francia dei fratelli Rosselli,
             oltre che ricercato dalla Jugoslavia di Tito per le pesanti rappresaglie compiute su
             suo ordine dai militari italiani nella Jugoslavia occupata del 1941 –  43! Ferme
             restando le responsabilità del nostro augusto connazionale, questa rogatoria inter-
             nazionale, nel mio personale rispetto delle morti per assassinio di tanti innocenti
             di ogni nazionalità,  istintivamente porta la mia mente ad uno zoologico popolare]]></page><page Index="309"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        309


               Fig.1  Il Presidente Einaudi saluta
               gli ultimi reduci dalla prigionia in
               URSS, stringe la mano alla Meda-
               glia d’Oro al Valor Militare Tenen-
                te medico degli Alpini Enrico Re-
              ginato, eroico medico in prigionia
                 e futuro Generale Comandante
               della Scuola di Sanità Militare dal
                             1973 al 1976.










             adagio italico!  Inoltre, se ci informiamo all’I.N.P.S., tuttora perdura l’amara bef-
             fa, a   nostre spese, ed in spregio a tanti onesti Italici pensionati o mancati tali, di
             munificenze di trapassati presidenti per gli eroi titini!
                Attraverso un tormentato scrutinio l’italia diviene Repubblica; l’ultimo non
             peggiore dei Re, così come era avvenuto con Franceschiello di Borbone nel 1860,
             prende la via dell’esilio: Ancora una volta bisogna forgiare gli spiriti Italiani…
             divisi come nel 1861!
                Sin dalla fine del’43, per epurare i soggetti compromessi col Fascismo dalle
             Forze Armate e dalle pubbliche amministrazioni,  erano cominciati nelle provin-
             ce liberate i procedimenti giudiziari; contemporaneamente procedette la legifera-
             zione in proposito sino al 1945; dobbiamo pur dire che alcuni criminali politici
             sfuggirono comunque e troppi innocenti ingenui pagarono per colpe non loro.  Il
             Ministro Guardasigilli Palmiro Togliatti pose fine a tutto il 22 giugno 1946, con
             l’emanazione della celebre amnistia politica per tutti.
                L’amnistia liberò assassini fascisti e partigiani comunisti che avevano truci-
             dato a loro volta gente anche innocente, riuscendo tutti o quasi i criminali rossi e
             neri a farla franca in compiacenti esili esteri. Ex fascisti di nessuna importanza,
             borghesi, ma anche donne, preti [2] e militari, spesso apolitici o addirittura an-
             tifascisti, continuavano ad essere invece impunemente ammazzati dalle Volanti
             Rosse nell’Italia Centrosettentrionale [9] ed anche in certe aree della Calabria con
             famiglie ndraghetose opportunamente politicizzate per l’occasione.  [7].
                1947: il primo atto ordinativo della rinnovata Italia fu la Costituzione!
                Il Primo Capo Provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, figura di rarissima in-
             contestata onestà morale e politica, firma il Testo definitivo della Carta! La nuova
             democrazia si concretizzava istituzionalmente, sia pure al momento con sola veste
             rituale, ma c’era tantissimo da fare; le  Forze Armate, ridimensionate nel numero
             per il Trattato di Pace di quell’anno, devono però ammodernarsi, adottare nuove]]></page><page Index="310"><![CDATA[310                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             uniformi ed accessori, imparare ad usare dotazioni, armi e mezzi degli Alleati Oc-
             cidentali: si profila l’inserimento dell’ancor gracile Italia del II Dopoguerra in un
             vasto contesto internazionale moderno e democratico. Anche i fregi militari si re-
             pubblicanizzano: scompare la corona reale, qualcuno non dà neanche il tempo di
             sostituirla con la corona turrita delle libertà comunali. Vanno via anche i gradi alla
             manopola, rimane la mostrina amaranto per tutta la Sanità Esercito e gli ufficiali
             medici non rinunciano alla sottopannatura del grado, adottando abusivamente le
             stellette di grado con il robbio dei comandanti ( una tradizione più o meno tolle-
             rata per 40 anni ancora! ).
                il decreto Luogotenenziale del 5 ottobre 1944 n°249 aveva da tempo dichiarato
             nullo il servizio militare prestato nella R.s.i..
                   Nel marzo 1946, vennero chiamati alle armi coloro che, pur avendone l’ob-
             bligo, non avevano ancora assolto il servizio di leva.
                   Pertanto molti giovani della classe 1925, 1924 e 1923 (parte) dovettero ripe-
             terlo, stante la dichiarata nullità di cui sopra. Risultò così che i primi soldati del
             Nord della Repubblica Italiana il 2 giugno 1946 fossero, in prevalenza, ex appar-
             tenenti alle forze armate e formazioni armate di ogni tipo della R.s.i.
                E paradossalmente si trovarono inquadrati negli stessi reparti con tanti ex par-
             tigiani che, non avendo maturato i mesi di attività richiesta per l’esenzione, non
             la poterono ottenere. L’Esercito Italiano, come nel 1861, risulta primo melting pot
             della Nazione.
                Nel maggio 1948 il Parlamento elegge ad ampissima maggioranza il Presi-
             dente della Repubblica: un grande economista, di carattere modesto e claudicante
             nella locomorietà, una roccia nel carattere, un cristallo nella purezza: Luigi Einau-
             di … con lui l’Italia, nella nuova Europa, riparte. L’Italia, nel 1949, è tra gli Stati
             fondatori della N. A. T. O.
                Una scelta, allora con cieca tenacia avversata da taluni, che si rivelerà 40 anni
             dopo più che giusta, avendo consentito decenni di pace in Europa e la fine di un
             altro ismo, almeno dove aveva tenuto fermo il ferreo tallone.
                Gli Ufficiali medici e farmacisti, con i loro infermieri e tecnici e gli Aiutanti di
             Sanità vengono addestrati per l’integrazione in strutture sanitarie internazionali.
                L’Italia, nel 1949, è tra gli Stati fondatori della N. A. T. O. Una scelta, allora
             con cieca tenacia avversata da taluni, che si rivelerà 40 anni dopo più che giusta,
             avendo consentito decenni di pace in Europa e la fine di un altro ismo, almeno
             dove aveva tenuto fermo il ferreo tallone. Gli Ufficiali medici e farmacisti, con i
             loro infermieri e tecnici e gli Aiutanti di Sanità vengono addestrati per l’integra-
             zione in strutture sanitarie internazionali.
                Sconvolgimenti naturali sono  sempre frequenti in Italia e le Forze Armate
             sono l’unica risorsa di soccorso in quegli anni, la Sanità non manca al doveroso
             appello.]]></page><page Index="311"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        311





















                                              Fig.1 Il Generale Dorme in piedi – Ugo Tognazzi
                                              nell’uniforme impeccabile degli anni ’60, quale
                                              Colonnello Medico e poi Generale! Particolar-
                                              mente illuminante l’ambientazione storica!






                1948: Piemonte, alluvione, 49 morti
                1948: Gargano, sisma (morti: 24 )
                1949: Campania, alluvione, 27 morti
                1951: Gera Lario (CO), alluvione, 18 morti
                1951: Sicilia Orientale, alluvione/frane, 35 morti
                1951: Calabria (RC-CZ), alluvione, 77 morti
                1951: Polesine, alluvione, 100 morti
                1951: Tavernerio (CO), alluvione/frana, 16 morti
                1953: Marone (BS), alluvione, 10 morti
                1953: Reggio Calabria, alluvione, 100 morti
                1954: Salerno, alluvione, 297 morti
                L’11 maggio 1955, alla scadenza naturale del suo mandato settennale, il pie-
             montese di Carrù Luigi Einaudi lascia il Quirinale; gli succede un arguto toscano
             di Pontedera, Giovanni Gronchi, certamente meno spartano nel tenore di vita e
             di più felice aspetto fisico. Sarà il Presidente del Boom Economico degli anni
             successivi!
                Ma il bene che la Nazione italiana, devastata ed impoverita da precedenti or-
             rori, ha ricevuto da “Papà Luigino” sarà difficile ad esser riavuto in futuro dagli
             uomini successivi.]]></page><page Index="312"><![CDATA[312                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             2. La Sanità militare nel primo decennio della Repubblica
             2.1  Risorse Umane: i Quadri della Sanità Militare nel 1945 -55
                In questo scenario storico la Sanità Militare Italiana continua, nel difficile mo-
             mento ricostruttivo della Nazione, la sua inarrestabile dinamicità nel soccorso di
             chi soffre, pur con mezzi limitatissimi.
                Con la fine del conflitto ancora alle armi risultava un numero eccessivo di
             ufficiali medici e farmacisti. Le immissioni in ruolo furono automatiche per i mi-
             litari del Regno, furono anche assorbite poche unità di ufficiali medici partigiani
             e sbandati, comunque già militari all’8 settembre 1943, mentre molto più irta fu
             la strada per la riammissione dei provenienti dalle Forze Armate della Repubblica
             di Salò: dovettero subire, al contrario dei Pezzi Grossi, scrutini selettivi od addi-
             rittura procedimenti epurativi, indipendentemente dal non aver compiuto azioni
             delittuose. Proprio come all’Unità d’Italia nel 1861 con Sabaudi, Garibaldini e
             Borbonici, anche se con criteri diversi!  Ricorso vichiano!
                Sebbene dappertutto i sanitari militari avessero svolto con dignità la loro opera,
             non mancarono casi di procedimenti disciplinari per la loro epurazione. Proprio al
             seguito delle truppe del Corpo Italiano di Liberazione, si muoveva un colonnello
             medico che minacciava di fucilazione i colleghi che erano sempre rimasti ai loro
             posti di doverosa assistenza dei feriti e malati dopo il terribile 8 settembre 1943.
                   Un caso emblematico fu quello del Ten. Col. Med. Gerardo Mennon-
                   na, medaglia d’Argento al V. M. per aver salvato migliaia di esisten-
                   ze in Etiopia con la sua preziosa attività igienistica ed poi anche ar-
                   tefice di umano soccorso e libertà, in seno alla Resistenza fiorentina
                   nel tragico agosto 1944: neanche lui fu risparmiato dalla calunniosa
                   accusa di qualche collega e nel 1947 congedato d’autorità; occorsero
                   altri due anni di tribolati ricorsi e riesami per poter tornare al suo me-
                   ritato posto, per poi 10 anni dopo ascendere legittimamente al grado
                   apicale della Sanità Militare.
                Con l’avvento repubblicano in italia era presente uno straordinario numero di
             Ufficiali Medici e Farmacisti, specie nei gradi intermedi e dirigenziali; era indice
             di uno scarso assorbimento da parte delle scarnite strutture sanitarie civili che
             oltre tutto preferivano ammettere i più giovani laureati. I Colonnelli ed i Generali
             in esubero furono collocati a riposo mediante l’applicazione dell’Aliquota Ridu-
             zione Quadri (ARQ), strumento organico introdotto sin dal primo Dopoguerra,
             mentre i Corsi per Ufficiali di complemento iniziarono nel 1947 e per lo s.p.e. nel
             1950 per l’Esercito e l’anno successivo con nuovi disposti normativi per le altre
             due Forze Armate. Nel secondo Dopoguerra, le figure professionali specifiche di
             Legge erano rappresentate soltanto da medici e farmacisti, perché infermieri, tec-
             nici di Radiologia, di Laboratorio, di Farmacia etc, lo si diventava con la pratica,
             come in ambito civile.]]></page><page Index="313"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        313



                Altri Ufficiali Medici e Farmacisti vennero poi reclutati e lo saranno dal 1948
             al 2005 con il servizio di complemento e, tramite corsi trimestrali presso le ri-
             spettive Scuole di Sanità di Forza Armata, entravano in servizio di complemento,
             sovente fornendo brillanti risultati durante il loro giovanile servizio.
                Inoltre, erano disponibili ottimi Sottufficiali, spesso reduci dal conflitto mon-
             diale e quindi ben preparati sul campo, oltre a qualificati operatori civili, in genere
             di consolidata esperienza; ogni anno un numero consistente di militari di leva, in
             genere con precedenti sanitari più o meno seri, di cui i più bravi erano addestrati
             presso gli Ospedali Militari per divenire preziosi Aiutanti di Sanità.






































                                            TABELLA  I
             Tali erano le risorse umane di  laureati medici nelle Forze Armate Italiane nel
             1951.
             E’evidente la progressione di carriera notevolmente più difficile degli Ufficiali
             Medici dell’Esercito rispetto ai Colleghi di altre Forze Armate.]]></page><page Index="314"><![CDATA[314                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate






































                                            TABELLA II
             Ben diversamente equilibrate risultano invece le carriere degli Ufficiali Farma-
             cisti nelle Forze Armate Italiane. La figura professionale manca del tutto all’A-
             eronautica Militare che all’epoca non disponeva di Ospedali Militari e per le
             necessità logistiche di pertinenza farmaceutica si appoggiava all’Esercito.

                Un ordinamento definitivo agli organici ed alle carriere nei Corpi Sanitari Mi-
             litari sarà dato da una Legge interforze di Stato ed Avanzamento del 1954.
                molti giovani e brillanti medici infatti vollero accedere alle carriere milita-
             ri. Le motivazioni degli arruolamenti spesso erano di natura occupazionale: le
             prospettive di lavoro in ambito civile erano nei primi anni ’50 modeste, dato il
             riversarsi di schiere di laureati nella Nazione che ricresceva; sarà però un fenome-
             no transitorio, perché verso il 1960 comincia comparire la medicina assistenziale
             erogata a diverse categorie di cittadini da parte di enti previdenziali: nasceranno
             le cosiddette mutue con un conseguente forte richiamo di medici generici e di spe-
             cialisti ambulatoriali!  Il fenomeno avrà una forte risonanza economica e sociale,
             ma anche culturale; infatti negli anni sessanta il grande Albero Sordi lascerà alla
             storia del costume italico una famosa pellicola sul medico della mutua, mettendo
             in luce tutti i vizi di quell’Italia sempre meno antiquata, ma ufficializzante il mito]]></page><page Index="315"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        315



             della furberia e del profitto individuale a tutti i livelli.
                Inoltre i vasti arruolamenti a partire dal 1950, quando cominciò ad avvenire il
             turn over dei militari già in servizio prima del 1940, non sempre portò all’inseri-
             mento organico di ottimi e motivati professionisti ed in particolare ricominciarono
             le storielle come nel 1863:
                 si rividero satire attraverso certa stampa contro l’organizzazione del servizio
             sanitario, specie nell’ambito del servizio di leva, spesso con segnalazione di fatti
             spiacevoli, legati ad episodi di piccola corruzione di personaggi minori, ma anche
             di qualche sporadico medico selettore a favore di recalcitranti viziati rampolli di
             disponibili famiglie agiate; episodi numericamente molto limitati, ma purtroppo
             discreditanti un onorato servizio.
                Purtroppo proprio in quegli anni, venne inferto un altro colpo all’unicità orga-
             nica della Sanità Militare: il Servizio Sanitario delle Guardie di Pubblica Sicurez-
             za, sino ad allora costituito da ufficiali medici dell’Esercito, distaccati all’uopo,
             finisce col volerli incorporare nel Servizio Sanitario del Corpo delle Guardie di
             Pubblica Sicurezza. Sarà il 4^ petalo leggiadro fuggitivo dal vitale fiore sanitario
             militare che si sfoglia via via e poi sempre più in fretta, il prossimo petalo volerà
             via nel 2000 .


             2.2  -  Risorse Territoriali
             Durante il II conflitto mondiale, così come era avvenuto con la Grande Guer-
             ra, erano stati istituiti moltissimi Ospedali Militari Sussidiari presso preesistenti
             Ospedali Civili, Case di Cura, Dispensari antitubercolari, Colonie eliomarine, isti-
             tuti religiosi e scuole di ogni ordine e grado dell’intero territorio nazionale. Detti
             Ospedali sussidiari facevano poi capo ai vicini preesistenti Ospedali militari: in
             genere nelle maggiori città italiane, tanto più nei pressi delle frontiere terrestri e
             marittime, erano almeno alcune unità.







                    Fig.3 Ospedale Militare
              Succursale di Bologna “V. Putti”,
                   attualmente Istituti Rizzoli.
                              ( foto 1945)]]></page><page Index="316"><![CDATA[316                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



              Peraltro detti Ospedali sussidiari erano serviti nel 1944 - 45 per il ricovero dei
             militari italiani e per i prigionieri rimpatriati, perchè i migliori Ospedali Militari
             Principali erano stati requisiti, materiali e personale non direttivo compresi, dalle
             autorità Sanitarie Militari alleate per le loro necessità di degenza militare. Comun-
             que entro il 1947 cessarono le occupazioni ( Trieste esclusa ) e mentre gli Ospedali
             Militari Sussidiari erano dismessi, furono ripresi in possesso gli Ospedali Militari
             veri e propri e rimessi in grado di funzionare decentemente in tempi solleciti.




































                                           TABELLA III
             Le varie tipologie nosocomiali delle Forze Armate Italiane nel 1951.



             2.3 L’Ospedale Militare di Trieste
                Nel maggio 1945, in Venezia Giulia, i “liberatori”  titini, alfieri di libertà per il
             Ministro Guardasigilli italiano Palmiro Togliatti, avevano una flow chart [1] per
             procedere alla soppressione fisica degli Italiani; gli ufficiali medici ed i loro Infer-
             mieri, sebbene incolpevoli militari non compromessi o addirittura resistenti alla
             barbarie nazifascista, avevano loro malgrado ben tre caratteristiche da meritare
             per ognuna di esse la condanna a morte:]]></page><page Index="317"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        317





































                                           TABELLA IV
             Solo nel 1951, fu capillarmente organizzata la rete degli Ospedali Militari italia-
             ni, in buona parte istallati in edifici  con lavori di adeguamento piuttosto modesti,
             data la precarietà delle risorse destinate.
             Poco giustificata appare la coesistenza di nosocomi di diversa Forza Armata nel-
             le stesse località.




             -   essere ufficiali o sottufficiali
             -   essere  espressione delle classi medie
             -   essere fieramente Italiani.
                Oltre una decina di Ufficiali medici ed infermieri di Marina a Pola e dell’Eser-
             cito a Trieste e Gorizia furono prelevati incolpevoli, ma senza ritorno dai rispet-
             tivi Ospedali  militari nei primi del maggio ’45. All’Ospedale militare di Trieste
             successe qualcosa di ancor più increscioso per la nostra memoria storica: i titini,
             dopo aver arrestato e deportato tutti gli ufficiali medici e diversi infermieri ed
             aver depredato l’ospedale persino dei letti, tutti inviati in Jugoslavia, così come
             avevano già fatto i nazisti, affidano la direzione al già direttore italiano. Alcuni
             ufficiali medici ed infermieri, ancora deportati, vengono fatti rientrare e immessi]]></page><page Index="318"><![CDATA[318                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             ad un ancor più duro servizio, data la penuria di personale sanitario tra i Titini che
             arrivano anche ad arruolarli, sebbene nolenti militari esteri; almeno scamparono
             da una sicura morte, come era avvenuto per la quasi totalità dei loro Colleghi nel
             maggio 1945. Trascorrono poi dal 12 giugno 1945 al 25 ottobre 1954, ben nove
             anni ed oltre di occupazione alleata del cosiddetto Territorio Libero di Trieste: un
             ipocrita laboratorio di ricerca geopolitica internazionale!
             il 26 ottobre 1954 il Generale De Renzi entra con i suoi bersaglieri in una Trieste
             delirante per la gioia dopo 9 anni di martirio, di scempi materiali e morali e di
             dolori. il poco amato Governatore britannico Winterton cedette i poteri al Gen.
             De Renzi che venne acclamato entusiasticamente dalla cittadinanza giuliana, ri-
             tornata alla madrepatria. Riapre l’Ospedale Militare per i soldati italiani, seppure
             declassato ad Ospedale Militare Succursale!  Quello Marittimo di Pola è invece
             caduto nell’oblio, inghiottito anch’esso, come la città giuliana di dantesca memo-
             ria, dall’espansionismo slavo comunista di Josip Broz Tito!





































                                           TABELLA  V
             Nel 1954, la rete degli Ospedali Militari italiani si arricchisce dell’Ospedale Suc-
             cursale di Trieste; a destra le mutazioni territoriali della Venezia Giulia dal 1945
             al 1954.]]></page><page Index="319"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        319



             2.4 Enti Formativi sanitari militari.
             Proprio in quegli anni è stabilizzata la localizzazione degli enti formativi della
             Sanità Militare, in particolare per:
             Ufficiali
             E.I., Firenze, sin dal 1947 presso la Scuola di Sanità Militare
             M.M., Livorno, sin dal 1947 presso la Scuola di Sanità Marittima, situata all’in-
                terno dell’Accademia Navale
             A.M., Roma, sin dal 1948 presso la Scuola Militare di Sanità Aeronautica
             Sottufficiali Infermieri e Tecnici
             E.I., Firenze, 1948 presso la Scuola di Sanità Militare, ma dopo qualificazione in
                diverse scuole  s.U. e fase pratica presso i vari O.m.
             M.M. ed A.M., presso l’Ospedale Marittimo di Taranto, sin dal 1951
             Militari di Truppa di Sanità presso i vari O.m.






































                                           TABELLA  VI
             Localizzazione degli Enti Formativi dei Corpi Sanitari Militari.]]></page><page Index="320"><![CDATA[320                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             2.5 Risorse per l’Aderenza
                L’aderenza postbellica, logisticamente devastata dai fatti di guerra e da sac-
             cheggi nazisti e nostrani, praticamente era rappresentata dalle sole infermerie ai
             Corpi, appena sufficiente per le necessità stanziali e per l’accoglienza dei militari
             ex prigionieri e reduci di guerra con:
                •   numero di posti letti insufficiente;
                •   limitata disponibilità di farmaci, materiali di medicazione e di effetti let-
                   terecci;
                •   scarsissima fruibilità di veicoli di trasporto feriti ed ancor di più per la mo-
                   bilizzazione del personale sanitario.
             Logistica ridotta quindi più che all’osso!
                Comunque alcune le infermerie di alcune caserme (Cesano ed Arezzo ad esem-
             pio) furono in grado di dare alloggio ed assistere dapprima le famiglie sfollate di
             guerra e subito dopo maree di profughi giuliani e dalmati di ogni età e condizione
             [8].
                Eppure le infermerie erano parte di caserme che continuavano ad essere tali,
             peraltro spesso in stato di fibrillazione per gli eventi politici in corso; infatti nei
             primi anni della Repubblica e nel 1948 in particolare  ( nel luglio vi fu lo sciagu-
             rato attentato a Togliatti che stava per scatenare la guerra civile ) le Forze Armate
             furono chiamate a concorrere nel mantenimento dell’ordine pubblico, nonché a
             fronteggiare il banditismo siciliano.
                Nel 1950 il Tricolore tornò a garrire sul Corno d’Africa, stavolta non più ves-
             sillo coloniale, ma simbolo foriero di matura libertà!  infatti l’ONU aveva af-
             fidato all’Italia, sebbene non ancora ammessa all’Organizzazione mondiale,  il
             compito di formare la nuova Somalia. Dall’Italia partì quindi un contengente per
             la Somalia, destinato a formare le Forze Armate e di Polizia della nuova nazione
             africana. Dovette quindi riapre l’Ospedale Militare Italiano di Mogadiscio: Uffi-
             ciali medici, farmacisti, d’Amministrazione, infermieri e cappellano italiani con
             ottimi collaboratori somali; siamo nella primavera del 1950! L’Ospedale Militare
             De Martino durerà, svolgendo un eccellente ruolo di sostegno sanitario non solo
             all’esiguo Corpo Militare Italiano, ma anche e soprattutto per la popolazione civi-
             le sino alla fine del mandato italiano: 1° luglio 1960!
                ma il 1950 vede anche una drammatica crisi internazionale causata dall’ag-
             gressione della  Corea del Nord comunista, appoggiata dalla Cina di Mao, alla li-
             bera Corea del sud. Le Nazioni Unite inviano un contingente cui sono preposte le
             truppe U.S.A. con contingenti di 17 altri Paesi. L’Italia non inviò truppe combat-
             tenti in virtù del suo status di potenza sconfitta, non ancora ammessa all’O.N.U.,
             ma fu autorizzata la Croce Rossa italiana a fornire un sostegno sanitario. Nel
             1951, infatti la Croce Rossa Italiana allestisce l’Ospedale 68 da campo presso un
             edificio scolastico in località Yong Dung Po, allora sobborgo industriale di Seul
             e oggi quartiere della città, aperto a militari e civili ammalati o feriti; lavorerà a]]></page><page Index="321"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        321



             pieno ritmo per la nazione ospite aggredita  dal dilagante imperialismo rosso.
                Al termine del conflitto (1953), la Corea del Sud ringrazierà le Nazioni che la
             hanno difesa; emetterà anche una serie di francobolli, sbagliando nel caso dell’I-
             talia la bandiera per ben due volte!
                L’aderenza nel periodo della ricostruzione evolve con speditezza, accogliendo
             anche tante dotazioni sanitarie recuperate in vari magazzini.
                •   Nel 1952 viene ricostituita a Torino la Brigata Alpina taurinense che avrà
                   in organico anche il 101° Ospedale da Campo; l’Ospedaletto campale con
                   altri reparti operativi della Brigata darà vita ad un contingente italiano a
                   disposizione della Forza mobile delle Forze Alleate in Europa.
                •  Dal 1958 parteciperà periodicamente a particolari attività addestrative al
                   fianco di altre unità NATO, con la denominazione di Gruppo Tattico Avio-
                   trasportabile.

             2.6 memoranda
                Nel 1920 con R. Decreto 17 ottobre, n. 1488, venne concesso il speciale labaro
             anche al Corpo sanitario dell’Esercito. La concessione dei labari è stata fatta per
             dar modo ai corpi e reparti sprovvisti di bandiere di avere una speciale insegna
             destinata a raccogliere le onorificenze e ricompense ad essi attribuite.
                I labari vennero usati con le stesse modalità che regolano l’uso delle bandiere
             militari  e vengono conservati nelle sedi dei corpi rispettivi o presso i depositi
             per gli enti disciolti. il labaro del Corpo sanitario fu dapprima conservato presso
             l’Ospedale Militare di Roma e dal 1928 alla Scuola di Sanità Militare di Firenze.
                Il labaro, uguale nella forma per tutti, varia nel colore del drappo, nel fregio e
             nelle guarnizioni. Così, il Corpo Sanitario: croce rossa in campo bianco, fregio e
             guarnizioni in oro.
                 Nel 1948 il labaro del Corpo sanitario fu sostituito dalla Bandiera di Guerra.
             La bandiera venne gelosamente custodita dalla Scuola di Sanità Militare di Firen-
             ze sino al 14 luglio 1998, da allora è invece nella nuova sede della Scuola in Roma
             Cecchignola.
                 Il 16 dicembre 1952, essendo già sin dal 1908 state concesse altre onorificen-
             ze e ricompense, fu conferita in Palazzo Vecchio a Firenze la Medaglia d’Oro al
             Valor Militare alla Bandiera per il comportamento tenuto dai militari del Corpo
             durante i fatti della seconda Guerra mondiale.

             3. Epicrisi storica
             Il primo decennio del II dopoguerra vede la Sanità Militare in un momento di
             gravissima crisi morale e materiale, nonchè di rinascita.
             Si vengono a confermare quelli che sono i mali passati e futuri della Sanità Mili-
             tare:]]></page><page Index="322"><![CDATA[322                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                •  Tendenza istituzionale alla volontà di ulteriore frantumazione del Servizio
                   sanitario militare;
                •  Scarso riconoscimento delle capacità militari ed organizzative dei Sanitari
                   militari;
                •  Modestia degli investimenti per infrastrutture, risorse generali e dotazioni
                   tecniche;
                •  Conseguente delusione ed inizio dell’esodo verso settori civili dei migliori
                   professionisti.


             Bibliografia
             ARENA NINO, Soli contro tutti. Friuli Venezia Giulia 1941-1945 (guerra guerri-
                glia e controguerriglia), Edizioni Ultima Crociata, Rimini, 2006.
             BERETTA  ROBERTO,  Storia  dei  preti  uccisi  dai  partigiani,  Piemme,  Casale
                Monferrato,  2005.
             Comando Scuola di Sanità Militare,  Memorie Storiche  1947 – 1951.
             FINZI ROBERTO, BARTOLOTTI MIRELLA: Corso di Storia –  III –  L’Età
                Contemporanea 2  Zanichelli, Bologna,  1991.
             MARTINES VINCENZO, La Storia e gli Uomini del Corpo Sanitario della Mari-
                na Militare, Ispettorato di Sanità della Marina Militare, Roma, 2000.
             MENNONNA ANTONIO ROSARIO, Gerardo Mennonna, Valsele, Napoli, 1989.
             MISIANI  SIMONE,  La  repubblica  di  Caulonia,  Rubettino,  Soveria  Mannel-
                li,1994.
             OLIVA GIANNI, Esuli. Dalle foibe ai campi profughi: la tragedia degli italiani
                di Istria, Fiume, Dalmazia, Mondadori, Milano, 1999.
             PANSA GIAMPAOLO, Il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, Milano, 2003.
             PASQUARIELLO R., DE VITA A, CALABRESE F, DONVITO M: Edifici Ospe-
                dalieri dell’Esercito, Gerni, San Severo, 1990.
             REGiNATO ENRiCO 12 anni di prigionia nell’URSS, Garzanti,  Milano, 1971.
             SALE GIOVANNI, Il Novecento tra genocidi, paure e speranze, Documento 4
                pag. 289 Jaca Book, Milano, 2006.
             SANTORO ANTONIO, L’Ambulanza nella Sanità Militare, intervento al Conve-
                gno Policlinico Militare del Celio,Roma,  15 gennaio 2010.
             SCHETTINI MARIO, L’Italia, nascita di una nazione. Il romanzo di un secolo,
                Newton,  Roma, 1996.
             TALARICO ACHILLE, Sanità tradita : contributo alla storia della Sanità Milita-
                re Marittima italiana in guerra: 1943-1945, Verso il Duemila, Salerno, 1963.]]></page><page Index="323"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        323



             Italia 1945-1955 la ricostruzione del Paese.
             Lo Sport come impegno di crescita delle Forze Armate



             Marco arPino     1




                   opo  il  secondo  conflit-
             D to  mondiale,  il  panora-
             ma  duro,  inquieto,  del  nostro
             Paese  lacerato,  aveva  trovato
             del tutto impreparato il mondo
             dello  sport,  che  ora  rischiava
             di  essere  travolto  da  necessi-
             tà  più  vitali,  anche  per  il  suo
             profondo legame con il regime
             fascista.
                A  dispetto  del  ruolo  di  potenza  secondaria  dell’ Asse,  infatti,  fu  l’Italia  di
             Mussolini la vera grande protagonista dei trionfi agonistici degli anni ‘30, primo
             esempio di utilizzazione sistematica da parte di uno stato dello sport come mez-
             zo  di  propaganda.  Lo  stesso
             Comitato  olimpico  nazionale
             italiano (CONI) fu trasformato
             in ente strumentale del Partito
             Nazionale  Fascista,  che  con-
             tribuiva  al  suo  finanziamento
             e provvedeva alla nomina dei
             membri del Consiglio naziona-
             le, e coerentemente all’ispira-
             zione totalitaria di questo par-
             tito  rappresentava,  attraverso
             le varie Federazioni, l’espres-
             sione organizzativa dell’intera
             realtà dello sport nazionale.
                Il modello italiano trovò imitatori in un molti regimi totalitari europei ed extra-
             europei, contemporanei e non, a partire dal Terzo Reich. Fu infatti il Duce il primo
             ad intuire l’ importanza che lo sport avrebbe potuto avere a fini propagandistici
             nonché come mezzo per la creazione di un’identità nazionale. A tal fine, promos-


             1   *  Direttore della scuola dello sport del CONi.]]></page><page Index="324"><![CDATA[324                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate






































             se e incentivò le strutture sportive in ambito scolastico ed extrascolastico, oltre
             a presenziare spesso alle gare e a praticare in prima persona diverse discipline.
             Trasformò in breve lo sport in un vero e proprio fenomeno di massa. i risultati
             furono strepitosi. L’ Italia, grande protagonista dei giochi di Los Angeles 1932 e
             dei campionati del Mondo di calcio del 1934, iniziò ad auto-fregiarsi del titolo di
             “Nazione sportiva per eccellenza”.
                Erano quelli i primi frutti di un lavoro meticoloso sui giovani: dai balilla agli
             avanguardisti ai ragazzi dei fasci giovanili l’ attenzione dedicata allo sport era
             notevole, sia a livello individuale sia nelle competizioni di gruppo. A ciò fu pro-
             gressivamente unito con sempre maggiore insistenza l’elemento ideologico: lo
             sport doveva divenire, nel trionfo, l’emblema della nazione fascista guerriera che
             primeggiava nel mondo. E i trionfi non si fecero attendere, come confermato dal
             quarto  posto  dell’Italia  nel  medagliere  delle  edizioni  olimpiche  di  Berlino  del
             1936 e della conferma di campioni del Mondo nel calcio nel 1938.
                Tutto ciò si interruppe con lo scoppio della seconda Guerra mondiale e con
             la successiva partecipazione dell’Italia nel 1940: in quel periodo storico estrema-
             mente buio, anche lo sport italiano vide il proprio declino. Durante la guerra non
             ci si poteva oggettivamente dedicare molto allo sport: buona parte della popola-
             zione maschile era impegnata al fronte, ovvero sottoposta ad un’intensa attività la-]]></page><page Index="325"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        325






































             vorativa per coprire anche le mansioni di chi era partito e per soddisfare le ingenti
             richieste produttive della macchina bellica. Inoltre, nei cinque anni di guerra, i
             bombardamenti degli Alleati sul territorio italiano distrussero anche numerosi im-
             pianti sportivi.]]></page><page Index="326"><![CDATA[326                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate






































                Gli eventi bellici portarono all’annullamento definitivo dei Giochi delle XII e
             della XIII Olimpiadi estive, assegnate a Tokio e Londra, e delle V e VI Olimpiadi
             invernali, assegnate a Sapporo e Cortina, così come alla sospensione a tempo in-
             determinato delle attività del Comitato Internazionale Olimpico (CIO). Sono tut-
             tavia degni di nota, come ricordato anche nel Museo dello Sport di Varsavia, due
             edizioni nascoste dei cd Giochi olimpici dei prigionieri di guerra, tenutesi rispetti-
             vamente nell’agosto del 1940 nello stalag di Langawasser (vicino a Norimberga),
             ai quali parteciparono prigionieri belgi, francesi, britannici, norvegesi, polacchi,
             e nell’estate del 1944 in quello di Woldenberg (oggi Dobiegniew in Polonia). In
             questi campi militari di detenzione, dalla fama triste per la durezza delle condizio-
             ni di vita, i soldati reclusi scelsero di riscattare la propria dignità di esseri umani
             tenendo alta la bandiera dello sport e della civiltà di fronte alle barbarie della
             guerra: si stavano creando spontaneamente le condizioni per favorire la rinascita
             di un movimento sportivo internazionale, in ambito militare.
                Tuttavia qualche sport a livello ufficiale continuò a praticarsi anche in Italia
             sino al 1944, come il calcio, che ebbe due campionati organizzati da due Fede-
             razioni sportive diverse: il Campionato Alta italia a nord della linea gotica ed il
             Campionato dell’italia liberata.]]></page><page Index="327"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        327






































                Proprio nel 1944, il 23
             giugno per l’esattezza, con
             la fascia del Comitato  di
             liberazione  nazionale  al
             braccio,  Giulio  Onesti  si
             presentò ai cancelli  dello
             stadio Nazionale (l’attuale
             Stadio Flaminio di Roma),
             sede degli uffici del CONI,
             in  virtù  della  sua  nomina
             a  “reggente”,  formalizza-
             ta dal prefetto Ferdinando
             Flores, su esplicita indica-
             zione di Pietro Nenni.]]></page><page Index="328"><![CDATA[328                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Con la soppressione del Partito Nazionale Fascista, infatti, si decise anche il
             passaggio del CONI alla Presidenza del Consiglio dei ministri, che tuttavia non
             aveva idee chiare sulle sorti dell’Ente sportivo: da più parti ne veniva richiesta la
             liquidazione, per altri versi forte era il contrasto tra le varie componenti politiche,
             al punto che sembrò preferibile la soluzione del commissariamento.
                A partire da quella data, Giulio Onesti rifondò invece il CONI: la vita organiz-
             zativa riprendeva con insperato slancio, furono ricomposti i quadri nazionali, le
             Federazioni sportive e furono reperite le prime fonti di finanziamento.
                Su richiesta dello stesso Onesti, a firma del Sottosegretario Giuseppe Spataro,
             il 4 gennaio 1946, il Ministero degli Interni autorizzava il CONI a gestire i con-
             corsi pronostici e le scommesse sulle manifestazioni sportive. il 5 maggio 1946
             venne giocata la prima schedina del campionato italiano di calcio; il 7 luglio 1948,
             il CONi assunse la gestione diretta del concorso pronostici Totocalcio.
                Sul piano internazionale, diversamente dall’atteggiamento ostico mostrato dai
             consessi sportivi nei confronti della Germania e del Giappone, tra le altre nazioni
             uscite sconfitte dal conflitto mondiale che furono escluse anche dai Giochi Olim-
             pici di Londra del 1948, l’Italia ebbe un trattamento differente. Nel luglio del 1945
             la Federazione italiana pallacanestro fu invitata a partecipare ai Campionati euro-
             pei di Ginevra, il successivo 11 novembre le nazionali di calcio italiana e svizzera
             pareggiarono 4-4, dinanzi ai 25.000 spettatori dell’Hardturm Stadion di Zurigo.]]></page><page Index="329"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        329




































                Nel 1946, l’Italia partecipa con una propria delegazione ai campionati europei
             di Oslo della disciplina sportiva regina dell’atletica leggera. il legame con il mon-
             do militare è nuovamente presente anche dopo gli eventi bellici. Lo testimonia la
             splendida figura del discobolo corazziere Giuseppe Tosi, plurivincitore di meda-
             glie olimpiche, mondiali, europee ed italiane, ma anche di ben 5 Campionati del
             mondo militari.
                Un altro episodio è rappresentativo del binomio sport e stellette: il trasferimen-
             to nella capitale norvegese fu reso possibile dalla messa a disposizione da parte
             del Governo dello stesso aereo che il 13 giugno aveva accompagnato nell’esi-
             lio portoghese di Cascais il re
             di maggio Umberto  ii.  stesso
             aereo,  SM95T  -  il  monoplano
             quadrimotore  passeggeri  pro-
             dotto  dall’azienda italiana  sa-
             voia Marchetti- del 98° Gruppo
             Trasporti,  stesso  pilota,  il  ca-
             pitano  Manlio  Lizzani,  classe
             1910,  medaglia  d’argento  al
             Valor militare, fratello del regi-
             sta Carlo, assistito dal copilota
             tenente Gentile.]]></page><page Index="330"><![CDATA[330                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Il biennio 1947-48 segna la ripresa agonistica italiana, con i successi di Zeno
             Colò, quelli europei del Settebello nella pallanuoto, della Moto Guzzi, di Bartali
             e Coppi tra Italia e Francia, l’affermazione italiana politica e tecnica, nella XI
             Olimpiade di Londra, con il 5° posto nel medagliere ed un totale di 27 medaglie.
                Proprio in quegli anni, e precisamente il 18 febbraio 1948, a Nizza, per inizia-
             tiva di cinque paesi - Belgio, Danimarca, Francia, Lussemburgo e Olanda - venne
             fondato il Consiglio Internazionale dello Sport Militare (CISM), portatore di una
             visione dello sport militare più globale e con l’ambizioso obiettivo di stringere
             relazioni permanenti tra le Forze Armate di tutto il mondo nel campo dello sport
             e dell’educazione fisica.
                Fin dalla sua fondazione, l’universalità del CISM cominciò a crescere concre-
             tamente, sviluppandosi poi in maniera esponenziale grazie alla conduzione illumi-
             nata dei Presidenti e dei segretari Generali che la guidarono nei primi anni.
                il motto che venne scelto  Friendship  through  sport (amicizia  attraverso lo
             sport) ne spiega, infatti, le finalità: quella di conferire alle Forze Armate, mediante
             lo sport, una rivalità esclusivamente agonistica.
                Il 25 giugno del 1949, l’Italia decise di entrare a far parte del CISM, dopo che
             alle cinque nazioni fondatrici si erano già aggiunte Svezia e Turchia.
                Tale adesione favorì una diversa concezione dello sport in ambito militare: la
             preparazione atletica del soldato non venne intesa, anche dalle ricostituite Forze
             Armate Italiane, unicamente ai soli fini addestrativi, ma prese sempre più piede il
             modello di valori propri dello sport olimpico: lo sport come confronto fra uomini,
             nel pieno rispetto altrui, e come modello di pace.
                Nei due anni immediatamente successivi al suo ingresso nel CISM, l’Italia
             ottenne risultati ragguardevoli in quelle discipline tipicamente olimpiche:
             -  due vittorie nel calcio nel 1950 e nel 1951;
             -  un primo posto ex equo nella vela nel 1951;
             -  due secondi posti nell’atletica leggera nel 1950 e nel 1951;
             -  un terzo posto nel pugilato nel 1950,
                mentre ottenne risultati scarsi nelle competizioni prettamente di carattere mi-
             litare quali il Pentathlon Militare (due penultimi posti nel 1951) ed Aeronautico
             (due ultimi posti nel 1951).
                Da qui la necessità di uno stretto coordinamento dell’attività sportiva delle
             Forze Armate per ottenere una più accurata preparazione ed una maggiore econo-
             mia: nasce il modello “interforze armate”.
                Questa visione interforze portò alla nascita, il 18 agosto 1952, del Comitato per
             lo Sport Militare (C.S.M.) composto da un:
             -  Ufficiale Superiore Esercito, Capo Sezione Sport;
             -  Ufficiale Superiore Marina, Capo Ufficio Sportivo;
             -  Ufficiale Superiore Aeronautica, Capo Ufficio Sportivo;]]></page><page Index="331"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        331



             -  Ufficiale Commissario (poi di Amministrazione);
             -  Ufficiale Superiore Medico;
                con i compiti di:
                a. proporre allo stato maggiore della Difesa:
                   -  il programma annuale della partecipazione delle Forze Armate italiane
                      alle competizioni sportive internazionali;
                   -  programmi particolari di competizioni sportive militari extra program-
                      ma stabilito;
                   -  disposizioni da impartire alle Forze Armata circa la partecipazione alle
                      competizioni;
                b. organizzare  competizioni  inter  Forze Armate  ed internazionali  assegnate
                   all’italia;
                c. formulare proposte in sede di C.i.s.m. circa nuove gare e perfezionamenti
                   da apportare a quelle in programma;
                d. controllare, da un punto di vista tecnico-amministrativo e sanitario, lo svol-
                   gimento della preparazione alle competizioni sportive internazionali ed in-
                   ter Forze Armate;
                e. mantenere contatti con il C.O.N.i. e con le Federazioni sportive per la neces-
                   saria assistenza tecnica;
                f. indirizzare principalmente la propria attività verso lo sport militare che inte-
                   ressa l’addestramento delle Forze Armate, lasciando invece alla competen-
                   za del “Benessere del Soldato” l’organizzazione di quelle manifestazioni
                   sportive che hanno fine esclusivamente ricreativo.
                Per il CONI, il quadriennio che portò alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, si
             rivelò tra i più notevoli. Successo diplomatico di vistose proporzioni, fu nel 1949
             l’assegnazione all’italia e a
             Roma  dell’organizzazione
             della 41a sessione del CiO.
             A  Roma  convennero  qua-
             rantuno  membri  del  CIO,
             record di partecipazione;
             oggetto principale della riu-
             nione, la scelta per i Giochi
             invernali  del 1956. Candi-
             data per l’italia era Cortina
             d’Ampezzo, che fu scelta al
             primo scrutinio con 31 voti
             a favore.]]></page><page Index="332"><![CDATA[332                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Nel 1950, grazie ad un lavorio incessante del CONI, lo sport entra ufficialmente
             nella scuola. il 19 ottobre dal dicastero della Pubblica istruzione vennero emanate
             due circolari la 154554 e la 154555, che affermarono pari dignità all’educazione
             fisica tra le altre discipline, nonché l’istituzione dei Gruppi sportivi scolastici, per
             gli allievi delle scuole secondarie di secondo grado, ai fini della pratica agonistica.
                L’anno successivo, l’Italia fu tra i dieci paesi partecipanti ai primi Giochi del
             Mediterraneo, tenutisi ad Alessandria d’Egitto.
                Il 1952 vide nell’anno olimpico di Helsinki la conferma della stagione positi-
             va dello sport italiano. La Marina Militare inviò in missione di esercitazione, di
             appoggio alla rappresentativa italiana, la nave Proteo, al comando del Capitano
             di Fregata Gino Dal Pin. Tra le dieci tonnellate di viveri, 1500 chilogrammi di
             pasta, 500 fiaschi di Chianti, 400 chilogrammi di riso, 300 litri di olio d’oliva, 150
             chilogrammi di sapone da bucato: era la conferma di una forte collaborazione tra
             il CONi e le Forze Armate.
                Finalmente si giunge al 27 febbraio 1954, data di stipula della Convenzione tra
             le Forze Armate ed il CONi.
                In prima pagina, il Corriere della Sport così intitolava: “Firmato il patto d’alle-
             anza fra lo sport e le Forze Armate”. L’accordo prevedeva l’intervento del CONI
             per il finanziamento di impianti sportivi militari e la costituzione di centri preo-
             limpici di alta specializzazione. Fu firmato dal Ministro della Difesa, Paolo Emi-
             lio Taviani, e dal Presidente del CONI Giulio Onesti.]]></page><page Index="333"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        333



                La stampa sottolineava con enfasi che si acquisiva, in tal modo, alla selezione
             sportiva grandi masse di neofiti e si forniva in cambio alla “leva militare” un ele-
             mento gradevole. il giornalista precisava inoltre che i previsti impianti sportivi di
             Bergamo, Firenze, Palermo, Orvieto, Napoli e Taranto potessero essere frequenta-
             ti anche da elementi civili, che dei militari sarebbero stati graditi ospiti. Nel ripor-
             tare una sintesi del discorso del Ministro Taviani, veniva commentato che vi erano
             tracce evidenti di una nuova armonia sportivo-militare, una revisione democratica
             della mentalità preesistente, in quanto si viene finalmente ed implicitamente a
             riconoscere che “lo spirito agonistico sportivo forma il buon soldato”.
                Nella Convenzione veniva confermato il reciproco supporto all’organizzazio-
             ne di grandi manifestazioni sportive di ordine internazionale che impegnassero il
             nome della Nazione: era il preludio alle XVII Olimpiadi del 1960, che vennero
             assegnate a Roma il 16 giugno dell’anno successivo, nella riunione dell’Esecutivo
             del CIO a Parigi. La Città Eterna ricevette 35 voti, contro i 24 di Losanna.
                A partire da quella Convenzione, le Forze Armate, che da sempre avevano
             posto particolare attenzione alla cura e alla pratica dello sport - il sottotenente del
             Genova Cavalleria Gian Giorgio Trissino, vinse, nel lontano 1900, alle Olimpiadi
             di Parigi la prima medaglia olimpica della storia dello sport italiano degli sport
             equestri nella specialità salto in alto – cominciarono a ritagliarsi un ruolo di primo
             piano nel modello sportivo organizzato del nostro Paese.
                Ai Giochi Olimpici invernali di Cortina, brillò la medaglia d’oro del bob a due
             “Italia I”, composta da Lamberto Dalla Costa e Giacomo Conti. Lamberto Dalla
             Costa, appena ventenne, si arruolò come volontario nella Regia Aeronautica, diven-
             tato pilota da caccia arrivò ad indossare i gradi di maresciallo. Pilota d’aerei milita-
             ri e di elicotteri, fu medaglia d’argento al valor militare. Sempre dell’Aeronautica
             Militare era l’altro componente del bob a due, il maggiore Giacomo Conti. Quello
             del duo Dalla Co-
             sta-Conti  fu  l’u-
             nico oro del me-
             dagliere  azzurro
             all’Olimpiade  di
             Cortina,  che  pre-
             cedette di oltre un
             secondo “Italia II”
             di  Eugenio  monti
             e Renzo Alverà.]]></page><page Index="334"><![CDATA[334                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



































                Nel 1960, in occasione delle XVII Olimpiadi a Roma, al fine di avere una diret-
             ta collaborazione tra CONI e Forze Armate venne istituita la figura dell’Ufficiale
             di collegamento Forze Armate CONI con sede presso il CONI, ruolo ancora attivo
             ai giorni nostri.]]></page><page Index="335"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        335



             Le Forze Armate nell’intervento
             per le pubbliche calamità  (45-55)



             Marco CiaMPini     1




                   seguito del trattato di Parigi del 1947, le Forze Armate Italiane si vennero
             A a trovare in una situazione difficile di scarsità di risorse finanziarie, mezzi,
             personale e materiali. In particolare, l’Esercito si mostrava configurato quale forza
             armata di basso profilo orientato prevalentemente alla bonifica di zone minate e
             da compiti attinenti all’ordine pubblico interno; solo successivamente l’adesione
             all’Alleanza Atlantica e l’assegnazione conseguente di fondi targati NATO con-
             sentirono un potenziamento dei mezzi e dei materiali.
                La Marina risentiva fortemente del carente stato generale delle sue basi, per
             lo più inabilitate dalle distruzioni della guerra, della quasi totale paralisi degli
             arsenali e della mancanza di combustibile e di pezzi di ricambio per le proprie navi.
             Nonostante queste difficoltà la Marina si impegnò attivamente e concretamente
             in una intensa attività di dragaggio delle mine e degli ordigni disseminati lungo
             le coste e in vicinanza dei porti; inoltre, le commesse affidate alla cantieristica
             italiana, ed orientate più alla qualità che alla quantità viste le restrizioni numeriche
             introdotte dal trattato, diedero più impulso a tutto il comparto industriale e navale e
             sostanziarono un deciso rinnovamento tecnologico. La situazione dell’Aeronautica
             non era migliore, disponendo, sempre a causa delle citate restrizioni, di non più
             di 200 aerei da caccia e da ricognizione e 150 velivoli da trasporto e di soccorso,
             anche se era riuscita a conservare una certa capacità operativa in quanto aerei
             tipo  SM82  e  G12  esulavano  dalle  limitazioni  imposte  dal  trattato  in  quanto
             simbolicamente assegnati allo SMOM (Sovrano Militare dell’Ordine di Malta)
             per compiti di ricostruzione.
                In  tale  critica  situazione,  le  Forze  Armate  dovettero  fronteggiare  le
             problematiche  connesse  con  le  pubbliche  calamità  sul  territorio  nazionale,  in
             un’italia stremata dalle fatiche e dalla guerra. in  particolare le principali occasioni
             di intervento furono:
             -  Ricostruzione stradale in Liguria (1945);
             -  Invasione di cavallette in Sardegna (1946) nella quale fu decisivo l’utilizzo dei
                lanciafiamme per una vasta opera di bonifica;
             -  Allagamento in Piemonte (1948);
             -  Alluvioni in Friuli, a Ferrara e in Toscana (1949);

             1   *  Generale di Brigata, Vice-Capo Reparto del V Reparto dello Stato Maggiore dell’Esercito.]]></page><page Index="336"><![CDATA[336                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             -  Ponte votivo del Redentore a Venezia e predisposizioni per l’eruzione dell’Etna
                (1950);
             -  La grande alluvione del Polesine (1951);
             -  Crollo di una galleria a Mignano Montelungo, alluvione del Panaro (1952);
             -  Frane e crollo di un ponte sul ponte sul fiume Trebbia. Alluvione di Reggio
                Calabria (1953);
             -  Grandi nevicata in Abruzzo ed esperimenti sui raggi cosmici a Milano (1954).
                In queste principali occasioni, vennero svolti numerosi interventi di tipologia
             differente  e  complessa,  soprattutto  relativa  alla  parte  infrastrutturale,  quali  ad
             esempio  costruzione  ed  ampliamento  di  strade,  superamento  di  interruzioni
             stradali e la realizzazione di ponti ferroviari.
                In tale quadro si rese necessario porre in essere attività tecniche di elevato
             livello quali: demolizioni varie di fabbricati e di strutture pericolanti realizzati
             con  esplosivi,  bonifica  di  ordigni  esplosivi,  ricostruzione  di  linee  telefoniche,
             nonché interventi, per arginare gli straripamenti di fiumi e torrenti e interventi
             antincendio. Le Forze Armate si prodigarono anche in attività atipiche di assistenza
             alla popolazione quali l’assistenza ai poveri, l’avviamento agli studi, tramite, ad
             esempio, le scuole reggimentali, la distribuzione di pasti sia in tempi ordinari
             sia soprattutto nei periodi di crisi dovuti a calamità, l’allestimento di campi di
             raccolta ed infine la formazione di nuclei sanitari contro le epidemie di tifo.
                A queste attività principali, condotte congiuntamente e in stretta cooperazione
             tra le diverse Forze Armate si affiancò una tipologia tipica di interventi soprattutto
             nel periodo tra il 1945 e il 1947. In particolare si dovette provvedere al rimpatrio di
             prigionieri, alle operazioni di bonifica dei porti e dragaggio dei mari (completate
             nel 1950) e al rifornimento idrico in particolare delle isole. Dal 1944 era stato
             necessario contribuire alla sinergia di trasporti per il servizio pubblico di autorità,
             di profughi e civili, di confinati politici, di detenuti alle Tremiti, di personale e
             materiale per i seggi elettorali alle isole, dei giovani italiani a suo tempo evacuati
             dalla Libia ed infine anche dei valori della Banca d’Italia.
                Queste attività furono attività onerose in termini di materiali e mezzi, e non
             semplici dal punto di vista tecnico operativo, prendiamo ad esempio l’allagamento
             in  Piemonte  del  1948  ove  fu  necessario  un    impegno  delle  Forze Armate,  in
             particolare dell’Esercito con: 10.400 giornate lavorative; 600 giornate automezzi;
             70 giornate autobotti; 12.000 Km percorsi; 2.400 tonnellate di fango sgomberate.
                Oltre a queste attività su strada e di lavori, il periodo 1945-1955 fu caratterizzato
             dall’esecuzione  di  interventi  particolari  di  tipo  tecnico  non  necessariamente
             di  immediata  utilità  per  le  pubbliche  calamità  ma  comunque  necessari  alla
             collettività e la cui esecuzione però conferiva alle unità militari l’acquisizione di
             capacità tecniche di altissimo livello, fondamentali per fronteggiare successivi
             eventi calamitosi. Tale ad esempio fu la realizzazione nel 1950 di un ponte votivo
             in materiale componibile su barche sul canale della Giudecca in occasione della]]></page><page Index="337"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        337



             festa del Redentore a Venezia. Tale ponte, una struttura di 24 tonnellate per 350
             metri  di  lunghezza,  realizzata  dai  reggimenti  Genio  dell’Esercito,  richiedeva
             una  “expertise”  tecnica  unica  per  i  tempo  anche  considerando  il  fatto  che  era
             necessario realizzare lungo questi 350 metri 2 campate sopraelevate e lasciare un
             varco di cira 60 metri per consentire il passaggio dei piroscafi. Questa attività è
             rimasta in essere fino a pochi anni fa costituendo un eccellenza tecnica del Genio
             dell’Esercito. Anche l’attività del dicembre 1950 a Catania, rivestì una particolare
             valenza tecnico-operativa in quanto si trattava di arginare un’eventuale flusso di
             lava derivante dall’eruzione dell’Etna.
                Nel 1951 si dovette fronteggiare una fortissima alluvione nella città e nell’area
             di Pizzighettone in provincia di Cremona.  Non fu cosa da poco e i numeri
             dell’intervento ci dicono qualcosa di significativo a proposito: costruire una diga
             di sbarramento da 306 mc e un terrapieno di sostegno all’argine per 200mc fu
             un attività di livello molto impegnativo e venne completata dall’istallazione di
             impianti elettrici con relativi generatori per l’illuminazione dell’intera diga.
                Si  trattava  in  sostanza  di  interventi  estremamente  significativi  per  eventi
             veramente catastrofici: si pensi che solo in Emilia, nel 1952, vi furono straripamenti
             del fiume Panaro che causarono vasti allagamenti nella provincia di Modena per
             circa 40.000 ettari di terreno e danni alle infrastrutture per oltre 1 miliardo di lire
             dell’epoca: un danno finanziario elevatissimo.
                L’intervento più significativo di tutti e che vide le Forze Armate e i corpi  armati
             dello Stato, nonché i Vigili del Fuoco e i volontari civili impegnati in sinergia di
             sforzi e di intenti per la salvaguardia del benessere della popolazione civile fu
             l’alluvione del Polesine nel 1951.
                il 4 Novembre del 1951 le continue piogge che cadono da vari giorni su tutta
             l’Italia settentrionale, provocano una eccezionale piena del Po dell’Adda e del
             Ticino e loro affluenti come anche dell’Adige e di altri corsi d’acqua. Incomincia
             a profilarsi ovunque la minaccia di straripamenti con conseguenti inondazioni e la
             minaccia trova la sua prima attuazione nel Veneto, ove vaste zone delle province
             di Vicenza, Padova e Treviso sono allagate per lo straripamento del Brenta del
             Bacchiglione e del Piave. i militari intervengono e provvedono a salvataggi di
             persone, traghettamenti, sgombero di materiali e masserizie, rinforzo di argini.
                Il 14 Novembre il Po, continuando a trasportare la sua enorme massa d’acqua
             verso la foce, rompe infine gli argini in molti punti della provincia di Rovigo. E
             l’ondata di piena si trasforma in una gigantesca alluvione che finisce per allagare
             l’intero Polesine (corrispondente all’incirca alla odierna provincia di Rovigo). Ad
             accrescere la calamità sono anche le acque dell’Adige che escono dagli argini in
             varie zone della stessa regione. La calamità si presenta di una gravità eccezionale
             dati i numerosi paesi, borghi, frazioni e cascinali inondati dalle acque irrompenti
             che in molte località hanno travolto e sommerso case, aziende agricole, uomini,
             bestiame, magazzini e depositi di derrate. Dopo lo stato di preallarme e gli accordi]]></page><page Index="338"><![CDATA[338                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             intercorsi con le autorità civili e con i Comandi dei Vigili del Fuoco, il 5° CMT
             (Comando Militare Territoriale) di Padova ed il 6° CMT di Bologna attivano con
             immediatezza le dipendenti unità, alle quali si aggiungono unità del 3° C.A. (Corpo
             di Armata) di Milano. Le truppe prendono ad affluire con la massima celerità
             possibile nel Polesine che, per lo svolgimento ordinato dell’opera di soccorso,
             viene ripartito come segue:
             -  V Comiliter: Zona a nord del Canal Bianco, escluso l’abitato di Adria;
             -  VI  Comiliter:  Zona  a  sud  del  Canal  Bianco,  compresa  tra  il  meridiano  di
                Villanova Marchesana a ovest e il meridiano di Reticella a est (abitato di Adria
                incluso);
             -  Vigili del Fuoco di Ferrara: zona a sud del Canal Bianco, a ovest del meridiano
                di Villanova Marchesana.
                Queste tre zone di intervento rimarranno attive per 27 giorni fino al 5 dicembre,
             quando verrà meno l’esigenza nei suoi aspetti più salienti.
                Il coordinamento con i Vigili del Fuoco di Ferrara è indicativo della sinergia tra
             militari e civili costituendo un modello di cooperazione che sarà ripreso in seguito
             in ogni evento calamitoso e che entrerà a far parte del patrimonio genetico delle
             Forze Armate italiane.
                Gli interventi svolti in prevalenza da unità tecniche del Genio, dotate di mezzi
             speciali, vengono condotti con un organizzazione che, nonostante la complessità
             della  situazione  e  le  proibitive  condizioni  dell’ambiente  e  del  clima  (fango,
             strade  interrotte,  ponti  crollati,  insidie  subacquee,  pioggia,  freddo,  nebbia),  si
             rivela efficiente in tutti i suoi aspetti tecnico-operativi, grazie anche allo spirito
             di solidarietà e di altruismo con cui tutti Alti Comandi e Ufficiali, Sottufficiali
             e militari di truppa delle unità impegnate affrontano i compiti loro assegnati per
             salvare il maggior numero possibile di vite umane nonché capi di bestiame, viveri,
             masserizie, autoveicoli, attrezzi agricoli.
                All’opera di salvataggio delle popolazioni del Polesine partecipano anche la
             Marina e l’Aviazione. Validissimo fu l’apporto delle forze lagunari di Venezia
             e del Battaglione San Marco in totale 204 unità con 47 battelli. L’Aeronautica
             garantì  l’assistenza  e  il  trasporto  dalla  zona  alluvionata.  Inestimabile,  come
             sempre, il contributo ai soccorsi dato dall’Arma dei Carabinieri; in particolare le
             locali stazioni dei Carabinieri costituiscono, vista la distribuzione capillare e la
             conseguente conoscenza del territorio e dell’ambiente, la forza di più immediato
             intervento in attesa che migliaia di carabinieri vengano fatti affluire dalle varie
             legioni con immediate operazioni compiute in collegamento con le altre forze
             militari, con la Polizia e i Vigili del Fuoco. La Guardia di Finanza provvede alla
             mobilitazione  immediata  e sospende il normale  servizio  di istituto  garantendo
             però la difesa degli uffici finanziari e dei depositi dei generi di monopolio e di
             zuccherifici, al fine di garantire la conservazione ed il recupero delle cospicue
             giacenze  necessarie  al  momento  del  bisogno.  La  Guardia  di  Finanza  utilizza,]]></page><page Index="339"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        339



             inoltre, con immediatezza le imbarcazioni disponibili che, in attesa di più cospicui
             rinforzi dall’Esercito e dalla Marina, costituiscono risorsa di primo intervento e
             consentono in  particolare ad Adria (Venezia), isolata, la normale ripresa delle
             operazioni di rifornimento della città e il salvataggio dei pescatori di  Porto Levante
             ottenuto  grazie  alle  comunicazioni  effettuate  con gli  apparati  di trasmissione
             militare nonché la vigilanza della zona costiera abbandonata.
                L’operato  delle Forze Armate  trovò consenso unanime  da parte  dell’intera
             popolazione, tale consenso sarà esplicitamente riconosciuto dal Presidente della
             Repubblica dell’epoca, Luigi Einaudi, in una sua missiva al Ministro della Difesa
             dell’epoca:

             DALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA
             AL MINISTRO DELLA DIFESA
             Roma, lì 5 dicembre 1951
             Onorevole Signor Ministro,
             mentre il decrescere delle acque induce a ritenere ormai superata  la fase
                più  critica  della  calamità  abbattutasi  su  tante  contrade  d’Italia,  è
                doveroso sostare in un pensiero di gratitudine verso tutti coloro che hanno
                partecipato e partecipano all’operazione di salvataggio e di soccorso ed
                agli apprestamenti tecnici imposti dalla dolorosa congiuntura.
             Come sempre, le Forze Armate sono state e sono in prima linea in questa
                gara di fraterna solidarietà e, ancora una volta, la Patria riconosce nei
                suoi soldati i campioni delle più elette virtù civiche. Esercito, Marina ed
                Aeronautica, con i loro Comandi, corpi e servizi, hanno avuto la loro parte
                nella lotta contro gli elementi, operando con pari abnegazione, al fine di
                strappare  vite  umane  alla  morte  e  beni  alla  distruzione,  erigere  difese,
                allontanare minacce, assicurare collegamenti e rifornimenti.
             Di particolare menzione appaiono tuttavia degni i militari dell’organizzazione
                territoriale e delle forze dell’Arma dei carabinieri, l’Arma del Genio con
                i suoi pontieri e pionieri, i reparti del Settore Forze Lagunari e, fra essi, il
                glorioso Battaglione “San Marco”, le forze navali costiere e di  dragaggio
                nonché i comandi e gli equipaggi dell’Aeronautica.
             Io  so  che  il  Paese  ha  seguito  e  segue  ammirato  e  riconoscente  l’attività
                prodigata dalle Forze Armate sui luoghi del disastro e sono certo che si
                compiacerà  unanime  dell’elogio  che  Ella,  Onorevole  Ministro,  vorrà
                tributare, da parte mia, a tutti i reparti che hanno offerto così chiara prova
                dello spirito di dedizione e di umanità al quale sono temprati.
                                                                           Mi creda
                                                                                                            Suo cordialmente

                                                                     Luigi Einaudi]]></page><page Index="340"><![CDATA[340                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Il 1954 vede le Forze Armate impiegate in attività atipiche in cooperazione con
             le Autorità Civile. Il 21 settembre hanno luogo in Milano gli esperimenti sui raggi
             cosmici realizzati dalle Università di Milano, Padova e Bristol mediante lanci di
             palloni stratosferici.
                il recupero del materiale è totale e tempestivo e consente il pieno successo
             dell’esperimento. Ciò è possibile grazie all’efficienza della rete dei collegamenti
             R.T. impiantata dal 3° Battaglione trasmissioni di Corpo d’Armata di stanza nel
             capoluogo lombardo. Grazie a tali collegamenti, infatti, è possibile inseguire e
             localizzare i palloni con continuità, mediante triangolazioni ottenute con i dati
             di rilevamento forniti dalle varie stazioni di osservazione. il 1954 è anche l’anno
             delle inondazioni e delle violente  bufere di neve nella regione  Abruzzese e
             Molisana durante le quali i Carabinieri, unitamente a contingenti di rinforzo tra cui
             sciatori e racchettisti, diedero largo contributo all’organizzazione e all’esecuzione
             dei  soccorsi,  dei  salvataggi,  e  della  riattivazione  dei  mezzi  indispensabili
             alle  popolazioni  colpite,  ottenendo  significativi  riconoscimenti  dai  Prefetti  di
             Benevento, Chieti e Campobasso.
                Il 1955 vede le Forze Armate, e l’Esercito in particolare, impegnata in opere
             di difesa anti neve sulla linea ferroviaria del Brennero. In tale occasione le unità
             Alpine provano con successo l’uso di teleferiche  per il trasporto di materiale
             necessario.
                Il 15 settembre, l’Istituto di Fisica dell’Università di Torino, in cooperazione
             con  scienziati  delle  Università  di  Bristol,  Gottinga,  Parigi  e Varsavia,  effettua
             ancora esperimenti sui raggi cosmici.
                Ancora una volta il 3° Battaglione Trasmissioni di Corpo d’Armata impianta e
             attiva con successo una rete di collegamenti radio per la localizzazione, mediante
             triangolazione, dei palloni stratosferici e del loro successivo recupero.
                Il 1955 si chiude con la realizzazione sulla cima del Balnemhorn del “Cristo
             delle Cime”, quasi a simboleggiare la protezione divina sulla nuova Italia nata dalla
             ricostruzione. Durante la seconda guerra mondiale lo scultore torinese Alfredo
             Bai, partigiano Comandante di un  Reparto, fece un voto: se fosse tornato sano e
             salvo avrebbe realizzato una statua del Cristo Redentore da posare su una vetta.
             Ma fu quando la moglie si ammalò gravemente e guarì miracolosamente che la
             sua promessa si realizzo davvero: egli raccolse la somma necessaria e riciclando
             rottami  bellici,  presso  gli  impianti  della  fonderia  Merenda,  preparò  lo  stampo
             della statua. 35 militari della Scuola Militare Alpina di Aosta arrivarono al lago di
             Gabiet, in provincia di Aosta, per mezzo di una ferrovia, attraversarono il lago su
             un barcone a remi e a mano, con barelle rinforzate e slitte (valida testimonianza
             della  loro  capacità  tecnica  indispensabile  alle  popolazioni  colpite  da  calamità
             naturali), portarono fino a quota 4167 tutti i pezzi della statua pesante in totale 20
             quintali, che in pochi giorni venne montata dopo aver creato un basamento.
                Le attività effettuate negli anni in questione hanno fatto maturare nelle Forze]]></page><page Index="341"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        341



             Armate italiane uno spirito e una capacità tecnica di cooperazione con le autorità
             civili e di intervento a favore della popolazione in caso di calamità naturali che è
             entrato a far parte del loro DNA. La capacità di operare e di cooperare su un dato
             territorio ha continuato a caratterizzare l’operato delle Forze Armate nel corso
             degli anni. Le FF.AA. portano questo spirito anche nelle operazioni cosi dette
             “Fuori Area”, con la costruzione di ponti, solo per citarne qualcuno il ponte di
             Cerim, il ponte di Lozia, il ponte di Zaimova in Kosovo, il ponte sul fiume Kharta
             a Herat, la costruzione di strade e la posa di tubazioni stradali, la costruzione di
             centri scolastici, la realizzazione di reti idriche e tutto quanto necessario per il
             benessere, naturalmente relativo, delle popolazioni delle zone in cui si opera, fino
             ad arrivare alla costruzione di un intero quartiere con tutta la rete viaria e fognaria
             nella città di Shuq-as-shuyuk, 50 km da Nassirya nel sud dell’Iraq.
                Un’ideale  continuità  lega  quindi  l’operato  degli  anni  1945-1955  all’attuale
             contributo che le Forze Armate danno alla ricostruzione sul territorio nazionale e
             nei teatri operativi internazionali, garantendo una presenza efficace e fattiva nel
             sostegno alla popolazione locale ed esaltando il ruolo positivo dell’italia in campo
             internazionale.


             ALLUVIONE POLESINE, 1951
             Personale impiegato del V Comiliter: Tot 6.503 unità

             mezzi Utilizzati:
             785 autovetture, 51 mezzi speciali, 160 natanti,8 stazioni fotoelettriche, 45
                stazioni radio, 1 treno ospedale
              Elenco dei reparti:
               114° rgt. f. „Mantova“Gorizia      5° rgt. Genio Vicenza

               8° rgt. b. Pordenone               btg. g.p. “Folgore” V. Veneto
               btg. cos. Lag. “Marghera Venezia   btg. g.p. “Mantova” Udine
               2° rgt. a. c/a pe. Mantova         btg. g.p. “Cremona” Torino
               3° rgt. a. pe. cam.Padova          5°rgt. a. c/a l.  Mestre
               9° rgt. a. pe Bolzano              33°. rgt. a. cam. Padova
               btg. g.p. “Legnano” Pavia          V btg. g.p. di CA  Vicenza
               btg. g. minatori (D. “Julia” Udine     V btg. clg. Padova
               cp. g.p. “Ariete”  Pordenone       rep. trasporti  “Ariete” Pordenone
               rep. trasporti  “Folgore” Trevis   parco mobile “Folgore” Treviso
               3° centro autieri (III CMT) Milano  22° stabilimento g. mil.(id.)  Pavia
               sez. sa. e sez. su. “Folgore” Treviso]]></page><page Index="342"><![CDATA[342                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             Personale impiegato del IV Comiliter: Tot 1.935 unità
             mezzi Utilizzati:
             366  autovetture,  41  mezzi  speciali,  220  natanti,  6  stazioni  fotoelettriche,    22
             stazioni radio, 1 treno ospedale

             Elenco dei reparti:
               40°  rgt.  f.  “Bologna”  Bologna                         btg. g. p. “Friuli” Firenze
               82°  rgt.  f.  “Torino”(II) Ferrara                   II btg. clg. Firenze
               6°   rgt  c. blindata  Bologna                       6ª cp. clg. Bologna
               21°  rgt. a. cam. Bologna                          7ª cp. g. p. Firenze
               35°  rgt. a. cam. Rimini                           rep. specialisti a. “Trieste” Bologna
               121° rgt. a. cam. Modena                        rep. trasporti “Friuli” Firenze
               2°  rgt. Pontieri Piacenza                   Ospedale Militare Bologna
               6° centro autieri Bologna

                  PERSONALE, BESTIAME, MASSERIZIE, AUTOMEZZI, DERRATE E
                  MATERIALI VARI TRATTI IN SALVO NELLE ZONE ALLUVIONATE
                   (stralcio tratto dalle Memorie storiche del VI Comando militare di Zona)
                                      S.Rocco     Santa Maria     Ponte     TOTALE
               DENOMINAZIONE         (Piacenza)   Maddalena      Corbole
                                      Colorno     Occhiobello Taglio di
                                      (Parma)                      Po
                                      Boretto
                                     (R.Emilia)
              Persone N°               1.620         9960         38392   49.972
              Bestiame capi (1)           700        375          3857      4.932
              Masserizie q.li          2.000          1360        16630   19.990
              Grano q.li               2.000                      5574      7.574
              Semi vari q.li                                      1.000     1.000
              Vino hl.                                              20           20
              Derrate alimentari                                    68           68
              q.li
              Fieno q.li                  300                       45         345
              Tessuti q.li                                           35          35
              Zucchero q.li                                       42465    42.465
              Automezzi  N°                           31           137         168
              Velocip. N°                                          70            70
              Carri  agric. N°                                     69            69
              Materiali vari q.li      1.780         100          3.551      5.431]]></page><page Index="343"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        343



             La ricostituzione dei servizi d’informazione militare
             italiana nel periodo 1945-1949



             Maria Gabriella Pasqualini  1




                   a collaborazione tra italiani e anglo americani nel settore informativo durante
             L il periodo trattato ha sempre proceduto con difficoltà…ma gli alleati non po-
             tevano fare a meno degli operatori del controspionaggio italiano, al 99% provenien-
             ti dai ranghi dei Carabinieri Reali, che erano molto stimati per i risultati ottenuti.
                                                  2
                in un memorandum del dicembre 1944 , rivedendo le tappe della collaborazio-
                                                       3
             ne dell’OSS con il SIM, Vincent Scamporino,  Capo del Secret Intelligence per
                                                                      4
             l’italia nel Teatro Nord Africano (Italian Division si mEDTO  ) scriveva a Do-
                                     5
             novan, Direttore dell’OSS , a Washington, che l’obbiettivo della collaborazione
             con il SIM italiano era stato quello di utilizzare l’organizzazione e il suo personale
             per ottenere informazioni: intelligence. il termine usato da scamporino era esat-
             tamente to exploit che in traduzione letterale vuol dire ‘sfruttare’ i documenti. In-
             dubbiamente nel panorama investigativo, almeno all’inizio della collaborazione,
             quel termine dava proprio la sensazione che, a causa della diffusa diffidenza allea-
             ta nei confronti italiani, il vero scopo americano fosse appunto quello di ‘sfruttare’
             le informazioni ricevute senza ‘dare’ reciprocità alcuna.
                In questo documento, però redatto dopo circa un anno di lavoro congiunto,
             nonostante l’uso di un termine infelice, l’atmosfera sembrava cambiata: infatti,
             vi si affermava che il Servizio italiano era efficiente, responsabile e collaborava
             attivamente con gli alleati. Vero è che Scamporino aveva rapporti personali con
             Agrifoglio, capo del SIM del Governo di Badoglio dal 1° ottobre 1943 e quindi,
             come sempre accade, anche i rapporti e la collaborazione dei due Servizi ne ave-
             vano tratto giovamento. Fin dall’ottobre 1943 l’assistenza e cooperazione del SIM
             erano ritenute importanti soprattutto nel contrasto al nazifascismo.
                Una direttiva del 15 aprile 1944, firmata d’ordine del Capo di Stato Maggio-




             1  Università degli Studi di Palermo.
             2  Anticipazione  di  alcuni  risultati  di  mie  ricerche  in  Archivi  stranieri,  per  cortese
                autorizzazione dell’AisE.
                NARA, RG 226, NND – 974345, riportato in un documento del 21 giugno 1945.
             3  Era figlio d’immigranti siciliani in America.
             4  Secret Intelligence – Mediterranean Theater of Operations.
             5  Office of Strategic Services.]]></page><page Index="344"><![CDATA[344                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                         6
             re dell’AAI,   concordando sulle attività del SIM, aveva finalmente allargato la
             portata della partecipazione diretta del servizio nel settore della sicurezza. Tra le
             altre possibilità sarebbe stato permesso al controspionaggio italiano di interrogare
             agenti nemici catturati, comunque sempre dopo che fossero terminati gli interro-
             gatori da parte dell’autorità alleata. Dunque, luce verde ad una maggiore elasticità
             ma con la clausola che il sim avrebbe sempre fornito copia completa dei risultati
             ai quali fosse pervenuto dopo quegli incontri.
                Fino a quella data, in realtà erano state date al Servizio italiano pochissime
             informazioni  concernenti  il  controspionaggio  effettuato  dagli  alleati,  perché  il
             personale anglo-americano non riteneva consigliabile passare informazioni ‘sen-
             sibili’ all’ex-nemico. Era ovvio che per potere meglio lavorare in Italia con gli
             italiani, era necessario allargare la collaborazione comunicando le informazioni
             necessarie, anche se considerable safeguards will, however, still to be maintai-
                    7
             ned…:   ancora fiducia condizionata anche se  gli stessi eventi avevano provato
             che in generale il personale italiano era affidabile e leale alla causa degli alleati
                                                                                    8
             e che la cooperazione e l’assistenza dell’organizzazione italiana nel settore (del-
             la quale a mano a mano si riconosceva la professionalità soprattutto nel settore
             controspionaggio) poteva essere di grande aiuto solo se spontanea e fornita senza
             riserve mentali.  9
                Si imponevano comunque alcuni principi generali nei rapporti con il contro-
             spionaggio italiano, pur aprendo a una più stretta collaborazione; bisogna notare
             però che questi principi generali ponevano ancora importanti ‘paletti’ ad una reale
             piena collaborazione con gli italiani. Le informazioni classificate TOP SECRET
             non dovevano essere passate al SIM Controspionaggio (CS), mentre quelle classi-
             ficate security intelligence potevano essere circolate.
                Il reparto controspionaggio SIM e i Centri venivano equiparati alle Sezioni
             del Counter Intelligence Corps (CIC), Distaccamenti e non alle unità del Service
             Counter Intelligence (SCI) che avevano un livello gerarchico più alto, con le con-
             seguenze relative nella catena di comando.
                                                                                    10
                Ancora nell’ottobre 1944, in una riunione tenuta al Quartier Generale AAI
             era stato definito il principio, nel disporre gli arresti, che, a meno che non fosse
             stata attività diretta del SIM, gli ufficiali italiani non dovevano essere chiamati a
             presenziare agli interrogatori fin quando lo SCI non fosse stato consultato. E que-
             sto nonostante fosse stato riconosciuto che già il SIM CS aveva effettuato con pro-
             fessionalità numerosi interrogatori ma pur sempre in casi di minore importanza.


             6  allied Armies in Italy.
             7  NARA, RG 226, NND-907126, 15 e 23 aprile 1944.
             8  In general, ITALIAN personnel must be considered reliable and loyal to the Allied cause…
             9  whole-hearted : sono le parole usate nel documento originale.
             10  NARA, RG 226, NND-917174, 12 ottobre 1944, 1408/2/GSI (b).]]></page><page Index="345"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        345

































                                          William Donovan


                Nessuna restrizione era invece prevista all’impiego del controspionaggio ita-
             liano per misure preventive di sicurezza, come il controllo dei rifugiati, le indagini
             su incidenti che avessero provocato dei sospetti o su inchieste relative a possibili
             eversioni fasciste, riconoscendo agli elementi operativi una conoscenza capillare
             del territorio.
                Nonostante questi seri paletti, però, i Servizi alleati cercavano costantemente
             l’apporto del SIM, fatti salvi quei principi che ritenevano necessari per mantenere
             un elevato livello di sicurezza: fiducia certamente, ma con una grande prudenza
             che sconfinava nella sfiducia... La collaborazione si era fatta peraltro stretta se
             il 17 giugno 1944 il maggiore Koch (da non confondersi con il tristemente noto
             fascista Koch, a capo della omonima ‘banda’) scriveva al Tenente Colonnello
             Renato De Francesco, in quel momento Vice Capo Ufficio SIM, al Comando Su-
             premo, che venti ufficiali lavoravano nel suo gruppo per il Servizio e pregava di
             confermare che erano riconosciuti come ufficiali dell’Esercito Italiano in servizio
             attivo in quei ruoli, temporaneamente distaccati presso il G-2 della 5^ Armata .
                                                                                  11
                A mano a mano le varie sezioni o sottosezioni del sim iniziavano a orga-
             nizzare anche le loro relazioni scritte secondo il sistema  di trasmissione degli



             11  NARA, RG 226m NND – 877190, 17 giugno 1944.]]></page><page Index="346"><![CDATA[346                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate























                   La zona di competenza del Battaglione 808 CS (NARA, Washington, USA)


                                                             12
             alleati: una direttiva di servizio, del 6 settembre 1944  della sezione Cs presso
             l’8^ Armata inglese (retta allora dal maggiore dei Carabinieri, Francesco Paolo Di
             Piazza), su ordine dell’intelligence di quel Quartier Generale,  alle tre sottosezioni
             presenti e per conoscenza alla Sezione ‘Bonsignore’, indicava il sistema da segui-
             re per le valutazioni dell’attendibilità della notizia; questo contatto continuo con
             la burocrazia e le formalità dell’intelligence alleato saranno però di grande aiuto
             nella ripresa e nella crescita del controspionaggio italiano e del servizio informa-
             zioni in genere, preparando, senza saperlo, anche sotto questo aspetto, il terreno
             per quando l’Italia avrebbe aderito al Patto Atlantico nel 1949.
                Col passare dei mesi venivano a cadere in modo pragmatico alcune limitazioni
             poste agli italiani nella raccolta informativa. Nel gennaio 1945 scamporino aveva
             diramato per conoscenza agli organi interessati una lettera di Agrifoglio all’ad-
             detto militare dell’ambasciata italiana a Sofia nella quale il Capo del SIM dava
             precise direttive al personale del servizio per una piena collaborazione con l’Oss
                                   13
             in un’operazione locale.
                Questo tipo di operazioni era stato stabilito in accordo con le direttive verbali
             date dal generale Donovan e cioè che l’Oss poteva utilizzare il sim e il suo per-
             sonale per ottenere informazioni e raccogliere notizie. Nelle operazioni in colla-
             borazione con gli italiani era richiesto che i dettagli operativi, cioè le informazioni
             richieste, il sistema della raccolta, l’organizzazione delle uscite, l’acquisto delle
             informazioni e l’impiego d’informatori o agenti fossero stabiliti congiuntamente.
             Tutte le comunicazioni al riguardo sarebbero dovute però passare esclusivamente
             attraverso i canali di collegamento americani, comprese quelle delle ambasciate


             12  AUSSME, Fondo SIM, 1^ Divisione.
             13  NARA, RG 226, NND- 974345, 22 gennaio 1945.]]></page><page Index="347"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        347



             italiane al proprio Governo. Questo accordo generale fu riferito agli stati maggiori
             divisionali e gli uomini dell’OSS ricevettero istruzioni di avvalersi di queste fonti.
             Comunque per sfruttare risorse di questo genere era necessario preparare dovuta-
             mente il terreno e in particolare far conoscere tra di loro gli uomini che dovevano
             lavorare insieme. scamporino aveva pensato di mandare agenti americani in alcune
             sedi operative per fare conoscenza con le loro controparti italiane ma il progetto
             non andò a buon fine, probabilmente, secondo le intuizioni di Scamporino, proprio
             per le limitazioni giurisdizionali poste al servizio italiano di non esercitare alcuna
             influenza oltre i confini stabiliti in quel momento dagli alleati. Lo scopo di una più
             stretta collaborazione tra americani e l’intelligence italiana era quello di sviluppare
             un’efficiente rete nei Balcani composta anche da elementi del SIM che si sareb-
             bero assunti ogni responsabilità e, se scoperti e arrestati, avrebbero negato ogni
             partecipazione di altri servizi. Tra l’altro fu deciso che tutti i rapporti ricevuti dal
             rappresentante del SI a Bucarest e a Sofia sarebbero stati inviati a Caserta per essere
             valutati, analizzati e ne venisse decisa la diramazione da parte della SI Division Re-
             ports, per  quanto necessario: comunque i rapporti originali sarebbero stati inviati
                                                                  14
             al sim a cura del si Divisione per l’italia e non direttamente . Ancora una volta ci
             doveva essere un controllo sulla diffusione del contenuto delle notizie da fornire.
                Dal punto di vista del SIM, questo poteva essere un buon compromesso per
             il settore balcanico: il Servizio a quell’epoca non era autorizzato a operare fuori
             dei confini italiani perché ancora costretto dalle condizioni imposte dagli alleati.
             L’importanza per l’italia era poter utilizzare un’organizzazione all’estero nella
             fase in cui non poteva ancora operare autonomamente. Agrifoglio aveva accettato
             la proposta degli americani dopo un certo periodo di riflessione. Con Scamporino,
             aveva deciso di iniziare questa nuova forma di collaborazione nelle nazioni bal-
             caniche e nelle ex colonie italiane in Africa, potendo in questo modo riprendere
             un’attività fuori del territorio metropolitano che era particolarmente urgente fare
             proprio nelle ex colonie, in vista delle decisioni delle Nazioni Unite sulla loro
             sorte.
                Da parte loro gli americani si erano impegnati a passare al SIM quei rapporti
             che potevano interessare il Governo italiano ma che non portassero pregiudizio
             agli interessi americani, sempre considerati ovviamente prioritari.
                Le vicende belliche avevano preso una nuova fisionomia. Agli inizi di giugno
             1945 Washington aveva deciso di sciogliere il si Italian Desk dell’OSS, nel qua-
             dro di una riduzione del personale e del ritiro progressivo dal territorio, conside-
             rato che con il 25 aprile precedente tutta l’italia era stata liberata dall’occupazione
             tedesca.
                Pochi giorni dopo, Scamporino scrisse un lungo rapporto a Donovan per difen-



             14  NARA, RG 226, NND – 974345, novembre 1944 e 15 dicembre 1944.]]></page><page Index="348"><![CDATA[348                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                                           15
             dere in qualche modo il lavoro del suo Ufficio e la sua sopravvivenza.   La colla-
             borazione con gli italiani si era molto sviluppata anche per quello che riguardava
             il settore politico dalla sezione che era chiamata Political Branch; settore tanto
             più importante giacché si stavano intensificando i colloqui in vista della prossima
             pace e quindi strumentale per la compilazione delle clausole del relativo trattato.
                Per tentare di evitare al suo Ufficio lo scioglimento e sottolinearne l’importan-
             za, fu costretto a riconoscere che anche i contatti proficui con gli italiani del SIM
             avevano dato il loro contributo.
                Scamporino sottolineava che questo era un piano di collaborazione a lungo
             termine, che doveva cioè valere per i seguenti due o tre anni, quando, dopo la
             liberazione completa del territorio, l’Italia avrebbe  iniziato  la sua ricostruzione
             morale, economica  e politica. Doveva rimanere un piccolo gruppo di personale
             americano, non più di dieci elementi che avrebbero potuto risolvere tutti i proble-
             mi che si ponevano e che avrebbero continuato l’attività informativa all’interno
             dell’Italia, con il contributo italiano.
                Scamporino era dell’opinione che, sotto il nuovo governo con Ferruccio Parri,
             il suo personale poteva fare qualsiasi ragionevole attività e questo era dovuto an-
             che a sue personali amicizie e relazioni.
                L’attività del SI Italy non era stata solo operativa, ma si era sviluppata anche
             a livello semi diplomatico. Secondo Scamporino era stato proprio il suo Ufficio a
             portare avanti il concetto che occorreva svolgere anche intelligence economica e
             politica e rivendicava di averlo già fatto nei territori occupati ancora dal nemico e
             nei territori liberati.
                Era quindi necessario continuare in questo tipo di raccolta delle informazioni
             e per farlo occorreva avere alti contatti nelle sfere che contavano nella politica e
             nell’economia italiana, e nel Vaticano, contatti che il suo Ufficio aveva da qualche
             tempo stabilito con un lavoro minuzioso e giornaliero. il personale sotto copertura
             poteva ottenere notizie, certamente, ma solo dopo molti mesi dalla sua infiltrazio-
             ne e questo poteva rallentare la definizione della politica americana verso l’Italia.
             Quindi era chiara l’utilità di mantenere ancora per qualche tempo in attività la
             Political Branch, per far fronte alle future problematiche presentate dall’Italia
             liberata e di nuovo nel consesso internazionale continuando anche ad utilizzare la
             professionalità italiana.
                Scamporino, però, non riuscì nel suo intento e, con lo scioglimento dell’OSS,
             anche il suo Ufficio fu assorbito dai nuovi Servizi americani che non operavano
             direttamente in Italia. Veniva così a porsi urgentemente il problema della ricosti-
             tuzione dei servizi italiani.

                                              *  *  *


             15  NARA, RG 226, NND -974345, 21 giugno 1945.]]></page><page Index="349"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        349




































































              Documento americano riguardante le relazioni OSS-SIM (NARA, Washington, USA)]]></page><page Index="350"><![CDATA[350                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate




             Ancora difficoltà nel 1945-47 nei rapporti tra i servizi americani e quelli italiani.
                In effetti, per tutto il corso della cobelligeranza OSS, SIS inglese e SOE aveva-
             no tratto uomini dal sim e dalle Forze Armate italiane per le operazioni speciali
             e per le missioni: erano morti in queste operazioni molti più italiani che alleati.
                Nel novembre del 1944 i vincoli si erano leggermente allentati ed era stata
             stabilita una procedura che dava maggiore libertà al Servizio italiano; erano an-
             che stati fatti degli accordi (v. sopra) per operare su territorio straniero anche se
             limitatamente. Tutti gli accordi e i contatti con il sim in italia continuavano a
             essere tenuti dal SI, Italian Division (Divisione per l’Italia); qualsiasi proposta di
             collaborazione con gli italiani in uno stato straniero doveva essere sotto la respon-
             sabilità del Capo della Divisione e Sezione competente del SI; la Centrale del SI,
             MEDTO doveva servire come ‘stanza di compensazione’ tra la SI Divisione per
             l’italia e le altre Divisioni competenti.
                                                                                 16
                Riconoscendo questi importanti contributi, finalmente, nel gennaio 1945,  la
             SI Divisione per l’Italia dell’OSS diede luce verde affinché fossero comunicate al
             SIM tutte le informazioni concernenti quelle attività dei e per i patrioti, organizza-
             te dagli anglo-americani, prima ritenute riservate.
                In realtà il problema era stato sollevato a metà gennaio quando uno degli Uffici
             della Field Base F OSS americana, nella persona del tenente colonnello Kenneth
             Baker, aveva espresso dei dubbi per iscritto, il 15 gennaio 1945, sul fatto che
             erano stati passati al SIM alcuni rapporti segreti. Ricordava che quando la base
             era stata costituita presso gli  allied Forces Headquarters, 2677 Headquarters
             Regiment, due ufficiali del Stato Maggiore Generale italiano erano stati distaccati
             alla “ Base F”,  i maggiori Adam e Coisson. Costoro si erano integrati molto bene,
             riscuotendo la stima e il rispetto dei colleghi americani e italiani presenti in quel
             distaccamento. Però questi due ufficiali avevano fatto rapporto della loro attività
             presso quella “Base F” direttamente alla Centrale del SIM, dalla quale, bisogna
             ricordare, dipendevano amministrativamente e disciplinarmente. Peraltro le loro
             comunicazioni erano transitate attraverso i canali della Base, in modalità aperta.
             I rapporti erano stati passati al maggiore Corvo e l’ulteriore distribuzione di quei
             documenti era stata lasciata alla sua responsabilità. Il Baker notava che negli ulti-
             mi rapporti inviati, in alcune pagine, erano stati dati dettagli delle operazioni svol-
             te da quella Base e quindi il Baker chiedeva al colonnello Glavin, responsabile
             dell’OSS nel Quartier Generale di Algeri, il suo parere sulla possibilità di passare
             in genere questo tipo di rapporti al SIM. Quei documenti con dettagli, sui quali si
             era appuntata l’attenzione del Baker,  non sembravano mettere in pericolo la sicu-
             rezza della ’Base’ ma si chiedeva se per il futuro fosse opportuno passare questo
             tipo di informazioni al Servizio italiano. Venivano cioè richieste delle direttive

             16  NARA, RG 226, NND- 974345, 23 gennaio 1945.]]></page><page Index="351"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        351



             precise al riguardo e addirittura se era o non era opportuno distribuire questi rap-
             porti anche a Corvo e a scamporino. Forse un eccesso di prudenza o…di zelo? O
             ancora sfiducia nei cobelligeranti nonostante più di un anno di attività in comune
             e con risultati professionali riconosciuti notevoli da molte parti?
                William Maddox, allora a Capo del SI nel teatro operativo del Mediterraneo
                       17
             (MEDTO)  rispose rapidamente e con chiarezza, il 22 gennaio, a chi aveva solle-
             vato dei dubbi: a suo giudizio i due ufficiali che avevano informato il SIM italiano
             delle loro attività non avevano fatto nulla di illecito e non lo facevano…. sempre
             che ovviamente non fosse messa in pericolo in pericolo la sicurezza dell’Oss. Co-
             munque, tutti i rapporti dovevano essere inviati a Scamporino, il quale li avrebbe
             valutati, nel senso di verificare se vi fossero pericoli per la sicurezza della missio-
             ne o della Base,  e poi inviati ai destinatari in indirizzo, tra i quali il SIM.
                Il giorno dopo, 23 gennaio, Scamporino scrisse a Maddox che naturalmente
             bisognava sempre tenere a mente la protezione della sicurezza nelle varie opera-
             zioni e quindi decidere di volta in volta quali informazioni veicolare e quali tenere
             ancora segrete. Occorreva considerare, però, come i civili italiani, l’Esercito, la
             Marina, l’Aeronautica italiana e i vari partiti politici fossero tutti impegnati in uno
             sforzo congiunto nella Resistenza: vi era dunque un unico comune obiettivo e chi
             aveva più da perdere in quella situazione erano proprio gli italiani e soprattutto
             quelli che partecipavano in gran numero alle missioni segrete, che erano per la
             maggior parte di natura strettamente militare. Ecco perché - riteneva Scampori-
             no-, le notizie sulle operazioni speciali dovevano e potevano essere comunicate
             all’organo informativo italiano. Poteva non essere opportuno rivelare in alcuni
             rapporti che comunque circolavano, l’esatta ubicazione delle basi operative per
             le missioni speciali e, infatti, questa parte era normalmente omessa nei rapporti,
             distribuiti al sim. Naturalmente non se ne parlava proprio di fornire informazioni
             sulla parte solamente americana delle operazioni segrete: …all of the above, ho-
             wever does not apply in any way to our secret intelligence operations. The rule
             there is a hard and fast one. We do not disclose to any foreign Agency, Allied or
             otherwise, what we are doing.
                Our verbal understanding with SIM does not in any way include any disclosure
             on our part of operational details… parole dure di una chiarezza cristallina.












             17  Nella vita civile era un professore di scienza Politica che insegnava Relazioni internazionali
                all’Università di Harvard e a Princeton.]]></page><page Index="352"><![CDATA[352                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                              *   *   *

             I primi programmi d’intelligence ‘post ostilità’: una sintesi.
                Agli inizi del 1945, l’obiettivo principale degli alleati fu di sviluppare intelli-
             gence segreta da fonti italiane. si trattava di raccogliere informazioni di carattere
                                                           18
             militare, politico, economico, sociale, psicologico.  Bisognava poi analizzare e
             valutare le informazioni raccolte e disseminare questo tipo d’intelligence ai Co-
             mandanti militari americani nel Mediterraneo, alla Commissione Alleata, agli or-
             gani dell’OSS e alla Centrale di Washington, al capo della Missione Diplomatica
             americana in Europa. Quale era la situazione? Vi erano molte fonti d’informazione
             in Italia d’importanza per i Servizi americani, già in parte utilizzate, ma occorreva
             continuare a sfruttare queste fonti fino alla completa liberazione dell’Italia dalle
             forze tedesche. il si del mEDTO (Mediterranean Theater of Operation) avrebbe
             continuato la propria attività stabilendo delle basi in tutta Italia secondo le esi-
             genze e come richiesto dal Comandante Americano di quel settore strategico, dal
             Capo della Missione Diplomatica americana in Europa, dalla Commissione Alle-
             ata e delle varie Agenzie di informazione. La base principale del si nel mEDTO
             avrebbe continuato ad avere sempre maggiori contatti con le basi si in Europa.
                Era responsabilità dell’OSS di Washington provvedere a che tutte queste istru-
             zioni fossero applicate. In sintesi, un cambiamento notevole e comprensibile nel-
             la filosofia della ricerca delle informazioni, essendo ormai prossima la fine del
             conflitto in Europa: questo tipo d’informazioni venivano dunque richieste anche
             al controspionaggio del SIM che doveva così orientare la propria attività  anche
             verso la sicurezza civile.

                                              *   *   *

             Il 1947 e il nuovo Ufficio ‘I’ (ex SIM), precedente al SIFA, in seguito SIFAR.
                Il 2 giugno 1946, la Repubblica, voluta dal popolo italiano, nasceva e si avvia-
             va a un nuovo periodo che avrebbe avuto la sua prima conclusione storica con l’a-
             desione al Patto Atlantico nel 1949: due anni e mezzo di grande importanza per le
             decisioni di politica interna e soprattutto di quella estera, che hanno poi permesso
             l’evoluzione in senso democratico dello stato.
                                                     19
                Il 15 agosto 1946, il Battaglione 808° CS  rientrò nella responsabilità italiana

             18  NARA, RG 226, NND – 974345, gennaio 1945.
             19  Il  Battaglione  808°  CS,  era  la  2^  Sezione  (“Bonsignore”)  del  Servizio  “I”  dello  Stato
                Maggiore del Regio Esercito, però iscritta nel quadro di battaglia del Comando Alleato
                nel Mediterraneo dall’ottobre 1943, organo che agiva in seguito ad un armistizio e a una
                cobelligeranza, indipendentemente  da precedenti accorpamenti o accentramenti decisi dal
                Comando supremo.]]></page><page Index="353"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        353



































































                     Prima pagina di un Bollettino periodico del Reparto G-2 (Intelligence)
                               della 5^ Armata (NARA, Washington, USA)]]></page><page Index="354"><![CDATA[354                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             per l’impiego: la situazione era cambiata moltissimo in più di un anno di gover-
             no libero; la politica italiana sembrava andare nel senso auspicato dagli anglo-
             americani (anti-sovietica) e il nuovo SIM, cioè l’Ufficio ‘I’ dello Stato Maggiore
             dell’Esercito aveva dato prova di fedeltà al Governo italiano. Le priorità di con-
             trospionaggio potevano iniziare ad essere assolte senza la tutela dei Servizi alleati,
             cioè il controllo del Quartier Generale delle Forze alleate (AFHQ).
                Scriveva il colonnello Pasquale, Capo dell’Ufficio ‘I’ dello Stato Maggiore
             dell’Esercito il 14 agosto 1946: In seguito ad accordi intervenuti tra l’AFHQ e il
             Ministero della Guerra, a partire da domani 15 agosto 1946 il Battaglione 808°
             CS rientrerà, anche per la parte impiego, alla completa dipendenza dell’Ufficio
             ‘I’.
                Esso costituirà la 2^ Sezione dell’Ufficio, conservando fino a nuovo ordine la
             denominazione di “Battaglione 808° CS” per tutte le questioni amministrative
             inerenti alla sua funzione di reparto autonomo.
                Il provvedimento, mentre non incide sui rapporti di collaborazione con i servizi
             di sicurezza alleati,  rapporti che diverranno anche più fattivi effettuandosi anche
             nel quadro più ampio dell’Ufficio, consentirà di riesaminare con criterio organi-
             co la struttura interna  del servizio per raggiungere una più efficace ripartizione
             di compiti e una più armonica proporzione  tra le varie branche dell’ufficio… 20
                Il  giorno  successivo,  il  maggiore  Renzo  Bonivento,  comandante  del  Batta-
             glione, scriveva una lettera di commiato al colonnello Smith del G-2 dell’AFHQ
             …l’808° CS si distacca in data odierna dalla dipendenza operativa del Comando
             Alleato dopo 33 mesi di intenso lavoro dedicato – nel periodo della guerra – alla
             neutralizzazione dell’attività informativa e sabotatrice tedesco-fascista, e – nel
             susseguente periodo di occupazione – alla sicurezza delle truppe Alleate nel ter-
             ritorio italiano…una efficace sintesi dell’impiego avuto.
                Già nel dicembre 1945 gli alleati avevano accettato l’idea della ricostituzione,
             nel senso di riorganizzazione e ampliamento, di un Ufficio ‘I’, anche con contro-
             spionaggio incluso, sebbene le loro idee su come doveva essere organizzato un
             Servizio informazioni non collimassero con quelle italiane su più di un punto.

                                              *   *   *

             Promemoria Nichols
                Il 6 giugno 1946, un promemoria dell’Ufficio del Vice Capo di Stato Maggio-
             re, G-2 dell’AFHQ, firmato dal colonnello Earle B. Nichols, sintetizzava una serie
             d’incontri e studi relativi e raccomandava che il piano per un’organizzazione di
             un nuovo servizio d’intelligence dovesse essere lasciato ai vertici militari italiani.
                Vi era però una fondamentale differenza di opinioni tra gli ufficiali italiani e

             20  AUSSME, Fondo SIM, R.G.P.T.]]></page><page Index="355"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        355



             quelli alleati per quanto riguardava il controspionaggio. Gli alleati erano dell’idea
             che occorresse separare il controspionaggio puramente militare da quello mera-
             mente civile: evidenziavano che l’Arma dei Carabinieri, che lo effettuava quasi
             interamente,  aveva la doppia funzione e cioè forniva la copertura per la sicu-
             rezza militare delle truppe e per quella civile dell’intera nazione. Alla mentalità
             americana non sembrava che questo sistema potesse funzionare al meglio, perché
             una direzione centralizzata per due tipi di operazioni così diverse poteva portare
             discapito a una delle due, privilegiando l’altra o adottando gli stessi metodi per la
             militare e la civile: inoltre, se l’Esercito, di cui l’Arma era parte integrante, era  re-
             sponsabile delle due funzioni sopra descritte, in effetti, veniva ad esser provvisto
             di una ‘polizia  segreta’ (secret police) e questo non era certo desiderabile in quel
             momento storico.  Sicuramente, il pensiero del Nichols andava al periodo fascista,
             all’O.V.R.A. e alle altre organizzazioni segrete o meno costituite dalla R.SI che
             erano ancora nel ricordo degli italiani e nelle loro paure. il processo a Roatta del
             gennaio 1945 e periodi seguenti con gli attacchi stampa dimostravano che il pro-
             cesso non era ai singoli ma al SIM, come istituzione.
                Ne veniva di conseguenza, per l’estensore del promemoria, che occorreva fare
             in modo che il controspionaggio militare fosse ben distinto da quello civile. Co-
             loro che nell’Esercito si occupavano di sicurezza - continuava il documento -, do-
             vevano limitare i loro sforzi alla supervisione e addestramento delle truppe nelle
             misure di sicurezza; alle indagini di perdite o compromissioni di materiale clas-
             sificato; a un collegamento funzionale con gli organismi competenti su problemi
             concernenti la sicurezza interna e le altre questioni riguardanti l’applicazione di
             una politica generale di controspionaggio, come doveva essere individuata dal
             Direttore dell’intelligence militare, sotto la responsabilità del Capo di Stato Mag-
             giore Generale.
                Gli ufficiali e gli uomini che si sarebbero occupati dell’intelligence militare
             potevano essere presi dal personale del Battaglione 808° CS (con tutto personale
             dell’Arma) che stava operando sotto il Quartier Generale delle Truppe Alleate;
             sarebbero entrati a far parte del Ministero della Guerra ma, condizione importante,
             non più appartenenti ai  ruoli dei Carabinieri.
                L’opinione italiana, espressa dal colonnello De Francesco e dai tenenti colon-
             nelli Ducros e Pasquale era contraria a questa divisione: gli ufficiali avevano ben
             spiegato, anche con note scritte, quale fosse il ruolo tradizionalmente istituzionale
             e la specialità operativa dei Carabinieri, nonché della doppia ‘anima’ dell’Arma
             (combat e ordine pubblico: nell’esigenza italiana,  dovevano continuare a fare
             polizia militare e controspionaggio).
                Nonostante le opinioni diverse degli italiani, il Colonnello Nichols, continuava
             a raccomandare che a) fossero gli italiani a stilare il progetto operativo per il loro
             Servizio Informazioni, b) confermando però che non fosse loro permesso di fare
             attività informativa fuori dall’Italia; c) che la sicurezza nell’Esercito fosse assi-]]></page><page Index="356"><![CDATA[356                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             curata da personale selezionato e addestrato per quell’impiego soltanto e che non
             fossero membri del Battaglione 808° CS o Carabinieri; d) che l’Arma, che conta-
                            21
             va 75.000 unità,   fosse staccata dall’Esercito e messa completamente alle dipen-
             denze del Ministero dell’Interno. Il Battaglione 808° CS doveva rimanere ancora
             operativamente sotto il controllo dell’AFHQ; sarebbe tornato nella responsabilità
             degli italiani, al momento opportuno, sempre con la forte raccomandazione però
             che le sue funzioni fossero assunte da una organizzazione solo civile senza alcuna
             connessione con l’Esercito o altra Forza militare.
                In seguito al ‘promemoria Nichols’, in una riunione del AFHQ della MMIA del
             20 luglio 1946,  fu deciso che in Italia poteva essere organizzato un nuovo Servi-
             zio di informazioni per l’Esercito: poteva comprendere anche il controspionaggio,
             ma, accogliendo le raccomandazioni del Nichols (che evidentemente erano l’e-
             splicitazione di concetti ricorrenti tra i vertici militari americani), questo Servizio
             non avrebbe avuto l’autorizzazione a penetrare in sistemi informativi stranieri e a
             mandare propri agenti fuori del territorio nazionale. Avrebbe avuto l’autorizzazio-
             ne a usare codici e cifrari. Insomma: un ‘mezzo servizio’…
                Nonostante però la raccomandazione che il Battaglione 808° CS rimanesse
             sotto il controllo degli alleati, almeno ancora per un certo periodo, il 2 luglio
             1946   il colonnello George Smith poté comunicare verbalmente al colonnello
                   22
             Pasquale, Capo dell’Ufficio ‘I’ che il Battaglione non sarebbe stato più controllato
             dalle forze alleate a far data dal 15 agosto successivo, per tornare sotto il controllo
             italiano. In vista di questo cambiamento, Smith sollecitò il Pasquale a preparare
             un piano di riorganizzazione del servizio che doveva includere la sezione con-
             trospionaggio da formare con personale del Battaglione 808° CS, ben conosciuto
             dagli Alleati e quindi di garanzia per il proseguimento ad alto livello di un lavoro
             delicato e importante.
                Gli italiani prepararono un promemoria e il Colonnello Pasquale lo sottopose a
             Smith il 7 luglio: era stato stilato uno schema di organizzazione che includeva una
             seconda Sezione, la CS; gli effettivi del Servizio avrebbero raggiunto solo la cifra
             di 650 unità in tutto e non 1110, la consistenza  del momento, incluso il Batta-
             glione. Un prospetto più dettagliato fu redatto e sottoposto all’approvazione della
             MMIA aumentando il personale a 737 effettivi militari e 17 civili (143 ufficiali,
             404 sottufficiali, 190 elementi di Truppa).
                Ci fu una battuta d’arresto e una discussione sul numero del personale: infatti,
             il 20 luglio la mmiA non accettò il numero proposto dagli italiani (e suggerito
             da Smith) e approvò un numero ridottissimo, 229 unità in tutto, di cui solamente
             119 dovevano essere  addetti al CS. Almeno questo si rileva dalla lettera del 26
             luglio successivo proveniente dall’AFHQ e indirizzata al Capo di stato maggiore


             21  In altro documento americano è indicato il numero di 65.000 unità
             22  NAUK, WO/12385, 16 novembre 1946.]]></page><page Index="357"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        357



             dell’Esercito,  informan-
             dolo  che  il  suo  Ufficio
             avrebbe  ripreso il co-
             mando  del  Battaglione
             808°  CS  il  15  agosto
             successivo,  nulla  men-
             zionando a proposito di
             una riduzione  di perso-
             nale dello stesso, che era
             stato  invece  molto  più
             numeroso nel periodo
             di controllo  alleato.  si
             può leggere la spiega-
             zione di questa omissio-
             ne in una lettera del 20
             dicembre 1946,  firmata
             dal responsabile del G-2
             del Quartier Generale
             della  mmiA: avevano
             ritenuto   tempo prima
             che un numero più alto
             di  119  unità,  permes-
             so al controspionaggio
             italiano,  avrebbe  potuto
             pregiudicare gli interes-
             si alleati in italia; le con-
             dizioni  generali,  però,
             erano cambiate e molto
             probabilmente le truppe
             alleate avrebbero lascia-           Cifrario Talamo (NARA, Washington, USA)
             to in breve tempo l’italia
             e quindi non serviva porre una limitazione così pesante al Servizio italiano, anche
             perché, una volta ritiratesi totalmente le truppe di  occupazione e la piena sovra-
             nità tornata all’Italia, quella limitazione sarebbe subito stata rivista dal Governo
             italiano…
                Nelle discussioni del luglio 1946, una delle condizioni, o meglio whishes per
             la riconsegna del Battaglione era che continuasse comunque a fornire agli alleati
             informazioni  che potessero essere di loro interesse.
                Il Battaglione 808° CS, ormai sotto il controllo italiano, venne sciolto uffi-
             cialmente il 1° dicembre, quando fu  integrato, come Seconda Sezione da quella
             data nell’Ufficio ‘I’ dello Stato Maggiore dell’Esercito, che ne assumeva tutte le]]></page><page Index="358"><![CDATA[358                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             funzioni fino a quel momento disimpegnate.
                Con la stessa nota che ufficializzava lo scioglimento del Battaglione, fu data
             anche la nuova composizione dell’Ufficio Informazioni dell’Esercito e della Se-
                       23
             zione Cs.   il personale presente nel Battaglione sarebbe stato incorporato nella
             seconda sezione di nuova costituzione.
                Nel gennaio 1947 l’Ufficio Informazioni dell’Esercito, che insieme al SIS Ma-
             rina e al SIA Aeronautica, costituiva l’intero apparato informativo delle Forze Ar-
             mate italiane, aveva una nuova organizzazione (molto simile al precedente SIM),
             che si riteneva sarebbe rimasta a lungo in tempo di pace ma, nell’ottica della pros-
             sima partecipazione alla NATO, il 30 marzo 1949 fu costituito il SIFA, Servizio
             Informazioni Forze Armate (dopo otto mesi SIFAR) e si avviava una nuova filo-
             sofia di raccolta e coordinamento dell’attività informativa e di controspionaggio.
                In una relazione sull’Ufficio ‘I’ dell’Esercito italiano, fatto dall’AFHQ liai-
             son Office con l’iAi (Italian Army Intelligence), contrassegnato da un Top Secret,
             del 27 gennaio 1947, veniva  riferito che, nella organizzazione finale, erano state
             mantenute quattro Sezioni, aggiunto un Gruppo amministrativo [ma le Sezioni
             erano cinque]; la Seconda continuava a occuparsi di controspionaggio, come da
             tradizione.  L’organizzazione come approvata dagli Alleati differisce in alcune
                        24
             parti da quella che invece si trova nei documenti italiani del Fondo SIM nell’Ar-
             chivio storico dello stato maggiore dell’Esercito. Bisogna considerare come la
             situazione fosse veramente fluida in quel momento e che i cambiamenti potevano
             essere rapidamente approvati e attuati e che comunque l’autonomia, quantomeno
             formale, del Servizio e delle Forze Armate, era ormai stata raggiunta e quindi le
             decisioni finali interne erano prese autonomamente.
                Gli alleati si rendevano finalmente conto che tutto il personale che lavorava
             nell’intelligence militare dell’Esercito era stato selezionato con una certa cura e
             al momento era il migliore che si potesse avere. Erano tutti elementi in servizio
             permanente e la maggior parte di loro aveva una esperienza di lungo tempo nel
             settore dell’intelligence, sia in pace sia in guerra.

             Il memoriale Foulkes
                Era questo un atteggiamento completamente diverso da quello di un anno prima,
             gennaio 1946: in un memorandum  del Colonnello Foulkes, del G-2 dell’AFHQ,
             in base a quanto deciso dagli Alleati, in vista del ritiro dal territorio italiano, era
             stato adombrata la possibilità di chiedere la rimozione  degli elementi che avevano



             23  NAUK, WO/12385, 7 novembre 1946. Questa lettera non risultava arrivata ufficialmente
                alla MMIA, ma ricevuta per le vie brevi dal colonnello Calò dell’Ufficio Ordinamento del
                ministero della Guerra.
             24  NAUK, WO/12385, 29 gennaio 1947. Per i dettagli dell’organizzazione dell’Ufficio ‘I’,
                secondo i documenti italiani, v. M.G. Pasqualini, Carte Segrete…, vol. II, p.272 ss.]]></page><page Index="359"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        359



             appartenuto al SIM fascista e a tutti i Servizi informativi delle Forze Armate, pri-
             ma del 25 luglio, dall’Ufficio ‘I’ dell’Esercito e quindi anche di coloro che erano
             stati nel SID repubblicano e successivamente accettati nel Battaglione 808° CS.
                Occorreva chiedere alle autorità italiane: a) di nominare il personale con l’ap-
             provazione degli alleati; b) di redigere una lista delle persone che aveva operato
             nell’intelligence prima del 25 luglio 1943; c) di prendere nota che quelle perso-
             ne non potevano essere accettate e che quindi dovevano essere forniti dei nomi
             sostitutivi; potevano invece essere nominati coloro che avevano fino a quel mo-
             mento lavorato nell’Italian Army Intelligence (I.A.I.), cioè l’Ufficio ‘I’, alla data
             del ritiro degli alleati; d) di dare la lista del personale ex-SIM che  era integrato
             nell’intelligence italiana e ordinare il loro rientro ai reparti di provenienza, in una
             data da concordare, ma sempre prima del ritiro  delle truppe alleate.
                Gli stessi anglo-americani notavano che a quel punto la maggioranza di tut-
             ti quelli che erano stati nel controspionaggio fino allora non avrebbero potuto,
             con quelle regole, essere integrati nel nuovo Servizio italiano; pragmaticamente
             si rendevano conto che dopo il loro ritiro, non sarebbe stato possibile imporre le
             condizioni sopra descritte. Le alternative potevano essere: a) di giustificare l’im-
             piego continuato di personale SIM nell’intelligence italiana post 25 luglio 1943
             dimostrando la lealtà con la quale quel personale aveva collaborato con gli Alleati
             nella causa comune contro il nazionalsocialismo e il fascismo; b) di sottomettere
             preventivamente la lista al Comitato per l’Epurazione per averne una eventuale di-
             chiarazione di non punibilità; e di dare istruzioni alle autorità italiane di nominare
             solo coloro che avessero ricevuto tale dichiarazione dal Comitato.
                Le considerazioni finali, rispetto a quanto avanzato nel memorandum, erano
             lucide: non era certamente facile ottenere quello che rappresentava il nocciolo
             della questione e cioè non avere ‘fascisti’ nel nuovo Servizio, affinché fosse to-
             talmente fedele al Governo italiano e agli alleati, visto che coloro che erano più
             esperti del settore avevano operato sotto il regime; sebbene fosse politicamente
             meno soddisfacente, il comportamento più interessante, ai fini operativi,  era chie-
             dere che il nuovo personale fosse approvato dagli Alleati.  Le altre richieste, molto
             più corrette, da un punto di vista politico, probabilmente però avrebbero richiesto
             molto tempo per essere portate a compimento.
                Il senso di questo documento è molto chiaro: nei corridoi dell’AFHQ in fondo
             la diffidenza verso gli italiani era ancora diffusa, pur rendendosi conto finalmente
             di due aspetti importanti: il primo era che molto personale dell’intelligence italia-
             na aveva collaborato in modo egregio, specialmente per il controspionaggio ma
             questo era a conoscenza più dei gruppi operativi (Special Force, ad esempio) che
             dei militari burocrati; il secondo, che era prossimo l’abbandono del territorio e la
             piena sovranità resa all’Italia…ragion per cui ordini e istruzioni dati dagli Alleati
             potevano, o non potevano, essere presi in seria considerazione o eseguiti.
                Comunque questo memorandum era ormai completamente decaduto nel gen-]]></page><page Index="360"><![CDATA[360                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             naio 1947, quando tra l’altro, nell’indicare la nuova organizzazione del Servizio
             di intelligence militare dell’Esercito, si facevano i nomi di coloro che secondo gli
             americani avevano dato i migliori risultati: il colonnello Pasquale, i tenenti colon-
             nelli De Francesco, Ducros e Massaioli; i maggiori Nani, Chirivino, Barbieri e
             Caputo, tutti appartenenti all’ex SIM fascista.
                Il capitano americano dell’Ufficio di collegamento  non rinunciava alla critica
                                                            25
             nei confronti di questi ufficiali che pure si erano distinti: sosteneva che, nonostan-
             te i risultati, la regola generale era che  mancavano di senso critico nella valuta-
             zione delle informazioni e tendevano ad accettare tutto senza riserva. Ne risultava
             che gran parte delle informazioni da loro diffuse non era stata valutata e quindi
             largamente non corretta, dove una minima attenzione e comparazione con altre
             informazioni  avrebbero rivelato le insite contraddizioni. Era inoltre chiaro che
             tutti gli ufficiali fossero monarchici sebbene they have no definite political view,
             apart from being anti-Communist. in generale però veniva loro riconosciuto un
             buon equilibrio nei loro giudizi e opinioni su argomenti di politica.
                Accanto alle critiche vi era il riconoscimento della industriosità e l’entusiasmo
             degli ufficiali dell’intelligence per il loro lavoro, nonostante le difficoltà incontra-
             te nella vita quotidiana: erano dei ‘buoni italiani’ e in favore degli alleati anche se
             they are Italians first and foremost.
                La seconda sezione era composta interamente da Carabinieri le cui esperienze
             di controspionaggio erano state acquisite durante il periodo delle ostilità:   non
                                                                                26
             erano ritenuti adatti allo stesso lavoro per il tempo di pace, sempre nell’idea ame-
             ricana di dividere le attività offensive da quelle difensive, finita appunto la guerra.
             Il timore espresso era che, vista la difficoltà di trovare lavoro per sostentare la
             famiglia, sottufficiali e truppa, considerato il loro anticomunismo, potessero esse-
             re impiegati come agenti di potenze occidentali; questo sicuramente non sarebbe
             stato il caso degli ufficiali perché il loro orgoglio personale non avrebbe permesso
             di accettare simili offerte. L’ufficiale americano non si faceva sfiorare dal dubbio
             che forse la cultura e le profonde tradizioni italiane erano molto diverse da quelle
             americane e non erano state cancellate da un regime ventennale: al contrario, era-
             no quelle che stavano permettendo all’Italia, certamente con l’aiuto degli Alleati,
             a risollevarsi dalla distruzione di una guerra voluta dal fascismo.
                Per poter correttamente considerare le possibili intenzioni del nuovo servizio
             informativo militare era necessario farlo in rapporto al Governo italiano e alla
             struttura dell’Esercito.  Era evidente che si trattava di un organo militare incari-
             cato di tutto l’intelligence riguardante l’italia. Era un campo molto vasto e inclu-
             deva una grande varietà di materie da trattare e di diversi metodi per ottenere le


             25  Firma non comprensibile nel documento 27 gennaio 2947, indirizzato al G-2  (C.I.) AFHQ.
             26  In realtà questa esperienza è stata acquisita fin dalla loro fondazione voluta nel Regno di
                Sardegna nel 1814.]]></page><page Index="361"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        361



             informazioni. Il principale obiettivo era quello di mantenere informato l’Esercito
             e lo Stato Maggiore Generale delle attività degli stati confinanti con l’Italia che
             potevano avere un impatto sul suolo italiano: soprattutto di quegli stati balcanici
             che rappresentavano una possibile minaccia e quindi la parte più importante del
             lavoro del nuovo servizio; considerando però il supporto che veniva loro dato da
             alcuni partiti politici, si poteva anche pensare che il governo non avrebbe dato il
             necessario forte appoggio perché il Servizio ottenesse e diffondesse informazioni
             su nazioni i cui governi al potere avessero una tendenza chiaramente di sinistra.
                Sempre nel lungo documento del 27 gennaio, veniva sostenuta l’idea  che il
             ministero della Guerra e lo stato maggiore Generale non vedessero con favore il
             nuovo Servizio. Era difficile spiegare, continuava l’estensore della nota, l’origine
             di questo atteggiamento, a meno che in realtà il SIM nel passato (fascista e post
             armistiziale) non avesse avuto una autonomia e libertà di azione tale da suscitare
             gelosie  e paure. Eppure il Capo di Stato Maggiore Cadorna e quello che ne do-
             veva prendere il posto, Marras, avevano ascoltato il SIM e anche il Sottocapo di
             Stato Maggiore, il Generale Liuzzi, era stato dalla parte dell’organo di intelligen-
             ce. In effetti, durante le ostilità, i vertici militari avevano preso delle decisioni o
             da soli o con l’appoggio di Mussolini stesso, nell’ottica della difesa dell’Italia, ma
             nel futuro le loro scelte dovevano essere considerate in un contesto politico molto
             diverso, internazionale ed europeo, e questo avrebbe potuto in qualche modo  fre-
             nare l’azione dell’intelligence soprattutto nel settore che era divenuto quello più
             importante, e cioè i Balcani.
                Le future intenzioni del nuovo Ufficio ‘I’ venivano indicate in:
                a)  intensa attività informativa in tutti i Balcani, subordinata naturalmente alle
                   tendenze politiche che avrebbe preso il Governo;
                b)  simile attività in tutti i paesi confinanti;
                c)  una minore attività che nel passato per quanto concerneva le colonie;
                d)  attività normale in tutti i territori vicini alla Russia o sotto l’influenza so-
                   vietica, anche in questo caso secondo le tendenze governative; il Medio
                   Oriente avrebbe continuato a essere un osservatorio interessante;
                e)  attività normale verso gli Stati Uniti e la Gran Bretagna; una attività, però,
                   non in larga scala e non su specifici obiettivi.
                Non sembrava che già il Governo avesse un piano ben definito per l’intelligen-
             ce prima della firma del Trattato di Pace, anche perché l’Esercito italiano non si
             era ancora ben ri-organizzato per il periodo post bellico e la politica governativa
             in quel periodo non aveva ancora raggiunto una sua stabilità.
                Gli americani si rendevano ben conto che era difficile intraprendere un valido
             programma di intelligence per problemi di influenze interne e esterne. Uno dei
             maggiori problemi sarebbe stato di sicuro il reperimento di fondi perché non era
             garantito che il Tesoro italiano avrebbe trovato i milioni necessari.  Anche nel]]></page><page Index="362"><![CDATA[362                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             1946, era apparso chiaro a tutti che non venivano dati fondi sufficienti al Batta-
             glione 808° CS e solamente l’intervento ad alto livello  dell’ammiraglio Stone su
             De Gasperi poté far giungere le risorse finanziarie necessarie al controspionaggio
             italiano. La mancanza di denaro avrebbe sicuramente frenato l’attività informati-
             va ed era molto probabile, preconizzavano i Servizi americani, che non sarebbero
             stati usati in larga scala agenti stipendiati e solo in parte alcuni avrebbero conti-
             nuato a lavorare per l’intelligence italiana. molto probabilmente sarebbero stati
             sostituiti da uomini d’affari, magari da ex ufficiali, che viaggiavano in vari paesi
             per i loro interessi. sicuramente gli addetti militari accreditati nelle varie nazioni
             avrebbero dato il loro contributo all’attività.  Si poteva però facilmente prevedere
             che sarebbe stata potenziata l’intercettazione, la localizzazione di apparati radio e
             la crittografia, anche perché durante la guerra era stato riconosciuto che gli italiani
             avevano raggiunto un ottimo livello in questi settori.
                Stranamente, ancora una volta in questo promemoria il capitano che, ricor-
             diamo, era ufficiale di collegamento tra il controspionaggio italiano e l’AFHQ,
             sottolineava che i metodi della Sezione CS non erano considerati molto efficienti:
             ricordava che la Sezione era composta totalmente da Carabinieri (ufficiali, sottuf-
             ficiali e truppa),  e che in quel momento non sembrava dare dei buoni risultati:
             il controspionaggio era di basso livello, appoggiandosi molto su ‘portieri d’al-
             bergo’, come fonte privilegiata e quindi se non veniva fatto un serio ricambio in
             quell’ufficio, tutto sarebbe rimasto a quel livello.
                All’estensore del promemoria sembrava che il controspionaggio della polizia
             fosse molto più efficiente e rappresentasse in quel momento un vero pericolo per
             gli agenti stranieri;  non sembrava esserci molto scambio tra la Seconda Sezione,
                              27
             di origine militare, e gli organi civili di ‘controspionaggio’ e nessun coordinamen-
             to nelle azioni, a detrimento di possibili migliori risultati generali.
                Anche dal punto di vista della penetrazione nelle reti spionistiche straniere,
             sembrava che poco venisse fatto. Certamente era riconosciuto che il periodo era
             difficile, anche perché esistevano degli aspetti politici particolari che riguardava-
             no alcuni servizi segreti stranieri, non considerando poi anche la presenza di molti
             rifugiati politici in Italia che era molto difficile controllare.
                Interessanti i commenti finali dell’ufficiale americano: in termini generali esi-
             steva una base per costruire un buon Servizio informativo, anche per quanto con-
             cerneva il personale, ma esisteva anche una duplice difficoltà, data dalle tendenze
             politiche del Governo in carica e dalla mancanza di risorse finanziarie.  Era quasi
             sicuro che ci sarebbe stato un orientamento contro il comunismo e quindi questo
             sarebbe stato quello dell’Esercito italiano con interesse informativo verso gli stati



             27  Probabilmente l’estensore del rapporto si riferiva  alla Direzione Affari Generali e riservati
                della Direzione Generale di P.s. che era stata ricostituita nel 1946 e un servizio informazioni
                speciali  che esisteva dal 1944.]]></page><page Index="363"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        363



             con governi di ‘sinistra’. Al momento in cui scriveva……però le attività informa-
             tive erano state ridotte molto proprio a causa della struttura politica del momento
             del Governo italiano.
                L’analisi politica (al contrario di quella sul controspionaggio), era abbastanza
             corretta: si basava sul fatto che proprio in quel periodo il Governo di De Gasperi
             aveva ridotto l’influenza dei partiti comunisti sull’economia italiana, per contrap-
             porsi decisamente pochi mesi dopo, nel nuovo Governo De Gasperi del mag-
             gio 1947, quando furono esclusi dalla compagine governativa i partiti socialista
             e comunista; erano finiti i governi di unità nazionale  e si avviava il nuovo corso
             della politica italiana  con la vittoria della Democrazia Cristiana nelle elezioni del
             1948, che garantì agli Stati Uniti l’allineamento italiano alla politica delle Potenze
             occidentali contrapposte al blocco sovietico che si era già chiaramente delineato.
                Quel che non era corretto, invece, era il mancato riconoscimento del gran lavo-
             ro che aveva fatto e faceva il Battaglione 808° CS nel periodo post bellico; attività
             invece che era stata molto apprezzata dagli inglesi, che lo avevano diretto e che ne
             avevano avuto la responsabilità
                È facile notare che molti nomi di coloro che erano alla Centrale o dirigevano i
             Centri CS avevano una lunga esperienza in merito, maturata sia durante il periodo
             fascista, sia in quello successivo quando, leali al Governo legittimo e alla Monar-
             chia, diedero un valido contributo con la loro attività informativa agli Alleati per
             la vincita finale sul territorio italiano. Non fu onesto disconoscere alcune realtà da
             parte di alcuni rappresentanti degli Alleati, ma questa opinione non fu condivisa
             da tutti, come sempre accade.]]></page><page Index="364"><![CDATA[]]></page><page Index="365"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        365



             Le Forze Armate e la questione di Trieste nel 1953:
             interesse nazionale, contesto internazionale e

             “Esigenza T”


             Filippo CaPPellano      1
             andrea Carteny      2



             La questione di Trieste tra interesse italiano e contesto internazionale 3
                   rocevia geografico di grandi culture e civiltà del continente – latine, germa-
             C niche, slave – la città di Trieste ha rappresentato, nel corso degli ultimi due
             secoli di storia europea, oggetto di rivendicazioni territoriali per i soggetti statali
             presenti nell’Adriatico settentrionale, naturale punto di connessione tra il mondo
             mediterraneo e quello mitteleuropeo. L’ultima fase della lunga contesa multilate-
             rale prese inizio nei mesi conclusivi della Seconda Guerra Mondiale e coinvolse,
             de facto per almeno un decennio e de iure per altri due, la neonata Repubblica Ita-
                                            4
             liana e il rifondato Stato jugoslavo : come alla fine della Prima Guerra Mondiale
             al centro delle tensioni nazionali e internazionali risultò la più orientale delle città
             popolate da italiani, Fiume, così dopo la Seconda Guerra Mondiale fu Trieste a
                                                                      5
             trovarsi oggetto e fulcro dei conflitti intorno al confine orientale .


             1  Tenente  colonnello,  Capo  Sezione  Archivio  dell’Ufficio  Storico  dello  Stato  Maggiore
                dell’Esercito.
             2  Università di Roma “La Sapienza”.
             3  Scritto da Andrea Carteny.
             4  Per una panoramica storica di lungo respiro sull’argomento di rimanda a: C. Ghisalberti,
                Da  Campoformio  a  Osimo.  La  frontiera  orientale  tra  storia  e  storiografia,  Edizioni
                Scientifiche Italiane, Napoli, 2001.
             5  Sull’argomento esiste un’ampia bibliografia in italiano. Si veda ad esempio: P. E. Taviani,
                I  giorni  di  Trieste.  Diario  1953-1954,  il  Mulino,  Bologna,  1998;  R.  Pupo,  Guerra  e
                dopoguerra  al  confine  orientale  d’Italia  (1938-1956),  Del  Bianco,  Udine,  1999;  R.
                Pupo, Fra Italia e Jugoslavia. Saggi sulla questione di Trieste (1945-1954), Del Bianco,
                Udine,  1989;  M.  de  Leonardis,  L’Italia,  la  diplomazia  anglo-americana  e  la  soluzione
                del problema di Trieste (1952-1954), in E. Di Nolfo, R.H. Rainero, B. Vigezzi (a cura
                di), L’Italia e la politica di potenza in Europa (1950-60), Marzorati, Settimo Milanese,
                1992; M. de Leonardis, la questione di trieste, in R.H. Rainero, G. Manzari (a cura di),
                il trattato di pace con l’italia, Grafico Militare, Gaeta, 1998; G. Valdevit, la questione di
                Trieste 1941-1954: politica internazionale e contesto locale, Angeli, Milano, 1986; D. De
                Castro, La questione di Trieste. L’azione politica e diplomatica italiana  dal 1943 al 1954,
                Lint, Trieste, 1981; B. C. Novak, Trieste 1941-1954. La lotta politica, etnica e ideologica,
                Mursia, Milano, 1996.]]></page><page Index="366"><![CDATA[366                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Ancora all’inizio della primavera 1945, il litorale adriatico settentrionale risul-
             tava soggetto al controllo militare dell’esercito tedesco che il precedente 15 otto-
             bre 1943 aveva di fatto esautorato la Repubblica Sociale della sua sovranità sulla
             regione ufficializzando la creazione della adriatisches Kustenland, comprendente
             i centri urbani di Udine, Gorizia, Lubiana, Pola e Trieste. La zona d’occupazione,
                                                                      6
             destinata nei progetti hitleriani a essere annessa al Reich tedesco , venne progres-
             sivamente abbandonata solo di fronte al dilagare delle truppe alleate nella pianura
             padana nell’aprile 1945, cui si sommava ad est la speculare avanzata delle forze
             armate jugoslave. In un clima di tacita competizione, Trieste divenne il traguardo
                                           a
             finale tanto per la marcia della 2  Divisione neozelandese del generale Bernard
             Freyberg quanto per quella dei partigiani del Maresciallo Tito, giunti infine per
             primi nel capoluogo giuliano all’alba del 1 maggio .
                                                          7
                Benché gli alleati avessero partecipato alle trattative di resa con la guarnigione
             tedesca presente in loco, la città, la penisola istriana e il resto della Venezia Giulia
             caddero nell’arco della successiva settimana sotto l’occupazione titoista, finendo
             per essere sottoposti da subito a un’opera di epurazione volta a eliminare non
             solo i vertici amministrativi del regime nazi-fascista, ma anche quei settori del-
             la società reticenti ad accettare il nuovo ordine politico comunista. Nei quaranta
             giorni che separarono l’ingresso jugoslavo dagli accordi di Belgrado del 9 giugno
             1948 a migliaia tra tedeschi e italiani – compresi numerosi esponenti del CLN
             triestino – scomparsero nei campi di prigionia o, peggio, nelle foibe carsiche . Per
                                                                                8
             l’evacuazione delle truppe fu infatti necessario attendere l’intervento diplomatico
             anglo-americano e il benestare sovietico per lo scioglimento di un impasse che
             stava trasformando Trieste nel primo terreno di scontro del nuovo confronto bipo-
                 9
             lare . Con riluttanza Italia e Jugoslavia, dovettero accettare il piano di spartizione
             della regione elaborato dal generale alleato William D. Morgan, secondo il quale
             Trieste e la fascia confinaria delimitata delle Alpi Giulie fino al centro urbano di
             Tarvisio con l’aggiunta dell’exclave di Pola vennero incluse in una zona d’occu-
             pazione facente capo alle potenze occidentali. Per contro il complesso dei territori
             ad oriente della suddetta ‘linea Morgan’ – l’entroterra istriano, Fiume, l’arcipela-
             go del Quarnaro – sarebbe ricaduta sotto la giurisdizione jugoslava .
                                                                        10
                se la provvisoria sistemazione adottata nel 1945 rimase inalterata per il suc-
             cessivo biennio, nel medesimo arco temporale si registrò un frenetico attivismo

             6  J.B. Duroselle, Le Conflit de Trieste, 1943-1954, Edition de l’Institut de Sociologie de
                l’Université Libre de Bruxelles, Bruxelles, 1966, p. 126.
             7  Si veda anche G. Cox, The Race for Trieste, W. Kimber, London, 1977.
             8  Tra i diversi volumi dedicati alla tematica si consiglia: R. Pupo, Il lungo esodo. Istria: le
                persecuzioni, le foibe, l’esilio, Rizzoli, Milano, 2005.
             9  D. De Castro, La questione di Trieste…, cit., vol.1, pp. 340 e ss.
             10  Si veda anche M. Galeazzi, Roma-Belgrado: gli anni della guerra fredda, Longo, Ravenna,
                1995, pp. 85 e 86.]]></page><page Index="367"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        367








































             delle diplomazie di Roma e Belgrado volto a rinforzare le rispettive posizioni in
             attesa della conferenza di pace che avrebbe dovuto dirimere definitivamente la
             controversia. Sul fronte italiano, ciò si concretizzò in un costante impegno per la
             sensibilizzazione politica dell’amministrazione Truman che produsse in settem-
             bre un invito a prendere parte ai lavori della riunione londinese del Consiglio dei
             Ministri degli Esteri. Pur se relegati ai margini del dibattito, il Primo Ministro
             italiano Alcide De Gasperi e il rappresentante jugoslavo Edvard Kardelj ebbero
             per la prima volta modo di esporre le proprie opinioni sulla problematica di fronte
             al consesso dei vincitori della guerra. L’incontro ebbe tuttavia esiti negativi: ap-
             purata l’impossibilità di procedere a trattative dirette italo-jugoslave o indirette tra
             le quattro potenze, si decise su proposta americana di istituire una commissione
             quadripartita incaricata di studiare il tracciato di una linea confinaria basata preva-
             lentemente su principi etnico-linguistici. Dalle indagini sul territorio, risultarono
             quattro possibili frontiere che rispecchiavano apertamente le inclinazioni più o
             meno filo-italiane o filo-jugoslave dei diversi governi coinvolti. La linea america-
             na, come prevedibile, ricalcava maggiormente le richieste di Roma, proponendo
             una versione etnicamente più corretta delle proposte di wilsoniana memoria avan-
             zate al termine del primo conflitto mondiale. La linea sovietica difendeva invece]]></page><page Index="368"><![CDATA[368                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             le rivendicazioni di Belgrado, correndo grosso modo sul confine austro-italiano
             del 1866 e lasciando in tal modo Trieste alla Jugoslavia. All’opposto gli esperti
             britannici e francesi includevano il capoluogo giuliano dentro la frontiera italiana
                                                                 11
             che trovava i suoi limiti rispettivamente a Pola e Cittanova .
                                             12
                Come autorevolmente ricordato , anche tale secondo tentativo si rivelò fal-
             limentare e non ottenne altro risultato se non il rinvio di alcuni mesi di qualsiasi
             reale trattativa in materia. Presentate nel corso della riunione del CmE di maggio
             1946 a Parigi, le proposte vennero rigettate da Kardelj e, con l’eccezione di quella
             statunitense, valutate come poco bilanciate da De Gasperi. Non di meno, la riunio-
             ne dimostrò una profonda divergenza di opinioni non solo all’interno della sche-
             ma di contrapposizione tra est ed ovest ma perfino nel trittico delle potenze oc-
             cidentali . È in seguito a ciò che l’amministrazione americana, di pari passo con
                     13
             quella inglese, prese coscienza dell’impossibilità di giungere a una via d’uscita
             dall’impasse se nessuna delle parti coinvolte avesse retrocesso sui propri obiettivi.
             La fine della sessione del consiglio, che si sarebbe aggiornato in giugno, permise
             agli Alleati occidentali di rivalutare le proprie strategie giungendo alla definizione
             della linea francese quale margine di partenza per le nuove trattative. Sempre da-
             tabile alla fine di maggio sono i primi progetti anglo-americani per una soluzione
             della questione attraverso l’internazionalizzazione di Trieste, ovvero sottraendo
             ai contendenti l’oggetto della disputa per sottoporlo al controllo di un organismo
             sovranazionale che avrebbe vigilato sulla sua indipendenza e integrità territoriale.
             Il progetto, esposto ufficialmente dal Ministro degli Esteri francese Bidault, pre-
             vedeva la creazione di un nuovo soggetto statale – il Territorio Libero di Trieste
             – amministrato per dieci anni dalle quattro potenze con l’associazione d’Italia e
             Jugoslavia che ne avrebbero nominato di concerto il governatore e il consiglio di
             governo . Approvata da Molotov il 2 luglio, l’internazionalizzazione di Trieste,
                     14
             del corridoio costiero che la congiungeva all’Italia e dell’area più settentrionale
             dell’Istria costituì il punto d’incontro delle volontà dei vincitori – ma non dei di-
             retti interessati – da presentare nell’imminente conferenza di pace parigina.
                L’atto conclusivo della guerra contro l’Asse e suoi satelliti coinvolse quin-
             di solo aspetti marginali della questione triestina. Il 10 agosto, a dodici giorni
             dall’apertura della conferenza, De Gasperi ebbe modo di difendere pubblicamente
             la causa italiana, lamentando le decisioni assunte nei mesi precedenti dal CME,

             11  J.B. Duroselle, Le Conflit de Trieste…, cit., pp. 191 e ss.
             12  D. De Castro, La questione di Trieste…, cit., vol.1, p. 436.
             13  A dimostrazione di ciò è possibile citare quelle soluzioni alternative avanzate durante la
                prima  sessione  della  conferenza  che  non  trovarono  alcun  intesa  unanime  tra  i  quattro,
                quali l’idea sovietica di restituire le colonie all’Italia in cambio della rinuncia a Trieste,
                avversata dai britannici, o l’ipotesi di una consultazione referendaria, che incontrò invece
                l’immediato veto di mosca e lo sfavore di Parigi.
             14  D. De Castro, La questione di Trieste…, cit., vol.1, p. 459.]]></page><page Index="369"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        369]]></page><page Index="370"><![CDATA[370                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             ma dichiarandosi favorevole alla ricerca di una soluzione concordata con la Ju-
                     15
             goslavia . A tal proposito si ricordino il tentativo che già nel corso dei lavori
             parigini  vide impegnati l’ambasciatore Quaroni e il sottosegretario agli Affari
             Esteri Bebler, da cui tuttavia non emerse alcun punto di contatto tra le posizioni
             diplomatiche, nonché l’impegno mediatore del segretario del Partito Comunista
             Togliatti per una proposta di scambio che riconsegnasse Trieste all’italia in favore
             della rinuncia a Gorizia, già parzialmente sotto il controllo di Belgrado. Il rigetto
             perentorio della proposta da parte del ministro degli Esteri Nenni (“tito rinuncia
                                                      16
             a ciò che non ha e richiede ciò che abbiamo” ) e l’inconsistenza delle rinnovate
             conversazioni tra Quaroni e i suoi omologhi jugoslavi posero fine agli ultimi sfor-
             zi negoziale bilaterali e proiettarono la controversia territoriale verso la sua fase
             più internazionale e politicamente rilevante nell’ottica del contrasto tra Occidente
             e mondo socialista. Il 15 settembre 1947, data dalla ratifica del trattato di pace
             italiano siglato il precedente febbraio, la rinnovata tensione che fece seguito al
             fallimento dei negoziati si manifestò apertamente con la comunicazione del ge-
             nerale jugoslavo Lekic al comandante delle forza alleate presenti a Trieste circa
             sue intenzioni di muovere il suo contingente di truppe sulla città. Belgrado, che
             cercava di imporre con la forza dei fatti l’annessione negatagli dagli Alleati, ricon-
             siderò le sue intenzioni solo di fronte alla decisa minaccia di ritorsioni militari con
             cui i governi anglosassoni risposero alla provocazione. Pur dunque senza produrre
             effetti, la vicenda chiarì tanto la volontà titoista di non volersi attenere agli accordi
             di pace, quanto la vitale importanza delle presenza militare alleata nella città in un
                                                                                   17
             momento di ancora forte disorganizzazione delle rifondate forze armate italiane .
                Va da sé dunque che la nomina del governatore del TLT, che avrebbe sancito
             l’istituzione formale del nuovo soggetto internazionale, sarebbe stata forzosamen-
             te rimandata a un frangente temporale di maggiore stabilità e concordia tra gli
             stati direttamente o indirettamente coinvolti. se infatti Roma e Belgrado sem-
             bravano ben lontane da un’intesa sulla nomina governatoriale, non più probabile
             appariva l’ipotesi che le quattro potenze trovassero un compromesso comune in
             merito. Americani, britannici e francesi avrebbero bocciato qualsiasi nome propo-
             sto dai sovietici per scongiungere il rischio che la personalità scelta assecondasse
             un nuovo colpo di mano jugoslavo. Al pari, Mosca non avrebbe potuto disat-
             tendere ancora le aspettative dell’alleato balcanico accettando una candidatura
             filo-occidentale. Conseguentemente, lungi dal rappresentare l’uovo di colombo



             15  R. Pupo, Fra Italia e Jugoslavia…, cit., p. 35.
             16  P. Nenni, Diari. Tempo di Guerra Fredda, Edizioni Sugar, Milano, vol.1, 1981, p. 295.
             17  Anche le difficoltà logistiche dell’esercito italiano erano tra le concause dell’occupazione
                jugoslava di alcune aree di importanza tattica lungo la frontiera orientale che il trattato di
                pace aveva assegnato all’Italia. Cfr. P. Pastorelli, La politica estera italiana nel dopoguerra,
                Il Mulino, Bologna, 1987, pp. 109-111.]]></page><page Index="371"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        371



             della controversia, il ricorso all’internazionalizzazione del territorio triestino si
             trasformò in poco più di un artifizio giuridico con cui posticipare la definizione di
                                       18
             uno stabile assetto confinario .
                Nuovi fattori intervennero a smuovere gli equilibri della vicenda solo nel 1948,
             anno della consultazione elettorale che avrebbe definitivamente chiarito quale al-
             lineamento internazione sarebbe stato adottato dalla Repubblica italiana. L’inte-
             resse americano e sovietico ad assicurare il massimo sostegno popolare possibile
             ai rispettivi campioni nazionali – la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista
             Italiano – così come l’abilità del Ministro degli Esteri Sforza nel capitalizzare le
             attenzioni politiche ed economiche delle superpotenze aprirono nuovi margini di
             manovra diplomatici con cui affrontare le più annose questioni della politica este-
                       19
             ra nostrana . in risposta all’offerta sovietica di febbraio per una restituzione all’i-
             talia dei possedimenti coloniali di epoca pre-fascista, Washington, con il sostegno
             dei governi francese e britannico, accettò infatti a fine mese la richiesta di Palazzo
             Chigi per un formale impegno occidentale sul reintegro dell’intero TLT sotto la
             sovranità italiana . La richiesta venne accolta per tre diversi ordini di motivi: in
                             20
             primo luogo l’interesse dell’opinione pubblica per la questione triestina era tale da
             rendere una promessa circa la revisione delle disposizioni del 1947 un utile stru-
             mento di propaganda per il governo democristiano in carica. Non meno impor-
             tante, l’uso del problema confinario nella campagna elettorale avrebbe costretto il
             fronte delle sinistre a confrontarsi con un tema scomodo. L’incompatibilità tra la
             ricerca di modus vivendi con i vicini socialisti e la necessità di difendere l’interes-
             se nazionale per non compromettere l’esito del voto avrebbe impedito a Palmiro
             Togliatti di rispondere con un’analoga promessa, accentuando così il vantaggio
             democristiano. Infine gli Stati Uniti e i loro alleati sposarono la strategia di Sforza
             poiché alle ricadute positive che l’impegno per la restituzione di Trieste avrebbe
             comportato nelle urne non si connetteva un veritiero obbligo all’applicazione del-
             lo stesso. Come sottolineato dalla letteratura storiografica , la dichiarazione che
                                                                 21
             gli Occidentali si apprestavano a rilasciare avrebbe riguardato la totalità dello Sta-
             to-cuscinetto triestino benché il settore meridionale del medesimo restasse sotto
             il controllo delle forze armate titoiste, circostanza che rendeva impossibile la sua
             completa restituzione all’italia salvo improbabili ipotesi di intervento coercitivo.
             Rilasciata pubblicamente, il 20 marzo 1948, la cosiddetta dichiarazione tripartita

             18  D. De Castro, La questione di Trieste…, cit., vol.1, pp. 646-647.
             19  A. Varsori, l’italia nelle relazioni internazionali dal 1943 al 1992, Laterza, Roma-Bari,
                1998, pp. 63-64.
             20  P. Pastorelli, La crisi del marzo 1948 nei rapporti italo-americani, in “Nuova Antologia”,
                n. 2132, 1979, pp. 235-251.
             21  P. Cacace e G. Mammarella, La politica estera dell’Italia. Dallo Stato unitario ai giorni
                nostri,  Laterza,  Roma-Bari,  2006,  pp.  168-169;  A.  Varsori,  l’italia  nelle  relazioni
                internazionali dal 1943 al 1992…, cit., pp. 63-64.]]></page><page Index="372"><![CDATA[372                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             si inserì dunque tra le numerose concause nazionali e internazionali che contribu-
                                                                      22
             irono ventisette giorni dopo alla vittoria elettorale democristiana .
                Se la dinamica propagandistica aveva avuto quantomeno il merito di accordare
             all’Italia il favore delle potenze occidentali, persino tale risultato positivo venne
             vanificato in conseguenza dell’inattesa rottura diplomatica consumatasi tra Stalin
             e Tito nel mese di giugno. La crisi tra la potenza sovietica e quello che fino ad
             allora aveva rappresentato il suo più stretto alleato all’interno del blocco socialista
             ebbe ripercussioni sulla questione triestina nella misura in cui, dopo un contenuto
             periodo d’isolamento internazionale da cui Roma avrebbe potuto trarre importanti
             vantaggi negoziali, favorì un avvicinamento tra Belgrado e Washington. Negli
             Stati Uniti la sopravvivenza del regime titoista, dimostrazione della reversibilità
             del processo di stalinizzazione dell’Europa orientale nonché della compatibilità
             diplomatica tra attori statali ideologicamente distanti, assunse un peso ben più
             rilevante di una promessa elettorale difficilmente mantenibile e, in virtù degli ac-
                                                23
             cadimenti, politicamente sconveniente . Ne risultò un crescente disinteresse in-
             ternazionale che nell’arco di pochi mesi riportò la contesa territoriale su un piano
             eminentemente bilaterale.
                Il successivo triennio si caratterizzò dunque per la progressiva, sebbene sco-
             stante, normalizzazione delle relazioni italo-jugoslave al fine di porre termine allo
             stato di indeterminatezza giudica e politica cui tanto la Zona A quanto la Zona B
             del TLT erano ancora costrette. momenti di attrito si registrarono nel 1949 a fronte
             dei richiami di Roma contro le politiche di snazionalizzazione perpetuate ai danni
             dei cittadini delle costa istriana, in reazione all’introduzione del dinaro nella Zona
             B e ancora nel 1950 con la denuncia del clima intimidatorio che aveva accompa-
             gnato le elezioni amministrative nel medesimo settore del TLT. A dispetto di ciò,
             nonché a causa dei timori circa l’atteggiamento filo-jugoslavo adottato dagli Stati
             Uniti , la diplomazia italiana velocizzò i colloqui preparatori per l’apertura dei
                  24
             negoziati ufficiali, inaugurati nel novembre 1951 a Parigi. Nuovamente le trattati-
             ve poterono solo rilevare l’ancora sensibile distanza delle posizioni presentante da



             22  M.  Bucarelli,  La  questione  jugoslava  nella  politica  estera  dell’Italia  repubblicana
                (1945-1999), Aracne, Roma, 2008, p. 22; P. Cacace e G. Mammarella, la politica estera
                dell’Italia…, cit., pp. 168-169; J.B. Duroselle, Le conflit de Trieste…, cit., pp. 267-270; A.
                Eden, Memoires 1945-1957, Plon, Parigi, 1969, p. 200; J.E. Miller, l’accettazione della
                sfida: gli Stati Uniti e le elezioni italiane del 1948, in A. Varsori (a cura di), la politica
                estera italiana nel secondo dopoguerra (1943-1957), LED, Milano 1993, pp. 167 e ss.; B.
                Novak, Trieste 1941-1954. La lotta politica etnica e ideologica…, cit., pp. 281-283.
             23  L.M, Lees, Keeping Tito Afloat: The United States, Yugoslavia and the Cold War, 1945-
                1960, Pennsylvania State University Press, University Park, 1997, 48-49.
             24  Tra il maggio e il giugno 1950 il CmA autorizzò l’apertura di diversi centri culturali sloveni
                a Trieste, mentre nel marzo 1951 il gen. Airey, dimostratosi più volte incline ad appoggiare
                le posizioni italiane, venne sostituito dal gen. Winterton.]]></page><page Index="373"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        373



             Gastone Guidotti e
             Ales  Bebler,  rappre-
             sentanti dei rispettivi
             governi  ed entrambi
             ambasciatori   pres-
             so le  Nazioni  Unite.
             mentre Guidotti si
             rifiutava di abbando-
             nare la tesi sforziana
             che  poneva  la  Di-
             chiarazione  tripartita
             quale base negoziale
             su cui  eventualmen-
             te retrocedere con
             concessioni,  Bebler
             si riallacciava a quel
             principio della bilan-
             cia etnica che avreb-
             be consegnato a Bel-
                                                                  25
             grado la totalità del TLT con l’eccezione del suo capoluogo .
                Contribuì al naufragio delle trattative il clima di tensione in cui la stessa Trie-
             ste visse in quei mesi e la crescente insofferenza della cittadinanza verso la tutela
             militare e amministrative degli occupanti anglosassoni. Il 20 marzo 1952, in oc-
             casione del quarto anniversario della dichiarazione tripartita, una manifestazione
             filo-italiana approvata dal sindaco Bartoli venne soffocata delle forze dell’ordine.
             Ne seguì la proclamazione di uno sciopero generale che nel giorno successivo
             fece registrare nuovi scontri di piazza e un bilancio di 157 feriti tra la popolazione
                  26
             civile . L’evento stimolò la decisa reazione di De Gasperi che, abbandonando
             informalmente ogni aspettativa sul reintegro della zona B, richiese e ottenne da
             Londra e Washington la sostituzione dell’amministrazione alleata di Trieste con
             un governo tripartito italo-anglo-americano, benché ciò comportasse una scontata
             reazione analoga di Tito.
                L’intesa raggiunta nella capitale britannica, il 9 maggio 1952, pose di fatto fine
             a qualsiasi ipotesi di soluzione della vertenza diversa dalla spartizione delle due
             zone d’occupazione così come delineate nel 1947, ma perché ciò si traducesse
             in una nuova e risolutoria ripresa dei negoziati tra le parti si dovette attendere
                   27
             ancora . La lentezza delle diplomazie può in questo caso essere addotta ai vivi

             25  G. Valdevit, La questione di Trieste 1941-1954…, cit., pp. 243 e ss.
             26  D. De Castro, La questione di Trieste…, cit., vol. 2, pp. 170-175.
             27  J.B. Duroselle, Le conflit de Trieste, cit., pp. 334-335.]]></page><page Index="374"><![CDATA[374                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             risentimenti per gli accadimenti del 1952, ma un altro consistente freno appariva
             individuabile nelle ricadute che si sarebbero prodotte in termini di consenso in-
             terno: De Gasperi, che aveva legato la sua parola all’applicazione della dichiara-
             zione tripartita risultava vincolato a quell’atteggiamento di quantomeno formale
             intransigenza cui lo stesso Tito doveva attenersi per non disattendere le speran-
             ze slovene. solo nel febbraio 1954 la rinnovata pressione del Presidente ameri-
             cano Eisenhower per la conclusione della vertenza riportò Roma e Belgrado su
             un tavolo negoziale che, basandosi sulle linee guida espresse dalla dichiarazione
             anglo-americana del precedente 8 ottobre, condusse alla storica sottoscrizione del
             cosiddetto memorandum di Londra. Pur se di natura provvisoria, l’atto siglato dai
             quattro governi il 5 ottobre 1954 poneva formalmente fine alle rispettive rivendi-
                                                                                  28
             cazioni dei due stati sulle zone B e A del mai nato Territorio Libero di Trieste . i
             due lembi di costa adriatica furono dunque sottoposti sotto l’esclusivo controllo
             dei governi italiano e jugoslavo in attesa che un nuovo accordo pattizio, interve-
             nuto con il trattato di Osimo solo dopo oltre un ventennio, ne sancisse la definitiva
             annessione.
                È tuttavia necessario sottolineare come l’atteso risultato del memorandum lon-
             dinese non avrebbe potuto concretizzarsi se, nel corso del 1953, un rinnovato
             frangente di tensione tra italia e Jugoslavia fosse degenerato in uno stato di aperto
                                 29
             conflitto tra i due Stati . La circostanza richiamata si connette alla pericola esca-
             lation iniziata in agosto con le ricorrenti notizie circa il ritorno di Belgrado alle
             rivendicazioni massimaliste del 1945, cui il nuovo governo esecutivo di Luigi
             Pella – democristiano ma sostenuto dai voti della destra e del movimento mo-
             narchico – rispose con la prima e finora unica mobilitazione delle forze armate
                                                    30
             repubblicane in difesa dei confini nazionali . La recente disponibilità di nuova

             28  G.. Valdevit, La questione di Trieste 1941-1954, cit., pp. 270 e ss.
             29  D. De Castro, La questione di Trieste…, cit., vol. 2, pp. 547 e ss.; M. De Leonardis, la
                ‘diplomazia atlantica’…, cit., p. 281.
             30  sulle  motivazioni  che  spinsero il  governo  a  una  decisione  che  avrebbe  potuto  avere
                ripercussioni tanto rilevanti la storiografia nazionale e straniera ha proposto pareri antitetici:
                alcuni (tra cui Duroselle) giudicano severamente la decisione di Pella e, anche ammettendo
                la  genuinità  dei  timori  circa  un’invasione  jugoslava,  sostengono  che  Roma  fosse  alla
                ricerca di un pretesto per l’occupazione militare della zona A. Tale tesi (sostenuta con ancor
                maggiore convinzione da Novak) non viene invece accettata da coloro (come Valdevit)
                secondo  i  quali  il  governo  promosse  una  deliberata  opera  di  ‘drammatizzazione’  degli
                eventi allo scopo di rinforzare il fragile consenso di cui godeva nell’opinione pubblica.
                Diversamente, altri (ad esempio De Leonardis e Pupo) attribuiscono le manovre italiane
                più semplicemente alla volontà di difendere gli interessi nazionali con mezzi più risolutori
                dell’approccio diplomatico adoperato precedentemente da De Gasperi e sforza. Cfr. m. De
                Leonardis, La ‘diplomazia atlantica’…, cit., p. 283; J.B. Duroselle, Le conflit de Trieste…,
                cit., pp. 375 e ss.; B.C. Novak, Trieste 1941-1954…, cit., p. 259; R. Pupo, Fra italia e
                Jugoslavia…, cit., pp. 112-113.]]></page><page Index="375"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        375



             documentazione in materia impone un approfondimento dettagliato del piano oggi
             conosciuto come esigenza “T”.


             Le Forze Armate e la mobilitazione per l’“esigenza T” nel 1953 31ªª
                Tra il 28 agosto e il 20 dicembre 1953, si svolgono la mobilitazione e l’attua-
             zione del piano che rispondeva all’“esigenza T”, cioè di riportare sotto controllo
                                                          32
             militare italiano la città e l’area limitrofa di Trieste . La sera del 28 agosto 1953,
             il ministro della difesa Paolo Emilio Taviani convoca il Capo di stato maggio-
             re dell’esercito, generale Giuseppe Pizzorno, per informarlo sui presunti inten-
             dimenti jugoslavi di occupazione definitiva della zona B del TLT e lo autorizza ad
             adottare alcune misure militari. Di conseguenza, viene disposto che il comandante
             del V Corpo d’arma ta di Padova rafforzi la vigilanza alla frontiera orientale, che
             l’Ufficio operazioni dello S.M. ponga allo studio l’eventuale occupazione di sor-
             presa della zona A del TLT, impiegando allo scopo la Divisione leggera di fanteria
             “Trieste”, rinforzata dal Reggimento di cavalleria blindata “Lancieri di Aosta”
             e che l’Ufficio trasporti pianifichi il movimento ferroviario della “Trieste” dalle
             sedi emiliane fino in Friuli. Allo scopo di salvaguardare la segretezza della piani-
             ficazione operativa della NATO e per non allarmare ulteriormente la Jugoslavia,
             il piano di rinforzo della copertura del comando del V Corpo d’armata deve evi-
             tare di far assumere alle forze l’identico schieramento previsto per le emergenze
             NATO. Il Reggimento di cavalleria blindata “Genova” è il primo a schierarsi in
             linea, ultimando il movimento da Palmanova a Monfalcone entro le ore 06.30 del
             29 agosto, mentre vengono richia mati dalla licenza tutti gli ufficiali e i sottuffi-
             ciali del V Corpo d’armata. Entro le ore 19.00 del 29 agosto, 3 battaglioni del 76°
             Reggimento di fanteria, rinforzati da 2 batterie d’artiglieria del 155° Reggimento,
             un battaglione del 59° Reggimento di fanteria ed una compagnia del 114° Reg-
             gimento di fanteria della Divisione “Mantova”, attivano capisaldi a ridosso della
             fascia di confine tra Tarvisio e Monfalcone, accompagnati da 2 compagnie del
             183° Reggimento ‘’Nembo” e dai Battaglioni alpini “L’Aquila” e “Tolmezzo”.
                Alle 18.00 del 29 agosto, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale
             Efisio Marras, convoca i rappresentanti degli Uffici operazioni degli Stati mag-
             giori delle tre Forze armate per anticipare le direttive dell’operazione dal nome
             in codice “Delta”, diretta all’occupazione del settore A del TLT anche senza il
             consenso degli Alleati. Essa prevede due fasi: una di rapida occupazione da terra,
             dal mare e dal cielo e con forze già pronte nelle vicinanze del confine e particolar-
             mente idonee al movimento fuori strada ed una di consolidamento con l’impiego
             della Divisione di fanteria leggera “Trieste”. «Contro reparti anglo-americani che

                ªª
             31   scritto da Filippo Cappellano.
             32  La documentazione relativa, indicata in seguito, è disponibile presso l’AUSSME, l’Archivio
                dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito con sede in Roma.]]></page><page Index="376"><![CDATA[376                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             si opponessero non si farà uso della forza. Si tratta perciò di sfruttare la sorpresa,
             infiltrandosi attraverso i reparti alleati e mettere piede nella zona mediante sbarchi
             navali e paracadutisti[...]. Le operazioni contro le eventuali forze jugoslave che
             fossero penetrate nella zona A dovranno limitarsi al loro rigetto oltre confine. Le
             forze di Polizia della zona dovranno essere messe subito in condizione di non
             nuocere.  Nessuna previsione  sicura  sull’atteggiamento  degli  americani  e degli
                     33
             inglesi.»  Allo scopo di ripianare le deficienze organiche di personale specializ-
             zato segnalate dalla Divisione “Friuli”, gli Ispettorati di fanteria, artiglieria e mo-
             torizzazione mettono a disposizio ne equipaggi carri, squadre serventi e conduttori
             di automezzi tratti dalle rispettive scuole d’ar ma. Gli organi dì intelligence infor-
             mano che non è segnalato alcun movimento di truppe jugoslave. Il 31 agosto, gli
             stati maggiori della marina e dell’Aeronautica emanano le direttive per il concor-
             so all’Esercito nell’esecuzione dell’operazione “Delta” e designano i comandanti
             delle forze navali (ammiraglio Corso Pecori Giraldi) e delle forze aeree (generale
             Ranieri Cupini). La Marina mette a disposizione alcuni gruppi navali incentrati
             su uno/due incrociatori, alcune unità di cacciatorpediniere e unità di scorta anti-
             sommergibili, motosiluranti e cannoniere d’appoggio, dragamine, navi ausiliarie
                                                                  a
                                                                         a
             e mezzi da sbarco. L’Aviazione rende disponibili: la 5 , la 6  e la 51  Aerobrigata
                                                             a
             (per un totale di quasi 200 moderni cacciabombardieri); un gruppo di caccia Vam-
             pire del 4° Stormo; uno di F-51 (già P-51) Mustang del 2°; un’ aliquota di 14 aerei
             da trasporto (S-82 e Dakota) e una sezione di velivoli da rico gnizione fotografica.
             il servizio informazioni riferisce sulla situazione delle forze alleate dislocate nel
             TLT che risultano costituite: dal 351° Reggimento di fanteria statunitense, rinfor-
             zato da uno squadrone di cavalleria blindata, una compagnia carri ed elementi del
                                            a
             genio e delle trasmissioni; dalla 24 Brigata britannica su 3 battaglioni di fanteria,
             un gruppo squadroni dì cavalleria, un battaglione del genio e una batteria d’arti-
             glieria. In totale sono dislocati nella zona A circa 10.000 uomini. Le forze jugo-
             slave nella zona B risultano: un reggimento di fanteria, 2 reggimenti d’arti glieria,
             un battaglione carri, una compagnia fanteria di marina, una compagnia genio, una
             compagnia trasmissioni, una compagnia trasporti, per una forza complessiva di
             circa 6.000-7.000 uomini.
                Il 1° settembre, il comandante del V Corpo d’Armata, Generale Carlo Biglino,
             responsabile dell’operazione “Delta”, chiede l’intervento politico per assicurare
             l’appoggio degli Alleati all’occupazione della zona A ed informa che occorrono
             18 ore di preavviso per l’inizio dell’o perazione a partire dal 4 settembre. Lo Stato
             maggiore dell’esercito (SME) riferisce però che non è possibile, al momento, fida-
             re sull’appoggio degli Alleati. Il 2 settembre, il Generale Biglino giunge a Roma
             per illustrare personalmente il suo ordi ne di operazione. L’articolazione delle for-


             33  Foglio n. 1/OP in data 30 agosto 1953, Direttive per l’eventuale occupazione della zona A
                del TLT, SMD – 1° Reparto – Sezione operazioni.]]></page><page Index="377"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        377






































             ze terrestri prevede: il raggruppamento tattico “T” (terra), composto dal “Genova”
             Cavalleria e da due battaglioni bersaglieri dell’8° Reggimento; il raggruppamento
             “M” (mare), formato dai Battaglioni lagunari “San Marco”, “Marghera” e da una
             compagnia mortai, trasporta to dalle unità della Marina; un reparto paracadutisti
             che deve aviolanciarsi sull’aeroporto milita re; la riserva è costituita dal gruppo
             carri pesanti M-26 Pershing del Reggimento “Novara” cavalleria. La prima unità
             a fare ingresso nella città di Trieste deve essere una compagnia del 12° Battaglio-
             ne ber saglieri con la fanfara reggimentale al seguito.
                in sede di riunione con i Capi di stato maggiore delle Forze armate e della
             Difesa, il gene rale Biglino, considerata la pratica mancanza della sorpresa, rap-
             presenta l’impossibilità di ese guire l’operazione “Delta” con le esigue forze a sua
             disposizione, pronunciandosi a favore di una più limitata azione dimostrativa. Il
             Capo dello Stato Maggiore della Difesa (SMD) conviene su quanto prospettato e,
             considerati gli obiettivi politici già raggiunti, comunica che proporrà al Ministro
             della difesa la sospensione dei preparativi per l’operazione “Delta”. Il 3 settembre,
             gli organi informativi comunicano di spostamenti dì forze jugoslave dal confine
             con l’Italia alla zona delle grandi esercitazioni tra Maribor, Lubiana e Zagabria,
             previ ste per il 9. È segnalata anche l’intensificata attività di pattuglia dei grani-
             ciari (forze paramili tari) lungo il confine e l’afflusso a Salcano di una colonna]]></page><page Index="378"><![CDATA[378                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             blindata. Il 5 settembre, lo SMD ordina di concedere la libera uscita domenicale
             ai reparti di stanza al confine, mentre, a partire dal 9 settembre, vengono ridotti
             i pattugliamenti lungo la frontiera. Il 10 settembre, lo stesso alto comando dà
             disposizioni per lo studio di un’operazione mirante all’occupazione della zona A
             presupponendo l’accordo con gli Alleati e la loro sostituzione pacifica con truppe
             ita liane. Il 14 settembre, viene disposta la graduale riduzione delle forze in li-
             nea, con il rientro in sede dei reparti della Brigata alpina “Julia”. Il 15 settembre,
             infine, lo SME presenta il nuovo piano d’operazione “Delta”.  «L’azione deve
             essere condotta con il concetto di: a) sfruttare tutte le possibili vie di accesso per
             rag giungere il confine della zona A con la Jugoslavia e con la zona B del TLT
             nel più breve tempo possibile dall’inizio dell’azione, attribuendo più valore alla
             celerità di affluenza delle forze che non alla loro consi stenza; b) incrementare,
             rapidamente, le forze predette in modo da porle in grado di far fronte con suc cesso
                                            34
             alla eventuale reazione jugoslava.»  Allo scaglione di forze provenienti dal mare
             vengono assegnati 3 battaglioni di cui uno bersaglieri, mentre l’azione dall’aria
             viene limitata all’aviotrasporto anziché al lancio del bat taglione paracadutisti. Lo
             scaglione proveniente da terra è previsto della forza di una divisio ne leggera dì
             fanteria (la “Trieste” e unità di rinforzo della Divisione di fanteria “Cremona”),
             destinata ad entrare immediatamente in azione, unitamente ad un reggimento di
             cavalleria blindata, un gruppo squadroni carri pesanti e un gruppo di artiglieria da
             campagna.
                Il 19 settembre, il Capo di SMD ordina di procedere al graduale rientro in sede
             dei reparti, lasciando sul confine soltanto alcune compagnie ed il Reggimento
             di cavalleria blindata “Genova”. Il 21 settembre, i reparti interessati all’azione
             vengono autorizzati ad inviare in licenza il personale dipendente in misura non
             superiore al 5% della forza effettiva. L’8 ottobre, a seguito della dichiarazione
             anglo-americana sulla volontà di trasferire la zona A del TLT all’Italia, il Capo
             di SME ordina al comando del V Corpo d’armata di predisporre l’immediato ap-
             prontamento di alcune unità dipendenti, quali la Divisione corazzata “Ariete”,
             il Reggimento di cavalleria blindato “Genova”, il Sottoraggruppamento di arti-
             glieria controcarri e un Raggrup pamento motorizzato della Divisione dì fanteria
             “Folgore”, un gruppo squadroni del Reggimen to “Novara”. Viene disposto, inol-
             tre, l’invio alla Divisione “Trieste” degli specializzati previsti in suo rinforzo.
             Il 9 ottobre, gli ordini prevedono che, qualora la sostituzione delle forze alleate
             nella zona A debba avvenire senza urgenza, si dovrà procedere come previsto
             dall’operazione “Delta”; in caso di urgenza, invece, si prevede un nuovo piano
             basato sull’intervento di unità del V Corpo d’armata immediatamente disponibili
             per l’azione, già di stanza in Friuli. Il 10 ottobre, vengo no inviati gli ordini di


             34  SME – Ufficio operazioni, Memoria: sostituzione delle truppe anglo-americane nella zona
                A del TLT, in data 16 settembre 1953.]]></page><page Index="379"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        379



             approntamento dei raggruppamenti delle Divisioni “Trieste” e “Cremona” da far
             affluire alla frontiera. L’operazione, che non si prevede più di effettuare d’urgen-
             za, passa sotto la responsabilità dello SMD, alla cui dirette dipendenze confluisce
             il comando del V Corpo d’armata. Il nuovo piano prevede due ipotesi: Jugoslavia
             consenziente e Jugoslavia nemica. Per la seconda eventualità il piano ricalca l’o-
             perazione “Delta” del 15 settembre ma con la rinun cia all’azione dei paracadutisti.
                Il servizio informazioni fa presente che Tito, a causa della situazione interna ju-
             goslava e dei rapporti che intercorrono con i suoi generali, potrebbe essere indotto
             a compiere un “colpo di testa”. Viene esaminata, in conseguenza, l’opportunità o
             meno di riportare le truppe italiane nella zona immediatamente a contatto con la
             linea di frontiera, in aggiunta ai pochi reparti rimasti in seguito all’alleggerimento
             delle forze disposto il 19 settembre. il sottocapo di smE manifesta parere contra-
             rio all’attuazione di tale provvedimento, sia perché non lo ritiene indi spensabile in
             relazione alla situazione dell’Esercito jugoslavo quale risulta dalle informazioni,
             sia per evitare lo stretto contatto che potrebbe facilmente condurre a episodi non
             voluti dalle autorità italiane e jugoslave, sia perché si potrebbe suscitare l’allarme
             nelle popolazioni della zona di frontiera.
                Il 15 ottobre, il Capo Ufficio operazioni dello SME si reca a Trieste per esami-
             nare la situa zione sul terreno e cercare di prendere contatti diretti con le autorità
             alleate d’occupazione, che però non lo ricevono. Il 16 ottobre, il Ministro della
             Difesa autorizza il richiamo di 3.000 uomini di truppa in congedo da destinare alle
             Divisioni “Cremona”, “Legnano”, “Mantova”, “Folgore”, “Ariete” e “Centauro”.
             La Divisione “Trieste” riceve in rinforzo compagnie fucilieri dal 9°, 13° e 60°
             Reggimento di fanteria. Per rispondere alla graduale mobilitazione dell’Esercito
             jugoslavo, alla chiusura dei varchi di confine, allo sgombero di civili dalle zone di
             frontiera ed alle dichiarazioni belliciste dì Tito, si dispone il ripristino del dispo-
             sitivo alla frontiera già parzialmente in atto alla data del 13 set tembre, chiamato
             ora “copertura di contingenza”. Lo schieramento delle grandi unità del V Corpo
             d’armata prevede la ripartizione della fascia di confine con la Jugoslavia in 3
             zone ope rative: “Julia” (con i settori Tarvisiano, Raccolana - Resia, alto Torre),
             “Mantova” (con i settori Natisone - Judrio, Collio, Goriziano), “Folgore” (con i
             settori Carso e Aquileia). In riserva di Corpo d’armata vi è la Divisione corazzata
             “Ariete”, mentre il supporto di fuoco generale è assicurato da due reggimenti
             d’artiglieria pesante campale. Compito della copertura di contin genza è quello
             di: «[...] vigilare con le forze di Polizia integrate da elementi dell’Esercito la li-
             nea di confine; sbarrare le comunicazioni provenienti dalla Jugoslavia occupando
             posizioni idonee alla difesa, da scegliersi entro la linea di confine e per quanto
             possibile a ridosso di essa; occupare in forze quelle posizioni più arretrate ove
             convergono le linee di facilitazione, allo scopo di impedire lo sbocco in piano
             dell’avversario; poten ziare la difesa con il massimo impiego dei mezzi del com-]]></page><page Index="380"><![CDATA[380                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                                    35
             battimento d’arresto, ricorrendo soprattutto alle interruzioni.»  Ampie zone mi-
             nate sono previste a protezione diretta dei ponti sul Tagliamento ed a sbar ramento
             delle vie di facilitazione del Carso goriziano. Il comando del V Corpo d’armata
             richie de la costituzione di 23 nuclei di controllo aerotattici per la guida da terra
             delle missioni di appoggio aereo. Il 18 ottobre, si decide di spostare la Brigata al-
             pina “Tridentina” nella zona di Gemona e di completare gli organici della Brigata
             “Taurinense” e della stessa ‘Tridentina”. L’Ufficio servizi dello SME rende noto
             che il livello delle scorte munizioni, riferito a tutte le forze prevista per l’azione
             alla frontiera nord-est, è generalmente basso, addirittura critico per alcune armi
                                        36
             portatili ed artiglierie campali .
                Il 19 ottobre, ottenuta l’autorizzazione a richiamare altri 10.000 uomini, lo
             smE stabilisce di completare il fabbisogno di elementi specializzati delle Divisio-
             ni “Friuli”, “Legnano” e di due battaglioni della Brigata alpina “Cadore” in modo
             da portarle al 75% degli effettivi. Si ordina, intanto, al Sottoraggruppamento con-
             trocarri della “Cremona” di affluire per ferrovia nella zona di Pordenone, alla
             Brigata “Taurinense” di attestarsi nella zona di Osoppo e a reparti della Brigata
             “Orobica” di confluire in val Pusteria. Il Capo Ufficio operazioni, al rientro dalla
             missione compiuta a Trieste, riferisce che: «[...] la popolazione di Trieste, nell’al-
             ternarsi delle notizie contraddittorie circa le sorti del TLT è sfi duciata e vive sotto
             il terrore della previsione di una seconda calata degli slavi in città. È pur vero che
             non si sono avute manifestazioni di panico all’infuori dì qualche ritiro di depo-
             sito in banca e di qualche partenza di famiglie, in prevalenza ebree. Ma la paura
             esiste ed è palpitante nella massa perché il popolo di Trieste ricorda le foibe e le
             deportazioni del 1943 e del 1945 e perché i triestini non si fidano in alcun modo
             degli Alleati, i quali, ad onor del vero, fanno di tutto per meritare questa sfiducia.
             [...] È da segna lare l’iniziativa di esponenti dei locali partiti di destra di volersi
             organizzare in bande per contrapporsi alla calata degli slavi, a questa iniziativa
             che è da giudicare con opportuna riserva, ma che non si ritiene di dovere senz’al-
             tro scartare, il prof. Diego De Castro (consigliere politico italiano del Governo
             militare alleato del TLT) vorrebbe sostituire una organizzata e occulta immissione
             di carabinieri nel TLT in modo da pre venire o da contrapporre azioni partigiane.»
             L’organo di informazione jugoslavo “Primorski Dnevnik” riporta che nella zona
             B sono stati costituiti battaglioni volontari composti da ex-partigiani e attivisti
             comunisti. Hanno pre sentato la domanda di arruolamento 5.300 uomini dai 20 ai
             45 anni, mentre decine di famiglie istriane chiedono di abbandonare la zona B e di
             rifugiarsi in italia il 20 ottobre viene trasmessa l’ennesima variante dell’ordine di


             35  Piano n. 50/ST/OP in data 17 ottobre 1953, Copertura di contingenza, comando V Corpo
                d’armata – SM Ufficio operazioni, informazioni, addestramento.
             36  Promemoria in data 16 ottobre 1953, Situazione scorte munizionamento, SME – Ufficio
                servizi.]]></page><page Index="381"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        381



             operazioni relativo all’oc cupazione della zona A e all’intera Divisione “Cremona”
             viene ordinato di trasferirsi a sud di Udine. Il 24 ottobre, lo SMD ordina di rinfor-
             zare la difesa degli aeroporti di Aviano, Treviso, Vicenza, Ghedi e Villafranca con
             batterie di Artiglieria controaerei e plotoni fucilieri dell’Esercito. Viene, altresì,
             ordinato il completamento del 3° Raggruppamento artiglieria DAT (Difesa Antia-
             erea Territoriale) per la difesa del nodo ferroviario di Bologna e dei ponti sul Po
             della zona e l’ap prontamento del 1° Raggruppamento DAT destinato alla difesa
             contraerei della capitale. Il 25 ottobre, viene costituito, presso il V Battaglione
             trasmissioni di Padova, un nucleo di formazione per collegamenti di aerocoo-
             perazione. Il 26 ottobre, viene invitato presso il comando del V Corpo d’armata
             il professor Enrico Martini, Medaglia d’oro al valor militare, già Maggiore del
             Regio Esercito e comandante delle formazioni partigiane alpine “Mauri”, quale
                                                                          37
             consulente circa la preparazione clandestina jugoslava nella zona A . Lo stesso
             comando comunica altresì di aver deciso, per ragioni politiche, di mantenere aper-
             ti i valichi di frontiera, riaperti anche da parte jugoslava. Il 27 ottobre, gli addetti
             militari statunitense e britannico visitano vari reparti e comandi italiani attestati
             sulla linea di confine, riferendo: «Avete fatto abbastanza ma non troppo; siete in
             condizioni di poter intervenire prontamente, ma non da provocare incidenti. La
             truppa ha fatto un’ottima impressione.» La relazione del comando del V Corpo
             d’Armata sulla visita degli ufficiali superiori alleati riporta: «Si ha fondato motivo
             di ritenere che scopo essenziale della visita del maggiore Hofmann sia stato quello
             di accertare che da parte nostra non si fosse ecceduto nelle misure cautelative sì da
             non poter durare a lungo nell’atteggiamento assunto per scarsa funzionalità logi-
             stica. |... ] Si è lasciato sfuggire di bocca che recentemente l’Esercito jugoslavo ha
             ricevuto un certo numero di carri Patton (30 o 50 non sapeva bene).» 38
                Il 28 ottobre, il V Corpo d’Armata comunica la scomparsa di un soldato da un
             posto di guardia sul monte Sabotino; è la seconda diserzione dopo quella verifica-
             tasi il 15 settembre in zona monte Cucco da parte di un sergente maggiore medico.
             Il 1° novembre, lo SMD trasmet te uno studio comparativo tra l’Esercito italiano
             e quello jugoslavo: «Il rapporto quantitativo, che trova le grandi unità italiane di
             poco inferiori a quelle jugoslave, viene abbondantemente corretto dalla qualità



             37  Nell’aprile 1946 era stata costituita a Udine una apposita struttura di collegamento tra lo
                SME  e  le  formazioni clandestine di  ex  partigiani delle bande  “Osoppo-Friuli”, sotto  il
                nome di copertura di “Ufficio monografie” del V Comando militare territoriale. Nel 1947
                l’organizzazione venne denominata prima 3° Corpo volontari della libertà, poi Volontari
                difesa confini italiani. Nell’aprile 1950 divenne Organizzazione “O” (Osoppo). Cfr. V. Ilari,
                La storia militare della prima Repubblica 1943-1993, Nuove ricerche, Ancona, 1994.
             38  Nei primi anni ’50 gli anglo-americani rifornirono la Jugoslavia con il meglio della loro
                produzione  bellica  riservata  all’esportazione,  come  velivoli  a  reazione  F84G,  aerei  ad
                elica P47 e Mosquito, carri armati M47 Patton, semoventi controcarri M18 ed M36, pezzi
                d’artiglieria da 105, 155 e 203 mm.]]></page><page Index="382"><![CDATA[382                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             delle prime. L’Esercito jugoslavo, pur dimostrandosi ad un esame complessivo
             un esercito numericamente forte, apparentemente dotato di spirito aggressivo, ad
             un attento esame tecnico si dimostra scarso di spirito di coesione, facilmente lo-
             gorabile e non completamente ido neo a condurre un’azione profonda e continua.
             Qualora si voglia tener conto del potenziale bellico mobi litabile da parte delle due
             nazioni, è da tener presente che: le riserve mobilitabili da parte italiana, nume-
             ricamente molto superiori a quelle jugoslave (sì consideri che la popolazione è
             nel rapporto da 1 a 3 a favore dell’Italia) sono bene addestrate e modernamen-
             te istruite. Le riserve jugoslave, invece, ad esclu sione delle ultimissime classi di
             leva, sono state istruite con materiali eterogenei e prevalentemente adde strate ai
             procedimenti di guerriglia.
                Il basso livello culturale della popolazione jugoslava rende problema tica e lun-
             ga la formazione di specialisti e quadri, l’industria bellica jugoslava riesce con
                                                               39
             difficoltà a sop perire alle esigenze delle Forze armate.»  Lo smE dispone l’as-
             segnazione di una sola “unfoc” (unità di fuoco) di munizioni alle unità del V
             Corpo d’armata, da dislocare nei depositi avanzati. Il 6 novembre, si autorizza
             la concessione delle licenze in misura non superiore al 15% della forza effettiva.
             Un rapporto informativo sulla situazione interna in Jugoslavia riferisce che: «[..,]
             l’atteggiamento politico di Tito nella questione triestina non ha trovato, ad ecce-
             zione che nella Repubblica slovena, il consenso delle popolazioni jugoslave, in
             particolare quelle croate e serbe. [...] Causa più generale di tale disapprovazione
             sarebbe la convinzione che le Forze armate siano scarsamente efficienti e che la
             Nazione, in caso di conflitto armato, difetti di coesione morale. [...] La situazione
             eco nomica è andata, mano a mano, peggiorando. In campo alimentare le requisi-
             zioni di cereali hanno indotto la popolazione a costituire delle scorte ed i contadini
             alla vendita clandestina dei raccolti giacenti.
                Nel campo delle comunicazioni, l’esiguità delle scorte di carburante e le limi-
             tazioni al traffico civile causate da esigenze del traffico militare acuiscono la crisi
             alimentare. Nel campo valutario, la ricerca affannosa nel mercato nero delle valu-
             te pregiate ha portato ad una inflazione nel valore del dinaro. [...] Gli avveni menti
             politici e la situazione economica hanno avuto serie ripercussioni nelle Forze ar-
             nate jugoslave. Dopo pochi giorni di euforia, il morale delle truppe comincerebbe
             a dar segni di depressione e di stan chezza anche a causa della difficile situazione
             logistica: l’insufficienza dei servizi, la carenza di generi alimentari (molti reparti
             della zona B sono costretti ad attingere dalle risorse locali), la deficienza di carbu-
             ranti che ha costretto le autorità militari ad ordinare una stretta economia di mo-

             39  Appunto n. 1325 in data 25 ottobre 1953, Studio comparativo tra le G.U. dell’Esercito
                italiano e le G.U. dell’Esercito jugoslavo. L’Ufficio operazioni dello SME non concordava
                con questa visione ottimistica della situazione dello SMD, mettendo in risalto, da parte
                italiana, il basso livello di forza in tempo di pace delle unità di seconda schiera, le carenze
                in campo addestrativo e la scarsità di rifornimenti essenziali.]]></page><page Index="383"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        383



             vimenti, il cattivo equi paggiamento e la mancanza di indumenti invernali, sembra
             abbiano inciso sulla disciplina e sul senso del dovere del soldato in genere, cosi
             da provocare casi di diserzioni da parte dei richiamati e di mancate pre sentazioni
             ad ordini di richiamo.» 40
                Il 9 novembre, vengono impartite nuove direttive per l’attuazione della coper-
             tura di contingenza con l’inserimento in prima schiera della Brigata alpina “Ca-
             dore”. La riserva di Corpo d’Armata, costituita dalla Brigata “Tridentina” e dalle
             Divisioni “Ariete” e “Cremona”, è orientata a svolgere contrattacchi o al presidio
             della linea arretrata di contenimento appoggiata ai corsi dei fiumi Natisone, Torre
             e Isonzo. Il 10 novembre, il V Corpo d’Armata viene autoriz zato a provvedere
             d’iniziativa, qualora necessario, al caricamento di alcuni fornelli dì mina per inter-
             ruzioni stradali.  Il 16 novembre, il V Corpo d’Armata riepiloga gli sconfinamenti
             jugoslavi e gli incidenti di confine avvenuti nel corso della crisi. A partire dal 19
             ottobre, si sono registrati 10 sconfina menti aerei e 2 terrestri; in 4 occasioni vedet-
             te italiane hanno aperto il fuoco contro gruppi di individui sconosciuti.
                Il 13 settembre, un pilota jugoslavo ha disertato con il suo apparecchio F-47
             (nuova designazione del P-47 Thunderbolt) ed è atterrato all’aeroporto di Aviano.
             Il 5 dicembre, infine, lo SMD emana le direttive per il progressivo rientro in sede
             delle  unità  schierate  alla  frontiera  orientale.  Infatti,  per  accordi  politico-diplo-
             matici intervenuti con la Jugoslavia, la situazione militare nella regione dovrà
             essere normaliz zata dalle due parti entro il 20 dicembre. ii 6 dicembre vengono
             dati, così, gli ordini per il ritiro dei reparti dal confine ad eccezione della Divisione
             “Folgore” e di un Raggruppamento della “Cremona”. Il 12 dicembre, anche i re-
             parti di queste due Divisioni vengono autorizzati al rien tro in sede. Il 13 dicembre,
             gli organi informativi danno notizia del ritiro dai confine di una divisione di fan-
             teria e dei reparti corazzati jugoslavi. Come programmato, entro il 20 dicem bre,
             sono ultimati i movimenti di ripiegamento delle unità italiane.
                L’esigenza “T” (Trieste), come venne chiamata, risultò in pratica un’impo-
             nente esercitazione “in bianco”, che mise duramente alla prova l’intera organiz-
             zazione delle Forze armate, interessando indistintamente tutte le sue componenti:
             ordinamento,  mobilitazione,  operazioni,  logistica,  informazioni.  Essa  impegnò
             direttamente 7 grandi unità ed un numero vario di supporti, ma coinvolse un po’
             tutto l’Esercito italiano, dallo Stato maggiore ai comandi militari periferici, dalle
             grandi unità operative di prima e di seconda schiera alle scuole d’arma. Vennero
             richiamati dal congedo 294 ufficiali, 525 sottufficiali e 12.380 militari di truppa,
             men tre il primo scaglione della classe 1931 venne trattenuto alle armi. L’operazio-
             ne si svolse in un clima simile a quello di guerra, anche se con molte limitazio ni




             40  Appunto n. 40372/3-1 in data 6 novembre 1953, Notizie sulla situazione interna jugoslava
                nel periodo 20 ottobre – 5 novembre.]]></page><page Index="384"><![CDATA[384                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                    41
             proprie del tempo di pace . L’efficienza dimostrata dall’Esercito nel corso dell’o-
             perazione e la bella prova di discipli na e di spirito di sacrificio delle sue unità, val-
             sero a dimostrare l’avvenuta ripresa morale dell’Italia, dopo le tragiche e dolorose
             vicende della seconda guerra mondiale. La relazione conclusiva sulle operazioni
             di mobilitazione e di trasferimento di grandi unità al confine così riferisce: «Le
             operazioni di richiamo hanno avuto svolgimento regolare e si sono esaurite nei
             tempi previsti. se si considera che gli ordini di richiamo sono giunti ai comandanti
             di distretto il giorno 19 sera e che l’af flusso dei richiamati è praticamente ultimato
             il giorno 24, è da rilevare senz’altro che le operazioni sono state attuate con la
             massima celerità. L’afflusso del personale, iniziato sin dal giorno 21, ha raggiunto
             il 24 sera percentuali intorno al 90%, toccando per talune unità anche il 100%. I
             mancanti sono da conside rarsi nella maggior parte irreperibili che per ragioni di
             lavoro si erano spostati di sede senza notificare il movimento. Nessuno ha rifiuta-
             to la chiamata, [...] Il trasporto ferroviario alla frontiera orientale della Divisione
             di fanteria “Cremona” e della Brigata alpina “Tridentina” è stato caratterizzato
             da rapidità di organizzazione e immediatezza di esecuzione. Il movimento della
             Divisione “Cremona” si è attuato in 59 ore con complessivi 50 convogli per 1.750
             veicoli ferroviari. Il movimento della Brigata ‘Tridentina”, che non era compreso
             in piani di trasporti di emergenza e che non ha quindi potuto benefi ciare di alcuna
             predisposizione organizzativa, si è svolto in 35 ore con complessivi 21 convogli
             per 650 veicoli ferroviari.» 42
                Dal punto di visto politico-diplomatico, la crisi di Trieste del 1953 ottenne
             il risultato di accelerare la soluzione dell’annosa questione in senso favorevole
             agli interessi nazionali. Nel maggio 1954, in previsione dell’eventualità che la
             questione del TLT potesse sbloccarsi, lo SMD ordinò l’aggiornamento della pia-
             nificazione per l’occupazione della zona A da parte delle Forze armate italiane.
             Le direttive del Capo di smD prendevano in considerazione la sola ipotesi di una
             occupazione pacifica, senza cioè opposizione armata da parte della Jugoslavia,
             «non escludendo però fatti isolati tipo colpi di mano e azioni di partigiani più o
                              43
             meno spontanee.»  il piano di occupazione stilato nel giugno 1954 prevedeva
             l’intervento della Divisione “Trieste” rinforzata da reparti di Cavalleria, dei Ca-
             rabinieri, ed a titolo rievocativo degli eventi storici del 1918, da un battaglione
             dell’8° Reggimento bersaglieri. L’operazione doveva avvenire con la massima ra-
             pidità in modo da prevenire eventuali sconfinamenti delle truppe di Tito, come era



             41  F. Stefani, La storia della dottrina e degli ordinamenti dell’Esercito Italiano, cit., pp. 935-
                936.
             42  Foglio  n.  170/Op.  in  data  28  ottobre  1953,  Operazioni  di  richiamo,  approntamento  e
                trasferimento di unità per nota esigenza, smE.
             43  Foglio n. D305/Op. in data 5 maggio 1954, Occupazione della Zona “A” del Territorio
                Libero di Trieste, SMD- 1° Reparto – Sezione operazioni.]]></page><page Index="385"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        385











































             accaduto nel 1946, all’atto della consegna all’Italia da parte degli alleati di alcuni
             tratti di confine con la Jugoslavia. «In ogni caso, qualora colpi di mano jugosla-
             vi si verificassero prima dell’arrivo delle nostre truppe, vigerà l’assoluto divieto
             di ricorrere all’uso delle armi per eliminare le eventuali occupazioni arbitrarie e
             ristabilire l’integrità della linea di confine. L’uso delle armi sarà solo consentito
             per respingere le aggressioni contro le nostre forze.» L’occupazione doveva esse-
             re impostata e condotta in maniera che «i Carabinieri prendano possesso, il più
             rapidamente possibile, dei valichi di confine della zona A del TLT sostituendo
             nell’attuale incarico gli elementi della polizia civile del TLT; le forze dell’Eserci-
             to, sempre con la massima celerità, occupino quelle località periferiche del TLT
             che controllano le comunicazioni provenienti d’oltre confine e adducenti a Trieste
             ed alla strada litoranea; il movimento delle unità fino all’occupazione degli obiet-
                                                                                  44
             tivi si svolga in una cornice di sicurezza tale da evitare qualsiasi sorpresa.»  il

             44  Foglio n. 221/1-ST in data 8 giugno 1954, Occupazione zona “A” del T.L.T., comando V
                Corpo d’armata – SM Ufficio operazioni e addestramento.]]></page><page Index="386"><![CDATA[386                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             preavviso minimo occorrente per dare inizio alle operazioni di sostituzione delle
             truppe alleate venne valutato in 10 giorni, in modo da consentire: il trasferimento
             in Emilia, sede della Divisione “Trieste”, del personale delle divisioni del sud; il
             rientro agli acquartieramenti dei reparti impegnati nei campi d’arma ed un minimo
             di amalgama fra il personale già in forza alla divisione e quello proveniente da
             altre unità. L’operazione prevedeva anche l’intervento di unità navali della Marina
             concentrate nel porto di Venezia e l’appoggio dei velivoli della 56ª Forza aerea
             tattica.
                In luglio, lo SMD ordinò l’esecuzione del piano di completamento al 75%
             degli organici della Divisione “Trieste”. A fine agosto, su indicazioni del generale
             inglese T. Winterton, che ricopriva la carica di Governatore militare e comandante
             della zona di Trieste, il ministro Fracassi, consigliere politico italiano del coman-
             dante militare alleato di Trieste, dispose la modifica del piano di intervento italiano
             nella zona A precisando che «non si tratterà di una rapida occupazione basata sulla
             ipotesi di possibili azioni di forza, ma di un pacifico e metodico trapasso di pote-
             ri.» Le forze di terra impegnate nell’azione dovevano essere drasticamente ridotte
             fino a livello di un raggruppamento rinforzato da elementi motocorazzati, mentre
             marina ed Aeronautica dovevano limitarsi a predisporre la partecipazione all’en-
             trata delle forze italiane in Trieste di minori unità a semplice titolo rappresentati-
             vo. Lo smD precisò che la sorveglianza e la copertura della frontiera dovessero
             essere affidate alla polizia civile del TLT inquadrata da ufficiali dei Carabinieri,
             mentre l’Esercito avrebbe avuto semplicemente il compito di tenersi in grado di
             intervenire in caso di necessità per garantire l’integrità del territorio nazionale. Il
             trasferimento a Trieste dei reparti prescelti sarebbe stato preceduto dall’invio di
             ufficiali di collegamento e di forieri di alloggiamento molti giorni dopo la data
             dell’accordo in sede politica. il corpo di occupazione militare costituito da un rag-
             gruppamento tattico della Divisione “Trieste” avrebbe dovuto svolgere compiti
             di riserva per immediati interventi sulla linea di frontiera in modo da ripristinare
             eventuali violazioni e per la tutela dell’ordine pubblico. L’esiguità del corpo di
             occupazione imponeva l’adozione di particolari misure cautelative per l’interven-
             to tempestivo con altre forze in caso di necessità; a tale scopo venne disposto in
             segreto l’approntamento nelle sedi stanziali di un raggruppamento della Divisione
             leggera di fanteria “Folgore” su base 182° Reggimento di fanteria. Lo SME non
             mancò di esternare alcune perplessità sulla fattibilità del piano, in particolare sulla
             scarsa fiducia riposta nella polizia civile di Trieste al servizio degli alleati, i cui
             elementi simpatizzavano perlopiù per la causa jugoslava (solamente il 38% dei
                                                45
             militi erano di sentimenti filo italiani).  il 4 settembre 1954 venne designato il
             generale Mario Gianani quale comandante del corpo di occupazione. Il Coman-


             45  Foglio n. 10055/Op. in data 2 settembre 1954, Trapasso di poteri civili e militari in Trieste,
                smE.]]></page><page Index="387"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        387



             do generale dell’arma dei carabinieri dispose la partecipazione all’operazione del
             XIII Battaglione mobile e lo spostamento a Gorizia del IV Battaglione di Padova
             posto alle dipendenze operative dello smE. L’11 settembre venne emanato dal
             V Corpo d’armata un nuovo ordine di operazioni per l’occupazione di Trieste.
             Le truppe dell’Esercito, oltre all’orientamento d’impiego di costituire riserva di
             pronto intervento, ricevettero il compito del pattugliamento diurno e notturno del-
             la linea di confine con la Jugoslavia e della linea di demarcazione con la zona “B”
             del TLT. «L’attività di pattugliamento dovrà esplicarsi non ad immediato contatto
             della linea ma sul suo rovescio, in modo da evitare eventuali involontari sconfi-
             namenti ed anche per non creare uno stato di apprensione o d’allarme nello stato
             confinante.» Era prevista anche la vigilanza ed il controllo, mediante saltuari ap-
             postamenti notturni e mediante invio di reparti a scopo di addestramento, dei punti
                                                 46
             di dominio tattico sulla linea di frontiera .
                Alla fine di settembre, su decisione del Presidente del Consiglio, fu ordinato
             che la polizia civile di Trieste venisse inquadrata da ufficiali del corpo di pubblica
             sicurezza, anziché da personale dell’Arma dei carabinieri. L’Ispettorato del corpo
             delle guardie di pubblica sicurezza allertò così il 5° Reparto mobile di Vicenza ed
             2° Celere di Padova per l’impiego a Trieste a disposizione delle autorità militari
             di occupazione. Lo schema cronologico del trapasso dei poteri in Trieste diramato
             dagli anglo-americani, il cosiddetto piano Winterton, prevedeva, il giorno seguen-
             te alla firma dell’accordo, l’incontro tra il generale Winterton e l’alto commissario
             italiano (in seguito denominato commissario del governo) in Duino ed il secondo
             giorno la riunione ad Udine tra le autorità militari italiane e quelle anglo-ameri-
             cane. Il quarto giorno era previsto l’afflusso a Trieste di circa 20 ufficiali e sottuf-
             ficiali italiani per esaminare sul posto i problemi di alloggiamento delle truppe e
             di 15 ufficiali per assumere il comando della polizia civile. Dovevano seguire nei
             giorni successivi funzionari destinati all’amministrazione civile ed altri ufficiali
             fino al ventiduesimo giorno, in cui scattava il disco verde per l’ingresso in Trieste
             delle truppe italiane. Il 27 settembre si svolse al Viminale una accesa riunione
             interministeriale sulla questione della liberazione di Trieste, nel corso della quale
             furono discussi e dibattuti i propositi del Presidente del consiglio mario scelba
             che riteneva preminenti gli aspetti di polizia e di ordine pubblico su quelli mili-
             tari, sostenuti, invece, dal ministro della Difesa Taviani. Alla fine si giunse ad un
             accordo di compromesso che prevedeva la cessione dei poteri civili e militari da
             parte del generale Winterton ad un generale italiano, che li avrebbe tenuti giusto il
             tempo strettamente necessario per avere una situazione interna tranquilla e sicura.
             Dopo circa 24/48 ore era previsto il loro passaggio nelle mani del commissario
             del governo. Per rispondere al desiderio di Scelba, il commissario del governo


             46  Foglio n. 564/1/ST in data 11 settembre 1954, Occupazione zona “A” del T.L.T., comando
                V Corpo d’armata – SM Ufficio operazioni e addestramento.]]></page><page Index="388"><![CDATA[388                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             sarebbe stato designato fin dall’annuncio dell’accordo politico con la Jugoslavia,
             salvo poi entrare in carica successivamente, a situazione stabilizzata. Venne pro-
             posto, inoltre, di chiedere agli alleati la riduzione da 22 a 15 giorni del periodo
             di trapasso dei poteri e l’invio a muggia di navi italiane con truppe a bordo per
             garantirsi dal rischio di lasciare il TLT sguarnito nel periodo tra il ritiro delle forze
             di occupazione alleate e l’ingresso di quelle italiane. Gli alleati acconsentirono la
             partecipazione di un ufficiale osservatore italiano alle operazioni di picchettatura
             del nuovo tracciato del confine, che dovevano svolgersi nel periodo tra l’annuncio
             dell’accordo e la partenza delle truppe anglo-americane. il generale Edmondo de
             Renzi fu designato quale comandante del corpo di occupazione con alle dipenden-
             ze un questore per l’impiego delle forze di Polizia ed un colonnello dei Carabinie-
             ri. Dopo il trapasso dei poteri all’autorità civile, lo SMD decise che si svolgesse a
             Trieste una imponente parata militare per celebrare il ritorno all’Italia della città
             giuliana. La Medaglia d’oro Guido Slataper, in rappresentanza delle associazioni
             combattentistiche e d’arma, propose che la cerimonia del 4 novembre si svolgesse
             a Trieste anziché, come di consueto, a Redipuglia.
                Nel solenne incontro svoltosi nel castello di Duino il 6 ottobre tra i generali
             de Renzi, Winterton e Dabney, vice-governatore di Trieste e comandante delle
             truppe americane di occupazione, i rappresentanti italiani ed alleati si accorda-
             rono definitivamente sui punti essenziali del piano di trasferimento all’Italia dei
             poteri nella zona di Trieste. Le modalità di dettaglio delle operazioni di trapasso
             di Trieste all’italia vennero concordate il giorno successivo a Udine. in base agli
             accordi raggiunti nella riunione del 7 ottobre 1954, il trasferimento di autorità
             della zona A sarebbe avvenuto alle ore 12.00 del 26 ottobre, cui sarebbe seguita
                                                                      47
             alle 15.00 una cerimonia militare in piazza dell’Unità d’Italia.  Era prevista la
             partecipazione a tale manifestazione di un reparto italiano composto di 300 uomi-
             ni e delle rappresentanze inglesi ed americane, accompagnate da bande militari.
             L’ingresso in città delle truppe italiane era autorizzato a partire dalle ore 07.00
             lungo itinerari concordati. Tra il 9 ed il 23 ottobre si prevedeva l’arrivo dei forieri
             di alloggiamento, degli ufficiali di pubblica sicurezza designati all’inquadramento
             della polizia civile e dei funzionari italiani destinati a sostituire quelli del governo
             militare alleato. L’arrivo di 200 uomini di truppa destinati alla sorveglianza delle
             caserme venne fissato per il 24 ottobre sera. Le unità della Marina militare avreb-
             bero potuto attraccare al molo Audace a partire dalle ore 12.00 del 26 ottobre. il
             21 ottobre ebbe inizio il movimento per ferrovia del Raggruppamento “Trieste”
             dalle sedi stanziali alla zona di sosta tra Cervignano, Villa Vicentina e Palmanova.
             Il reparto, costituitosi il 15 ottobre 1954 a cura del Comando militare territoriale di
             Bologna e posto alle dipendenze del V Corpo d’armata, era composto da: coman-
             do, 82° Reggimento fanteria “Torino”, I gruppo del 21° Reggimento artiglieria da


             47  Un incontro trilaterale preliminare si era svolto il 2 ottobre a Trieste.]]></page><page Index="389"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        389



             campagna, compagnia pionieri, compagnia trasmissioni, reparto autocarreggiato
             di sezione sanità, nucleo di sezione sussistenza, autosezione, plotone misto servi-
             zi, officina leggera.
                Le truppe italiane prescelte per l’ingresso in Trieste vennero articolate in 4 co-
             lonne. La colonna A, composta di 2 battaglioni territoriali Carabinieri rinforzati da
             2 compagnie autoportate del XIII Battaglione mobile carabinieri, dalla compagnia
             Guardia di finanza, dal 2° Reparto celere di polizia rinforzato con 3 compagnie del
             V Reparto mobile di Pubblica Sicurezza, reparti Carabinieri di frontiera e reparti
             speciali della Pubblica Sicurezza, iniziò il movimento alle ore 05.30 lungo l’itine-
             rario costiero per raggiungere i posti di blocco di confine e le località fissate ido-
             nee al mantenimento dell’ordine pubblico. La colonna B, composta dal comando
             Raggruppamento “Trieste”, dal I e III battaglione dell’82° Fanteria, da un’aliquota
             del V Battaglione dell’8° Reggimento bersaglieri, dal I gruppo squadroni del 4°
             Reggimento di cavalleria, dal I gruppo del 21° Reggimento di artiglieria, oltre
             ai reparti di supporto ed ai servizi del raggruppamento, iniziarono il movimento
             dal valico di Duino alle ore 06.30 lungo l’autostrada per Trieste. La colonna C,
             composta dal seguito del generale de Renzi, da 300 bersaglieri con fanfara e dal II
             battaglione dell’82° Fanteria, mossero alle ore 10.00 da Duino lungo l’itinerario
             costiero in direzione del piazzale della stazione ferroviaria. La colonna D, compo-
             sta dal V Reparto mobile di polizia e dal XIII Battaglione mobile carabinieri meno
             le unità decentrate, mosse alle 12.20 lungo l’itinerario dell’autostrada per Trieste.
             Si trattava di un complesso di 7.881 uomini, con 193 motocicli, 175 autovetture,
             554 autocarri, 44 carrette cingolate, 18 trattori d’artiglieria, 23 scout car, 24 au-
             toblindo, 9 carri armati leggeri M24, 44 Half Track ed 11 automezzi speciali. La
             Divisione navale lasciò la fonda dal Lido di Venezia alle ore 07.00 del 26 ottobre
             per giungere al porto di Trieste alle ore 11.25; alla stessa ora, 16 aviogetti prove-
             nienti dagli aeroporti di Vicenza sorvolarono la città.
                La motivazione ufficiale dell’annullamento della programmata cerimonia di
             commiato delle forze alleate all’albergo Excelsior venne ricercata nelle pessime
             condizioni meteorologiche, che avevano costretto le navi anglo-americane a mol-
             lare anzitempo gli ormeggi. Più realisticamente, il generale Winterton ebbe timo-
             re di atti di ostilità da parte della popolazione che nella gran parte nutriva astio
             riguardo il regime di occupazione imposto dagli alleati e durato quasi dieci anni.
             L’ingresso delle truppe italiane a Trieste si svolse senza alcun incidente, così alle
             ore 19.00 del 28 ottobre il generale de Renzi comunicò di aver ricevuto comunica-
             zione telegrafica dal Presidente del Consiglio di passare l’indomani tutti i poteri al
             prefetto Palamara. Il 4 novembre, 36° anniversario della Vittoria, si svolse in Trie-
             ste, alla presenza del Capo dello Stato, una cerimonia celebrativa ed una rivista
             militare con la partecipazione delle truppe già in Trieste, nonché delle altre Forze
             Armate e Corpi armati dello stato. Sfilarono alla parata reparti delle tre Accademie
             militari, delle Divisioni “Mantova”, “Folgore”, “Ariete”, della Brigata “Julia”, del]]></page><page Index="390"><![CDATA[390                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             Settore forze lagunari, del Raggruppamento “Trieste”, dei supporti del V Corpo
             d’armata, della Guardia di finanza, dei Carabinieri, della Polizia, della Marina e
             dell’Aeronautica. Alla sfilata parteciparono in totale 6.200 uomini, 22 bandiere,
             138 mezzi corazzati cingolati, 29 autoblindo e 74 pezzi di artiglieria.]]></page><page Index="391"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        391



             A.F.I.S.
             Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia.

             Presupposti giuridici e sfide diplomatiche



             Francesca romana lenZi      1




                 n concomitanza con i processi e le sfide diplomatiche avviate in occasione del
             i congresso di Berlino, le Forze Armate italiane acquisirono rinnovata impor-
             tanza in aree di interesse per la politica estera del Paese. Le numerose spedizioni
             internazionali dei corpi militari italiani intraprese a fianco dei contingenti delle
             altre potenze europee vennero destinate a servire obiettivi altri rispetto alle atti-
             vità proprie di teatri di guerra. Dagli anni Sessanta del XIX secolo tali missioni
             divennero anche uno strumento efficace a perseguire le strategie della politica
             estera italiana, diretta a far acquisire alla penisola un ruolo nel panorama europeo
                           2
             e internazionale .
             In una tale cornice, l’Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia riveste un ruo-
             lo centrale (1949- 1960). L’importanza di questa specifica missione è giustificata
             dai molteplici interessi che tale vicenda suscita: sotto un profilo storico - la que-
             stione delle colonie italiane trattata nelle discussioni di Parigi e in sede ONU-;
             giuridico – la nascita del moderno concetto di trusteeship -; di politica interna -
             cause e conseguenze sull’opinione pubblica italiana in merito alla questione delle
             ex colonie - e di relazioni internazionali – i rapporti dell’Italia con le potenze alleate




             1  Università Europea di Roma.
             2  sul tema si rimanda  alle ricerche svolte dal prof.Antonello Folco Biagini di cui si ricordano
                in questa sede i pimi studi: La riorganizzazione dell’esercito pontificio e gli arruolamenti in
                Umbria fra il 1815 e il 1848-49, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1974;
                Italia e Turchia (1904-1911) : gli ufficiali italiani e la riorganizzazione della gendarmeria
                in Macedonia, Roma, USSME, 1977;  In Russia tra guerra e rivoluzione. La Missione
                militare italiana (1915-1918), Roma, USSME, 1983; Diario storico del Comando supremo:
                raccolta di documenti della seconda guerra mondiale (a cura di e con Fernando Frattolillo),
                Roma, USSME, 1986 (e anni successivi). SI rimanda anche a Lenzi F.R., LE MISSIONI
                DELLE FORZE ARmATE ALL’EsTERO E LA DiPLOmAZiA iNTERNAZiONALE.
                ASPETTI STORICI E MILITARI. . In: “Vincitori e vinti. L’Europa centro orientale nel
                primo dopoguerra”. p. 43-64, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2011: Lenzi F.R., L’ITALIA
                IN ALTA  SLESIA  (1919-1922)  - Aspetti  storici  e  militari  nei  documenti  dell’Archivio
                storico dello SME. vol. 18, Nuova Cultura, Roma 2011.]]></page><page Index="392"><![CDATA[392                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                  3
             per il trattato di pace -  . Il ruolo italiano nel secondo dopoguerra costituì un uni-
             cum nel panorama internazionale. In questo quadro, anche il trusteeship somalo fu
             il caso unico di tutela di un territorio affidata a una potenza coloniale sconfitta. In
             aggiunta, nel 1950, l’Italia non aveva ancora acquisito la membership delle Nazioni
             Unite, che ottenne cinque anni più tardi. Una simile deroga trovò giustificazione
             nell’ambito della nuova realtà della Guerra Fredda che rese prioritaria l’adesione
             al Patto Atlantico, e comportò l’elaborazione di un apparato normativo specifico
             destinato al mandato in questione, in ragione della sua singolarità rispetto ad altre
             amministrazioni fiduciarie. Il mandato italiano in Somalia, infine, fu veicolo d’inte-
             resse internazionale nel più generale quadro della Guerra Fredda. Oggetto di acceso
             dibattito, quando non di scontro tra i delegati sovietici e quelli anglosassoni, passò
             infine con il consenso dei Paesi di nuova indipendenza: tale fu l’effetto di una con-
             vergenza con un mondo che stava uscendo dal periodo coloniale e che costituiva
             dunque una base per la nuova politica italiana verso l’Africa e dell’Asia.
                 Le dinamiche economiche, politiche e sociali avviate alla fine del primo con-
             flitto mondiale ed esplose a seguito del secondo accelerarono il processo di riven-
             dicazione d’indipendenza dei popoli asiatici e africani. La realtà della decoloniz-
             zazione attualizzò la questione coloniale e la trasferì sulla scena internazionale,
             legandola agli sviluppi del nuovo ordine globale, nel secondo dopoguerra . Le Na-
                                                                             4

             3  La presente ricerca si inquadra in un progetto di ricerca svolto presso la scuola di dottorato
                in  “Storia  dell’Europa”  della  Sapienza,  Università  di  Roma,  relativo  alle  “Strategie  e
                strumenti di politica estera: le missioni militari italiane all’estero in tempo di pace”. Le
                fonti documentali sono state reperite principalemente presso l’Archivio dell’Ufficio Storico
                dello Stato Maggiore dell’Esercito.( Fondi AUSSME: G-29 Addetti militari, G-33 Ufficio
                coloniale; E-3 Corpi di spedizione; E-8 commissione interalleata di Parigi, E-15 CMIC,
                E-16 commissioni delimitazioni confini; I-2 Somalia-AFIS).
             4   Tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio degli anni Sessanta, ebbe termine il
                colonialismo dell’Europa in terra asiatica e africana, dando vita in quest’ultima, a realtà
                statuali  per  lo  più  coincidenti  con  i  territori  delle  precedenti  colonie.  Il  nazionalismo
                anticoloniale africano si espresse attraverso vari movimenti di protesta (si ricordano quelli
                del 1945 in Algeria e del 1947 - 1949 in Madagascar) e trasse ispirazione dalle istanze di
                liberazione contro il nazifascismo, cui molti africani presero parte combattendo nelle armate
                delle rispettive Potenze coloniali. La divisione del mondo in blocchi, con la nascita due
                superpotenze USA e URSS, estranee per storia e per ideologia alle forme del colonialismo
                europeo, favorì l’instaurarsi di un nuovo tipo di supremazia, basato sull’influenza nella
                politica interna dei nuovi Stati e sulla loro sudditanza economica, in cambio dell’appoggio
                finanziario e militare per il mantenimento dei delicati equilibri interni. A partire dagli anni
                Cinquanta,  il  movimento  anticoloniale  africano  fu  condotto  da  una  nuova  generazione
                d’intellettuali, formatisi in Europa e America e influenzati dalle idee di autoderminazione
                e libertà. I principi espressi nella Carta atlantica ebbero un ruolo importante. Inoltre, la
                guerra d’Algeria (1954-1962) costituì un punto di riferimento centrale per i movimenti di
                liberazione, influenzandone profondamente ideologia e prassi politica. Sul tema si veda:
                Droz B., Histoire de la décolonisation au XXe siècle, Editions du Seuil, Parigi 2006.]]></page><page Index="393"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        393



             zioni Unite raccolsero questa linea e formularono un nuovo istituto amministra-
                                                              5
             tivo: il trusteeship system, o amministrazione fiduciaria , secondo cui «l’Autorità
             che assume la responsabilità dell’amministrazione di un tale territorio, riconosce
             la preminenza degli interessi dei suoi abitanti e accetta «come sacra missione,
             l’obbligo di promuovere al massimo, nell’ambito del sistema di pace e di sicurez-
             za internazionale istituito dal presente Statuto, il benessere degli abitanti di tali
             territori» (art.73). Il regime di amministrazione fiduciaria deve perseguire alcuni
             obiettivi specifici, che la Carta stabilisce con l’articolo 76, tra cui rinsaldare la
             pace e la sicurezza internazionale; promuovere il progresso politico, economico,
             sociale ed educativo degli abitanti dei territori in amministrazione fiduciaria, ed
             il loro progressivo avviamento all’autonomia o all’indipendenza, tenendo con-
             to delle particolari condizioni di ciascun territorio e delle sue popolazioni, etc.
             Il sistema di amministrazione fiduciaria, in origine, fu influenzato dall’esercizio
             di responsabilità verso i popoli colonizzati espresso da Edmund Burke già nel
                         6
             XVIII secolo , poi concettualmente ripreso dal mandate system della Società delle
             Nazioni.  La vera innovazione della teoria del trusteeship fu di affrancare la que-
             stione coloniale dalla definizione riduttiva di dominio di un Paese su di un altro,

             5   Il trusteeship o “affidamento”, nella disciplina giuridica anglosassone si riferisce al trust,
                negozio disciplinato dal common law, che prevede la consegna, per mezzo di un pactum
                fiduciae,  di  un  bene,  da  parte  di  un  proprietario,  il        grantor,  a  un  soggetto,  definito
                fiduciario,  nell’interesse  di  un  soggetto  terzo.  Tuttavia,  le  Nazioni  Unite  traggono  il
                significato dalla traduzione del termine tutelle: esso non coincide con il concetto di trust,
                in  quanto  quest’ultimo  richiama  il  tema  della  responsabilità,  mentre  il  civil  law  cui  si
                riferisce la tutelle rafforza il ruolo del tutore, ovvero dello Stato amministratore. Anche la
                traduzione italiana di amministrazione fiduciaria, da fiducia (trust), appare inesatta, poiché
                discende dal pactum fiduciae, che è una conseguenza del trust non tanto il trust stesso. Sul
                tema: Meregazzi R., L’amministrazione fiduciaria italiana della Somalia (A.F.I.S.), Giuffrè,
                milano 1954.
             6   Durante  la  guerra  d’indipendenza  americana,  Burke  si  schierò  a  favore  dei  diritti
                costituzionali civili dei coloni britannici in America.  in tale occasione egli espresse la
                prima formulazione dell’idea  di trust in ambito coloniale:  il dominio comportava il
                dovere di esercitare il potere politico per il benessere dei sudditi e dunque figurava una
                responsabilità  nell’amministrazione  delle  colonie  verso  i  popoli  sottomessi.  Edmund
                Burke  la  espose  chiedendo  di  dichiarare  l’impeachment  ai  danni  del  governatore  della
                British India per aver domandato denaro al rajah di Varanasi, tradendo la responsabilità
                amministrativa che la Gran Bretagna aveva verso l’india. Allora rappresentante dell’ala
                conservatrice  britannica,  Burke  si  oppose  anche  alla  tassazione  arbitraria,  imposta  dal
                governo  londinese,  difendendo  l’autentico  significato  della  Costituzione  “non  scritta”
                britannica. L’obiettivo finale del politico inglese fu di evitare conseguenze nefaste di tale
                politica nel panorama nordamericano, come la perdita delle colonie. Egli non fu, infatti,
                favorevole all’indipendenza che queste dichiararono nel 1776, ma giudicò gli eventi come
                una “guerra civile” interna all’Impero, dunque sanabile, a differenza di una rivoluzione
                vera e propria, come quella francese. Cfr. Adams I., Ideology and politics in Britain today,
                Manchester University Press, Manchester 1998.]]></page><page Index="394"><![CDATA[394                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             associandovi anche obiettivi di sviluppo per avviarlo all’autogestione in un tempo
             definito e secondo regole scritte e amministrate dall’Organizzazione delle Nazioni
             Unite. La nascita di tale nuovo istituto pose non pochi problemi poiché, pur aven-
             do obiettivi e prospettive diverse, nasceva in un contesto ancora fortemente legato
             all’ideologia imperialistica propria delle Potenze coloniali.

             L’Italia, La Questione Coloniale e il Patto Atlantico
                sin dal primo Consiglio dei ministri degli Esteri svoltosi a Londra (11 settem-
                                                                                 7
             bre - 2 ottobre 1945), la posizione dell’Italia risultò estremamente debole . Fu
             subito evidente che la questione delle colonie sarebbe stata affrontata prioritaria-
             mente sul piano degli interessi dei Quattro Grandi e solo successivamente sareb-
             bero state considerate le istanze degli altri Paesi coinvolti. Le cause del fallimento
             della Conferenza di Londra furono numerose: le rigidità dovute all’antagonismo
             delle Potenze nel Mediterraneo e in Medio Oriente, l’interesse etiope per lo sboc-
             co al mare e quello britannico per la Libia. Un decisivo peso ebbero i sospetti
             suscitati dalla posizione della delegazione sovietica, favorevole alla concessione
             alle Potenze vincitrici delle colonie italiane a titolo di amministrazione fiduciaria
             singola. Gli Stati Uniti inquadrarono la strategia di Mosca nella fase di ripresa
             dell’espansionismo sovietico avviata dalla metà del 1945 e pertanto, in opposizio-
             ne all’URSS, sostennero l’ipotesi di un’amministrazione fiduciaria collettiva. A
             Londra si concordò unicamente su un punto, ovvero rimandare la questione delle
             colonie italiane al regime di amministrazione fiduciaria da discutere in occasione
             dell’Assemblea dell’ONU.  Nel novembre 1945, l’Italia presentò un Memorandum
             in cui vennero esposte le motivazioni per cui essa deteneva tali colonie («acquista-
                                                                  8
             te in virtù di accordi internazionali con le Potenze europee» ) e le ragioni per cui
             sarebbe stato opportuno che essa avesse continuato tale gestione. Tra le motiva-
             zioni vi furono l’equilibrio raggiunto nell’area e con i civili locali, l’utilità delle
             colonie come area d’assorbimento della sovrappopolazione italiana, specie a fron-
             te di una scarsità di popolazione indigena . il raggiungimento di un compromesso
                                                  9


             7   Sul  tema  si  rimanda  al  volume  di  Ottavio  Bariè,  Dall’Impero  britannico  all’impero
                americano.  scritti  scelti  di  storia  delle  relazioni  internazionali.  A cura  di  massimo
                de  Leonardis  (Le  lettere,  Firenze  2013).  Il  governo  non  poté  partecipare,  con  suoi
                rappresentanti, all’elaborazione del Trattato di Pace che venne definito dai quattro “grandi”
                (Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna).
             8   Cfr Memorandum on the italian colonies, 1945, in centro itAliAno di studi e PubblicAzioni
                Per lA riconciliAzione internAzionAle, The question of the Italian colonies, Roma 1945.
             9   «Nel giro di cinquant’anni l’Italia ha dotato quei territori d’una attrezzatura civile atta a
                consentire l’attività colonizzatrice dei propri cittadini. Il lavoro degli italiani ha, infatti,
                reso produttive quelle terre desertiche creando per tal via uno stretto vincolo tra esse e la
                madre patria» Memorandum on the italian colonies, 1945, in centro itAliAno di studi e
                PubblicAzioni Per lA riconciliAzione internAzionAle, op.cit.]]></page><page Index="395"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        395



             venne progressivamente
             complicato  dalla  parteci-
             pazione  delle  cinquantot-
             to voci degli stati membri
             ONU. Una delle questioni
             cruciali  per  l’Italia,  nella
             dinamica diplomatica ge-
             nerale del tempo, fu la de-
             finizione della sua imma-
             gine agli occhi delle gran-
             di Potenze. il dissidio tra
             le  posizioni  americane  e
             inglesi, da un lato, e quel-
             le sovietiche dall’altro sa-
             rebbe stato l’unico fattore
             condizionante e insanabi-
             le. Questa contrapposizio-
             ne  pesò moltissimo  sulla
             difficoltà  di  giungere  a
             compromessi.  il proble-
             ma  delle  colonie  italiane
             divenne  una  questione  di
             natura  politica  strategica,
             a maggior ragione a ridos-
             so  delle  elezioni  italiane,
             che  condizionarono  l’at-
             teggiamento  delle  Poten-
             ze. Con il progressivo de-          Prima pagina del settimanale del Comando
             terioramento  dei rapporti           del Corpo di Sicurezza Italiano in Somalia
             internazionali  tra  Est  e
             Ovest, anche gli americani compresero il valore strategico dei territori africani e
             tale tensione allontanò la prospettiva di una soluzione concordata con i sovietici.
             il ritardo con cui l’italia dichiarò la propria collocazione internazionale ebbe un
             forte condizionamento sull’atteggiamento dei sovietici e degli angloamericani in
             relazione alla questione coloniale. L’adesione italiana al Patto Atlantico, nella pri-
             mavera del 1949, determinò una svolta tanto nella politica italiana internazionale
             che nelle politiche degli altri attori al tavolo delle Nazioni Unite. Certamente,
             la politica estera italiana fu condizionata dalle pressioni dell’opinione pubblica;
             d’altro canto, la stessa questione coloniale venne utilizzata dai dirigenti italiani
             per scopi tattici, per dare maggior peso alle proprie richieste nelle trattative inter-
             nazionali. Va tenuto conto che l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico non agevolò]]></page><page Index="396"><![CDATA[396                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             la posizione del Paese sulla questione coloniale. Lo stesso Sforza, rispondendo
                                                                  10
             alle voci revisioniste e antiatlantiste emerse dopo l’adesione , che spingevano per
             avanzare nuove pretese sul tavolo delle Potenze, sottolineò che l’Italia non poteva
             aspettarsi una revisione dei Trattati e, vista la propria condizione particolare di
                                                                             11
             nazione sconfitta, non aveva mai neanche potuto avanzare reali richieste .
                La questione africana si intersecò con un altro tema cruciale per la politica
             estera italiana del dopoguerra, oltre la scelta di campo tra est e ovest, ovvero la
             collaborazione in campo europeo. Non a caso la questione africana fu alla base
             della sotterranea tensione tra Italia e Gran Bretagna, nel secondo dopoguerra. Il
             verdetto dell’Assemblea Generale rappresentò alla fine un risultato apprezzabi-
             le per l’Italia, ma esso fu raggiunto in larga parte grazie all’appoggio dei Pae-
             si del centro e sud America, che conferirono all’Italia una vera e propria forza
             contrattuale. Tale intesa costituì un successo della diplomazia italiana successiva
             al conflitto mondiale e fu ottenuta anche e soprattutto per l’attrazione esercitata
             dall’italia in campo economico e per l’aspirazione latino-americana a diventa-
             re un soggetto attivo sulla scena mondiale. Grazie al supporto latino-americano,
             l’italia ottiene non solo il trusteeship somalo, ma anche un seggio nel Consiglio
             consultivo della Libia e riuscì a bloccare qualsiasi proposta di annessione dell’E-
             ritrea all’Etiopia. Inoltre, soltanto la rinuncia di Roma alla tesi dell’indipendenza
             avrebbe aperto, l’anno dopo, la via a una soluzione che fu un compromesso tra
             l’indipendenza piena e l’annessione. Quello somalo non fu un risultato facile o
             scontato in partenza: il Comitato politico si orientò gradualmente e a fatica verso
             il mandato fiduciario dell’Italia in Somalia, con un lento adeguamento anche da
             parte dell’opinione pubblica italiana, abituata all’idea che l’Italia sarebbe tornata
             nelle sue colonie fasciste, senza alcuna eccezione. Ma il vero risultato politico fu
             che il mandato italiano in somalia passò con il consenso dei Paesi di nuova indi-
             pendenza: fu l’effetto di una convergenza con un mondo che stava uscendo dal
             periodo coloniale e che costituiva dunque una base per la nuova politica italiana
             verso l’Africa e dell’Asia.

             Uno status giuridico ad hoc
                Come detto, la posizione italiana dopo il secondo conflitto fu altrettanto par-
             ticolare quanto l’istituto del trusteeship somalo a lei assegnato, specie in quanto







             10  Sul tema si veda Intervento di Nenni (13 marzo 1949) e Intervento di Russo Perez (15
                marzo 1949) in cAMerA dei dePutAti, Discussioni dal 23 febbraio al 3 maggio 1949, vol. V,
                Tipografia della Camera dei Deputati, Roma, 1949, pp.6798 - 6807 e pp. 6899-6910.
             11  Intervento in aula del Ministro Sforza, 15 marzo 1949, cAMerA dei dePutAti, cit, p.6910]]></page><page Index="397"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        397



                                                   12
             priva ancora di status di membro dell’ONU . Fu l’unico caso in cui la tutela di un
             territorio venne affidata a una potenza coloniale sconfitta.
                Il 21 novembre 1949, nella 250ª seduta plenaria, l’Assemblea Generale dell’O-
             NU si pronunziò a favore dell’indipendenza della Somalia, realizzata attraverso
             un periodo transitorio di amministrazione italiana.  Le clausole dell’Accordo, en-
             trato in vigore il 2 dicembre 1950, stabilirono le modalità, gli obblighi e i fini da
             perseguire per l’Autorità amministratrice italiana nel territorio somalo. Sin dal
             principio, l’accordo presentò una prima regola che sancì l’unicità del mandato
             italiano in Somalia. L’obbligo principale fu di curare il progresso, il benessere,
             l’ordine e la difesa della popolazione del territorio, fornendole le basi per gestire
             l’amministrazione dello stato ed essere in grado di autogovernarsi alla scadenza
             del mandato. Diversamente da altri mandati fiduciari previsti dalle Nazioni Unite,
             in questo si statuì un termine di decadenza di dieci anni dopo i quali il territorio
             amministrato sarebbe diventato uno stato sovrano indipendente. Ai sensi dell’ar-
             ticolo 25 dell’Accordo, almeno diciotto mesi prima dello scadere dello stesso,
             l’italia avrebbe dovuto presentare al Consiglio di Amministrazione Fiduciaria un
             piano di trasferimento di tutte le funzioni governative a un governo indipendente
             regolarmente costituito nel territorio.
                Di particolare rilievo, fu l’articolo 6 che affidò all’Italia il ruolo di sviluppare
             il Corpo delle Forze Armate somale, nei limiti e secondo gli obbiettivi fissati dalla
             Carta delle Nazioni Unite, secondo la quale il territorio somalo avrebbe dovuto
             contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Venne
             inoltre previsto che l’Italia potesse estendere le proprie leggi nel territorio somalo,
             qualora fossero state compatibili con il percorso svolto. Le successive disposizioni
             del documento riguardarono il Consiglio consultivo composto dai rappresentanti
             delegati al controllo dell’attività dell’Afis e sancirono le limitazioni all’alienazio-
             ne dei diritti fondiari e alcune disposizioni in materia di lavori pubblici e servizi.
                Il  decimo  articolo  sancì  l’adozione,  da  parte  dell’Afis,  della  Dichiarazione
             universale dei diritti dell’uomo, redatta dall’Assemblea Generale dell’ONU il 10
             dicembre 1948, come ideale da raggiungere nel territorio. Oltre ai diritti, l’Alle-
             gato dispose ulteriori oneri per l’Afis, tra cui fornire la Somalia di uno statuto di



             12  Sul tema: Karp M., The Economics of Trusteeship in Somalia, Boston, Boston University
                Press,  1960  ;  Morone A.,  L’ONU  e  l’amministrazione  fiduciaria  dell’Italia  in  Somalia.
                Dall’idea  all’istituzione  del  trusteeship,  in  «Italia  contemporanea»,  242,  2006;  idem,
                L’ultima colonia. Come l’Italia è tornata in Africa (1950-1960), Roma-Bari, Laterza, 2011;
                Raggi C.G., L’amministrazione fiduciaria internazionale, Milano, Giuffrè, 1950. Ministero
                degli Affari Esteri, L’amministrazione fiduciaria della Somalia e i rapporti dell’Italia con la
                Repubblica somala. Relazione presentata al Parlamento italiano dal ministro degli Affari
                Esteri Onorevole Antonio Segni, Ministero degli Affari Esteri, Roma, 1961; Presidenza
                del Consiglio dei Ministri, Italia e Somalia: dieci anni di collaborazione, Presidenza del
                Consiglio dei Ministri servizio informazioni, Roma, 1962.]]></page><page Index="398"><![CDATA[398                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             cittadinanza per assicurare la protezione diplomatica e consolare all’estero. L’Al-
             legato previde inoltre la nomina di un Consiglio territoriale rappresentativo della
             popolazione locale, formato quindi da autoctoni. Si sancì inoltre la partecipazione
             degli stessi alla funzione giudiziaria.
                 La strategia dei Paesi amministratori accolse l’argomento della risoluzione
             dell’Assemblea Generale sul piano formale, sebbene desiderasse evitare che si
             venissero a costituire presso il trusteeship Council due delegazioni differenti, una
             della potenza amministratrice e una in rappresentanza della popolazione autocto-
             na, come avrebbero voluto i Paesi anticoloniali. Pertanto, adducendo come moti-
             vazione ufficiale che non vi fossero elementi idonei a rappresentare la Somalia nel
                              13
             Consiglio di tutela , ci si limitò ad ammettere dei rappresentanti locali all’interno
             delle delegazioni dei Paesi amministratori, con compiti limitati. L’Italia seguì la
             linea delle Potenze amministratrici e costituì per la Somalia la propria delegazio-
             ne, ma data la sua particolare posizione, non si espresse con una dichiarazione
             ufficiale in merito all’opportunità di non coinvolgere elementi locali, né d’altro
             canto usò particolare rapidità nell’ammettere tali rappresentanti somali nella pro-
                                                       14
             pria delegazione, come fecero invece altri Paesi .
                Un’ulteriore  eccezione  caratterizzò  il  caso  somalo,  distinguendolo  da  altre
             situazioni di tutela o amministrazione fiduciaria di territori coloniali o non au-
             tonomi . Secondo la consuetudine, le tutele venivano sottoposte agli assetti am-
                    15
             ministrativi e ai ministeri delle Potenze amministratrici, che erano propriamente
             Potenze coloniali. Nei casi di contiguità territoriale delle terre sotto tutela, queste
             avrebbero potuto anche essere gestite in maniera congiunta, come fu per il Togo
             e il Camerun e il Ruanda-Urundi. Tale impostazione si basò su un’interpretazio-
             ne estensiva della clausola prevista in tutte le convenzioni fiduciarie, per cui un
             Paese amministratore aveva la facoltà di governare il territorio in “unione doga-
             nale, fiscale o amministrativa” con altri territori. La situazione venutasi a creare


             13  Una considerazione che entra in contraddizione con il principio stesso del trusteeship, come
                fa notare Antonio Morone. In Morone A, LONU e l’amministrazione fiduciaria dell’Italia
                in Somalia., cit.
             14  «In relazione alle direttive di codesto Ministero, è stato detto che in linea di massima siamo
                favorevoli, in vista anche della speciale condizione della Somalia, ad includere un qualche
                elemento autoctono nella delegazione purché si tratti di persona in grado di dare un fattivo
                contributo»  Telespresso n. 202/128 del 27 gennaio 1953, dalla Rappresentanza diplomatica
                italiana presso le Nazioni Unite al Mae, in ASMAE, Afis, b. 1, fascicolo 45.
             15  A titolo d’esempio si  citano i mandati Togo francese, il Togo inglese e il Ruanda-Urundi
                belga,Camerun  francese  e  il  Camerun  inglese,  la  Nuova  Guinea  che  andò  alla  Nuova
                Zelanda e le Samoa Occidentali all’Australia. Le convenzioni fiduciarie furono approvate
                dall’Assemblea Generale il 13 dicembre 1946.  Nel 1947 fu approvata la convenzione che
                affidava Nauru all’autorità congiunta di Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Australia, mentre
                lo stesso anno le isole del Pacifico sotto mandato giapponese, furono affidate agli Stati
                Uniti.]]></page><page Index="399"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        399






























                    Mogadiscio, 1 aprile 1950. Cerimonia del Corpo di Sicurezza Italiano


             in Somalia, invece, fu il primo caso in cui si sottopose un territorio alla tutela di
             una struttura ad hoc, appositamente costituita e dipendente dal gennaio 1952 dal
             Ministero degli Affari Esteri, secondo quanto emerge dalla circolare che istituì la
                                      16
             Direzione generale dell’Afis .
                Sul piano dei rapporti tra l’Italia e l’ONU, a partire dal 22 dicembre 1952,
             venne alla luce un’ulteriore dinamica peculiare nel caso del trusteeship somalo,
             ovvero la presenza del United Nations Advisory Council of Somalia, UNACS, il
             Consiglio delle Nazioni Unite creato per supervisionare e collaborare con l’Afis
             durante i dieci anni di mandato. Dalle dinamiche  interne al Consiglio, tra l’Italia,
             l’attività del Comitato e del suo organo consultivo, è permesso stimare quanto
             pesasse il contesto internazionale della guerra fredda sull’impalcatura del sistema
             delle Nazioni Unite, in generale, e sul sistema di mandato, in particolare. Si è già
             detto che gli sviluppi interni di tale Consiglio costituirono un potenziale rischio
             di rallentamento dell’attività dell’Afis. Questo avvenne per varie motivazioni. In-
             nanzitutto vi furono alcune difficoltà tecniche, quali l’esiguità dei funzionari, la
                                                                17
             mancanza di copertura finanziaria e di dotazioni adeguate . Inoltre, la sovrappo-
             sizione delle competenze e dei ruoli tra l’UNACS e l’Afis e di altri organi dell’O-
             NU, tra cui lo stesso trusteeship Council, non generò una collaborazione costrut-
             tiva, bensì fu spesso la causa di scomode situazioni di concorrenza. Per quanto


             16  Circolare mAE n. 61/00626 del 15 gennaio 1952.
             17  Castagno A.A., Somalia, in “International Conciliation”, marzo 1959, n. 552, pp. 398-400.]]></page><page Index="400"><![CDATA[400                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             riguarda il rapporto con l’Afis, la soluzione che l’Amministrazione italiana adottò
             fu di coinvolgere tanto il Consiglio nelle proprie attività da renderlo solidale con
             l’Amministrazione e il suo operato. Anche per ciò che concerne i rapporti con l’U-
             NACS  emersero dei contrasti con riguardo alle competenze nella vicenda somala,
             specie a seguito dell’assegnazione all’UNACs del compito di svolgere le missioni
             di visita in somalia. Questa competenza venne interpretata dal Consiglio come
             una promozione a ruolo di osservatore privilegiato, poiché calato nel territorio, le
             cui opinioni avrebbero di conseguenza ricevuto un peso maggiore rispetto alle va-
             lutazione dei funzionari del Consiglio del trusteeship. Da ultimo, a pesare sull’at-
             tività fu la composizione politica eterogenea che caratterizzò l’organo consultivo
             dell’UNACS. Esso era costituito da membri di tre differenti Paesi: Egitto, Co-
             lombia, Filippine. Tale combinazione, anziché garantire, come era stato auspicato
             all’atto della formazione dell’organo, un’imparzialità nel giudizio espresso, finì
             per paralizzarne l’attività, poiché in esso si riprodusse, nel piccolo, il confronto
             internazionale tra colonialisti e anticolonialisti, tanto più tra elementi nominati in
             rappresentanza dei rispettivi governi e, pertanto, allineati alle posizioni di politica
             estera dei propri Paesi.]]></page><page Index="401"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        401



             L’apporto delle Forze Armate nella ricostruzione
             della Somalia



             elena BiGonGiari     1




                   al 2 giugno 1946, le Forze Armate assolvono la fondamentale funzione di
             D sicurezza assegnata loro dal Paese, e ad oggi rinnovano l’impegno cercan-
             do di auto rinnovarsi per mantenere efficacie il proprio operato.
                 Il 10 febbraio 1947, a Parigi, l’Italia aveva firmato il Trattato di pace che nella
             parte II, Sezione quarta, punto 1 dell’articolo 23, stabiliva:”…Italy renounces all
             right and title to the italian territorial possesions in Africa, i.e. Libya, Eritrea and
             Italian Somaliland…”, sanzionando la  perdita  delle  colonie  italiane e  stabilen-
             do  che  queste  sarebbero rimaste  sotto l’attuale amministrazione sino all’ema-
             nazione di disposizioni finali che dovevano essere elaborate prima dello scadere
             di un anno dall’entrata in vigore del Trattato di Pace stesso (l’Annesso XI, inoltre
             conteneva la Joint declaration by the Governments of the Soviet Union, of the
             Kingdom, of the United State of America and of France concerning Italian terri-
             torial possesions in Africa).
                Dopo un lungo dibattito tra Potenze interessate all’area africana, spesso con
             posizioni divergenti, circa il futuro delle ex colonie, il 21 novembre 1949 l’As-
             semblea Generale dell’ONU in seduta plenaria numero 250, si pronunziava a fa-
             vore dell’indipendenza della Somalia e - con 48 voti a favore, 7 contrari e quattro
             astenuti (tra cui Liberia ed Eritrea) - determinò la nascita di una amministrazione
             fiduciaria di 10 anni da affidarsi all’Italia, affiancata da un Consiglio consultivo
             composto da Colombia, Egitto e Filippine.
                Il 27 gennaio 1950 il progetto fu approvato dal Consiglio per l’Amministra-
             zione Fiduciaria ed il 22di febbraio l’Italia accettava l’amministrazione, la cui
             data di decorrenza sarebbe partita dal 2 dicembre 1950, giorno dell’approvazione
             dell’accordo da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
                Con legge del 4 novembre 1951 n. 1.301 l’Italia ratificava e si preparava per
             l’assolvimento di questa missione, che per gli aspetti di competenza rispecchiava
             quanto già previsto  all’art. 76 della carta ONU ONU: “…favorire la pace e la
             sicurezza internazionale; promuovere il progresso politico- economico, sociale
             ed educativo dei territori di amministrazione fiduciaria ed il loro progressivo av-
             viamento all’autonomia ed all’indipendenza..; incoraggiare il rispetto dei diritti


             1  Tenente del Corpo di Amministrazione e Commissariato.]]></page><page Index="402"><![CDATA[402                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             dell’uomo e delle libertà fondamentali…etc”. Già da questo richiamo possiamo
             operare un parallelismo con le operazioni di peace-keeping e state-building di
             oggi, operazioni che sono sempre di più chiamate ad agire oltre il mantenimen-
             to della pace e della sicurezza in senso stretto. Ai tradizionali impegni di natura
             squisitamente militare si sono aggiunte nel tempo una serie di attività volte alla
             ricostruzione del tessuto politico e sociale locale.
                Nei mandati delle missioni Onu, è infatti oggi frequente trovare compiti che
             includono il supporto alla costruzione di un processo politico democratico, la pro-
             tezione dei civili, la supervisione e consulenza per la ricostruzione delle forze
             militari e di polizia, l’assistenza nelle operazioni di disarmo, demobilitazione e
             reintegrazione degli ex-combattenti, il sostegno per lo svolgimento di regolari
             elezioni nonché per il rispetto dello stato di diritto e dei diritti umani.
                Rispecchiando tale trend generale di evoluzione del concetto di missione di
             supporto alla pace nel contesto internazionale, l’impegno italiano si  è  di  conse-
             guenza evoluto nelle  modalità e  nei concetti operativi. In linea generale, sotto il
             profilo della tipologia, le missioni cui l’Italia ha partecipato a partire dal Secondo
             dopoguerra si possono suddividere come segue:
             Operazioni di mantenimento della pace (peace-keeping) Operazioni di assistenza
                internazionale
             Operazioni di imposizione della pace (peace-enforcing)
             Operazioni di ristabilimento della pace e prevenzione del conflitto (peace-making)
             Operazioni di costruzione di tessuti giuridico/istituzionali a sostegno di un nuovo
                sistema statuale (State building).


                Tale premessa è necessaria per due motivi: perché è fondamentale compren-
             dere, attraverso l’esempio Somalia, quanto sia radicata la tradizione italiana in
             quelle che oggi chiamiamo missioni con tutti gli elementi sopracitati, quindi at-
             tuali, e perché proprio con la Somalia, al di là di quanto viene riportato a livello
             politico-sociale o storiograficamente dibattuto -la decolonizzazione, la necessità
             di riscatto dell’Italia, la contrapposizione dei due blocchi e così via- c’è una evi-
             denza dei fatti: l’impiego delle Forze Armate per la ricostruzione, in tutti i suoi
             ambiti, di uno Stato, quello Somalo, l’impegno in uomini, mezzi e tempo:10 lun-
             ghi anni in cui molti soldati e civili italiani sono stati in territorio africano. Dato
             spesso dimenticato dai libri di storia - ed ecco perché è importante la ricerca delle
             fonti e la consultazione di testi d’epoca, anche di vari canali comunicativi - per la
             comprensione di fenomeni sociopolitici.
                Il contesto geostrategico, dopo la guerra, era cambiato, gli equilibri internazio-
             nali altrettanto e adesso si doveva agire. Le Forze Armate insieme, è innegabile,
             al concerto diplomatico, nonostante la forte difficoltà postbellica, hanno agito. La
             ricostruzione è avvenuta «in» e «out» dai confini della nostra Italia ed esempio]]></page><page Index="403"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        403



             inconfutabile per quest’ultima categoria è di certo il Corpo di Sicurezza per la So-
             malia –d’ora in poi CSS- e l’Amministrazione Fiduciaria Italiana Somalia (AFIS).
                Anche  se  la  decorrenza dell’AFIS  doveva  partire  dal  dicembre 1950  già
             nel  1948  l’Italia  si preparava ad affrontare “in primis” un passaggio di consegne
             da parte della Gran Bretagna.
                Il “Piano Caesar” (predisposto proprio dagli inglesi) a partire dall’aprile 1948,
             conteneva, infatti, predisposizioni circa la sostituzione delle proprie truppe con
             quelle della nazione che avesse preso la gestione fiduciaria ed, in base a questo
             piano, il 1° agosto 1949, lo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, a seguito di stu-
             di e predisposizioni necessarie, iniziati nel 1948, diramava le circolari costitutive
             del contingente di truppe da inviare in somalia.
                Il 15 agosto, presso il Comando militare di Napoli, veniva costituito il Coman-
             do Forze Armate della somalia e prendeva avvio il concentramento nella zona dei
             reparti destinati alla spedizione, completata il giorno 1° di Dicembre 1949. Grazie
             a corsi specializzati, svolti a Napoli, Caserta, S. Giorgio a Cremano, Capodichino,
             Civitavecchia e Firenze il contingente disponeva di personale preparato in vari
             settori critici, quali, ad esempio, il servizio riparazioni e recuperi, collegamenti
             etc..tutto ciò che poteva essere utile per l’autonomia del contingenta ma anche per
             la trasmissione del know how al popolo somalo.
                Nasceva il Corpo di sicurezza per la somalia: un contingente interforze costi-
             tuito dal Comando Forze Armate della Somalia, Comando Truppe Esercito, Co-
             mando Marina, Comando Aeronautica, 4 battaglioni motoblindati di fanteria , 3
                                                                                  2
             battaglioni motoblindati Carabinieri , una batteria di artiglieria da 100/17, una
                                              3
             compagnia genio artieri, una compagnia genio collegamenti, servizi e il nucleo
             ufficiali per l’addestramento e inquadramento di reparti somali. Due battaglioni
             Carabinieri rimasero, infine, a disposizione nella zona di Caserta in funzione di
             riserva e, in seguito, costituirono i quadri di complemento del Gruppo territoriale
             destinato a sostituire le forze di polizia britannica in somalia.
                L’accordo per il trusteeship prevedeva un importante impegno anche dopo lo
             scioglimento del Corpo, poiché si chiedeva all’Italia il mantenimento di reparti
             di polizia e Forze Armate per la sicurezza e l’ordine interno del territorio e per il
             completamento del processo di somalizzazione dei reparti ed unità militari, ovvero
             la sostituzione graduale di tutti i nazionali, in ogni settore con elementi somali e
             loro preparazione ad una vita civile e militare interamente autogestita.
                 La missione dell’Italia si traduceva, in sostanza, nell’avvio all’istruzione di
             massa (con il grande ostacolo della mancanza di una lingua scritta), allo sviluppo
             del progresso sociale, la realizzazione di una efficace organizzazione sanitaria, il


             2  Ciascuno su 1 compagnia comando; 3 compagnie fucilieri; 1 compagnia blindata, a sua
                volta su 1 plotone carri leggeri e 1 plotone autoblindo.
             3  Ciascuno su 1 compagnia comando, 3 compagnie fucilieri, 1 compagnia blindata.]]></page><page Index="404"><![CDATA[404                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             potenziamento delle scarse risorse economiche e la formazione di nuove, nonché
             la costituzione di una base politica in grado di esprimere una classe dirigente per
             una somalia indipendente; la preparazione di funzionari e tecnici in un territorio
             in cui la popolazione nomade si distribuiva secondo spostamenti dovuti alla eco-
             nomia tribale di sussistenza -la popolazione era organizzata in cabile, tribù- basata
             sul ciclo allevamenti-agricoltura. Su 1.243.000 circa -poiché un vero censimento
             non era stato possibile attuare- solo il 30% della popolazione abitava in villaggi
             stabili.
                Per tali motivi, la F.A. si adoperarono anche alla ricerca di una comprensione
             da parte di coloro che erano stati chiamati a svolgere la missione in somalia di
             cosa si andava a fare, di come si doveva andare a farlo, grazie alla comunicazione
             di quanto detto prima ed alla distribuzione di opuscoli come il vademecum per le
             truppe.
                il trasporto dell’intero corpo italiano avvenne tra il 2 febbraio e il 2 aprile
             1950. il primo scaglione trasportato con le navi Auriga e assiria parte da Napoli e
             da qui inizia l’opera dei nostri soldati. Dopo lo sbarco, il Comando Forze Armate
             della Somalia -Comando Forze Armate della Somalia, poi, Comando Corpo di
             sicurezza, nel dicembre 1949 -  che il 20 febbraio 1950 aveva assunto la nuova
                                        4
             denominazione di Comando Corpo di Sicurezza trovò sede a Mogadiscio città,
             dove il 1° aprile 1950 si ebbe il passaggio di consegne tra britannici ed italiani.
                Il 2 di aprile si conclude il trasporto di tutti gli uomini sul territorio, pari ad un
             organico di 5.791 unità che furono distribuite su tutto il vasto territorio, apposi-
             tamente suddiviso in 6 zone militari, ripartite in comandi di presidio di numero
             variabile a seconda dell’estensione della zona militare stessa.
                Anche se l’AFis sarebbe divenuta effettiva dal 1952 l’italia stava lavorando
             già dal 1948, in particolare, il Corpo di Sicurezza aveva già iniziando l’opera di
             pacificazione e ricostruzione della Somalia attraverso la messa in campo di tutte
             le sue risorse.












             4  Formato  dal  Comandante  (generale  di  brigata),  dallo  stato  maggiore,  (capo  di  stato
                maggiore, colonnello dell’esercito, coadiuvato da due ufficiali superiori dell’aeronautica
                e della marina), dall’Ufficio operazioni‐addestramento‐ordinamento (sezioni: operazioni‐
                addestramento‐ordinamento  e  informazioni),  dall’Ufficio  servizi  (sezioni:  sanità,
                commissariato, motorizzazione, ippica e veterinaria), dall’Ufficio territoriale e affari vari
                (T.A.V.),  dall’Ufficio  personale,  dal  Comando  e  servizio  d’artiglieria,  dal  Comando  e
                servizio del genio, dalla Sezione amministrativa, dal Quartier generale C.S.]]></page><page Index="405"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        405






































             Esercito
                Le componenti dell’Esercito italiano del Css avevano creato alloggiamenti in
             tutte le parti del territorio, primariamente per permettere una vita decorosa ai sol-
             dati impiegati ma nel contempo anche per la popolazione locale che in alcuni casi,
             specie i più isolati del territorio, poteva usufruire di infrastrutture prima inesistenti
             come impianti idrici; acquedotti; vie di comunicazione; strade; reti di collegamen-
             to radio e una a filo di otre 80.000 chilometri; scuole e persino orfanotrofi. Oltre
             ad un Collegio per i figli dei militari, furono istituite dall’amministrazione civile
             scuole professionali per tecnici ed artigiani, corsi di specializzazione in tutti i set-
             tori scientifici e umanistici per la formazione di medici e veterinari.
                In particolare l’elevazione scolastica, mirata sia per la costruzione di una base
             su cui impiantare il futuro stato ma anche per la preparazione degli organici per
             le future forze armate somale, fu ampliata con corsi in Italia, presso la scuola la
             Scuola superiore della Pubblica Amministrazione, che ha formato la burocrazia
             somala e di gran parte del Corno d’Africa. si svolsero corsi per marescialli soma-
             li, si ebbe la possibilità di far frequentare ai più meritevoli e destinati ai ruoli di
             Ufficiali i corsi militari in Italia, ed anche a Modena presso l’Accademia Militare,
             si aprirono le porte per frequentatori Somali. Per molti anni, anche dopo la fine
             dell’AFIS, l’Italia ha provveduto alla preparazione del personale militare somalo]]></page><page Index="406"><![CDATA[406                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             presso l’Accademia Militare di Modena, presso  la Scuola di guerra a Civitavec-
             chia - oggi trasferita a Torino. indagini statistiche portano a stabilire che nei soli
             primi due anni dell’AFIS l’analfabetismo passò da un 76% al 26%, anche perché
             si cercò di allontanare gli analfabeti dai reparti approfittando della loro ristretta
             coesione. Dall’Italia, le necessità di bilancio suggerirono da subito una lenta ma
             decisa riduzione del contingente nazionale che però dal 1950 al 1952 (nel di-
             cembre 1951 cessava l’amministrazione provvisoria) era già riuscito ad ottenere
             ottimi risultati. Nel corso del 1952, il Comando del Corpo di sicurezza fu infatti
             oggetto di alcune trasformazioni organiche che comportarono una riduzione del
                      5
             personale .
             Marina
                Nel contempo la marina -o meglio marisomalia- aveva trasportato civili e mi-
             litari, nonché materiali per tutti gli anni dell’Amministrazione. La Marina italiana
             subito si mise all’opera per la messa in sicurezza delle coste e per l’intervento e
             messa in atto di opere di fanalaggio, la resa in efficienza di porti, la costruzione
             ex novo di zone di attracco, il posizionamento di stazioni di radio trasmissione,
             segnalazione su carte di relitti etc.. che potessero determinare problemi o pericoli
             per la navigazione delle coste somale. Istituì corsi per l’uso e la manutenzione dei
             nuovi mezzi installati e aprì le porte della scuola professionale marittimi e pesca.
             L’opera fu fondamentale per la parte logistica ed economica del Paese nonché per
             i militari italiani che operavano tra Patria e la somalia.
                Si istituirono rotte di cabotaggio gestite quasi interamente da somali. Furono
             inpinatati fari a Bender Cassim, ove vi era anche la capitaneria di porto, Alula sede
             di una delle più importanti stazioni radio Marina militare; Capo Guardafui, Ras
             Hafun, Obbi, Itala, Merca; Brava; Giambo e a Gardò fu installato  un  radiofaro  di
             avvicinamento.  Presente  soprattutto  con  le  navi  Auriga  e  assiria, S.Giovanni,
             Urania e le motonavi Giovanna e Genova per il trasporto di uomini ma ancora con
             navi tipo Liberty come il Saronno, l’Andrea Doria e il Milano per il carico anche
             di materiali e mezzi. Centrale fu il lavoro della nave Cherso capace di impiego
             immediato e di esplorazioni idrografiche. Come tutte le componenti del CSS an-
             che la Marina si ridusse negli anni sino al 1956, ossia anno dello scioglimento del


             5  Scioglimento dell’Ufficio di stato maggiore e dipendenza diretta dallo stesso capo di stato
                maggiore della Sezione Operazioni-Addestramento-Ordinamento e della Sezione Servizi,
                trasformazione  in  sezioni  degli  uffici  personale  e  T.A.V.,  scioglimento  delle  sezioni
                motorizzate e del comando di artiglieria e genio. Alla data del 31 dicembre 1952, fino
                al  suo  scioglimento  (1°  gennaio),  il  Comando  del  Corpo  di  Sicurezza  era  formato  dal
                comandante (generale di brigata), coadiuvato da un aspirante ufficiale somalo, dal capo
                di stato maggiore e dalle sezioni: Operazioni-Addestramento, Regolamento-Ordinamento,
                Servizi-Motorizzazione e Trasporti, Personale e Benessere e T.A.V., sanità, Commissariato,
                Amministrativa, Informazioni e Cifra.]]></page><page Index="407"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        407



             CSS ma lasciando piccoli nuclei per la definitiva “somalizzazione” delle strutture
             marittime civili e militari.


             Aeronautica
                L’Aerosomalia -il contingente dell’aeronautica in somalia si insediò anch’essa
             a mogadiscio potenziandone subito il campo di atterraggio sino a renderlo idoneo
                                         6
             al traffico internazionale diurno .
                Solo 11 dei 54 aeroporti presenti prima della guerra erano ancora identificabili
             ma poco efficienti. Con grande impegno iniziò il miglioramento di quanti più
             strutture aeroportuali. In poco tempo già 12 aeroporti interni erano efficienti per
             il trasporto militare. Furono impiantati tutti i servizi elettrici e meteorologici per
             esigenze di controllo ed assistenza al volo, nonché per opera di soccorso in caso
             di particolari necessità, per trasporto feriti ed ammalati. Per ristrettezze economi-
             che il ”parco velivoli” fu ridotto progressivamente e solo le capacità dei tecnici e
             meccanici riuscirono a sopperire alla mancanza di materiali di ricambio mostran-
             do così grande competenza professionale ed una buona dose di inventiva. Con
             4.938 voli, ossia 7.095 ore di volo, vennero trasportati 28.522 passeggeri, 306.316
             quintali di posta e 116.252 tonnellate di merci e materiali. L’Aerosomalia aveva
             provveduto a fornire una giusta preparazione ai somali istituendo corsi tenuti da
             Ufficiali e Sottufficiali.
                Un esempio su tutti i corsi scolastici elementari per adulti a cui, ancora nel
             1955, si iscrissero 96 avieri somali e 74 militari somali. Come accennato per l’E-
             sercito, anche per l’Aeronautica si era prevista la frequenza in Italia di persona-
             le somalo presso Scuole per specialisti in istituti dell’Aeronautica militare. Così
             come per il restante CSS allo scioglimento - 1956 -  ed anche dopo il 1960, rima-
             neva una unità di pochi uomini, 20 unità, tra civili e militari per il supporto alla
             nascita dell’Aviazione somala.


             Carabinieri
                L’Amministratore in Somalia, per decreto del Presidente della Repubblica, ri-
             vestiva anche le funzioni di Comandante delle Forze Armate in Somalia, le quali
             sarebbero state composte da un Corpo di sicurezza ma anche da un Corpo di
             Polizia. Quest’ultimo fu costituito da elementi provenienti dall’allora Arma dei
             Carabinieri.
                Il primo Nucleo Avanzato partì da Napoli il 5 febbraio del 1950 e con esso il
             Comandante del Gruppo Carabinieri Somalia, che avrebbe avuto anche le funzio-


             6  Il contingente ebbe come distintivo un’ala d’aquila sovrastante le stelle della costellazione
                della Croce del Sud che rimandava al vecchio motto dell’Aeronautica somala del 1930
                “Australi sub cruce”.]]></page><page Index="408"><![CDATA[408                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             ni di Capo della Polizia. Il 1° aprile1950, al momento del trapasso dei poteri, era-
             no presenti in Somalia 25 ufficiali dell’Arma, 143 sottufficiali e 346 tra appuntati
             e carabinieri: in totale 514 unità. Tra i compiti, dunque, che l’Italia doveva  portare
             a  buon  fine,  nel  quadro  dell’avvio  all’indipendenza  della  Somalia,  oltre  la
             costituzione di una Forza Armata somalac’era anche quello di un Corpo di Polizia
             per il mantenimento dell’ordine pubblico e della stabilità del territorio. Il Coman-
             dante del Gruppo Territoriale dei Carabinieri doveva dunque assorbire la Somalia
             Police Force e costruire una Forza di Polizia che potesse essere un valido presidio
             per la futura indipendenza del territorio.
                I compiti istituzionali assegnati erano, oltre all’inquadramento e al governo
             del personale della Polizia somala, il mantenimento dell’ordine e della sicurezza
             pubblica, la tutela delle leggi vigenti, l’accertamento dei reati e le relative indagini
             di polizia giudiziaria, l’esecuzione dei mandati dell’autorità giudiziaria. Per quan-
             to concerneva il Gruppo Territoriale, cioè la parte del contingente con funzioni
             di Polizia, alla fine del marzo 1950 erano giunti in Somalia quattro Comandi di
             Compagnia, erano state organizzate otto Tenenze, una trentina di Stazioni e due
             “Nuclei mobili”, che avrebbero dovuto inquadrare i 2.000 uomini della Police
             Force, corpo che, subito dopo la cessione dei poteri, avrebbe preso il nome di
             Corpo di Polizia della Somalia. Gli elementi migliori e più qualificati della Police
             Force erano militanti o simpatizzanti della corrente dei “Giovani Somali” ostile
             all’Italia. A mano a mano, nei vari posti di guardia, dalla periferia verso il centro,
             subentrarono i Carabinieri. La cessione dei poteri si concluse a Mogadiscio, dove
             il 1° aprile del 1950 fu ammainato il vessillo di Sua Maestà Britannica e issato
             il tricolore. L’opera dei Carabinieri, oltre al mantenimento della sicurezza, era
             impostata nella duplice direzione riscontrata precedentemente nelle strutture di
             Esercito, Marina ed Aeronautica: preparazione professionale dei locali sul terri-
             torio e affinamento di tale preparazione in Italia degli elementi migliori. Il primo
             corso per Allievi Ufficiali di Polizia Somala ebbe inizio nel 1953 a Firenze presso
             la scuola Centrale Carabinieri per poi proseguire a Roma. i Carabinieri si impe-
             gnarono nella nascita di un corpo di Polizia in grado di affrontare i problemi di
             carattere prettamente militare, ordine pubblico e sicurezza, ma anche giuridico
             civile dando la giusta conoscenza del diritto penale civile e militare ai componenti
             della Polizia della Somalia che nacque nel 1956 con il nome di Forze di Polizia
             della somalia. i corsi seguirono anno dopo anno e furono incrementanti con corsi
             per l’addestramento in indagini tecniche di polizia giudiziaria per ufficiali, con-
             sentendo, nel 1958, al Colonnello Mohamed Abscir Mussa, ex frequentatore, di
             divenire Comandante delle Forze di Polizia della somalia. Dopo lo scioglimento
             dell’AFis e a seguito degli accordi di cooperazione tra italia e somalia rimasero
             in loco un Ufficiale e nove Sottufficiali e carabinieri per assistere nel loro operato
             le FPs e coadiuvarle nello svolgimento del proprio operato.]]></page><page Index="409"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        409




















































                        Cartina identificativa della divisione in sei zone del territorio


             Guardia di Finanza
                Un doveroso accenno anche al contingente della Guardia di Finanza che prese
             parte alla costruzione dello stato somalo dando un imprinting ad alcuni organi
             dello Stato per ciò che concerne la gestione e controllo dell’attività fiscale e tri-
             butaria.
                Il compito della Guardia di Finanza presente con 35 uomini di cui 4 ufficiali,
             quindici sottufficiali e sedici militari di truppa al comando di un Capitano era
             quello di creare una compagine capace di vigilare e tutelare le norme di carattere]]></page><page Index="410"><![CDATA[410                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             fiscale ed economico in cui inserire l’elemento somalo preparandolo all’assolvi-
             mento del compito con corsi per Finanzieri, Ufficiali e Sottufficiali.
                il piccolo nucleo si adoperò anche nella divulgazione della legislazione tri-
             butaria e all’assistenza dei contribuenti. Proprio dalla sinergia di tutte le attività
             messe in campo dalle varie compagini del Css vi fu un balzo in avanti nel settore
             economico e ciò mise subito alla prova i primi finanzieri impiegati già a partire
             dal 1954. Nel 1956, a scioglimento del CSS, la finanza passava alle dipendenze
             del Ministero per gli Affari finanziari ed alcuni Ufficiali vennero inviati a Roma
             per la frequenza dell’Accademia e Scuola di Finanza del Corpo. Nello stesso anno
             fu avviato lo studio ed il perfezionamento della parte legislativa dell’ordinamento
             per gli scambi commerciali con l’estero e sul regime valutario. Altro importante
             apporto fu dato dalla polizia tributaria di mogadiscio che realizzò uno schedario
             tributario attraverso una lunga -2 anni- e difficile opera di classificazione e censi-
             mento dei contribuenti.



             Conclusioni
                Il 1° gennaio 1956, con i decreti 16, 17 e 18 dell’amministratore fiduciario del-
             la Somalia, fu sciolto il Corpo di Sicurezza con il relativo comando e fu creato, al
             suo posto, “l’Esercito Somalia” che avrebbe amministrato i rimanenti reparti del
             CSS fino al loro assorbimento definitivo nelle “Forze di polizia della Somalia”,
             che avvenne entro il 1° giugno 1956.
                Erano passati solamente dieci anni tra la fine della guerra e il Congresso dei
             Paesi non allineati di Bandung (Indonesia), nel 1955, che segnò l’avvio concreto
             e rapido verso l’autodeterminazione di molti popoli. Il 1960 sarebbe stato, per la
             maggior parte dei Paesi africani, l’anno dell’indipendenza.
                 Già nel 1954 la Somaliail primo evento istituzionale la prima grande con-
             sultazione popolare per  le  elezioni  amministrative.  Vi  parteciparono  38.119
             elettori  su  50.740  iscritti  ai  registri elettorali. L’assenteismo fu elevato ma il
             primo passo era stato fatto e per molti il voto libero e segreto era  una  conquista.
             il  Decreto  del  6  settembre  1954  istituiva  la  Bandiera  somala  un rettangolo
             azzurro con al centro una stella bianca a cinque punte la cui paternità si deve ad
             un ex ufficiale di cavalleria Arnaldo Chiti che insieme ad un funzionario AFIS,
             Bernardo Pianetti, si ispirarono al “blu Savoia” ed allo Stellone d’Italia, o secondo
             i somali, alle cinque regioni della “Grande Somalia”.
                Il 29 febbraio 1956 si ebbero le elezioni politiche, il neo-Governo somalo alla
             prima assemblea legislativa approvava la legge riguardante la nascita del governo
             autoctono somalo avente effettività e poteri a partire dal gennaio 1957.
                La  transizione  politica  trovò  il  suo  apice  nel  1960  con  la  proclamazione
             di  una  somalia indipendente.
                Si può quindi concludere affermando che se gli obiettivi fondamentali del siste-]]></page><page Index="411"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        411



             ma dell’amministrazione fiduciaria, sanciti dalla carta ONU, sono stati raggiunti
             è stato anche grazie all’apporto incondizionato della compagine militare, il Corpo
             di sicurezza che creò in prima istanza una cornice di sicurezza per garantire l’or-
             dine pubblico e l’incolumità dei funzionari AFIS, sviluppando altresì una ampia
             gamma di impegni che non attenevano propriamente alla sfera dell’organizzazio-
             ne militare come l’istruzione primaria, l’alfabetizzazione su ampia scala, la for-
             mazione di tecnici nei settori scientifici e sanitari, la costruzione di infrastrutture,
             l’avvio del commercio e la specializzazione di pescatori, agricoltori ed artigiani.
                Il CSS è stato strumento flessibile ed incisivo nell’avvio di un paese all’indi-
             pendenza e nell’avvio del nostro verso l’affermazione internazionale.
                Il sacrificio fu alto in termini di risorse, anche umane dovute alla lontananza
             dalla madrepatria e ad un sovraccarico per i quadri del CSS che dovevano svolge-
             re attività didattiche differenziate e prolungate oltre l’impegno militare ed opera-
             tivo. Di fatto sull’impianto costruito si appoggiò l’Autorità somala nascente e vi
             poté contare per l’incipit di una nuova vita da Stato Indipendente.
                La chiusura, un po’ in sordina, dell’impegno del CSS va letta solo nell’ottica
             delle necessità dettate dalle difficoltà economiche e da questa considerazione si
             può quindi partire per riconoscere che l’Italia e le sue Forze Armate hanno dimo-
             strato la capacità di assolvere le nuove missioni per la stabilità e la pace, fornendo
             un apporto determinante a sostegno del “sistema paese” e del suo ruolo nell’ambi-
             to della comunità internazionale e delle grandi organizzazioni di sicurezza.
                Alla luce del concetto più ampio di sicurezza sviluppatosi negli ultimi anni, la
             sinergia tra attività militari e civili ha sicuramente costituito un importante trend
             dell’intervento italiano all’estero con lo sviluppo delle attività di cooperazione
             civile e militare (CIMIC), ossia di tutte quelle attività di coordinamento e coope-
             razione tra le forze armate e gli attori civili presenti in un teatro operativo.
                Ma già da allora, dall’esperienza dell’AFIS e del CSS, l’Italia aveva sperimen-
             tato la grande capacità della Forza Armata, uscita da un conflitto e subito pronta
             a rispondere efficacemente all’esigenza politica e civile dell’Italia del dopoguerra
             nonostante le molteplici difficoltà economiche e sociali del Paese, di essere stru-
             mento efficace di ricostruzione e crescita.]]></page><page Index="412"><![CDATA[]]></page><page Index="413"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        413


             La Spedizione Borsari in Terra del Fuoco.

             L’emigrazione e le tentazioni di ispirazione coloniale

             del dopoguerra.


             stefano PelaGGi    1



             Introduzione
                   industriale bolognese Carlo Borsari, tra il 1948 e il 1949, organizzò una spe-
             L’dizione, a seguito di un accordo con il Ministero della Marina argentino, e
             trasferì a Ushuaia nella Terra del Fuoco argentina 1070 persone, perlopiù emiliani
             e friulani. La spedizione Borsari rappresenta un caso emblematico per i flussi mi-
             gratori italiani, molte dimensioni diverse confluiscono nel progetto: dalla voglia di
             fuga da una condizione economica difficile per la maggior parte dei partecipanti
             alla necessità di sottrarsi alle possibili ritorsioni legate all’adesione al fascismo
             per una piccola minoranza fino alle esigenze dell’Argentina di Perón. La spedizio-
             ne Borsari rappresenta anche un unicum dal punto di vista demografico, all’epoca
             la popolazione di Ushuaia ammontava ad appena 2000 persone, e l’ideologia degli
             organizzatori era permeata da un forte senso di colonialismo di stampo ottocente-
             sco. La tragica vicenda costituisce l’ultimo esempio di una volontà dell’Italia di
             sviluppare delle relazioni e creare centri d’influenza con un paese estero tramite la
             gestione dei flussi migratori.


             L’emigrazione nel processo di ricostruzione del secondo dopoguerra
                Nell’immediato dopoguerra l’emigrazione tornò a essere un’opzione per molti
             italiani, a differenza delle aspettative della stragrande maggioranza dell’opinione
             pubblica e di molti politici che confidavano sulle necessità della ricostruzione
             per assorbire la totalità della manodopera nazionale. Gli avvenimenti della se-
             conda guerra mondiale e la volontà di cooperazione tra i vari stati sembrarono lo
             scenario ideale per una politica improntata ai liberi flussi migratori in Europa. In
             realtà, l’emigrazione clandestina continuò a essere un fenomeno diffuso in tutta la
             penisola, le politiche dirette a gestire e indirizzare i flussi migratori italiani furono
             perlopiù legati a specifiche esigenze della neonata Repubblica, come gli accordi
                                                                                    2
             con il Belgio per il carbone o la gestione dei prigionieri di guerra in Francia .
             L’emigrazione del dopoguerra fu soprattutto legata a un’attenta pianificazione dei

             1  Università di Roma “La Sapienza”.
             2  cfr. s. Rinauro, Il cammino della speranza. L’emigrazione clandestina degli italiani nel
                secondo dopoguerra. Einaudi, Torino 2009.]]></page><page Index="414"><![CDATA[414                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             flussi e a una serie di accordi con i vari paesi ospitanti. Nonostante gli investimenti
             realizzati grazie al Piano Marshall, le scelte del governo italiano non furono im-
             prontate a favorire l’occupazione ma dirette a sviluppare la grande industria. La
             capacità industriale duplicò la produzione nel 1951 rispetto all’anno 1937, mante-
             nendo invariato il tasso di occupazione.  Un risultato che fu frutto di una precisa
             scelta del governo italiano, come si evince dalla programmazione ipotizzata dai
                                                                    3
             giovani economisti antifascisti ancora prima della liberazione , per permettere di
             rilanciare la competitività internazionale del prodotto italiano compromessa dalle
             decadi di autarchia fascista. Una strategia che danneggiò l’occupazione e rese ne-
             cessario un massiccio ricorso all’emigrazione per soddisfare la pressante esigenza
             di un gran numero di disoccupati.
                Già,  nel  1944,  l’influente  economista  del  Partito  d’Azione  Libero  Lenti  in
             “Elementi economici per un piano di ricostruzione nazionale” indicava l’obiettivo
             della ristrutturazione produttiva come prioritario e individuava nell’emigrazione
             la condizione necessaria per garantire la ricostruzione italiana. L’economista era
             ben conscio dell’impopolarità della soluzione proposta ma giudicava indispensa-
             bili i flussi delle rimesse degli emigrati nelle zone più povere per sopperire agli
             inevitabili disagi del dopoguerra. Gli stessi prigionieri di guerra, militari e civili,
             furono in molti casi deliberatamente lasciati nei paesi di prigionia per alcuni mesi
             a seguito di accordi segreti con le nazioni europee che necessitavano la manodo-
                                             4
             pera per i processi di ricostruzione . Negli anni immediatamente successivi alla
             fine del secondo conflitto mondiale l’intero sistema Italia è impegnato a favorire
             l’emigrazione all’estero. L’esortazione del presidente del Consiglio Alcide De Ga-
             speri è indicativa: “Riprendete le vie del mondo.(….) Bisogna adattare a questa
             emigrazione le nostre scuole, i nostri insegnanti. Bisogna che partano armati di
             preparazione tecnica, ma bisogna tentare, in uno sforzo che il governo dovrà fa-
             vorire, di riprendere le vie del mondo: ché chi parte, anche se non tornasse subito,
                          5
             non è perduto ”. Oltre alla risoluzione del problema della disoccupazione, i poli-
             tici e gli economisti italiani erano ben consci dell’importanza delle rimesse degli
             emigranti nel quadro economico della ricostruzione.  Le scelte politiche italiane,
             comunque non diedero luogo a una strategia precisa sulla determinazione delle
             direzioni geografiche dei flussi migratori. La geopolitica dell’emigrazione restò
             legata a “scelte private, cui gli accordi bilaterali forniranno un quadro giuridico
             senza porre rimedio a una dispersione della massa migrante ancora più accentuata



             3  ivi, p.34.
             4  S. Rianuro, La disoccupazione di massa e il contrastato rimpatrio dei prigionieri di guerra,
                in “Storia in Lombardia”, XVIII (1998), n.2-3.
             5  Discorso di A. De Gasperi al III Congresso Nazionale della Democrazia cristiana, Venezia
                1949, riportato da L. Incisa di Camerana, Il Grande esodo. Storia delle migrazioni italiane
                nel mondo, Corbaccio, Milano 2003, p.299.]]></page><page Index="415"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        415



                           6
             che in passato” .  La spedizione Borsari è l’esempio di un’iniziativa privata, attua-
             ta grazie ad una serie di accordi bilaterali, ma rappresenta anche un vano tentativo
             di riportare in vita il collegamento del colonialismo all’emigrazione in America
             Latina, un’idea che alla fine del XIX secolo aveva influenzato molte scelte delle
                                               7
             politiche migratorie del Regno d’italia .  In un disegno, quello di usare l’emigra-
             zione come mezzo di penetrazione coloniale, che si è rivelato fallimentare.

             Perón e la scelta degli emigrati italiani
                Già dai primi anni Cinquanta, l’emigrazione verso i Paesi dell’America Latina
             subì un notevole arresto, con la significativa eccezione del Venezuela, a causa
             delle gravi crisi politiche, economiche e finanziarie che attraversarono la regione
             per tutto il secondo dopoguerra. I flussi dall’Italia sulle rive del Plata aumentarono
             negli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto ma già dal 1948 “l’e-
             migrazione in Argentina diminuì in termini assoluti e relativi. A causa di questo
             brusco crollo gli italiani che approdarono nel paese sudamericano furono il 12%
             del totale dei partiti e l’Argentina scese al terzo posto, dopo Svizzera e Francia, tra
                                      8
             le destinazioni privilegiate” . Gli emigrati che cercavano fortuna all’estero erano
             molto diversi dai loro precursori di qualche decennio prima, la scolarizzazione
             primaria e secondaria era molto più forte, la propaganda fascista aveva creato una
             coscienza nazionale attraverso i mezzi di comunicazione e la modernizzazione
             dei costumi aveva fatto dei notevoli progressi quasi ovunque nella penisola.  Gli
             emigrati italiani pronti a lasciare la patria nell’immediato dopoguerra rappresen-
             tavano i migliori candidati possibili per il paese sudamericano, che era alla ricerca
             di forza lavoro nel settore agricolo. ma soprattutto la politica argentina in tema
             di emigrazione era decisa a classificare e scegliere gli emigrati europei in base a
             distinzioni “etniche, ideologiche, morali, professionali, economiche, intellettuali
             e fisiche. In pratica il regime instaurato nel 1946 desiderava immigrati mediter-
             ranei, cattolici, di sicura affiliazione anticomunista e che quanto all’occupazione
             fossero o agricoltori o tecnici” . Gli emigrati italiani rappresentavano la miglior
                                         9
             opzione possibile per il governo argentino e le necessità dei rispettivi paesi con-
             vergevano su molti punti. La necessità della neonata Repubblica Italiana di fa-
             vorire l’emigrazione per ovviare alle carenze del mercato del lavoro e la volontà
             argentina di attrarre emigrati italiani, giudicati come il gruppo etnico preferito



             6  L. Incisa di Camerana, Il Grande esodo. Storia delle migrazioni italiane nel mondo, cit.,
                p.300.
             7  cfr. A. Franceschini, L’emigrazione italiana nell’America del Sud. Studi sulla espansione
                coloniale  transatlantica,  Roma1908,  Forzani  e A.  Brunialti,  Le  Colonie  degli  italiani,
                Torino 1897, Unione Tipografico Editrice.
             8  F.J. Devoto, Storia degli italiani in Argentina. Donzelli,  Roma 2007, p. 396.
             9  ivi, p. 406]]></page><page Index="416"><![CDATA[416                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                   sulla  base  di  una  presunta  capacità
                                                   d’integrazione nella vita sociale favo-
                                                   rirono i flussi tra i due paesi, nonostan-
                                                   te la situazione economica nello stato
                                                   sudamericano non fosse ideale. Perón
                                                   voleva  un’immigrazione  selezionata,
                                                   sana e culturalmente assimilabile, per
                                                   questo  l’emigrazione  italiana,  latina
                                                   e cattolica, era la preferita in partico-
                                                   lare  dopo la  chiusura della  frontiera
                                                   spagnola.  mentre  in  italia  la  politica
                                                   d’incentivazione   dell’emigrazione
                                                   non fu accompagnata dalla creazione
                                                   di enti e strutture dedicate alla gestio-
                                                   ne  dei  flussi,  l’Argentina  istituì  vari
                                                   organismi  per reclutare  direttamente
             Juan Peron                            immigrati, perlopiù in Spagna e in Ita-
                                                     10
                                                   lia .    La  creazione  della  Delegación
             Argentina de Inmigración en Europa (DAIE) nel 1946 fu il primo passo dello
             stato sudamericano per avviare una selezione degli emigranti e instaurare una
             serie di accordi con i paesi europei. Il ruolo della DAIE era quello di scovare gli
             agricoltori e i tecnici che avrebbero potenziato la capacità professionale del paese
             sudamericano, senza escludere gli esuli, i rifugiati e i criminali di guerra ospitati
             nei vari campi profughi della penisola. mentre l’unica discriminante del governo
             argentino per l’ottenimento di un visto di emigrazione era la, vera o presunta, fede
             nell’ideologia comunista o socialista. Tutti i questionari della DAIE contengono
             una dichiarazione dell’interessato che attesta la sua “sicura fede anticomunista” e
             spesso l’estraneità a movimenti dell’estrema sinistra doveva essere certificata da
             un membro della chiesa cattolica o da un esponente di un partito di destra. Emilio
             Franzina descrivendo i movimenti migratori in Argentina nel secondo dopoguerra
                                                                               11
             parla di “un argine internazionale o occidentale da opporre al comunismo”  .
                L’Argentina ospitò alcuni personaggi compromessi con il fascismo nell’imme-
             diato dopoguerra, Perón dichiarò più volte la disponibilità ad accogliere emigrati
             fascisti purché non si fossero macchiati di crimini gravi.  Spesso si trattava di
             persone che erano stati dei semplici simpatizzanti del fascismo o persone che
             avevano ricavato un vantaggio personale grazie all’adesione al regime o sempli-


             10  F.J. Devoto, El revés de la trama: políticas migratorias y prácticas administrativas en la
                Argentina (1919-1949), in “Desarollo Economico”, 2001, 162.
             11  E. Franzina, L’America gringa. Storie italiane d’immigrazione tra Argentina e Brasile.
                Diabasis, Reggio Emilia 2008. P. 129.]]></page><page Index="417"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        417



             cemente iscritti al partito che temevano ritorsioni. Lo stato sudamericano voleva
             soprattutto incentivare il trapianto di aziende europee in Argentina e a questo sco-
             po costituì la Comision Nacional de Radicacion de Industrias (CONRI) per faci-
             litare tutto l’iter burocratico legato ai permessi lavorativi, le procedure doganali
             e la logistica per il trasferimento dei macchinari. La maggior parte dei progetti
             riguardò aziende italiane, che ottennero 59 delle 71 autorizzazioni nel 1948 e 80
                     12
             nel 1949 . In questo contesto, assolutamente inedito perché fino a quel momen-
             to gli accordi tra paesi riguardavano esclusivamente lavoratori per mansioni non
             appetibili per i nativi, nasce la spedizione Borsari in Terra del Fuoco. Un altro
             elemento importante è costituito dal dato geografico, il governo argentino consi-
             derava lo sviluppo dell’industria nelle zone poco popolate nel sud del paese come
             una priorità assoluta.  La Terra del Fuoco, la regione più australe del Paese, pur
             rivestendo una grande importanza militare e strategica, era al tempo praticamente
             disabitata. “Il mondo alla fine del mondo” come lo chiamerà Sepulveda in un suo
             romanzo decine di anni dopo, era uno dei posti più inospitali della Terra.


             Progetti di colonizzazione, matrice fascista e fuga dalla povertà
                Carlo Borsari era il proprietario di una falegnameria con sede a Bologna, che
             produceva principalmente mobili e sedie, la ditta era di piccole dimensioni e im-
             piegava all’incirca trenta persone . L’impresa aveva reclutato lavoratori da tutta
                                           13
             l’Italia centrale e settentrionale, con prevalenza di emiliani, veneti e friulani. Le
             dichiarazioni rese da Borsari indicano come la ditta fosse specializzata nella co-
             struzione di edifici, strade, opere idrauliche e tunnel nelle aree fredde dell’Euro-
                            14
             pa settentrionale , mentre dalle interviste raccolte nel saggio della Sezzi e della
                                               15
             sigman non risultano tali competenze .  I colloqui per selezionare il personale si
             svolsero a Bologna, così come le visite mediche previste dagli accordi stipulati
             dal DAiE per prevenire l’assunzione di lavoratori affetti da gravi menomazio-
             ne  o eventuali malattie contagiose. Questa era una condizione necessaria per
             l’accettazione dei partecipanti, insieme ad una provata fede anticomunista in una
             selezione rigidamente supervisionata dal governo argentino. Tanto che gli uffici
             della Sottocommissione navale argentina chiesero esplicitamente di “rimpiazzare
             quelli su cui si ottengono informazioni che ne mettono in dubbio le posizioni






             12  F. Bertagna, la patria di riserva, Donzelli, Roma 2006.
             13  L.  Sezzi,  N.  Sigman,  Pionieri  del  progresso:  l’impresa  Borsari  in  Terra  del  Fuoco in
                “Emigrazione e consumi popolari, Storia e problemi contemporanei”, 34, XVI, Settembre-
                Dicembre, 2003, pp. 113-32.
             14  Decreto del Poder Ejecutivo n. 15085 del 22 Maggio 1948.
             15  L. Sezzi, N. Sigman, Pionieri del progresso: l’impresa Borsari in Terra del Fuoco, cit..]]></page><page Index="418"><![CDATA[418                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                         16
             ideologiche”  quando trapelò da fonti confidenziali una presunta appartenenza
             dei partecipanti a movimenti di estrazione comunista o socialista.
                La prima traversata avvenne sulla motonave Genova, un cargo trasformato
             per il trasporto passeggeri, che salpò dal porto ligure il 26 Settembre 1948 con
             poco più di 600 componenti alla volta della Terra del Fuoco, la più anziana era
             Maria Franchini di 66 anni mentre il più giovane Carlo Henninger era nato appe-
             na qualche mese prima dell’imbarco. La partenza fu celebrata da alcuni giornali
             locali con toni trionfalistici, che ricordavano la retorica colonialista della cam-
             pagna d’Africa, e un articolo in particolare creò un incidente diplomatico che
             rischiò di far naufragare l’impresa ancor prima dell’arrivo in Argentina. il brano
             di un quotidiano milanese ripreso dal “Giornale dell’Emilia” faceva riferimento
             agli emigranti come portatori di civiltà in una terra popolata da indigeni con i
                        17
             volti dipinti .  il console argentino a Genova trasmise il contenuto dell’articolo
             a Buenos Aires e pretese una smentita alle dichiarazioni. Le memorie di Triches
             contengono una copia dell’unico numero de “La Stiva”, il giornale di bordo stam-
             pato nel momento del passaggio all’Equatore e i toni sono sempre improntati ad
             una pretesa missione civilizzatrice degli emigrati italiani . La matrice tardo colo-
                                                               18
             niale della spedizione emerge anche dalla lista di materiali imbarcati sulla nave,
             dal necessario per costruire una chiesa, una scuola ed una palestra ad attrezzature
             per creare un cinema ad una biblioteca di 6000 volumi . sia gli organizzatori
                                                                19
             che la stampa locale fecero spesso riferimento a una nuova Bononia, dal nome
             latino di Bologna, in America meridionale mentre per il governo argentino la città
             sarebbe dovuta diventare una sede per lo sfruttamento delle materie prime locali,
             cellulosa in primis.  Anche il discorso dell’ambasciatore argentino in Italia, Ra-
             fael Ocampo Jimenez al momento della partenza della motonave Genova fu tutto
             teso a evidenziare le affinità spirituali del popolo argentino e italiano e la natura
                                              20
             pioneristica della spedizione Borsari .  La spedizione stessa fu presentata e pro-
             pagandata da parte italiana facendo riferimento a un “armamentario ideologico
             e a parole d’ordine del passato, nella fattispecie però più di stampo fascista che
             ottocentesco” . Come previsto nel contratto un sacerdote cattolico, padre Anto-
                         21

             16  Archivio General de la Armada, Comision naval en Europa, 40,  Informacion del Jefe
                de la Subcomision Naval en Italia, 1 Luglio 1948, da L. Sezzi, N. Sigman, Pionieri del
                progresso: l’impresa borsari in Terra del Fuoco, cit..
             17  F. Bertagna, la patria di riserva, cit., p.142.
             18  Trinches, 1948 La spedizione nella Terra del Fuoco, Inizio di una emigrazione. Argentina-
                Venezuela, s.e., Belluno 1996.
             19  “Giornale d’Italia”, Buenos Aires 28 Settembre 1948.
             20  L. Sezzi, N. Sigman, Pionieri del progresso: l’impresa borsari in Terra del Fuoco, cit.,
                p.122.
             21  F. Bertagna, Fascisti e collaborazionisti verso l’America (1945 – 1948) in AA.VV., Storia
                dell’emigrazione italiana, Donzelli, Roma 2009, p.361.]]></page><page Index="419"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        419



             nio Antonelli originario di Zara era presente sulla nave. il sacerdote esercitava un
             forte ascendente sui partecipanti alla spedizione e molte testimonianze riportano
             come il tono neocolonialista dell’avventura fosse onnipresente durante le omelie.
             La stampa etnica in Argentina si unì al coro con “L’Italia del popolo” che descrisse
             gli emigranti italiani come coloro che avrebbero trasformato una regione destinata
             unicamente a essere usata come colonia penale e “Il Giornale d’Italia” sottolineò i
                                                                            22
             grandi vantaggi per l’Argentina del flusso migratorio in Terra del Fuoco . Daniele
             Triches, uno dei partecipanti alla spedizione, sintetizza così nelle sue memorie le
             motivazioni e le speranze degli emigranti durante la traversata:
                      […] Uscivamo dalla guerra, la gente senza lavoro e la situazione,
                   anche internazionale, non era per niente tranquilla. Tra questi emi-
                   granti c’erano alcuni reduci di guerra e del fascismo, forse gerarchet-
                   ti che magari avevano la sola colpa di aver aderito, con un po’ più
                   di entusiasmo di altri, a quel movimento; un paio di professori, un
                   giornalista, ma la molla principale che ha convinto questa gente a
                   intraprendere l’avventura, credo sia stata principalmente, per alcuni il
                                                                             23
                   rifarsi una vita e, per i più, la speranza di una vita più agiata e sicura .
                Tutti i partecipanti alla spedizione concordano nel attenuare la matrice ideo-
             logica neofascista degli organizzatori e degli emigranti.  Anche se proprio uno di
             quei professori e il giornalista citato nelle memorie di Triches sono gli unici per-
             sonaggi direttamente riconducibili al regime fascista: sono Arturo Abati e Tullio
             Abelli. Entrambi ex repubblichini, restarono nella Terra del Fuoco per un breve
             periodo prima di trasferirsi nella capitale argentina dove continueranno a svolgere
             attività politica e giornalistica presso la stampa etnica . L’accurato studio di Fe-
                                                             24
             derica Bertagna sull’emigrazione fascista in Argentina ha ricostruito i movimenti
             di Abelli dalle carte della polizia italiana.  La sua partecipazione alla spedizione
             Borsari sembra essere una copertura per un’altra missione: costruire i rapporti tra
             il neonato Movimento Sociale Italiano (MSI) e i paesi sudamericani, in partico-
             lare Brasile e Argentina. Abelli, dopo aver combattuto con la RSI e contribuito a
             fondare i “Fasci di Azione Rivoluzionaria” si trasferirà in America Latina e il suo
             nome comparirà in numerosi rapporti della polizia politica e articoli non solo sulla
             stampa etnica ma anche su giornali dell’estrema destra italiana.






             22  cfr. L. Sezzi, N. Sigman, Pionieri del progresso: l’impresa borsari in Terra del Fuoco, cit.,
                p.122.
             23  Trinches, 1948 La spedizione nella Terra del Fuoco, Inizio di una emigrazione. Argentina-
                Venezuela, cit. , p.60.
             24  cfr. F. Bertagna, la patria di riserva, cit., p.218.]]></page><page Index="420"><![CDATA[420                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             L’arrivo in Terra del Fuoco.
                I primi problemi con i partecipanti alla spedizione affiorarono già durante la
             traversata. La navigazione durò trentadue giorni e fece scalo nei porti di Dakar,
             Las Palmas e montevideo. Furono accuratamente evitate ulteriori soste a Buenos
             Aires o sulla costa argentina, per timore di fughe e defezioni degli emigranti. La
             testimonianza, riportata nel saggio di Lezzi e Sigman, della signora Preto riporta
             delle manifestazioni della comunità italiana di Montevideo all’arrivo della nave
             nel porto. Dalle banchine del porto, gli italiani incitavano i connazionali imbarcati
                                                                      25
             a scendere per evitare di venir uccisi dagli indios in Patagonia .  Non ci sono
             altre testimonianze sulla stampa etnica che possono avvalorare questa versione,
             comunque la possibile fuga dei partecipanti era stata preventivata dagli organiz-
             zatori che avevano concordato che la nave diretta in Terra del Fuoco “non doveva
                                               26
             toccare nessun altro porto argentino” . La nave giunse a Ushuaia il 28 ottobre
             1948, data emblematica vista la presunta matrice fascista della spedizione, ma lo
             sbarco dei passeggeri avvenne il giorno successivo.
                La storiografia argentina ha raccontato di una discesa a terra dell’equipaggio
             nella giornata del 28 Ottobre, con un vero e proprio corteo in divisa per le vie
                      27
             della città . Le testimonianze dirette dei partecipanti raccolte nel saggio di sezzi
             e Sigman contraddicono questa versione, mentre la divisa era un’uniforme color
             cachi acquistata in blocco da una rimanenza dell’esercito statunitense. Nell’attesa
             della costruzione delle case prefabbricate le famiglie furono sistemate in due ca-
             pannoni, mentre altri membri dell’equipaggio dormivano sulla nave. Il villaggio,
             chiamato “Villaggio nuovo” dagli italiani, era destinato a ospitare anche il nuovo
             contingente di emigranti con le loro famiglie, per questo motivo erano previsti ben
             141 alloggi. I partecipanti non erano assolutamente pronti al rigido clima australe,
             durante la fase di selezione del personale erano stati frequentemente fatti dei ri-
             ferimenti a un clima simile a quello italiano e a una terra dalle mille opportunità.
             Dopo appena alcuni mesi dallo sbarco in Terra del Fuoco alcuni emigranti torna-
             rono in Italia o si trasferirono nelle provincie più a Nord, a riprova delle grandi
             difficoltà di vita in Patagonia e delle mancate aspettative rispetto alle promesse
             della vigilia. Gli organizzatori cercarono di arginare la situazione e si arrivò al
             sequestro dei beni per coloro che erano intenzionati a lasciare Ushuaia, l’accordo
             italo - argentino prevedeva il risarcimento del costo del biglietto in caso di rientro
             prima dei tempi stabiliti. il contratto aveva durata di due anni e solo nel settembre
             del 1949 la pratica del sequestro dei beni fu sanzionata dal governo argentino.  La


             25  Ushuaia, 1884 -1984, Cien años de una ciudad argentina, Ushuaia 1984, da L. Sezzi, N.
                Sigman, Pionieri del progresso: l’impresa borsari in Terra del Fuoco, cit..
             26  L. Sezzi, N. Sigman, Pionieri del progresso: l’impresa borsari in Terra del Fuoco, cit., p.
                123.
             27  cfr. A. Canclini, Tierra del Fuego. Su historia en istoria. Galerna, Buenos Aires 1986.]]></page><page Index="421"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        421



































                                   Gli operai della Borsari a Ushuaia.
                           Al centro, con il cappello l’imprenditore Carlo Borsari



             testimonianza di Luciano Preto, ebanista bolognese impiegato presso la ditta Bor-
             sari che ha seguito il principale nell’avventura in Terra del Fuoco, è emblematica:
                      Era un desastre, c’era il carcere, qualche casa dei vecchi coloni
                   e nient’altro. Ci avevano mostrato le foto delle case in cui saremmo
                   andati a vivere ma tutto quello che trovammo fu un’enorme capan-
                                                        28
                   none che era stato allestito per accoglierci .
                La giornata lavorativa durava dalle 12 alle 14 ore e veniva spesa perlopiù nella
             costruzione di case per sottufficiali, di un macello e di una centrale idroelettrica
             che si rivelerà non fruibile a causa dell’insufficiente pressione dell’acqua. A un
             anno dall’arrivo entrò in funzione una fabbrica di legno compensato, che occupa-
             va quasi esclusivamente manodopera femminile. Questa struttura era un attività
             privata di Borsari e fu l’unica che resterà in vita per molti anni. Il 5 agosto 1949
             salpò da Genova la Giovanna C. con 520 passeggeri, insieme con altri emigranti


             28  L. B. Zamora, Luciano Preto? Un canto a la vida in Punto y Coma, 1982-1987, Cinco años
                en la historia fueguina, Ushuaia 1987, p.33 da L. Sezzi, N. Sigman, Pionieri del progresso:
                l’impresa borsari in Terra del Fuoco, cit.]]></page><page Index="422"><![CDATA[422                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                   29
             destinati in diverse località della Patagonia , che costituivano la parte restante dei
             partecipanti all’impresa. All’arrivo in Terra del Fuoco l’8 settembre 1949  i segna-
             li del fallimento del progetto di Borsari erano già ben visibili tanto che il deputato
             socialista Fernando santi in una interrogazione parlamentare del 22 settembre
             1949 denuncia le condizioni dei partecipanti alla spedizione Borsari e arriva ad
             accusare il ministero degli Esteri  di una mancata vigilanza sull’intera vicenda.
             L’articolo del “Risorgimento”, un giornale della comunità italiana di Buenos Ai-
             res di tendenza neofascista, che celebra l’arrivo di nuovi “pionieri per una delle
                                                             30
             più belle e proficue imprese dell’emigrazione italiana”  resta l’unico eco dell’en-
             tusiasmo che aveva accolto il primo contingente appena un anno prima. Di lì
             a pochi mesi la riduzione dei fondi destinati alla costruzione dell’insediamento,
             originata da un cambio ai vertici del Ministero della Marina, decretò il fallimento
             dell’impresa e il rientro o lo spostamento in altre zone dell’Argentina della mag-
             gior parte degli emigrati.

             Conclusioni
                L’impresa Borsari ricorda altre sciagurate avventure degli emigrati italiani, su
             tutte l’odissea dei trevigiani in Nuova Caledonia nel 1880 . Le altre tragiche vi-
                                                                 31
             cende dell’emigrazione italiane sono avvenute perlopiù a fine Ottocento o all’i-
             nizio del Novecento, in un contesto storico e sociale totalmente differente. Gli
             storici, sia argentini sia italiani, e i partecipanti alla spedizione concordano nel
             giudizio negativo dell’esperienza in Terra del Fuoco. Arnoldo Canclini sintetizza
             così l’insediamento in Terra del Fuoco: si può dire che questo tentativo di popola-
             mento non ebbe successo. Una parte importante degli immigrati, non soddisfatti
             con la situazione che trovarono, tornò nella sua terra. Si deve ricordare che, in
             maggior o minor misura, successe lo stesso con esperienze simili in altri punti del
             paese. Tutti dicono però che in Ushuaia non si rispettarono i vincoli contrattuali,
             situazione molto grave se si pensa alle condizioni di vita nella regione. inoltre il
                                                                                   32
             fatto che il contratto durasse solo due anni diede a molti la possibilità di tornare .
                Mentre l’insistenza sulla matrice fascista, evidenziata dalla storiografia argen-
             tina negli anni recenti, non trova un riscontro nelle dichiarazioni degli interessati,
             né dai documenti ufficiali. Entrambi gli accurati studi pubblicati sulla spedizione
             Borsari, della Bertagna e della Sezzi e Sigman concordano nella connotazione



             29  L. Sezzi, N. Sigman, Pionieri del progresso: l’impresa borsari in Terra del Fuoco, cit., p.
                129.
             30  Risorgimento, Buenos Aires 26 Agosto 1949 da L. Sezzi, N. Sigman, Pionieri del progresso:
                l’impresa Borsari in Terra del Fuoco, cit..
             31  A. Stella, Paradiso fantasma vendesi. Da Treviso all’Oceania tra imbrogli e cannibali in
                “Odissee. Italiani sulle rotte del sogno e del dolore”. Rizzoli, Milano 2004.
             32  A. Canclini, Tierra del Fuego. Su historia en istoria. Galerna, cit., p. 302]]></page><page Index="423"><![CDATA[IV SeSSIone - CaSI dI StudIo                                        423



             nazionalistica e tardo coloniale dell’impresa, senza collegare direttamente i par-
             tecipanti o gli organizzatori a un fuoriuscitismo di stampo fascista. Le uniche
             eccezioni citate nel contributo e i relativi legami con il movimento italiano Fem-
                                                                                   33
             minile (MIF) della principessa Pignatelli vengono interpretati come casi singoli ,
             probabilmente i soggetti in questione hanno approfittato della spedizione per poter
             usufruire di un viaggio in Argentina. i giudizi su Carlo Borsari non sono univo-
             ci, ma tutti riconoscono nel promotore dell’impresa una figura vicina a quella
                                          34
             dell’imbroglione o del transfuga . L’unico quesito insoluto della vicenda che le
             ricerche per il saggio “Pionieri del progresso”, cui questo testo è fortemente de-
             bitore, non hanno chiarito, riguarda le motivazioni che hanno spinto le banche
             bolognesi prima, e la Marina argentina poi, a dar credito a Carlo Borsari in una
             impresa che risulta sovradimensionata rispetto alle sue possibilità e al suo percor-
             so imprenditoriale.  Alcuni dei partecipanti alla spedizione decisero di rimanere in
             Terra del Fuoco e riuscirono a conquistare un posto di rilievo nella società locale.
                Negli anni seguenti, il governo argentino decise di dare una spinta allo svilup-
             po dell’area e aumentò gli investimenti, favorendo una nuova emigrazione interna
             dal Nord del paese. L’intervista di Odino Querciali, proprietario di un negozio a
             Ushuaia, pubblicata in Italia da “La Repubblica” nel 2000 ripercorre i difficili mo-
             menti dei primi anni in Patagonia, per soffermarsi sull’orgoglio delle sue origini.
                Non mi emoziona più di tanto sapere che sono l’italiano más australe del mun-
             do, so solo che l’Italia mi è parsa sempre più lontana, più lontana della luna, men-
             tre il Polo Sud mi è più familiare e poi che cosa ha fatto per me, per noi l’Italia? Io
                                                                                   35
             non ho preso la nazionalità argentina. Sono rimasto italiano. In cambio…mah… .
                Molte attività e negozi a Ushuaia ancora hanno insegne in italiano, a memoria
             di un gruppo di emigrati che hanno dovuto affrontare terribili difficoltà in una
             terra ostile e disabitata, in un altro tassello di quegli uomini e donne che hanno
             fatto “la Merica”.

















             33  F. Bertagna, la patria di riserva, cit., p.138.
             34  L. Sezzi, N. Sigman, Pionieri del progresso: l’impresa borsari in Terra del Fuoco, cit.,
                p.126.
             35  La Repubblica, 25 Gennaio 2000.]]></page><page Index="424"><![CDATA[424                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate]]></page><page Index="425"><![CDATA[Atti del Congresso internAzionAle                                   425



                                          ’
                                       litalia 1945-1955

                                la ricostruzione


                                                         del Paese



                          e le FORZe aRMaTe



                      congresso di studi storici internazionali
                      congresso di studi storici internazionali

                                     CIsM - sapienza Università di Roma











                        II GIORNATA 21 NOVEMBRE 2012


                                                       Workshop


                               giovani ricercatori]]></page><page Index="426"><![CDATA[]]></page><page Index="427"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        427


             La fine del conflitto e la parabola del separatismo

             siciliano (1943-1951)



             antonello BattaGlia




                   ra il 6 e l’11 giugno 1943, l’operazione d’attacco su Pantelleria, iniziata
             T ufficialmente il 18 maggio, venne ulteriormente intensificata con lo sgancio
             di circa 5000 tonnellate di ordigni e il massiccio attacco simultaneo della flotta.
             L’ammiraglio Pavesi – viste le difficili condizioni in cui versava la popolazione
             e la difficoltà nel contrastare l’imminente sbarco degli Alleati e nonostante le
             difese dell’isola fossero ancora in discrete condizioni – decise la capitolazione
             della piazzaforte. il giorno successivo a Palermo si ebbe la prima sortita pubblica
             di un inedito “Comitato d’azione provvisorio” che, appellandosi all’orgoglio del
             popolo siciliano, esortava alla resistenza passiva contro il regime fascista, reo
                                       1
             delle lunghe sofferenze patite .
                Dopo l’inizio dell’Operazione Husky, il comitato assunse il nome ufficiale di
             Comitato per l’Indipendenza Siciliana e i proclami e gli appelli alla popolazione
             locale si moltiplicarono marcando l’imminente fine del fascismo insieme alla crisi
                                              2
             e alla decadenza dello stato unitario . Le speranze del “risorgimento nazionale
             siciliano”, così come era definito, erano pertanto legate al processo disgregativo
             italiano. In uno dei manifesti palermitani, il comitato affermava:

                   «[…] L’unità d’Italia, e non per colpa nostra, è spezzata e la Sicilia
                vuole organizzarsi, governarsi e vivere separatamente, da sé. Il nuovo stato
                libero e indipendente di sicilia a regime repubblicano deve sorgere e sorge-
                                                                           3
                rà perché questa è l’indefettibile volontà del popolo siciliano […]» .
                i promotori dell’iniziativa erano Fausto montesanti e l’on. Andrea Finocchiaro
             Aprile, ex sottosegretario alla Guerra e alle Finanze dei governi Nitti e Nitti II. Il
             29 luglio dopo l’occupazione alleata dell’isola, quest’ultimo inviò un appello al
             generale britannico Harold Alexander, comandante dell’AMGOT (Allied Milita-
             ry Government of Occupied Territory), in cui sottolineava i punti essenziali delle


             1  Il testo integrale dell’appello che definiva la Sicilia « […] tre volte maestra di civiltà
                all’Italia e all’Europa, trascurata e avvilita da un governo di filibustieri […]» è intito-
                lato Palermitani, popolo di Sicilia, l’ora delle grandi decisioni ci chiama a raccolta e si
                trova presso l’Archivio Finocchiaro Aprile (da ora in poi AFA), doc. 1943, Palermo, 12
                giugno, 1943.
             2  G. C. Marino, Storia del separatismo siciliano, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 18.
             3  AFA, doc. 1943, Palermo, 10 luglio 1943.]]></page><page Index="428"><![CDATA[428                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             rivendicazioni siciliane: a) Il diritto storico della Sicilia all’indipendenza; b) La
             necessità del plebiscito in virtù del principio dell’autodeterminazione dei popo-
             li; c) La liberazione dei prigionieri siciliani; d) Il rifiuto dell’autonomia definita
                                                                                    4
             «vecchio e obsoleto tranello» per mantenere la Sicilia legata allo Stato italiano .
             L’assetto politico perseguito era quello di una repubblica indipendente con base
             democratica e struttura bicamerale. si proponeva l’immediata creazione di un go-
             verno provvisorio che, entro due mesi, avrebbe chiamato il popolo a votare la nuo-
             va forma di governo, a eleggere i membri dell’assemblea nazionale costituente e a
             scegliere il primo Presidente della Repubblica che, a sua volta, avrebbe nominato il
                          5
             primo governo . il leader del movimento cercava di combinare l’assetto parlamen-
             tare britannico con quello presidenziale statunitense puntualizzando la volontà po-
             litica di consegnare il nuovo Stato al «sistema delle alleanze inglesi e americane» 6
                il Comitato per l’Indipendenza Siciliana agiva in un momento di grande crisi
             politica, economica, sociale e militare appropriandosi delle aspirazioni popolari di
             libertà e dell’antifascismo come elementi fondanti della propria azione.
                La Sicilia era una terra devastata dal conflitto e ridotta alla miseria: 112.000
             abitazioni distrutte, 100 ponti abbattuti, 2300 km di strade intransitabili, 20 km di
             banchine portuali inservibili. Le campagne erano ormai improduttive a causa della
             mancanza di concimazione ed irrigazione, così come i commerci erano bloccati
             per scarsità di arterie transitabili, per la carenza di ricambi e per la requisizio-
             ne dei mezzi di trasporto da parte delle forze Alleate. La pesca era proibita e la
             produzione industriale, già molto scarsa nel periodo prebellico, si era arrestata a
             causa dei pesanti bombardamenti . Gran parte della popolazione si era trasferita
                                           7
             in campagna per sfuggire alle bombe e ai combattimenti seguiti allo sbarco, ed il
             mercato nero divenne una delle principali attività. La razione di pane giornaliera
             era ridotta e nell’inverno del 1944 sarebbe stata anche inferiore a quella preceden-
             te l’occupazione. L’introduzione delle amlire accrebbe l’inflazione, incrementò i
             prezzi contribuendo al peggioramento della precaria situazione aggravata ulterior-
             mente dal notevole numero di detenuti scarcerati o evasi dalle prigioni. il tasso
             di delinquenza era in costante aumento e le azioni violente erano agevolate dalla
             facile possibilità di reperimento di armi sui campi di battaglia.
                In questo contesto di notevole drammaticità e confusione, caratterizzato dalla
             vacanza dello Stato e anche dall’assenza di partiti politici ancora non riorganizzati,

             4  AFA, Ep. 1943, Lettera del Comitato per l’Indipendenza Siciliana al colonnello Charles
                Poletti, Palermo, 29 luglio 1943.
             5  Per  un  approfondimento  vedi  A.  Finocchiaro  Aprile,  Il Movimento Indipendentista
                Siciliano, Libri Siciliani, Palermo 1966 (a cura di Massimo Ganci).
             6  AFA, Ep. 1943, Lettera del Comitato per l’Indipendenza Siciliana al colonnello Charles
                Poletti, Palermo, 29 luglio 1943.
             7  Cfr. F. Cappellano, L’Esercito in Sicilia (1944-1946), in «Storia Militare», n. 126, marzo
                2004.]]></page><page Index="429"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        429



             il separatismo si poneva come un movimento di rinascita e di riscatto accettando
             le istanze di ogni categoria sociale e divenendo il punto convergente delle istanze
             del notabilato locale, dell’aristocrazia, della borghesia urbana, dei ceti popolari e
             della mafia, in un momento di inedita, momentanea e fatua fusione sociale.
                Oltre ai fattori “interni”, il separatismo riuscì a ottenere l’appoggio “esterno”
             delle forze di invasione anglo-americane il cui approccio, non sempre chiaro e de-
             finito, può essere schematizzato in quattro momenti: in una prima fase, precedente
             lo sbarco in Sicilia, gli Alleati appoggiarono il movimento per ottenere consenso
                                              8
             e avere aiuto nel controllo dell’isola . in una seconda fase il sostegno aumentò
             ulteriormente perche si utilizzò il separatismo in maniera strumentale, come ele-
             mento destabilizzatore dell’ordine fascista. Dopo la caduta del regime, tra il 25
             luglio e l’8 settembre, il separatismo fu appoggiato e utilizzato come minaccia e
             forza disgregatrice del Regno d’Italia al fine affrettare l’armistizio da parte del
             governo Badoglio. Dopo la resa italiana, l’appoggio Alleato iniziò a scemare in
             quanto diveniva essenziale compattare e garantire l’unità dell’Italia monarchica
             contrapposta alla Repubblica sociale italiana.
                i programmi del movimento per l’indipendenza siciliana erano inizialmente
             vaghi. Nei documenti custoditi presso l’Archivio Finocchiaro Aprile si trovano
             dei dattiloscritti privati da inviare agli Alleati in cui le cancellature non sono sol-
             tanto di carattere grammaticale, ma soprattutto sostanziale: da “Repubblica libera
             e indipendente” a “Repubblica libera e autonoma” .
                                                          9
                Al proposito commenta Giuseppe Carlo marino:
                   «[…] La difficoltà di elaborazione teorica nelle quali si imbattè subito il
                movimento non sono da addebitare soltanto alla scarsa fertilità ideativa dei
                suoi leaders. Il problema in realtà era molto arduo, e si sarebbe potuto ten-
                tare di risolverlo volta per volta con improvvisati dosaggi di affermazioni
                              10
                ritrattabili […]» .
                In una lettera inviata a Churchill, Finocchiaro Aprile sottolineava il carattere
             antisovietico e anticomunista della futura repubblica siciliana, rammentando la
             presenza inglese e l’importanza strategica che aveva avuto l’isola durante il pe-
             riodo napoleonico e offrendo, nell’ottica di un ulteriore potenziamento inglese nel
                                                            11
             Mediterraneo, il protettorato a re Giorgio VI Windsor .

             8  I  servizi  segreti  americani  e  in  seguito  l’AMGOT  si  avvalsero  di  esponenti  del
                separatismo e della mafia, prima nella preparazione dei piani di sbarco per ridurre
                la volontà di resistenza dei reparti dell’Esercito italiano, poi nella gestione dei primi
                contatti con la popolazione locale nella nomina delle prime cariche amministrative.
             9  AFA, Doc. 1943, appunto manoscritto di Andrea Finocchiaro Aprile.
             10  G. C. Marino, op. cit., p. 39.
             11  AFA,  Doc.  1943,  minuta  ds.  In  cima  è  indicato  il  destinatario  «Al  Primo  Ministro
                d’Inghilterra Whiston Churchill - Londra», Palermo, 20 settembre 1943.]]></page><page Index="430"><![CDATA[430                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Dopo aver cercato la legittimazione “esterna” ricorrendo agli Alleati, il MIS
                                                                                    12
             decise di organizzare una vasta campagna di propaganda per allargare il consen-
             so e ottenere l’agognata legittimazione popolare. Nella Sicilia orientale, Antonio
             Canèpa – professore di Dottrine Politiche della Regia Università di Catania, di
             ritorno dall’esperienza partigiana e conosciuto con lo pseudonimo di mario Turri
             – decise di pianificare una cospirazione “anarco-sicilianista” grazie all’appoggio
             della famiglia dei duchi di Carcaci e di altri militanti quali Concetto Gallo e Atti-
             lio Castrogiovanni . La sua instancabile attività presso l’ateneo universitario gli
                              13
             permise di ottenere un vasto seguito di giovani militanti che sarebbero diventati,
             nei primi mesi del 1945, i primi soldati dell’EVIS (Esercito Volontario per l’indi-
             pendenza della Sicilia) .
                                  14
                All’indipendenza siciliana conclamata dal MIS, si contrappose la proposta co-
             munista di una Repubblica federativa siciliana con governo socialista, in seno
             alla Federazione delle repubbliche italiane. Anche in questo caso l’idea appari-
             va confusionaria in quanto proponeva allo stesso tempo un largo decentramen-
             to, l’autonomia e la federazione: «Il decentramento amministrativo non basta per
             l’autonomia e l’autonomia non basta per la federazione, posto che quest’ultima
             presuppone l’esistenza di stati dotati di una formale sovranità di diritto internazio-
             nale e non proprio di una mera autonomia amministrativa» .
                                                                 15
                Nel momento di grande crisi, disorganizzazione politica e di mancanza di va-
             lide alternative, il separatismo si poneva come movimento onnicomprensivo del
             popolo siciliano.
                Il 9 dicembre 1943, a Palermo, il comitato centrale del MIS si riunì in seduta
             plenaria redigendo una richiesta ufficiale inoltrata al comando dell’AMGOT in
             cui si esortavano gli Alleati a evitare di rimettere l’isola nelle mani del governo
             Badoglio. La richiesta era stata firmata da Finocchiaro Aprile, Francesco Termi-
             ni, Santi Rindone, Luigi La Rosa, Giuseppe Faranda, Girolamo Stancanelli, Do-
             menico Cigna, Giovanni Gurino Amella, Antonio Parlapiano Vella, Edoardo Di




             12  Il separatismo divenne “movimento” nel febbraio del 1944.
             13  Vedi A. Caruso, Arrivano i Nostri, , Longanesi, Milano, 2004, pp. 138 e segg. Vedi anche
                l’articolo F. Renda, Canepa, l’intellettuale separatista e guerriero, «La Repubblica» di
                Palermo, 5 agosto 2008.
             14  Nel  1933  Canèpa  aveva  tentato  un  colpo  di  stato  a  S.  Marino  per  dimostrare  la
                presenza  attiva  di  nuclei  antifascisti.  Il  coup de main  era  fallito,  il  professore  era
                stato tratto in arresto ma scarcerato nel 1934 per aver ottenuto il riconoscimento
                dell’infermità mentale da lui simulata. Durante il Secondo conflitto mondiale era stato
                particolarmente attivo in azioni di sabotaggio ai danni di postazioni tedesche come
                l’attacco alla base aerea di Gerbini, a Motta Sant’Anastasia, il 9 giugno 1943. Dopo
                l’inizio dell’Operazione Husky, si era trasferito in Toscana dove aveva preso parte alla
                resistenza partigiana prima di ritornare in terra natia.
             15  G. C. Marino, op. cit., p. 55.]]></page><page Index="431"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        431
































                                      Andrea Finocchiaro Aprile



             Giovanni e mariano Costa. si minacciarono spontanee sommosse popolari nel
             tentativo di conservare l’identità siciliana.
                L’appello del comitato non fu accolto e, a prescindere, fu ripristinata la sovra-
             nità italiana sulla Sicilia. I vertici dell’AMGOT tuttavia proposero e ottennero
             l’istituzione di una figura istituzionale ad hoc per limitare le frizioni del separati-
             smo: l’Alto Commissario. Oltre a prefetti e questori, l’Alto Commissario diveniva
             il più importante strumento di decentramento politico-amministrativo pertanto l’i-
             niziativa mirava a placare le proteste del mis tracciando una forma di proto-auto-
             nomia e iniziando a definire un trend che si sarebbe affermato nel dopoguerra. La
             strategia alleata fu complessivamente accettata con molte riserve da parte del mis
             che, da una parte apprezzava il riconoscimento di uno status differente dalle altre
             regioni, ma dall’altra contestava il provvedimento perché era facilmente intuibile
             che il massimo risultato sarebbe stata l’autonomia e non l’indipendenza. Non era
             intenzione degli Alleati, dunque, frammentare territorialmente il già debole Regno
             del sud e dare seguito alle richieste del comitato separatista.
                L’antibadoglismo e l’opposizione alla monarchia divennero i nuovi argomenti
             salienti della propaganda del mis che cercava di convogliare al suo interno anche
             i repubblicani. Finocchiaro Aprile, per guadagnare l’appoggio cattolico, richiese
             a Pio Xii di benedire e perorare la causa siciliana non escludendo un possibile
             trasferimento della sede pontificia a Palermo, in caso di necessità di fuga dal Va-]]></page><page Index="432"><![CDATA[432                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                   16
             ticano . Negli stessi giorni del febbraio 1944 veniva fondato a Catania il Gruppo
             giovanile d’azione che contribuì alla diffusione delle idee separatiste non ricono-
                                                                                   17
             scendo «l’azione del neofascista governo di Badoglio, tirannico e usurpatore» .
             Finocchiaro Aprile accettando obtorto collo l’istituzione dell’Alto Commissario
             propose che venisse almeno designato l’on. Francesco Musotto, questore di Paler-
             mo, antifascista e simpatizzante del MIS. La richiesta venne accettata, il 4 marzo
             Musotto ricevette la nomina ufficiale e, pur contestando i componenti della giun-
             ta consultiva (Aldisio, Altomare, Guarnieri, La Loggia, Mattarella, Monteforte,
                                                                             18
             Montalbano, Saitta e Taormina), i membri del MIS si dissero soddisfatti . il neo
             Alto Commissario dovette ricoprire il delicato incarico e svolgere il difficile com-
             pito di mediatore tra separatismo e governo, tra il centro e la periferia e presto
             venne contestato sia dal governo Bonomi che lo riteneva un filoseparatista, sia dal
             mis che giudicava la sua condotta priva di zelo e scarsamente attiva nella difesa
             delle istanze siciliane . Il governo, su forte impulso del CLN, pertanto decise di
                                19
             sostituirlo con il gelese Salvatore Aldisio, poi Ministro degli Interni dall’aprile al
             giugno 1944, notoriamente impegnato nella difesa dell’unità del Paese in una pro-
             spettiva politica ampiamente concordata con De Gasperi e caldeggiata da Luigi
             sturzo mirata a debellare il separatismo e assicurare alle forze politiche antifasci-
             ste il governo del nascente Stato democratico. Nel novembre del 1943, Aldisio,
             manifestamente repubblicano, era stato tra i firmatari del manifesto antiseparatista
             del Fronte unico siciliano . La sua nomina destò la dura opposizione del mis nei
                                    20
             cui confronti il governo iniziava ad attuare una decisa politica di opposizione. Fi-
             nocchiaro Aprile accusò pubblicamente Aldisio di essere fascista e di mantenere
             ancora i rapporti con Mussolini e a tal proposito diffuse una lettera – la cui falsità
             venne presto dimostrata – in cui il presidente, de facto, della Repubblica Sociale
             italiana gli scriveva:

                   «Caro Aldisio, ho notizia dell’azione ferrea che svolgi nel centro geo-
                grafico del nostro perduto impero. Riconoscendo le tue benemerenze, ho
                disposto che ti venga concesso l’onore della tessera con anzianità 1922.
                Tira dritto. Tieni duro. Vedrò poi per la Sciarpa Littoria. Al mio ritorno
                avrai un portafoglio, forse quello delle colonie, perché la Sicilia è l’unica



             16  AFA, Doc. 1943, minuta ds. In cima è indicato il destinatario: «A sua Santità il Pontefice
                Pio XXII, Città del Vaticano», Palermo, 22 giugno 1944.
             17  AFA, Doc. 1944, Ordine del giorno del gruppo giovanile di Catania, 18 febbraio 1944.
             18  Per approfondimento vedi F. Gaja, L’esercito della lupara, Maquis, Milano, 1990.
             19  G. C. Marino, op. cit., pp. 74-75. Vedi anche F. Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai
                giorni nostri, III vol., Sellerio, Palermo, 2003.
             20  Al  proposito  si  veda  G.  Costa,  Salvatore Aldisio  - Una  vita per il Meridione,  in  «La
                Discussione»,  23  luglio  1984,  n.  30  e  G.  Orlandi  (a  cura  di),  Atti del Convegno
                Internazionale di Studi tenuto a Gela il 23-24-25 gennaio 1959, Zangara, Palermo, 1959.]]></page><page Index="433"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        433



                colonia che ci resta. Grazie dell’ospitalità che dai ai miei fidi nel partito
                                                         21
                democratico cristiano. A chi la Sicilia? A noi!» .
                Il testo venne diffuso per screditare la figura di Aldisio e alimentare nelle mas-
             se la convinzione di una sicilia sfruttata e considerata una mera terra coloniale da
             cui trarre profitto. Verosimile invece era il processo di assorbimento di molti ex
             fascisti nei ranghi della nascente DC.
                Stante l’azione governativa, l’aumento della tensione e contestualmente la gra-
             ve crisi alimentare, alla fine del dove lo sciopero dei dipendenti comunali, a cui
             si aggiunse la protesta per il carovita, si trasformò in una strage. Al proposito le
             fonti sono contrastanti e riflettono gli orientamenti politici dell’epoca. I rapporti
             ufficiali raccontano del coinvolgimento di militanti separatisti che, approfittando
             della confusione, lanciarono una bomba a mano contro un automezzo carico di
             soldati del 139° fanteria, provocando il ferimento di undici militi e la conseguente
             reazione armata. Fonti vicine al mis raccontarono invece che la bomba a mano
             fosse stata sganciata dagli stessi soldati e per errore lanciata in prossimità dell’au-
             tomezzo militare. Al di là delle versioni, il bilancio dello scontro fu di 24 civili
             morti e un centinaio di feriti tra cui, come detto, 11 militari. L’episodio acuì ulte-
             riormente la tensione.
                Il MIS era ormai privo del consenso Alleato, combattuto dal governo, estro-
             messo dalle principali amministrazioni pubbliche e stava attraversando una pre-
             occupante crisi a causa della riorganizzazione dei partiti politici che in maniera
             compatta ne sconfessavano il pensiero e la condotta: il PCi appoggiava l’autono-
             mia regionale e la DC, nelle battute iniziali, si pronunciava favorevole a un largo
             decentramento. Dopo la confusione che aveva permesso al MIS di proliferare,
             l’organizzazione e l’affermazione di questi i partiti – che si ponevano come me-
             diatori tra la sicilia e lo stato unitario nel solco di una auspicabile autonomia e
             nel netto rifiuto del separatismo – sottraevano pericolosamente il consenso della
             massa al movimento separatista. Gli strati popolari iniziavano a optare per il PCi o
             per il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unione Proletaria), mentre la variegata
             borghesia e vasta parte di ex fascisti, confluivano nella Democrazia Cristiana .
                                                                                 22
                Le critiche mosse al MIS erano quelle di essere un movimento neofascista
             indigeno, di propugnare un’illogica separazione dall’Italia auspicando l’asservi-
             mento della regione a potenze straniere.
                In questa travagliata fase, la frangia eversiva del MIS (Canèpa, Carcaci, Gallo,
             Castrogiovanni) cercò di affermarsi sobillando la rivolta armata contro le istitu-


             21  ACS, Pres. Cons.. aa. 1944-45, b. 152, fasc. 22692. Il testo del messaggio è inserito nel
                rapporto del comando generale dei RR. CC. al ministro dell’Interno. Roma, 2 febbraio
                1945.
             22  Nel 1944, gli iscritti alla DC erano 47.692 in 162 sezioni. Il partito iniziava a configurarsi
                come nuovo blocco d’ordine.]]></page><page Index="434"><![CDATA[434                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                        23
             zioni statali .
                Dopo i tragici eventi di Palermo molti militanti del mis si misero a disposizio-
             ne di Finocchiaro Aprile per un’eventuale insurrezione . Aldisio accusò il movi-
                                                              24
             mento separatista di organizzare una rivoluzione antigovernativa e diede ordine
             di perquisire la sede palermitana dove furono rinvenuti documenti di propaganda
             indipendentista ritenuti pericolosi e furono tratte in arresto otto persone. Fu conte-
             stualmente disposta la chiusura a tempo determinato di tutte le sedi del movimen-
             to. Finocchiaro Aprile accusò le modalità repressive di Aldisio:
                   «[…] La responsabilità della strage, una delle più terribili e infami che
                siano mai avvenute, grava tutta sul governo italiano, il quale impiegò trup-
                pe note per la loro dedizione alla monarchia sabauda, che non riscuote più
                la fiducia del popolo, e parmi il loro odio contro noi siciliani, manifestato in
                più occasioni. L’intervento di queste truppe quando la dimostrazione era al
                suo termine e l’uso dei mezzi bellici più micidiali contro una folla inerme
                sono rivelatori di un sistema che le leggi più elementari della civiltà non
                                       25
                possono che condannare» .
                L’invettiva finocchiariana produsse l’effetto di allentare la pressione governa-
                                                                         26
             tiva. Le sedi furono riaperte e il MIS riprese l’attività di propaganda . Finocchia-
             ro Aprile scrisse a De Gaulle dichiarando l’ammirazione della sicilia nei confronti
             del popolo francese e promettendo ottime relazioni tra la futura sicilia indipen-
             dente e la Francia .
                             27
                Tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945, si registrò un’escalation di violenza che
             culminò nei moti del “non si parte!” originati da una vigorosa ed esagitata risposta
             popolare alla decisione governativa di richiamare alle armi le classi del 1921 e
             1922. I moti furono appoggiati dai fascisti, dal MIS e i militanti dell’ala eversiva
                                   28
             presero parte agli scontri . Tra il 5 e il 13 gennaio, Comiso, nel ragusano, si pro-
             clamò repubblica retta da un governo popolare, vennero costituiti un comitato di
             salute pubblica e delle squadre d’ordine interno. Seguirono l’esempio casmeneo,
             Palazzo Adriano tra il 25 e il 28 gennaio e Piana dei Greci nel febbraio. Gravi
             disordini si verificarono a Catania, Carrubbo, Castel di Judicatore, Fiumefreddo,



             23  F. Cappellano, op. cit., p. 28.
             24  Cfr. M. Pannunzio, C’è la legge, in «Risorgimento liberale», a. II, n.125, 20 ottobre 1944.
             25  AFA, Dic 1944, messaggio di Finocchiaro Aprile e Varvaro a Cordel Hull, segretario di
                Stato americano, Palermo, 31 ottobre 1944.
             26  G. C. Marino, op. cit., p. 125.
             27  AFA, Doc. 1944, messaggio di Finocchiaro Aprile a De Gaulle, Palermo 7 luglio 1944.
             28  Nei verbali dei Reali Carabinieri sono menzionati: Concetto Gallo, Egidio Di Mauro,
                Salvatore  Padova,  Giuseppe  La  Spina,  Gaetano  Paternò  Castello,  Isidoro  Piazza,
                Michele Guzzardi, Isidoro Avola, Gabriele Provenzale, Guglielmo di Carcaci e i fratelli
                Gullotta.]]></page><page Index="435"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        435



             Giarratana, Giarre, Mineo, Palma di Montechiaro, Piana degli Albanesi, Piazza
             Armerina, Ramacca, S. Giovanni Galerno, S. Michele di Ganzeria, Scordia, Viz-
             zini, Vittoria e Ragusa dove una donna del popolo, Maria Occhipinti, divenne
                                                                                   29
             portavoce del fermo dissenso delle madri a lasciare partire in guerra i propri figli .
             Stante la grave situazione il prefetto di Palermo, Pampillonia, richiese l’intervento
             del Regio Esercito. Nell’attuale capoluogo ibleo ci furono 9 morti e 29 feriti tra
             i civili e 5 morti e 19 feriti tra i militari. il Generale Brisotto circondò Comiso
             minacciando bombardamenti aerei e il clero locale intervenne nella mediazione.
             Circa 300 rivoltosi vennero arrestati, imbarcati sull’incrociatore Montecuccoli e
                                     30
             confinati a Ustica e Lipari . Furono necessari due mesi per riportare l’ordine e
             reprimere le violente insurrezioni nate da moti popolari, ulteriormente rinvigorite
             dagli ideali antistatali del mis e dall’avversione monarchica dei fascisti. musso-
             lini, infatti, conferì la medaglia d’argento della Repubblica Sociale Italiana alla
             Repubblica indipendente di Comiso.
                Nel corso del Secondo Congresso riunitosi tra il 16 e il 17 aprile, il movimento
             separatista rinnovò il proposito di lotta a oltranza contro le istituzioni statali e
             Finocchiaro Aprile si rivolse alla Conferenza delle Nazioni Unite di san Franci-
             sco per perorare la causa della Sicilia libera in virtù del principio di autodetermi-
                              31
             nazione dei popoli . Per reazione, il governo di Roma fece chiudere le sedi del
             mis di Palermo e Catania dove erano scoppiati violenti tafferugli tra separatisti e
             nazionalisti.
                Tra la fine del 1944 e il febbraio del 1945 Antonio Canèpa fondò l’Esercito Vo-
             lontario per l’Indipendenza della Sicilia (EVIS) con l’obiettivo di contrastare l’a-
             zione repressiva dello Stato con azioni di guerriglia. Il modello seguito era quello
             dell’Esercito Popolare di liberazione jugoslavo. L’ala eversiva iniziò pertanto a
             pianificare attacchi e decise di avvicinarsi al “Movimento della 49° stella” il cui
             programma era quello di fare della Sicilia una Repubblica della Confederazione
             americana . Finocchiaro Aprile scrisse a Eleonora Roosvelt, alla Ford Motor Co
                       32
             e alla Dillon Bank rilevando che la Sicilia si sarebbe potuta trasformare in un ba-
             luardo contro il bolscevismo e una fiorente roccaforte del capitalismo americano :
                                                                                   33
                «Saremmo lieti e orgogliosi – rivolgendosi alla first lady – se la Sicilia potesse


             29  Si veda lo studio di G. La Terra, Le sommosse nel Ragusano (dicembre 1944-gennaio
                1915), in «Archivio storico per la Sicilia orientale», 1973, Fasc. II; M. Cimino, Fine di
                una nazione:che cosa non è, che cosa può essere la Sicilia dopo il ’43, Flaccovio, Palermo,
                1977, pp. 19-27 e S. Cilia, Non si parte!, (1944-1945), Schembri, Ragusa, 1954.
             30  Sarebbero stati amnistiati nel 1946.
             31  AFA, Doc. 1945, d.s. con correzioni a penna.
             32  F. Paternò Castello di Carcaci, Il movimento per l’indipendenza della Sicilia: memorie
                del duca di Carcaci, Flaccovio, Palermo, 1977, p. 103.
             33  AFA, Doc. 1945, Lettera a Sigg. Ford Motor Co., Palermo, 7 febbraio 1945.]]></page><page Index="436"><![CDATA[436                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                          34
             essere la longa manus degli Stati Uniti in Europa» .
                Il progetto era sostenuto anche da esponenti di spicco della mafia tra cui il boss
             di Villalba, Calogero Vizzini, Rosario Avila detto “Canaluni”, capo dell’efferata
             “banda dei niscemesi” e Salvatore Giuliano che sarebbe entrato nell’EVIS con il
                               35
             grado di colonnello . La componente mafiosa e l’EVIS, anche se per fini e ideali
             diversi, condividevano dunque la medesima lotta allo Stato e pertanto decisero di
             suggellare l’alleanza.
                Nel territorio del comune di Cesarò, nel messinese, venne approntato un cam-
             po di addestramento militare dove ebbero inizio le esercitazioni a fuoco. il 24
             maggio, alla testa di quaranta militanti, Canèpa si spostò in contrada Sambuchello
             di Cesarò, area strategica al confine della provincia e mise in atto un’azione dimo-
             strativa occupando una caserma della forestale. Le forze dell’ordine ricercarono il
             capo dell’EVIS senza successo mentre sotto il falso nome di Mario Turri si sposta-
             va liberamente tra Catania e Palermo in cerca di finanziamenti e armi .
                                                                          36
                Alle prime ore dell’alba del 17 giugno, presso la contrada Murazzu Ruttu,
             strada statale 120 che collega Randazzo a Cesarò, un posto di blocco di Reali
             Carabinieri intimò l’alt al motofurgone di Canèpa. Di seguito il rapporto ufficiale:
                   «Il motocarro rallentò e stava quasi per fermarsi vicino ai militari quan-
                do, improvvisamente accelerò l’andatura. Il carabiniere esplose un colpo di
                moschetto in aria a scopo di intimidazione e il motociclo si fermò subito,
                dopo avere percorso circa 40 metri. I militari i quali lo avevano raggiunto di
                corsa, gli furono dappresso. Sulla destra rimase il vicebrigadiere che chie-
                deva al conducente perché non avesse ottemperato all’intimazione, sulla
                sinistra il maresciallo maggiore Rizzotto ed a tergo il Carabiniere Calabre-
                se il quale, scorgendo nel cassone armi e munizioni, in uno ai sottufficiali
                impugnando i moschetti, gridava: “mani in alto”. I cinque sconosciuti non
                si mossero ed uno di essi sorridendo faceva vedere un pugno di biglietti da
                mille ammiccando nel rivolgersi al vicebrigadiere Cicciò. Nuova intima-
                zione di “mani in alto” seguiva al gesto dello sconosciuto.
                   Il Maresciallo Rizzotto, nella ferma convinzione che le armi contenute
                nell’automezzo erano quelle segnalate, ordinò ai militari di non sparare ma
                non aveva fatto in tempo a dirlo che un colpo, sparato da una delle persone



             34  Ivi, Doc. 1945, Lettera a Eleonora Roosvelt, 7 Palermo, febbraio 1945.
             35  L. Galluzzo, Storia di Salvatore Giuliano, Flaccovio, Palermo, 2002, p. 63.
             36  I finanziamenti avrebbero dovuto coprire, oltre che le spese per l’acquisto delle armi,
                anche  quelle  relative  al  soldo  dei  guerriglieri  che,  secondo  le  stime  della  polizia,
                ricevevano 200 lire al giorno, il vitto e un pacchetto di sigarette americane. ACS, MI,
                Gab., aa. 1944.45, b. 140. Nota del maggiore comandante del gruppo di Messina dei
                RR. CC. All’Alto Commissario per la Sicilia e al Comando generale dell’Arma. Messina, 3
                giugno, 1045.]]></page><page Index="437"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        437





























                                    Gruppo di carabinieri 1946-47

                a bordo […] lo feriva, mentre altri colpi partivano da motomezzo: due attin-
                gevano il carabiniere Calabrese ed un terzo smussava la punta della scarpa
                sinistra del vicebrigadiere Cicciò […]. Riavutosi dalla inattesa per quanto
                grave sorpresa, per primo il vicebrigadiere Cicciò, rimasto illeso, e subito
                dopo gli altri due non gravemente feriti, reagivano dopo essersi tirati un
                po’ indietro. Colsero bene nel segno avendo il vicebrigadiere aggiustata la
                sua prima cartuccia colpendo il professore Canepa alla coscia sinistra con
                il conseguente scoppio di una bomba che lo stesso deteneva evidentemente
                            37
                in tasca […]» .
                La deflagrazione dilaniò il prof. Antonio Canèpa (nella successiva relazione
             del capo della polizia si legge invece che Canèpa era stato ferito a morte mentre
             stava per lanciare l’ordigno che, cadendo, era esploso), e gli studenti Giuseppe
             Giudice e Carmelo Rosano. Armando Romano, gravemente ferito e trasportato
             all’ospedale  di  Randazzo,  riuscì  a  sopravvivere  mentre Antonio Velis  e  Pippo
             Amato, illesi, riuscirono a fuggire dileguandosi nelle campagne circostanti. Ven-
             nero rinvenuti nel motofurgone: 2 moschetti mitra beretta, 2 pistole mitragliatrici
             beretta, un moschetto automatico americano, 2 moschetti tipo 91, 3 pistole auto-
             matiche, 24 bombe a mano tipo Breda, 345 cartucce, 350.000 lire e materiale di
                                  38
             vario equipaggiamento .

             37  ACS, MI, Gab. aa. 1944-45, b. 140, f. 12421, relazione del prefetto di Catania, Vitelli, al
                Ministro dell’Interno, Catania, 22 giugno 1945.
             38  ACS, MI, Gab., aa. 1944-45, b. 140, f. 12421 (Catania).]]></page><page Index="438"><![CDATA[438                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                L’EVIS contestò la relazione ufficiale dei carabinieri, affermando che il posto
             di blocco aveva fin da subito identificato l’autovettura di Canèpa decidendo di
             sparare immediatamente. Sulla dinamica del conflitto a fuoco, in effetti, non ci fu
             molta chiarezza. Di recente salvo Barbagallo ne Antonio Canepa, ultimo atto e ne
             l’uccisione di antonio Canepa, sostiene la tesi di un agguato ad hoc, pianificato
             dai servizi segreti americani per l’eliminazione fisica del “professore guerriglie-
             ro”, il cui programma politico era ormai in netta contraddizione con gli accordi
                    39
             di Yalta .
                Nella caserma della forestale i carabinieri rinvennero un mortaio da 45; 12
             fucili mod. 1891; 4 moschetti mod. 38; 5 moschetti tedeschi; un fucile da caccia
             calibro 16; tre casse di munizioni varie; 14 bombe a mano; 22 elmetti; 2 sacchi di
             farina; 1 macchina da scrivere; documenti; oggetti; vestiario .
                                                                  40
                La notizia dei fatti di Murazzu Ruttu, destò commozione tanto nell’opinione
             pubblica separatista, quanto in quella unitaria e produsse disorientamento nella
             dirigenza del MIS. Se Finocchiaro Aprile avesse encomiato l’azione di Canèpa,
             avrebbe legittimato l’EVIS palesando il legame con la frangia eversiva, se invece
             lo avesse sconfessato, avrebbe perso consenso presso l’opinione separatista. Uscì
             dal cul de sac con un comunicato ambiguo:

                   «[…] la chiusura delle sedi del MIS, ha messo i dirigenti nella materiale
                impossibilità di controllare l’azione di tutti gli elementi e specialmente di
                quelli più accesi. Questi, giunti per forza di cose alla esasperazione, delusi
                per il fallimento di ogni bella promessa di Libertà e Democrazia, si sono
                affidati soltanto agli impulsi della loro giovinezza. Ciò malgrado, nessuna
                violenta azione hanno mai praticamente commesso, giacché lo stesso scon-
                tro del 17 non ebbe luogo per iniziativa dei giovani, che scesi dall’automez-
                zo in obbedienza alla intimazione dei CC.RR. vennero uccisi a terra perché
                                                                               41
                riconosciuti dai loro distintivi quali indipendenti, e soltanto perché tali» .
                Concetto  Gallo  assunse  il  comando  dell’EVIS  che  qualche  settimana  dopo
             venne sostituito  con la  Gioventù  Rivoluzionaria  per  l’Indipendenza  Siciliana
             (GRIS). Il nuovo leader scelse il nome di secondo Turri. i rapporti con salvatore
             Giuliano furono ulteriormente rafforzati e in una riunione a cui presero parte Gal-
             lo, Finocchiaro Aprile, Varvaro, i fratelli Tasca, i fratelli Carcaci, Castrogiovan-
             ni, La Motta, Cammarata e il boss Vizzini si decise – nonostante le titubanze di
             Finocchiaro Aprile e l’opposizione di Varvaro – di organizzare lo scoppio di una

             39  Per  un  approfondimento  con  documentazione  inedita  si  rimanda  a  S.  Barbagallo,
                Antonio Canepa, ultimo atto,  Bonanno,  Acireale,  2012  e  Id.,  L’uccisione di Antonio
                Canepa. Un delitto di Stato?, Bonanno, Acireale, 2012.
             40  ACS, MI, Gab. Aa. 1944-45, b. 140, f. 12421, relazione del prefetto di Catania, Vitelli, al
                Ministro dell’Interno, Catania, 22 giugno 1945.
             41  Cit. in G. C. Marino, op. cit., p. 162.]]></page><page Index="439"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        439



             rivoluzione armata il 27 settembre 1945. Il governo Parri, sollecitato da Aldisio, si
             mostrò più risoluto nella repressione del separatismo: Finocchiaro Aprile, Varvaro
             e l’avvocato messinese Restuccia, ritenuto erroneamente il nuovo capo dell’EVIS,
             furono arrestati e confinati a Ponza. L’assenza dei leader moderati permise all’ala
             eversiva di dare corso alla guerra allo Stato. Il 16 ottobre la “banda dei nisceme-
             si” di Rosario Avila attaccò una stazione di carabinieri di Niscemi uccidendo tre
             militari. Nello stesso periodo Giuliano attaccò e occupò le stazioni di Bellolampo,
             Pioppo, Montelepre, Borgetto e Falcone. Per due volte si tentò l’assalto al depo-
             sito di munizioni di Villagrazia. Il colonnello evista, grazie al suo ascendente e
             alle sue indubbie capacità di guerrigliero, riuscì ad organizzare una banda effi-
             ciente e disciplinata che godeva dell’appoggio della popolazione compresa tra
                                                                                42
             Montelepre, suo paese di nascita, Partinico, Monreale e San Giuseppe Jato . Le
             fila furono rimpinguate da nuovi militanti dell’EVIS e da ulteriore materiale bel-
             lico facilmente recuperabile visto il recente conflitto mondiale: armi automati-
             che, anche pesanti, bombe a mano, bottiglie incendiarie e cariche di dinamite. Per
             quanto riguarda la logistica non mancavano certamente auto, moto e imbarcazioni
             di vario tipo. Erano frequenti gli spostamenti a cavallo e le azioni militari erano
             organizzate sulla guerriglia con attacchi improvvisi e repentini. Colpi di mano,
             omicidi mirati, agguati a colonne motorizzate e pattuglie a piedi, assalti a piccoli
             distaccamenti militari isolati divennero sempre più comuni. Fu compiuta anche
             un’azione dimostrativa contro la caserma dei Carabinieri Reali di montelepre che
             servì ad attirare rinforzi moto blindati da Palermo. La colonna di soccorso cadde
             nell’imboscata preparata dagli uomini di Giuliano perdendo un autocarro, un’au-
             toblindata e lamentando venti feriti.
                Le forze di pubblica sicurezza presenti sull’isola furono rinforzate con mezzi e
             armi. Venne creato l’Ispettorato Generale di Polizia per la Sicilia, comandato dal
             commissario Ettore Messana e in un secondo momento, vista l’insufficienza dei
             rinforzi e la recrudescenza delle azioni, il governo decise di inviare il Regio Eser-
             cito nella divisione aosta, e successivamente la brigata Garibaldi della Folgore, a
             coadiuvare la divisione Sabauda.
                Le memorie storiche delle divisioni in questione, custodite presso l’Archivio
             dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, permettono la ricostruzio-
             ne della costante e determinata azione militare svolta dallo stato in sicilia.
                Il 29 dicembre 1945, le forze di pubblica sicurezza decisero di attaccare il cam-
             po d’addestramento EVIS di San Mauro. Furono impiegati 500 uomini agli ordini
             di 3 generali, mezzi pesanti, artiglierie e mortai per stanare circa una settantina di
             evisti asserragliati e ben armati. Si trattò di quella che sarebbe passata alla storia
             come la “battaglia di S. Mauro di Caltagirone”. Due giorni di scontri a fuoco in cui
             cadde un appuntato, Giovanni Cappello di Santa Croce Camerina, vennero feriti



             42  F. Cappellano, op. cit., p. 29.]]></page><page Index="440"><![CDATA[440                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             8 militari, un sottotenente e un vice-brigadiere. Tra le fila dell’Evis una vittima, il
             giovane Emanuele Diliberto e decine di feriti tra cui Concetto Gallo, arrestato e
             trasferito nel carcere di Catania. Al proposito il rapporto della battaglia, inviato al
             comandante del Comitato Militare Territoriale di Palermo, è di grande interesse:
                   «Si è deciso di attaccare la zona fortificata di Piano delle Fiere (Monte
                Moschitta) col seguente concetto: attaccare da Caltagirone la zone di Mon-
                te moschitta in contrada san mauro e impedire la fuga dei ribelli con una
                colonna proveniente da Siracusa (movimento a largo raggio). A tale scopo
                disponevo che due colonne espletassero questi compiti e precisamente: la
                colonna Catania col compito di snidare l’avversario e catturarlo. La colon-
                na di siracusa col compito di sorvegliare le pendici ovest e sud-ovest di
                monte moschitta per impedire l’eventuale fuga dell’avversario. Alle ore
                9.30 del giorno 27 dicembre la colonna di Catania, forte di 100 fanti del
                battaglione aosta e di circa 200 carabinieri iniziava l’attacco aggirando la
                posizione nemica e perciò dividendosi, al bivio San Lorenzo, in due reparti:
                il primo costituito dal battaglione aosta e da un plotone di cc.rr. con due
                carri armati L, col compito di attaccare il nemico lungo le alture immedia-
                tamente a nord della rotabile. Il secondo, costituito da circa 200 cc.rr., col
                compito di aggirare la posizione nemica impegnandola dal sud di Piano
                delle Fiere, procedendo a cavallo della mulattiera e della rotabile a sud
                di Contrada San Mauro di Sotto. Il primo reparto, in movimento lungo la
                rotabile, verso le ore 9.30, giunto al gomito stradale a nord-ovest di Serra
                San Mauro, veniva dai ribelli sottoposto a violento fuoco di mitragliatrici
                in postazione lungo il costone di q. 530 di Piano delle Fiere. Non potendo
                impiegare i carri armati per il forte pendio e persistendo l’azione di fuoco
                avversaria, fu necessario l’intervento dei mortai da 81 e di qualche colpo
                di artiglieria. Le truppe poterono così iniziare l’avvicinamento portandosi a
                circa 200 m dalla posizione tenuta dall’avversario. Durante tale azione un
                plotone del battaglione aosta veniva a contatto a nord di Piano delle Fiere
                con un gruppo di dissidenti, a capo dei quali vi era il delegato del movi-
                mento separatista che veniva catturato insieme a 3 suoi gregari. Il coman-
                dante del plotone veniva ferito ed un appuntato dei cc.rr. colpito a morte.
                sopravvenuta la sera ed esaurite le munizioni delle armi portatili e dei mor-
                tai, l’azione fu sospesa. Alle ore 9 del giorno seguente fu ripreso l’attacco
                delle posizioni nemiche ancora occupate facendolo procedere da un breve
                concentramento di mortai. il battaglione aosta si impossessava quindi del-
                la posizione avversaria catturando: 6 mitragliatrici Breda 37, circa 3.000
                cartucce per mitragliatrice, alcuni fucili mitragliatori Breda 30 con canne
                di ricambio; moschetti automatici Beretta in numero imprecisato; un’au-
                to Fiat 1100. Notato alcune piazzole per mitragliatrici a carattere campale
                con mascheramento a feritoie. il 29 mattino anche i reparti della colonna]]></page><page Index="441"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        441



                proveniente da siracusa venivano fatti segno a fuoco di armi automatiche.
                La pronta reazione delle truppe faceva desistere i ribelli da ogni ulteriore
                azione. La colonna sparò 12 colpi d’artiglieria e 16 bombe di mortaio da
                81. […] Secondo le dichiarazioni del capo separatista, la forza ai suoi or-
                dini ammontava a circa 50 elementi (a cui si erano aggiunte diverse decine
                di banditi). Molti di essi si sono sottratti alla cattura sfuggendo ai posto di
                blocco durante la notte del 29-30» .
                                              43
                Anche Concetto Gallo, in un’intervista rilasciata nel 1974, descrisse quei mo-
             menti:

                   «[…] il ventisette di dicembre Guglielmo di Carcaci mi inviò un mes-
                saggio. “Stai attento”, diceva il biglietto, “perché in questi giorni le zone
                dell’Etna e quelle di Catania pullulano di soldati. Ci sono molti movimenti
                strani”.
                   Il giorno dopo, il ventotto dicembre, un gruppo di contadini mi avvertì
                che Caltagirone era diventata un vero e proprio presidio e che c’erano dei
                carri armati. La mattina del 29 dicembre, all’alba, raggiunsi la sommità di
                Piano della Fiera dove c’era il nostro accampamento. La zona era quasi
                tutta circondata dalla nebbia.
                   I giri d’orizzonte col binocolo non dicevano granché. Poi, alle sei e mez-
                zo, arrivò la prima bordata di mortai. La battaglia era già iniziata. Noi,
                come dicevo, eravamo una sessantina in tutto, compreso un gruppo di bri-
                ganti […]. L’accerchiamento nei nostri confronti era già stato effettuato.
                Ma, convinto che la guerra sarebbe dovuta continuare anche dopo di me,
                operai in modo di impegnare le truppe e di far sganciare il grosso dei miei
                uomini Mentre io con cinque giovani, Amedeo Boni, Emanuele Diliberto,
                Filippo La Mela e due contadini, mi portavo verso le truppe, carabinieri,
                polizia, soldati, per impegnarli frontalmente, e dar così modo al resto degli
                uomini di arretrare, ordinai al resto della compagnia di sganciarsi e di ab-
                bandonare la zona.
                   La battaglia cominciò a diventare aspra. Le truppe cercarono di creare
                attorno a loro la terra bruciata. I cinquemila uomini, al comando dei cin-
                que generali, cominciarono a sparare con una intensità inaudita: come si di
                fronte a loro avessero avuto un vero e proprio esercito […]. Verso le due e
                trenta del pomeriggio, sistemai un cecchino al mio fianco per impedire una
                sortita da parte delle truppe. Ma l’uomo, il giovane Diliberto di Palermo,
                commise un errore. Per raggiungere una posizione più avanzata si spostò e
                nel tragitto venne colpito a morte.
                   All’infernale fuoco delle truppe noi rispondemmo alla meglio con le no-



             43  AUSSME, Memorie Storiche divisione Aosta, anno 1945.]]></page><page Index="442"><![CDATA[442                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                stre armi in dotazione: fucili, mitra e bombe a mano. Ormai stava per calare
                la sera e le nostre munizioni erano finite.
                   Sembrava che la morte non mi volesse. Una pallottola mi colpì al petto
                ma fu deviata da una medagliera che tenevo nel taschino del giubbotto. Più
                tardi una raffica di mitra mi sfiorò il fianco bucando il giaccone e lasciando-
                mi indenne. Poi una fucilata mi sfiorò all’altezza del cavallo dei pantaloni.
                Anche questa non mi colpì. Un colpo mi portò via il berretto e mi colpì
                lievissimamente alla testa. Fu il momento in cui capii che non c’era più
                niente da fare […]. Restai solo. Fu allora che staccai la bomba a mano che
                tenevo legata alla cintura, tirai fuori la spoletta e me la buttai tra i piedi nella
                speranza di saltare per aria. La bomba non esplose. Ormai era quasi sera.
                C’era un sibilo. E una bomba, una granata, esplose davanti a me […]. Pochi
                minuti dopo mi risvegliai. Accanto c’era un maresciallo dei carabinieri, il
                maresciallo Manzella, che, come avrei saputo più tardi, mi aveva salvato la
                vita. […] Ma non ebbi molto a gioire […]. Ammanettato come un brigante,
                                                               44
                venni caricato su un camion e portato a Catania […]» .
                La “banda dei niscemesi”, sfuggita all’accerchiamento di San Mauro, il 16
             gennaio per rappresaglia attaccò la stazione dei Carabinieri Reali di Feudo Nobile,
             vicino Gela, che si arrese dopo una strenua resistenza. Gli otto militari catturati
             vennero trucidati il 29 gennaio, dopo un vano tentativo di scambio di prigionieri
             per ottenere la liberazione di Gallo. All’intensificarsi delle azioni di guerriglia,
             il governo rispose inviando nuovi reparti dei Carabinieri e delle Forze Armate.
             Come detto, venne deciso di trasferire nell’isola il reggimento di fanteria Garibal-
             di della divisione Folgore, uno dei migliori dell’Esercito, esperto in operazioni di
                                                                                   45
             guerra non convenzionale avendo partecipato alla guerra partigiana nei Balcani .
                A partire dalla seconda decade di gennaio, iniziarono ampie operazioni di ra-
                                                            46
             strellamento con l’appoggio di aerei da ricognizione , artiglierie e unità motoco-

             44  Memorie di Concetto Gallo, da un’intervista di e. Magrì, 1974. Riproposta nel 2009 sul
                settimanale «Gazzettino di Giarre».
             45  AUSSME, Memorie Storiche Divisione Aosta, anno 1945.
             46  «L’attività di aerocooperazione per le operazioni di polizia in Sicilia ha avuto inizio
                il 16 gennaio us con base all’aeroporto di Boccadifalco (Palermo). Gli scopi prefissi
                erano:  esplorazione  e  ricognizione  a  vista  delle  zone  di  operazioni;  collegamento
                fra il comando tattico ed i reparti operanti; collegamento fra il comando territoriale,
                comandi di divisione e i comandi tattici. […] Gli apparecchi impiegati per la ricognizione
                aerea sono quelli normali di linea (S. 79 ed S. 84) poco idonei allo speciale servizio,
                sia  perché  troppo  pesanti  e  poco  manovrieri,  sia  principalmente  per  il  campo  di
                osservazione notevolmente limitato […]. Notevole è stato l’effetto morale sui reparti
                operanti, che hanno sempre avuto la sensazione della protezione e della sicurezza
                data dalla presenza dell’aereo nella zona e sulla popolazione civile […]». AUSSME,
                Memorie Storiche Comando Militare Territoriale di Palermo, anno 1946.]]></page><page Index="443"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        443



                                                                        47
             razzate concentrate soprattutto nelle province di Palermo e Ragusa . Per control-
             lare più agevolmente l’area in cui operava Giuliano, il 18 gennaio venne disposto
             il coprifuoco – che sarebbe durato fino al 19 maggio – nei comuni di Montelepre,
             Partinico, Borgetto e Giardiniello. I militanti risposero attaccando un automezzo
             dell’Esercito a San Cataldo, uccidendo 4 soldati e ferendone 3. Furono attaccate
             le polveriere di Scalilli e Villagrazia, prontamente difese dal 6° aosta, venne assa-
             lito il treno Palermo-Trapani e rapinati i passeggeri, fu tentata la presa del carcere
             di Monreale, si cercò vanamente di sabotare un trasmettitore radio a Palermo,
             vennero attaccati l’aeroporto di milo e l’accampamento militare di montelepre.
             Ai rastrellamenti delle Forze dell’Ordine, la GRIS e i banditi rispondevano con
             attacchi e ritorsioni a sorpresa. L’8 febbraio due automezzi della Polizia che tra-
             sportavano detenuti, furono attaccati e dopo quattro ore di fuoco, l’arrivo di una
             colonna di rinforzi trasformò il conflitto in una battaglia che imperversò per tutta
             la notte. L’incalzare degli attentati, provocò la rimozione dei prefetti di Calta-
             nissetta, Agrigento e Messina e l’invio del generale dei Carabinieri Branca con
             compiti speciali,. Furono stabilite le taglie per la cattura di Giuliano e Avila e si
             decise di non diffondere le notizie degli attacchi terroristici al fine di sminuirne la
                                                        48
             portata e non impressionare l’opinione pubblica .
                Con l’arrivo del reggimento Garibaldi, l’11 febbraio iniziarono 8 cicli di ra-
             strellamenti in sicilia occidentale . Alle prime luci dell’alba, i paesi venivano
                                            49
             circondati e si procedeva alla perquisizione sistematica di tutte le abitazioni con il

             47  AUSSME, Memorie Storiche  Comando Militare Territoriale di Palermo, anno 1946.
                Relazione sulle operazioni di polizia nella zona di Montelepre, di Vittoria, e di Niscemi
                firmata dal generale Maurizio Lazaro de Castiglioni.
             48  F. Cappellano, op. cit., p. 33.
             49  I ciclo: Lo Zucco-Sagana; II ciclo: Camporeale-Corleone, III ciclo: M. Mirto-Piana degli
                Albanesi; IV ciclo: M. Scuro-Prizzi; V ciclo: Alcamo-Gibelina; VI ciclo: “Occidentale A”;
                VII ciclo: dintorni di Palermo; VIII: Rocca Busambra. Secondo la relazione contenuta in
                AUSSME, Memorie Storiche Divisione Aosta, anno 1945 lo scopo dei rastrellamenti era
                di: «[…] dimostrare ai banditi che la montagna non era un rifugio sicuro ed inaccessibile
                alle  forze  dell’ordine;  di  scompaginare  e  disorientare  la  loro  organizzazione;  di
                metterli in stato di crisi, soprattutto logistica; di dimostrare alle popolazioni che con
                il loro favoreggiamento attiravano frequenti azioni di rastrellamento e perquisizioni
                con i conseguenti disagi per le popolazioni stesse; di fermare molti traviati che già
                erano sulla via di darsi al banditismo». In AUSSME, Memorie Storiche 182° Brigata
                Fanteria Garibaldi, anni 1946-1952 si legge a proposito del V ciclo: «Si iniziava alle ore
                6 mentre il paese ignaro dormiva tranquillamente. Pattuglie a piedi, su cingolette, su
                autocarri, in breve tempo circondavano il paese a stretto raggio, mentre i carabinieri
                rinforzati  da  soldati  e  già  suddivisi  in  nuclei,  piombavano  in  paese  per  iniziare  le
                perquisizioni.
             Ogni pattuglia, ogni nucleo aveva il suo compito stabilito. Con sorprendente rapidità e
                perfetto sincronismo tutti gli organi si erano messi in funzione. Intanto al di fuori del
                paese, a largo raggio, si dava inizio alle perquisizioni dei casolari […]».]]></page><page Index="444"><![CDATA[444                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             sequestro delle armi e l’arresto dei possessori. Nel corso degli 8 cicli vennero fer-
             mati 2.083 individui sospetti e sequestrati: 3 cannoni da 47/32, 96 fucili da guerra,
             3 fucili mitragliatori, 2 mitragliatrici, 2 mitra, 46 pistole, 153 fucili da caccia e
             248 bombe a mano. Il 9 marzo, pur mantenendo il battaglione torino a Palermo, il
             reggimento Garibaldi venne spostato in sicilia Orientale in cui furono eseguiti 10
             cicli di rastrellamento, dal 13 marzo al 10 aprile e impegnando in ogni azione due
                                   50
             battaglioni (700 uomini) . Le regole d’ingaggio per i reparti dell’Esercito preve-
             devano – incontrando elementi sospetti, allo scopo di avere iniziativa – di sparare
             in alto a scopo intimidatorio e in caso di fuga o reazione, sparare direttamente ad
             altezza d’uomo. Gli ordini prevedevano inoltre che tutti gli uomini validi dai 18 ai
             50 anni dovessero essere fermati e condotti alle stazioni o commissariati più vicini
             per il riconoscimento. Era consentita l’immediata apertura del fuoco contro civili
                                              51
             a cavallo sorpresi in tentativi di fuga .
                La risoluta azione delle Forze Armate produsse gli effetti sperati. Pur non cat-
             turando Giuliano, l’attività delle bande armate fu ridimensionata, il numero degli
             attacchi si ridusse notevolmente e la “banda dei niscemesi” subì un duro colpo con
             l’uccisione del boss Rosario Avila il cui cadavere venne rinvenuto nelle campagne
             tra Gela e Niscemi il 17 marzo 1946. Entro la fine dell’anno furono scoperte 200
             associazioni a delinquere, 1176 fuorilegge arrestati e 19 uccisi. Nell’aprile del
             1946, il reggimento di fanteria Garibaldi venne trasferito in Toscana.
                Per quanto riguarda la GRIS, catturato Gallo, dispersi in una clandestinità or-
             mai difensiva gli esigui nuclei, si affievolì l’azione dell’ala eversiva.
                Furono avviate le trattative tra Stato, GRIS e MIS. In cambio della fine delle
             rappresaglie i separatisti chiesero e ottennero l’amnistia per i reati politici e la li-
             berazione dei detenuti, compresi Finocchiaro Aprile, Varvaro e Restuccia; la resti-
             tuzione delle sedi sequestrate e il legittimo riconoscimento delle libertà di stampa
             e di riunione . il mis tuttavia dovette rinunciare al progetto indipendentista e
                         52
             accettare il compromesso dell’autonomia siciliana, a cui era chiamato a collabo-
                                                                                   53
             rare. Il 27 marzo, Finocchiaro Aprile rientrò da Ponza e riprese la guida del MIS .
                Il 16 maggio 1946, la promulgazione dello Statuto siciliano e l’autonomia re-
             gionale ridussero il dibattito del mis alla mera scelta tra monarchia e repubblica.
             Finocchiaro Aprile e Varvaro si mostravano filo-repubblicani, mentre l’ala capeg-
             giata dai nobili Tasca e Carcaci avviava delle trattative segrete con la corona sa-
             bauda che in caso di vittoria avrebbe acconsentito alla creazione di un Regno di
             Sicilia la cui corona sarebbe stata affidata, in unione personale insieme a quella


             50  AUSSME, Memorie Storiche Divisione Aosta, anno 1945 e AUSSME, Memorie Storiche
                182° Brigata Fanteria Garibaldi, anni 1946-1952.
             51  AUSSME, Memorie Storiche Comando Distretto Militare di Ragusa, anno 1946.
             52  Ivi, Resoconto del vertice MIS.
             53  G. C. Marino, op. cit., p. 172.]]></page><page Index="445"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        445



             d’Italia, al giovane Vittorio Emanuele IV sotto reggenza di Vittorio Emanuele
                     54
             Orlando . La corrente Finocchiaro Aprile-Varvaro si oppose al progetto Tasca-
             Carcaci e il Movimento pertanto si proclamò “agnostico” in tema di scelta del
             nuovo assetto politico italiano.
                Il 2 giugno le elezioni della Costituente sancirono la definitiva débâcle del
             MIS. La DC ottenne 643.046 voti (46%), i partiti di sinistra, complessivamente
             409.434 voti (29%), il Partito dell’Uomo Qualunque, 185.266 (13%) e il MIS
             166.332 (12%).
                il comitato agrigentino accusò Finocchiaro Aprile:
                   «[…] Dal 2 giugno ad oggi nella Sicilia occidentale il Movimento anzi-
                ché guadagnare, ha perduto molto terreno, tanto che molti lo considerano
                una cosa sorpassata: in provincia di Caltanissetta non se ne parla affatto e
                Palermo non è mai intervenuta! Palermo!!! Palermo è stata sempre la stes-
                                                                       55
                sa: non ha visto e non vede mai al di là dei propri monti […]» .
                Nel tentativo di avviare un processo di riorganizzazione fu costituito a Palermo
             un “direttorio di tre membri (De Simone, Germanà e Zalapì) ma se ne limitò la
             sfera di competenza alla sicilia occidentale arretrando di fronte al rischio di ren-
             dere manifesta e ufficiale la scissione del movimento nella Sicilia orientale. Tra
             il 31 gennaio e il 3 febbraio 1947 si tenne a Taormina il III Congresso Nazionale
             del MIS il cui scopo era, secondo Finocchiaro Aprile, «salvare il movimento a
             costo di compiere un’operazione chirurgica, allo scopo di evitare la morte sicura».
             Antonio Varvaro, che aveva duramente criticato Finocchiaro Aprile per non aver
             dato un’impronta politica che adeguasse il MIS ai partiti di sinistra, venne espulso
             e fondò il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia democratico-repubblicano
             (MISDR). I “varvariani” si ritenevano esclusivi rappresentanti ed eredi dell’au-
             tentico patrimonio storico del separatismo siciliano, mentre il MIS, che aveva
             eletto come nuovo leader Attilio Castrogiovanni, proseguiva nell’opposizione” .
                                                                                   56
                Quello che criticavano i “varvariani” era l’inattività politica “finocchiariana”.
             Secondo i primi il MIS per sua natura non poteva non essere un partito di sinistra,
             mentre Finocchiaro Aprile preferiva evitare qualsiasi contagio politico. A questa
             dicotomia si aggiunse una terza posizione ossia quella di Tasca-Carcaci, i nobili
             reazionari, avversi ai partiti di massa e con l’obiettivo di fare del MIS una compa-
             gine politica di destra.

             54  I  particolari  del  progetto  Tasca-Carcaci  sono  in  S.  M.  Ganci,  L’Italia  antimoderata:
                radicali, repubblicani, socialisti, autonomisti dall’Unità a oggi, Guanda, Parma, 1968,
                pp. 338-340 e in un’intervista del giornalista Marcello Cimino ad Antonio Varvaro in
                «L’Ora», Palermo, 9 marzo 1966.
             55  AFA, Ep. 1946, Lettera a Finocchiaro Aprile firmata Adamo, Alletto, Lumia. Agrigento,
                19 agosto 1946.
             56  Proclama del MISDR nel «Giornale di Sicilia», Palermo, 7 febbraio 1947.]]></page><page Index="446"><![CDATA[446                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Di fatto, con la concessione dell’autonomia, il movimento indipendentista si
             era svuotato di contenuti. L’impotenza programmatica e politica divenne cronica.
                                                                                   57
             Come afferma Marino :«Il Movimento, se non regredì subito, cessò di crescere» .
             Le elezioni del 27 aprile 1947 consentirono al MIS di avere nove deputati nella
             prima Assemblea Regionale Siciliana (Finocchiaro Aprile, Cacopardo, Caltabia-
             no, Castrogiovanni, Drago, Gallo, Germanà, Lo Presti e Landolina). In poco meno
             di un anno, anche per la trasmigrazione di quadri e militanti verso la DC, l’intera
             base del separatismo fu smobilitata. Nel 1948 Finocchiaro Aprile si candidò per
             le prime elezioni del parlamento repubblicano, ma non venne eletto, pertanto sfu-
             mava per il MIS la possibilità di avere un rappresentate in seno al parlamento na-
             zionale. Nel 1951 si tennero nuovamente le elezioni regionali e il MIS, col 3,91%
             dei voti non ottenne nessun seggio. Finocchiaro Aprile abbandonò il partito che,
             ormai sfaldato, si sciolse.
                Si  concludeva,  nel  1951,  la  parabola  separatista  iniziata  poco  prima  dello
             sbarco Alleato  in  Sicilia.  Otto  anni  di  grandi  sconvolgimenti  militari,  politici,
             economici e sociali in cui gli eventi storici e le contingenze avevano coagula-
             to il malcontento siciliano e le aspirazioni per un futuro migliore, nell’ibrido e
             variegato movimento separatista. Tra gli elementi che ne comportarono la crisi
             e il crepuscolo senza alcun dubbio: a) la concessione dell’autonomia regionale
             che rappresentò un ragionevole compromesso tra centro e periferia, tra istanze
             indipendentiste e unitarie, tra vane aspirazioni e immutabili realtà; b) la deriva
             eversiva, affermatasi tra il 1945 e il 1946 e l’aperta opposizione evista allo Stato;
             c) l’efficace operato delle Forze Armate nella repressione dell’EVIS e delle bande
             mafiose; d) la riorganizzazione degli altri partiti politici che sottrasse militanti
             al MIS; e) l’importante riforma agraria del 1950 che contribuì notevolmente ad
             allentare la tensione popolare.



             Fonti archivistiche
             AUSSME, Memorie Storiche Comando Distretto Militare di Catania, anni 1944-
                1958;
             AUSSME, Memorie Storiche Divisione Aosta, anni 1945-1953;
             AUSSME, Memorie Storiche Comando Militare Territoriale di Palermo, anno
                1946;
             AUSSME (Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito), Memorie Storiche
                Comando
             Distretto Militare di Ragusa, anno 1946;
             AUSSME, Memorie Storiche 182° Brigata Fanteria Garibaldi, anni 1946-1952;
             AUSSME, Memorie Storiche Divisione Aosta, anni 1946-1953.


             57  G. C. Marino, op. cit., p. 244.]]></page><page Index="447"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        447



             Nota bibliografica
                Lucio Tasca Bordonaro, Elogio del latifondo siciliano, Palermo, IRES, 1943;
             A. Canèpa, La Sicilia ai siciliani!, Battiato, Catania, 1944 (Pubblicato con lo pseu-
             donimo di Mario Turri); M. Pannunzio, C’è la legge, in «Risorgimento liberale»,
             a. II, n.125, 20 ottobre 1944; S. Cilia, Non si parte!, (1944-1945), Schembri, Ra-
             gusa, 1954; G. Orlandi (a cura di), Atti del Convegno Internazionale di Studi, Gela
             il 23-25 gennaio 1959, Zangara, Palermo, 1959; A. Finocchiaro Aprile, Il Movi-
             mento Indipendentista Siciliano, Libri Siciliani, Palermo 1966 (a cura di Massimo
             Ganci); G. La Terra, Le sommosse nel Ragusano (dicembre 1944-gennaio 1915),
             in «Archivio storico per la Sicilia orientale», 1973, Fasc. II; M. Cimino, Fine di
             una nazione:che cosa non è, che cosa può essere la Sicilia dopo il ’43, Flaccovio,
             Palermo, 1977; F. Paternò Castello, Il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia,
             Flaccovio, Palermo, 1977; G. C. Marino, Storia del separatismo siciliano, Editori
             Riuniti, Roma, 1979; S. Nicolosi, Sicilia contro Italia, Tringale, Catania, 1981;
             G. Costa, Salvatore Aldisio - Una vita per il Meridione, in «La Discussione»,
             23 luglio 1984, n. 30; F. Gaja, l’esercito della lupara, Maquis, Milano, 1990;
             M. Spataro, I primi secessionisti - Separatismo in Sicilia 1866 e 1943-46, Con-
             trocorrente, Napoli, 2001; L. Galluzzo, Storia di Salvatore Giuliano, Flaccovio,
             Palermo, 2002; F. Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri., Sel-
             lerio, Palermo, 2003; F. Cappellano, L’Esercito in Sicilia (1944-1946), in «Storia
             Militare», n. 126, marzo 2004; A. Caruso, Arrivano i Nostri, , Longanesi, Milano,
             2004; S, Musumeci, Tra separatismo ed autonomia: il Movimento per l’Indipen-
             denza della Sicilia, Siciliano, Messina, 2005; F. Renda, Canepa, l’intellettuale
             separatista e guerriero, «La Repubblica» di Palermo, 5 agosto 2008; S. Barba-
             gallo, Antonio Canepa, ultimo atto, Bonanno, Acireale, 2012; Id., l’uccisione di
             Antonio Canepa. Un delitto di Stato?, Bonanno, Acireale, 2012.]]></page><page Index="448"><![CDATA[448                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             La collaborazione italo-jugoslava alla difesa del teatro
             Sud-Europa (1951)



             alberto BEcHErElli




                   lcuni documenti conservati presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Sta-
             A to Maggiore dell’Esercito (AUSSME) – fondo I-5, Carteggio classificato
                                    1
             dell’Ufficio Operazioni –  lasciano intendere che nell’autunno del 1951 vi siano
             stati da parte dello sHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers in Europe) – il
             comando centrale delle forze NATO per il teatro europeo, con un proprio stato
             maggiore internazionale – una serie di studi volti a ponderare un’eventuale col-
             laborazione militare jugoslava (in funzione anti-sovietica) alla difesa del teatro
             Sud Europa, settore che vedeva direttamente interessata l’Italia e le forze italiane
             all’interno dell’Alleanza Atlantica. Il 4 ottobre 1951, infatti, il generale di briga-
             ta Capo Ufficio Collegamento Fernando Moech, rappresentante militare italiano
             presso lo SHAPE a Parigi, informava in modo riservato e non ufficiale il Capo di
             Stato Maggiore della Difesa, generale Efisio Marras, e il Capo di Stato Maggiore
             dell’Esercito, generale Ernesto Cappa, che secondo indiscrezioni avute dagli uf-
             ficiali italiani dello Stato Maggiore dello SHAPE, sembrava fosse in corso presso
             lo stesso uno studio inteso ad esaminare in qual modo potesse essere sfruttata la
             collaborazione militare jugoslava alla difesa del teatro Sud europeo. 2
                Sebbene ampiamente noto, giova ricordare che il contesto internazionale in
             cui matura la decisione dello sHAPE di prendere in considerazione un concorso
             jugoslavo alla difesa del teatro Sud Europa, è quello che vedeva, nell’ambito del
             confronto Est-Ovest generato dalla Guerra Fredda, la Jugoslavia rappresentare –
             tra ortodossia socialista e aperture a Occidente – un caso esclusivo di “via nazionale
             al socialismo” che condizionò seriamente l’intera esperienza postbellica del Paese
             e, nel 1948, aprì involontariamente una grave spaccatura nel blocco comunista






             1  Fondo di 33 buste con carte non ordinate di un unico soggetto produttore (Ufficio Operazioni
                dello Stato Maggiore dell’Esercito), relativo alla frontiera orientale (1928-1979).
             2  AUSSME, I-5, b. 3/1, Stato Maggiore Difesa, Ufficio di Collegamento presso lo SHAPE,
                a S.E. il Capo di Stato Maggiore della Difesa e, p.c. a S.E. il Capo di Stato Maggiore
                dell’Esercito Roma, prot. n. IL/10/R.P., oggetto: Collaborazione jugoslava alla difesa del
                Teatro Sud Europa, il Generale di Brigata Capo Ufficio Collegamento Fernando Moech,
                Parigi 4 ottobre 1951.]]></page><page Index="449"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        449



                                       3
             dell’Europa centro-orientale.  Altrettanto nota è la prolungata controversia che al
             termine della seconda guerra mondiale vide Trieste e le zone circostanti al centro
             del contenzioso italo-jugoslavo conosciuto come “questione di Trieste”, che si
             concluderà definitivamente nel 1975 con il trattato di Osimo. 4
                Per l’Italia, che riteneva di fondamentale importanza il proprio schieramento
             nel campo occidentale, la Jugoslavia in quegli anni rappresentò a prima vista la
             più pericolosa delle minacce. Sul Paese pesavano le colpe del fascismo e, non
             potendo il governo di Roma stabilire relazioni dirette con il vicino jugoslavo,
             l’azione diplomatica passava costantemente per gli angloamericani. in merito alla
             questione confinaria, la distanza tra le aspirazioni di Belgrado e le attese italiane
             erano notevoli, le seconde sostenute dalle potenze occidentali, le prime dai sovietici,
             che vedevano nell’acquisizione del porto di Trieste alla Jugoslavia socialista un
                                                       5
             vantaggio strategico di eccezionale importanza.  Nel 1946 la Conferenza di Parigi
                                               6
             fissò le clausole del Trattato di Pace:  le decisioni che riguardavano il confine
             orientale italiano furono prese sostanzialmente dai quattro grandi senza che le
             richieste italiane e jugoslave fossero prese seriamente in considerazione, relegando
             le dirette interessate al ruolo di comparse. i sovietici non mancarono di affermare
             il concetto di pace punitiva per l’Italia, per gli Alleati era invece di vitale interesse
             inserire definitivamente l’Italia, la cui posizione veniva ad assumere una notevole
             importanza  strategica,  nella  sfera  politico-militare  occidentale.  In  tal  senso,
             l’ingresso dell’italia  nell’ambito  dei sistemi di sicurezza collettivi  implicava
             anche un certo grado di riarmo del Paese, che avrebbe presto messo in discussione
             le limitazioni militari del Trattato di Pace (tra cui la distruzione delle fortificazioni
             permanenti per una profondità di venti chilometri ai confini con la Francia e la





             3  Per un quadro generale della Jugoslavia socialista si veda A. Biagini, F. Guida, Mezzo
                secolo  di  socialismo  reale.  L’Europa  centro-orientale  dal  secondo  conflitto  mondiale
                all’era postcomunista, Torino, Giappichelli editore, 1997; J. Krulic, Storia della Jugoslavia
                dal 1945 ai nostri giorni, Milano, Bompiani, 1997.
             4  Nella vasta bibliografia esistente sulla questione del confine orientale mi limito a ricordare:
                D. De Castro, La questione di Trieste. L’azione politica e diplomatica italiana dal 1943 al
                1954, Trieste, Edizioni Lint, 1981; M. Dassovich, I molti problemi dell’Italia al confine
                orientale. 2 – Dal mancato rinnovo del patto Mussolini-Pasic alla ratifica degli accordi di
                Osimo (1929-1977), Udine, Del Bianco editore, 1990; M. Cattaruzza, L’Italia e il confine
                orientale, Bologna, Il Mulino, 2007.
             5  Sul sostegno sovietico alle rivendicazioni jugoslave in Venezia Giulia si veda L. Gibianski,
                L’Unione Sovietica, La Jugoslavia e Trieste, in G. Valdevit (a cura di), La crisi di Trieste.
                Maggio-giugno 1945. Una revisione storiografica, Trieste, Istituto regionale per la storia
                del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, 1995, pp. 39-78.
             6  Sul Trattato di Pace si veda R.H. Rainero, G. Manzari (a cura di), il trattato di pace con
                l’italia, Gaeta, Stabilimento grafico militare, 1998.]]></page><page Index="450"><![CDATA[450                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                       7
             Jugoslavia)  e aperto ad una loro revisione. L’Italia, già provata dall’occupazione
             tedesca  e  dalla  prospettiva  della  cessione  di  territori  alla  frontiera  orientale,
             non poteva inoltre accettare l’eventualità che la linea di resistenza delle forze
             occidentali fosse fissata all’interno del proprio territorio nazionale, abbandonando
             a un’eventuale occupazione parti economicamente, politicamente e moralmente
             vitali  della  nazione.  Era  dunque  necessario  affermare,  come  del  resto  sarebbe
             avvenuto, la responsabilità diretta italiana della difesa delle frontiere terrestri e
             marittime nazionali, un concetto più preciso e impegnativo di una generica
             dichiarazione  riguardante  la  necessità  di  difendere  il  proprio  territorio
             nazionale. Di fatto la soluzione implicava il completo ripristino della sovranità
             militare  italiana,  un  ruolo  autonomo  nel  contesto  difensivo  dell’Alleanza
             futura ed il necessario riarmo, completato grazie agli aiuti militari americani. 8
                Al  tempo  stesso,  dopo  la “scomunica”  dal  campo  socialista,  la  Jugoslavia
             si allontanò rapidamente da mosca ottenendo un progressivo sostegno da parte
             dell’Occidente, il cui imperativo divenne a quel punto Keep Tito afloat,  nella
                                                                               9
             sua lotta per l’autonomia dall’Unione sovietica. il blocco economico imposto dai
             Paesi comunisti, infatti, costrinse la Jugoslavia a ridimensionare la pianificazione
             iniziale e a rivolgersi all’Occidente per evitare il collasso. Gli stati Uniti non
             tardarono a comprendere l’importanza dell’evento, che presentava la possibilità
             di aprire una breccia nella cortina di ferro che ormai divedeva l’Europa, così
             si affrettarono ad alleggerire le misure restrittive che impedivano alle imprese
             americane  di intrattenere  relazioni  commerciali  con la Jugoslavia. Belgrado
             assunse un atteggiamento  di crescente  polemica  nei  confronti  del  Cremlino  e
             denunciò ripetutamente l’ostilità sovietica e il pericolo che ne scaturiva per la
             sovranità e la sicurezza jugoslava: l’obiettivo principale diventava ora impedire
             l’eventualità di un intervento militare ordinato da Mosca, cosa che avvicinava
             la Jugoslavia alla NATO. Nell’immediato, l’obiettivo non migliorava tuttavia le
             relazioni jugoslave con l’Italia, che nell’irrisolta questione triestina vedeva anzi
             perdere il sostegno fino allora ricevuto dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna,
             ora disposti a tutto pur di integrare Tito nel sistema occidentale, fino al punto di
             considerare un’improbabile collaborazione italo-jugoslava alla difesa del settore
             sud-europeo, collaborazione ritenuta inaccettabile dai vertici militari italiani.
                Si giunge così ai documenti dell’autunno del 1951 conservati dall’AUSSME.
             Il 1951 è anche l’anno in cui furono costituiti i cinque comandi alleati in Italia,


             7  F.  Stefani,  La  storia  della  dottrina  e  degli  ordinamenti  dell’esercito  italiano,  vol.  III,
                Tomo  I,  Dalla  guerra  di  Liberazione  all’arma  atomica  tattica,  Roma,  Stato  Maggiore
                dell’Esercito Ufficio Storico, 1987, p. 577.
             8  F. Botti, V. Ilari, Il pensiero militare italiano dal primo al secondo dopoguerra, Roma,
                Stato Maggiore dell’Esercito Ufficio Storico, 1985, pp. 536 e 539.
             9  Cfr. L.m. Lees, Keeping Tito Afloat: The United States, Yugoslavia, and the Cold War,
                1945-1960, Pennsylvania, University Park, 1997.]]></page><page Index="451"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        451



                                                AFSOUTH  (Napoli),  LANDSOUTH-
                                                FTASE  (Verona), AIRSOUTH  (Firenze),
                                                56th  TAF  (Roma,  poi  Firenze)  e
                                                Mediterraneo centrale (Napoli). Gli ultimi
                                                due comandi  e FTAsE (Comando  delle
                                                forze  terrestri  alleate  del  Sud  Europa)  a
                                                Verona, erano affidati a generali italiani. 10
                                                   Nella  prima  bozza dello  studio dello
                                                SHAPE – riferisce il Generale Moech il 4
                                                ottobre a Marras e Cappa – preparato da
                                                un  ufficiale  inglese  della  divisione  Plan
                                                and  operation,  è  innanzitutto  attribuita
                                                allo  Stato  e  alle  forze  armate  jugoslave
                                                una  consistenza  politica  e  militare  assai
                                                superiore  a  quella  che  viene  ad  essi
                                                attribuita  dallo  Stato  Maggiore  italiano.
                                                Ne deriverebbe che lo studio, partendo da
                                                tale  premessa,  attribuisce  alla  resistenza
                                                jugoslava   all’eventuale   aggressione
                                                cominformista un’eccessiva capacità e di
             conseguenza prevede un’attiva partecipazione delle forze armate jugoslave alla
             difesa del Teatro Sud Europa, collaborazione da avviare intanto con uno scambio
             di ufficiali fra lo Stato Maggiore jugoslavo e i comandi NATO interessati (SHAPE
             e Teatro Sud Europeo). 11
                La  prima  preoccupazione  di  Moech  era  l’eventualità  che  nel  contesto  del
             coinvolgimento  della  forza  bellica  jugoslava  –  decisamente  sopravvalutata  –
             nei piani difensivi per il Teatro Sud europeo, la NATO potesse concedere alla
             Jugoslavia,  con  dubbia  utilità  per  l’Italia,  notevoli  aiuti  militari  riducendo
             in  proporzione  quelli  previsti  per  le  nazioni  NATO  interessate  alla  difesa  del




             10  F. Botti, V. Ilari, op. cit., pp. 540-541. Il primo comandante (COMLANDSOUTH) FTASE
                fu  il  generale  Maurizio  Lazzaro  de  Castiglioni,  a  sua  volta  posto  alle  dipendenze  del
                comandante  americano  delle  forze  alleate  del  Sud  Europa  (CINCSOUTH)  con  sede  a
                Napoli e questi, a sua volta, alle dipendenze del comandante supremo alleato in Europa
                (SACEUR) con sede a Parigi (successivamente in Belgio, a Casteau). F. Stefani, op. cit., p.
                606.
             11  AUSSME, I-5, b. 3/1, Stato Maggiore Difesa, Ufficio di Collegamento presso lo SHAPE,
                a S.E. il Capo di Stato Maggiore della Difesa e, p.c. a S.E. il Capo di Stato Maggiore
                dell’Esercito Roma, prot. n. IL/10/R.P., oggetto: Collaborazione jugoslava alla difesa del
                Teatro Sud Europa, il Generale di Brigata Capo Ufficio Collegamento Fernando Moech,
                Parigi 4 ottobre 1951.]]></page><page Index="452"><![CDATA[452                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                                          12
             medesimo  settore  e  in  particolare  quelli  diretti  all’alleato  italiano.   La  prima
             bozza dello studio, inviata dalla divisione Plan and operation all’Intelligence
             Division, fin dall’inizio era stata ampiamente controbattuta dagli ufficiali italiani
             accreditati  presso lo  sHAPE  e proprio in previsione di tale reazione da parte
             italiana sembra vi fosse stato addirittura un tentativo poco chiaro di sottrarre lo
             studio all’esame del generale Pasquale, uno degli ufficiali italiani. Ponendo in
             evidenza i molti punti deboli politici e militari della compagine jugoslava e la
             conseguente limitata fiducia che poteva essere concessa alle capacità di resistenza
             delle forze armate jugoslave dinanzi l’eventuale aggressione cominformista, gli
             ufficiali italiani presso il Plan and operation si adoperarono per neutralizzare
             lo studio in questione riducendolo a proporzioni assai modeste, nel tentativo di
             metterlo a tacere del tutto. 13
                L’11 ottobre, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito rispondeva al generale
             moech.   Anche Cappa concordava  che le conseguenze  di una valutazione
                    14
             esageratamente  ottimista  del  potenziale  jugoslavo  avrebbero  danneggiato  gli
             interessi militari italiani sotto molteplici aspetti, provocando:

             -  una  riduzione  degli  aiuti  NATO con  conseguente  contrazione  dei  piani  di
                sviluppo militare italiano;
             -  un declassamento dei compiti affidati dalla NATO all’Italia nel quadro della
                difesa occidentale;
             -  lo spostamento della linea principale di difesa italiana verso est e il pericolo
                dell’impiego delle Forze Armate italiane fuori dal territorio nazionale, con i







             12  ibidem. il Mutual Defence Aid Program (MDAP) americano per i Paesi europei, approvato
                alla fine del 1949 dal Congresso prevedeva un onere complessivo di un miliardo e 413
                milioni di dollari, saliti a tre miliardi e 435 milioni nel periodo 1950-1953. In particolare
                il programma  di aiuti  militari  americani  per l’italia  comprendeva  forniture di  surplus,
                cessioni di materiali end use e commesse off shore con cui gli Stati Uniti acquistavano
                dalle  industrie  belliche  italiane  equipaggiamenti  da  assegnare  alle  stesse  forze  armate
                italiane o ad altri Paesi europei. È stato calcolato che gli aiuti militari americani all’Italia
                forniti nel 1950-1957 ammontassero complessivamente a 1.130 miliardi di lire (F. Botti, V.
                Ilari, op. cit., p. 536). Gli aiuti MDAP furono fondamentali per il riarmo iniziale italiano,
                ma  successivamente  –  dalla  seconda  metà  degli  anni  Cinquanta  –  vennero  ridotti  in
                seguito al mutare della situazione politica, strategica, militare e tecnologica del contesto
                internazionale e l’efficienza delle forze armate italiane andò progressivamente decadendo
                (F. Stefani, op. cit., p. 604).
             13  AUSSME, I-5, b. 3/1, Fernando Moech, Parigi 4 ottobre 1951.
             14  Ibidem, n. 110/R.P./Op., al Generale Fernando Moech Rappresentante Militare Italiano
                presso lo SHAPE Parigi,  Roma 11 ottobre 1951.]]></page><page Index="453"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        453



                conseguenti negativi riflessi d’ordine politico, tecnico e morale; 15
             -  una  generale  riduzione  dell’influenza  italiana  nell’Alleanza  Atlantica  a
                vantaggio della Jugoslavia;
             -  la  formazione  di  uno  schieramento  comune  italo-jugoslavo,  innaturale  per
                ragioni morali, gravido di incognite e quanto mai precario.

                 Cappa sosteneva che siffatto esagerato apprezzamento nei confronti della forza
             jugoslava non avrebbe giovato al sistema difensivo NATO, essendo al contrario
             pregiudizievole: era questo il punto su cui i rappresentanti italiani presso lo SHAPE
             avrebbero dovuto insistere maggiormente, ponendo l’accento sulle funzioni che
             potevano invece essere svolte dalla Jugoslavia. La struttura del regime jugoslavo
             infatti, la sua consistenza politica e militare, i riflessi di un panslavismo al momento
             represso ma suscettibile – data l’ipotesi di conflitto – d’improvvise esplosioni e
             sempre capace di sorprese, la debolezza intrinseca delle sue frontiere orientali
             non adatte a reggere, con economia di forze, l’accerchiamento cominformista e al
             contrario aperte all’invasione, erano tutti elementi che avrebbero dovuto indurre a
             una valutazione quanto mai cauta delle possibilità militari dello Stato jugoslavo.
             Non sembrava a Cappa, pur prescindendo da ogni considerazione di convenienza
             nazionalista,  che  vi  fossero  elementi  obiettivi  che  valessero  a  modificare  la
             valutazione delle possibilità militari jugoslave formulato dallo Stato Maggiore
             dell’Esercito italiano e tali da giustificare quello tanto diverso avanzato in seno
             allo SHAPE. Né sembrava al generale italiano di ravvisare elementi nuovi capaci
             di modificare, dall’oggi al domani, una situazione connaturata alla struttura, alla
             storia e alla geografia dello Stato jugoslavo. 16



             15  In realtà, almeno dal marzo 1951, si considerava la possibilità di portare le truppe italiane
                in territorio jugoslavo per migliorare la copertura e la posizione di resistenza italiana. Tale
                eventualità poteva derivare da accordi diretti o indiretti con la Jugoslavia o da segreta
                autorizzazione del comandante supremo generale Eisenhower, sebbene in quel momento le
                condizioni politico-militari per la sua attuazione risultassero del tutto inesistenti e ancora
                provocassero una decisa perplessità da parte degli alleati. Ibidem, 2/113, al Capo di S.M.
                della Difesa Roma e p.c. al Generale di Brigata Fernando moech Rappresentante mil.ital.
                presso SHAPE Parigi, seguito f. 110 R.P./Op dell’11 c.m., Collaborazione jugoslava alla
                difesa del teatro Sud Europa, f.to il Capo di S.M. dell’Esercito Cappa, 17 ottobre 1951;
                ibidem, b. 4, 1951, Comando designato di Armata, Stato Maggiore, Ufficio Operazioni, allo
                Stato Maggiore dell’Esercito-Ufficio Operazioni, n. 170/1112, riferimento foglio n. 2/885
                in data 11 marzo 1951, oggetto: Direttive per la copertura alla frontiera orientale, f.to il
                Generale di C.A. Comandante Maurizio Lazzaro de Castiglioni, Verona 21 marzo 1951.
             16  Ibidem,  b.  3/1,  n.  110/R.P./Op.,  al  Generale  Fernando  Moech  Rappresentante  Militare
                Italiano presso lo SHAPE Parigi, Roma 11 ottobre 1951; id. 2/113, al Capo di S.M. della
                Difesa Roma e p.c. al Generale di Brigata Fernando moech Rappresentante mil.ital. presso
                SHAPE Parigi, seguito f. 110 R.P./Op dell’11 c.m., Collaborazione jugoslava alla difesa
                del teatro Sud Europa, f.to il Capo di S.M. dell’Esercito Cappa, 17 ottobre 1951.]]></page><page Index="454"><![CDATA[454                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                 Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito pertanto avrebbe consigliato quanto
             prima alle autorità nazionali italiane una razionale valutazione delle fondamentali
             funzioni reciproche: quella italiana, essenziale e strettamente connessa al teatro
             principale  del  Centro  Europa,  e  quella  jugoslava,  accessoria,  legata  invece  ai
             Balcani meridionali. Nel contesto della difesa delle nazioni atlantiche – sosteneva
             Cappa  –  l’azione  della  Jugoslavia  non  avrebbe  in  alcun  modo  condizionato  il
             teatro centro-europeo – la cui difesa risultava invece fondamentale per l’Italia –
             in quanto azioni avviate dalla frontiera jugoslava avrebbero avuto il loro effetto
             in ritardo e con risultati inferiori a quelli di eventuali azioni avviate dal ridotto
             alpino. La difesa a oltranza delle posizioni di frontiera jugoslave avrebbe assorbito
             forze ingente, non disponibili. Era inoltre da rilevare l’incapacità dell’esercito
             jugoslavo a opporsi ad azioni di massa, specie corazzate, che nella piane della
             Sava e del Danubio avrebbero trovato l’impiego più idoneo. Ne conseguiva quindi
             che la previsione dell’apporto jugoslavo sarebbe dovuta essere ragionevolmente
             fondata su inderogabili criteri di sicurezza: diffusa azione ritardatrice e, quale
             compito principale, il mantenimento del ridotto illirico. La funzione jugoslava
             andava pertanto vista in un quadro di:
             -  concorso alla difesa del fianco meridionale dello schieramento europeo (diretto
                nei confronti dello schieramento italiano: indiretto e quindi secondario, nei
                riguardi di quello del Centro Europa);
             -  sostegno e prolungamento del settore sud (italiano);
             -  collegamento di detto settore con quello greco-turco.

             Tale funzione poteva essere realizzata appunto con il mantenimento del menzionato
             ridotto illirico, che avrebbe consentito alle forze jugoslave di:

             -  collegare il settore sud con quello greco-turco in una zona montana che avrebbe
                permesso economia di forza e impiego di materiali non pesanti e quindi meno
                necessari per le forze italiane (materiali da montagna);
             -  svolgere, eventualmente con il concorso di forze alleate, azioni controffensive
                (puntate) verso le conche di Karlovac e di Zagabria (azioni considerate utili per
                la difesa della frontiera italiana);
             -  prolungare il fronte del settore sud impegnando forze avversarie che sarebbero
                altrimenti  state rivolte contro l’esercito  italiano  (con difesa regolare o con
                azioni di guerriglia);
             -  difendere, con l’economia di forze o di mezzi già citata, il bacino adriatico;
             -  alimentare azioni di guerriglia nel resto della Jugoslavia.
                 In tal modo, la funzione dell’esercito jugoslavo sarebbe stata quella “stori-
             camente esercitata” nell’ambito di un sostegno limitato ai materiali leggeri e da
             montagna, in un ambiente che favoriva “le naturali attitudini di un esercito portato]]></page><page Index="455"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        455



             per temperamento a condurre efficacemente la guerriglia piuttosto che affrontare
                                                                  17
             azioni organizzate di massa, specialmente se meccanizzate” .
                 In realtà, prosegue il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito in un rapporto
             del  17  ottobre,  la  tendenza  a  “una  visione  tanto  ottimista”  sulle  possibilità  di
             apporto della Jugoslavia alla difesa del teatro Sud Europa era già affiorata nella
             documentazione operativa elaborata dallo sHAPE Piano di emergenza e Piano
                  18
             1954.   Nell’occasione  Cappa  aveva  già  accennato  alle  conseguenze  dannose
             derivanti dall’affermazione di “tale erronea valutazione”: l’azione italiana presso
             lo SHAPE doveva quindi essere finalizzata a contrastare in ogni modo una simile
             affermazione e a ricondurre le previsioni relative all’apporto jugoslavo “nei limiti
             adeguati alla realtà della situazione”. In sostanza si considerava da parte italiana
             un apporto jugoslavo che fosse

             -  commisurato a una funzione legata ai Balcani meridionali (e in quanto tale
                secondaria) piuttosto che al fronte principale (Centro Europa);
             -  inquadrato in una ragionevole cornice di sicurezza che garantisse da possibili
                sorprese;
             -  previsto  essenzialmente  in  funzione  del  mantenimento  del  ridotto  illirico,
                in  un  ambiente  che  favorisse  le  naturali  attitudini  dell’esercito  jugoslavo  e
                consentisse la massima economia di forze e di mezzi.
                 Tale ipotesi, pur accogliendo il massimo apporto della Jugoslavia alla difesa
             territoriale, rendeva gli aiuti jugoslavi contenuti e qualitativamente limitati.
                 Il 7 novembre anche lo Stato Maggiore della Difesa – in una lettera trasmessa
             al Generale Moech e al Generale Enrico Frattini, capo della Missione Militare
             Italiana  a  Washington  –  impartiva  le  proprie  direttive  in  merito  all’eventuale
             collaborazione jugoslava alla difesa del teatro Sud Europa.  Gli ambienti di smD
                                                                 19
             erano già al corrente delle trattative con gli jugoslavi grazie alle informazioni
             ricevute dall’addetto militare a Belgrado, dopo l’incontro da questo avuto con
             il Generale americano Collins. La favorevole impressione avuta da quest’ultimo
             durante la visita nella capitale jugoslava, sembrava avesse contribuito a rafforzare
             la tendenza già chiaramente manifestata dagli Stati Uniti di attirare la Jugoslavia
             nella  loro  sfera  d’influenza  militare,  dando  maggior  risalto  allo  studio  dello


             17 ibidem.
             18  Ibidem, 2/113, al Capo di S.M. della Difesa Roma e p.c. al Generale di Brigata Fernando
                Moech  Rappresentante  mil.ital.  presso  SHAPE  Parigi,  seguito  f.  110  R.P./Op  dell’11
                c.m., Collaborazione jugoslava alla difesa del teatro Sud Europa, f.to il Capo di S.M.
                dell’Esercito Cappa, 17 ottobre 1951.
             19  Ibidem, Stato Maggiore della Difesa, 2° Reparto – 3^ Sezione, prot. n. 35052, allo Stato
                Maggiore Esercito Roma, oggetto: Collaborazione jugoslava alla difesa del Teatro Sud
                europa,  d’ordine  il  Capo  dell’Ufficio  del  Capo  di  S.M.  della  Difesa  (Ammiraglio  di
                Divisione G. Minotti), Roma 7 novembre 1951.]]></page><page Index="456"><![CDATA[456                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             SHAPE  sull’importanza della collaborazione militare jugoslava alla difesa  del
                               20
             teatro  sud europeo.   il  Generale  marras rimaneva  fermo nell’opinione  che  il
             concorso jugoslavo non avrebbe alleggerito in maniera sostanziale un’offensiva
             nemica  contro la  frontiera  orientale  italiana.  i rappresentanti  italiani  presso lo
             sHAPE  avrebbero dovuto insistere sulla funzione che realisticamente avrebbe
             potuto assolvere la Jugoslavia, tenuto preciso conto della sua consistenza politico-
             militare e della scarsa efficienza del suo esercito, poco idoneo ad opporsi ad azioni
             organizzate in grande stile. Marras ribadiva inoltre l’impossibilità della difesa
             a  oltranza  delle  frontiere  jugoslave,  che  avrebbe  assorbito  forze  difficilmente
             disponibili in quantità e qualità, e soprattutto potenzialmente sottratte alla difesa
             del  settore  centrale.  In  caso  d’attacco,  una  Jugoslavia  rapidamente  schierata  a
             difesa del “ridotto montano” balcanico – concludeva Marras –, avrebbe consentito
             di  massimizzare  il  concorso  dell’esercito  jugoslavo,  rendendolo  un  organismo
             leggero idoneo per la guerra in montagna. Per quanto riguardava l’Italia, non era
             possibile pensare a eccessivi spostamenti della linea principale di difesa verso est
             e a un conseguente impiego delle forze italiane fuori del territorio nazionale in
             uno schieramento comune italo-jugoslavo ribadito quanto mai innaturale e grave
             di incognite. 21
                 In definitiva, nonostante l’inevitabile opposizione dei vertici militari italiani
             alla collaborazione dell’Alleanza Atlantica con la Jugoslavia, iniziava a delinearsi
             una concreta possibilità d’integrazione del sistema difensivo occidentale con le
             forze  jugoslave  e  i  comandi  italiani  furono  ineluttabilmente  costretti  ad  agire
             di  conseguenza.  Da  parte  italiana  era  forte  la  necessità  di  non  compromettere
             le  relazioni  con  i  comandi  alleati  e  al  tempo  stesso  comprendere  come  questi
             prevedessero di coordinare l’azione difensiva in Austria o quella con gli jugoslavi,
             qualora fosse effettivamente decisa la saldatura della NATO con quest’ultimi.
                                                                                    22
             Anche  gli  studi  di  SMD  iniziarono  quindi  a  considerare  il  congiungimento  in
             un  unico  fronte  operativo  della  frontiera  italo-jugoslava. A  tal  proposito  il  20
             novembre la Sezione 2 dell’Ufficio Operazioni dello Stato Maggiore della Difesa
             descriveva in modo più dettagliato le relazioni di interdipendenza tra gli scacchieri


             20  Ibidem, Stato Maggiore della Difesa, 2° Reparto – 3^ Sezione, prot. n. 35035, al Generale
                Enrico Frattini Capo Missione Militare Italiana Washington, al Generale Fernando Moech
                Capo  Ufficio  Collegamento  Italiano  presso  SHAPE  Parigi,  oggetto:  Collaborazione
                jugoslava alla difesa del Teatro Sud Europa, f.to il Capo di S.M. della Difesa Marras,
                P.C.C.  il  Capo  del  2°  Reparto  Colonnello  in  s.S.M.  (E.C.  Fallaci-Bastianini),  Roma  6
                novembre 1951.
             21 ibidem.
             22  Ibidem, Stato Maggiore della Difesa, 2° Reparto – 3^ Sezione, prot. n. 35638, al Capo di
                S.M. dell’Esercito Roma e p.c. al Comandante Forze Terrestri Sud Europa Verona, oggetto:
                Andamento  della  linea  azzurra,  f.to  il  Capo  di  S.M.  della  Difesa  E.  Marras,  Roma  21
                dicembre 1951.]]></page><page Index="457"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        457




































                                           Josip Broz Tito


                                          23
             italiano, jugoslavo, greco e turco.  Nella questione difensiva generale della NATO,
             lo scacchiere italo-jugoslavo e greco riguardavano la penisola italiana e quella
             balcanica, posizioni di primaria importanza nel teatro operativo del Mediterraneo
             occidentale  e  centrale;  lo  scacchiere  turco  e  secondariamente  quello  greco
             riguardavano invece il teatro operativo del mediterraneo orientale e del medio
             Oriente. i primi riassumevano principalmente la loro importanza nella difesa della
             penisola italiana, ponte verso l’Africa settentrionale e sbarramento tra Malta e
             Suez. I secondi, ed essenzialmente quello turco, traevano la loro importanza dalla
             minaccia diretta al Medio Oriente e al canale di Suez, e per i riflessi nei riguardi
             del mediterraneo orientale derivanti dall’aggiramento degli stretti che il possesso
             della penisola greca da parte dell’avversario avrebbe determinato.
                 L’esame  degli  scacchieri  jugoslavo,  greco  e  turco  europeo,  riferito  in
             particolare alle direttrici operative, portava a confermare tale suddivisione.
             -  Scacchieri italiano e jugoslavo. Le operazioni condotte dall’Ungheria lungo



             23  Ibidem,  Ufficio  Operazioni-Sezione  2^,  oggetto:  Relazioni  di  interdipendenza  tra  gli
                scacchieri italiano-jugoslavo-greco e turco, Appunto, Roma 20 novembre 1951.]]></page><page Index="458"><![CDATA[458                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                le  direttrici  provenienti  dalla  regione  del  lago  Balaton,  e  adducenti  alle
                conche di Lubiana e di Zagabria, portavano a investire direttamente il fronte
                orientale italiano sulle direttrici della Sava, dell’Idria-Natisone e di Vipacco.
                Le direttrici che dall’Ungheria, dalla Romania e dalla Bulgaria sboccavano
                nella  zona  di  Belgrado  e  nel  solco  Morava-Vardar,  interessavano  nel  loro
                proseguimento attraverso Croazia-Bosnia Erzegovina-montenegro e Albania
                la costa adriatica nelle sue basi principali (Zara, Sebenico, Spalato, Cattaro).
                In  sintesi  lo  scacchiere  italiano  era  direttamente  interessato  nella  parte  più
                sensibile del fronte terrestre e direttamente minacciato lungo tutto il fronte
                marittimo, e in particolare nella zona più sensibile della penisola salentina da
                eventuali minacce partenti dall’Albania.
             -  Scacchieri  jugoslavo  e  greco.  Il  possesso  del  solco  Morava-Vardar  e
                principalmente della conca di Skopje, consentiva all’avversario l’investimento
                del fronte settentrionale greco tra il lago di Presba (Prespanko Jezero) e il
                bacino  dello  Struma,  da  dove  si  aprivano  le  maggiori  possibilità  operative
                verso l’interno della penisola greca. Le direttrici interessanti invece il tratto di
                frontiera greco-bulgara tra struma e maritza portavano a obiettivi non vitali
                per lo scacchiere greco; esse separavano agevolmente lo scacchiere greco da
                quello turco-europeo; ma potevano però essere sbarrate nel loro proseguimento
                verso l’interno della penisola sulla dorsale della penisola calcidica. in sintesi gli
                scacchieri jugoslavo e greco erano intimamente connessi dal solco jugoslavo
                Morava-Vardar, territorio che copriva lo scacchiere greco nel suo tratto più
                importante.

             -  scacchieri greco e turco-europeo. Come accennato potevano essere agevolmente
                separati da azioni avviate dalla Bulgaria tra struma e maritza e tendenti alla
                costa  dell’Egeo.  Tali  azioni,  non  facilmente  contenibili  data  la  vicinanza
                degli  obiettivi  e  l’ampiezza  del  fronte,  potevano  essere  compartimentate
                (sic) come già in parte rilevato, con lo sbarramento che attraverso la penisola
                calcidica copriva il porto di salonicco e l’interno della penisola greca e la
                copertura dello scacchiere  turco-europeo lungo il corso della  maritza. Per
                quanto  riguardava  le  azioni  che  dalla  Bulgaria  tendevano  direttamente  allo
                scacchiere turco europeo, il loro successivo sviluppo interessava: la zona degli
                stretti (Bosforo e Dardanelli); lo scacchiere greco lungo la costa dell’Egeo
                come  concorso alle  azioni  condotte  da nord.  il primo obiettivo  riguardava
                essenzialmente il Mediterraneo orientale e il Medio Oriente, data la possibilità
                di transito nella Turchia asiatica (Bosforo, ampiezza dai seicento metri ai due
                chilometri). Lo sviluppo delle operazioni lungo la costa dell’Egeo, come visto,
                non determinava invece una sostanziale minaccia per lo scacchiere greco.

                 In  sintesi,  gli  scacchieri  italiano,  jugoslavo  e  greco  formavano  un  unico]]></page><page Index="459"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        459



             sistema geo-strategico in quanto:
             -  il possesso delle  conche di Lubiana  e Zagabria  interessava  direttamente  lo
                sviluppo delle operazioni sul fronte orientale dello scacchiere italiano;
             -  il  possesso della  costa dalmata  creava  una potenziale  minaccia  sulla  costa
                adriatica;
             -  il  possesso  del  solco  Morava-Vardar  permetteva  l’investimento  del  fronte
                settentrionale  dello  scacchiere  greco  nel  suo  tratto  più  importante  ed  il
                raggiungimento  della  costa  albanese,  e  minacciava  nel  tratto  più  sensibile
                la  costa  orientale  della  penisola  italiana,  con  conseguenti  ripercussioni  sul
                predominio navale del mediterraneo.
                 sul fronte asiatico lo scacchiere turco interessava invece esclusivamente la
             zona del Medio Oriente e del canale di Suez, e sul fronte europeo non determinava
             minaccia consistente allo scacchiere greco al quale era legato indirettamente. Si
             terminava  pertanto  affermando  la  necessità  che  gli  scacchieri  italo-jugoslavo
             e greco fossero considerati un fronte continuo sottoposto a un unico comando
             operativo. 24
                 L’evoluzione che in quegli anni ebbero i rapporti tra Jugoslavia e NATO e le
             relazioni italo-jugoslave è ben nota. La Jugoslavia volle evitare un coinvolgimento
             diretto  nel  sistema  difensivo  della  NATO e  la  conseguente  subordinazione  al
             comando  militare  americano,  ma  una  sorta  di  associazione  jugoslava  de  facto
             alla NATO sarebbe avvenuta in modo indiretto attraverso il Patto balcanico del
             1953-54  con  Grecia  e Turchia,  entrate  nell’Alleanza Atlantica  nel  febbraio  del
             1952. Il “Patto balcanico” era volto alla formazione di un fronte comune contro
             l’espansione  sovietica  attraverso  un  attacco  dei  suoi  satelliti,  ma  in  seguito  al
             parziale  riavvicinamento  tra  Mosca  e  Belgrado  del  biennio  1955-56,  l’alleanza
             avrebbe rapidamente perso significato: sul momento, però, anche tale prospettiva
             preoccupò l’italia per l’importanza crescente che la Jugoslavia andava assumendo
             nella regione dal punto di vista militare e per le eventuali ripercussioni che tale
             situazione avrebbe avuto sulla questione di Trieste.
                                                         25
                 Pur opponendosi all’alleanza della Jugoslavia con i due membri NATO
             -almeno fino alla soluzione della contesa triestina- e nonostante i vertici militari
             italiani nelle persone di Cappa e marras avessero ritenuto nocivo lo spostamento
             a est della difesa italiana -Cappa ricoprì il suo incarico fino al 1952, Marras fino al
             1954- lo Stato Maggiore della Difesa italiano continuò a considerare, ed in modo
             più concreto, anche senza avere la certezza di accordi della Nato con la Jugoslavia


             24 ibidem.
             25  Sull’alleanza greco-turco-jugoslava si veda J. Iatrides, Balkan Triangle. Birth and decline
                of an alliance across ideological boundaries, The Hague-Paris, Mouton, 1968; S. Sfetas,
                From Ankara to Bled. Marshal Tito’s Visit to Greece (June 1954) and the Formation of the
                Balkan Alliance, in Balcanica, XLII, 2011, pp. 133-163.]]></page><page Index="460"><![CDATA[460                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             in tal senso, la necessità nei piani SHAPE e FTASE di assumere lo schieramento
             italiano  previsto  in  territorio  jugoslavo  e  il  momento  in  cui  le  truppe  italiane
             avessero superato la frontiera. L’occupazione delle posizioni montuose di Stol,
             Colovrat, Jessa, Grad, Corada, in territorio jugoslavo, furono considerate quelle
             più adatte da inserire nella linea difensiva italiana, qualora le relazioni politiche
                                                           26
             e militari con la Jugoslavia lo avessero consentito.  La difesa del confine italo-
             austriaco andava eseguita attraverso l’avanzata  dello schieramento  difensivo
             italiano dal Tagliamento alla riva destra dell’Isonzo, dando particolare importanza
             alla soglia Lubiana-Gorizia. Nell’ottobre del 1953, le assicurazioni verbali del
             maresciallo Montgomery, che aveva conferito con Tito, sembrarono confermare
             che  le  autorità  jugoslave  non  si  sarebbero  opposte  all’occupazione  di  alcune
             posizioni in territorio jugoslavo da parte italiana. 27
                 Nell’incertezza  di  quali  sarebbero  stati  i  piani  difensivi  nell’eventualità  di
             un attacco cominformista, ciò che di vantaggioso si raggiungeva in quegli anni
             tra italia e Jugoslavia era una maggiore indipendenza dalle grandi potenze nella
             gestione del contrasto per Trieste, poiché nel confronto mondiale Est-Ovest la crisi
             giuliana andò progressivamente perdendo la propria importanza. All’inizio degli
             anni Cinquanta, le condizioni internazionali sembravano finalmente favorevoli alla
             conclusione della lunga contesa confinaria (Memorandum di Londra del 5 ottobre
             1954), soprattutto a causa della nuova politica di sicurezza NATO in Europa e
             all’integrazione  della  Jugoslavia nel sistema difensivo occidentale.  Risolta la
             controversia  territoriale,  la  posizione  assunta  dalla  Jugoslavia  nell’ambito  del
             confronto bipolare  mondiale non tardò a essere apprezzata  anche  dall’italia:
             confinare con uno Stato, seppure comunista determinato a difendere la propria
             autonomia dall’Unione Sovietica, significava disporre di una certa sicurezza che
             consentiva di alleviare significativamente gli oneri politici, militari e finanziari
             dovuti alla posizione di confine dell’Italia sulla cortina di ferro. La Jugoslavia
             presto si rivelò anche un buon partner economico e si comprende perciò come per
             l’Italia essa divenne rapidamente uno dei pilastri della stabilità e della sicurezza
             in Europa.




             26  AUSSME, I-5, b. 6, Stato Maggiore della Difesa, 1° Reparto – Sezione Operazioni, prot.
                n. 112032, allo Stato Maggiore Esercito Ufficio Operazioni Roma, oggetto: occupazione
                della linea dell’Isonzo in territorio jugoslavo, f.to il Capo di S.M. della Difesa E. Marras,
                Roma 28 ottobre 1953.
             27  Ibidem, Comando Forze Terrestri Alleate Sud Europa, Stato Maggiore Ufficio Operazioni,
                prot. n. 174/3/SS/R.P., a S.E. il Gen. di C. d’A. Efisio Marras Capo di Stato Maggiore della
                Difesa Roma, oggetto: occupazione delle posizioni della linea dell’isonzo in territorio
                jugoslavo, f.to il Generale di C.d’A. Comandante E.G. Frattini, Verona 6 ottobre 1953;
                ibidem,  b.  7, Allo  Stato  Maggiore  della  Difesa,  1°  Rep.  Sez.  Op.  Roma,  2/2320/Op.,
                Occupazione della linea dell’Isonzo in territorio jugoslavo, 21 novembre 1953.]]></page><page Index="461"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        461



             Prigionieri di guerra italiani in mano dell’alleato
             inglese: una realtà scomoda, una realtà da ricostruire





             sara Corsi




             Introduzione
                   uesta ricerca nasce dall’interesse suscitatomi da una vicenda familiare: il
             Q mio nonno materno, classe 1915, come tanti altri, durante la ferma militare
             di due anni, partì volontario nel dicembre del 1938 per l’Africa Orientale, sbar-
             cando a Massaua, in Eritrea. Venne catturato, dagli inglesi, nel governo di Galla e
             Sidama, al confine con il Kenya, una delle sei province che costituivano l’ Impero
             Italiano d’Etiopia, il 1 aprile 1941.
                Sul suo foglio matricolare dopo questa data, non saranno riportati ulteriori dati
             fino al marzo del 1946. Cosa sia accaduto e quando di preciso, nell’arco di questi
             anni, viveva solo nei suoi brevi e lapidari racconti, che parlavano di un Kenya che
             gli aveva lasciato un brutto ricordo e di un trasferimento, una partenza, non si sa
                                                                     1
             bene quando, ma si presume dopo pochi mesi, per l’Inghilterra .
                il periodo in cui ho concentrato le mie indagini va proprio dal 1941 al 1946.

             Prima parte
                All’inizio del conflitto mondiale, gli inglesi non volevano inviare in Gran Bre-
             tagna i prigionieri di guerra poiché temevano le drammatiche conseguenze di un
             possibile sbarco nemico sulle isole britanniche, ma presto, già all’inizio del 1941,
             la loro campagna prese una nuova piega, dettata sostanzialmente da due necessità:
             liberare il fronte nordafricano da un sovraccarico di prigionieri di guerra per evi-
             tare spiacevoli episodi di rappresaglia e  tamponare la grande carenza di manodo-
             pera, si pensi che i campi di lavoro e internamento in Inghilterra furono circa 530.
                La manodopera agricola era resa insufficiente per ragioni belliche, sia perché
             il grosso della forza lavoro era impiegato nelle armi, sia perché l’importazione
             dalle colonie, da cui gli inglesi dipendevano massicciamente, era resa sempre più
             difficile dalla guerra.


             1  A Nyeri, città a 150 km. da Nairobi, sorge un Sacrario ai Caduti della Seconda Guerra
                mondiale, ed ogni anno la comunità italiana in Kenya e i funzionari dell’ambasciata italiana
                svolgono una cerimonia di commemorazione. Nel Sacrario di Nyeri, riposa il Duca Amedeo
                d’Aosta, medaglia d’Oro al V.M., e circa altri 700 soldati italiani morti in Kenya, Uganda
                e Tanzania.]]></page><page Index="462"><![CDATA[462                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Trasferire gli italiani in Gran Bretagna era rischioso per le difficoltà di traspor-
             to, la carenza di alloggi, ma anche per le restrizioni di sicurezza nazionale. Se
             comunque, la Gran Bretagna aveva utilizzato la manodopera straniera già nella
             Grande Guerra, la situazione attuale era radicalmente mutata, soprattutto per il nu-
             mero dei soldati coinvolti, si pensi che solo quello degli italiani era pari a 5 volte
             quello dei prigionieri di tutte le altre nazionalità detenuti dagli inglesi nel primo
             conflitto mondiale.


                Durante i viaggi di  trasferimento non mancarono episodi drammatici come
             quello dell’affondamento nel settembre del 1942 del transatlantico Laconia, che
             aveva rotta sud Africa- Gran Bretagna.
                Se non altro queste tragedie sollecitarono l’adozione di  nuovi criteri di sicu-
             rezza, in base ai quali si iniziò a contenere il numero dei soldati da trasferire di
             volta in volta .
                         2
                Dai campi di concentramento, i prigionieri potevano essere distaccati negli
             hostels, piccoli alloggi di proprietà del Ministry of Agricolture, dalla capienza di
             30/50 persone, tutti dipendenti da un campo madre. Questa sistemazione permise
             di dislocare presto i prigionieri in tutto il paese.
                A partire dal 1942, vennero utilizzati i billets, ossia alloggi collocati all’interno
             delle fattorie stesse in cui i prigionieri lavoravano; questo tipo di collocazione
             permise di abbattere innanzitutto i costi della sorveglianza, ed inoltre forniva agli
             italiani l’idea di una maggiore libertà e la possibilità di ottenere maggiori quantità
             di cibo.
                I prigionieri italiani prima di essere collocati all’interno di questi alloggi, su-
             bivano dei processi di selezione curati dal War Office e dal Foreign Office, che
             sbrigavano rispettivamente, il primo, le pratiche dell’amministrazione e del col-
             locamento dei prigionieri in base alla Convenzione di Ginevra, ed il secondo si
             occupava dei rapporti con i paesi nemici.
                In ogni campo-base c’era la figura del camp leader, solitamente si trattava di
             un sottoufficiale italiano, responsabile della disciplina dei suoi connazionali da-
             vanti agli inglesi e della scelta del settore lavorativo da assegnare ai prigionieri.
                Nei campi si conduceva sostanzialmente un buono stile di vita, si mangiava
             in quantità accettabili e con una dieta adattata alle abitudini alimentari degli ita-
             liani, altrettanto si poteva dire delle condizioni igieniche e la disciplina.  I campi
             fornivano riscaldamento, letti e cibo e questa era sicuramente una delle migliori
             prospettive a cui un soldato potesse aspirare in quelle circostanze, anche perché ci
             si trovava nell’impossibilità materiale di lasciare la Gran Bretagna. Pertanto, i ten-
             tativi di fuga erano praticamente inesistenti. Ai soldati veniva distribuita la token


             2  L.Sponza, Divided Loyalties. NA, ADM 1/14864 “Limitations on carrying prisoners of war
                on ships” 1942.]]></page><page Index="463"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        463



             money, una certa quantità di gettoni validi unicamente nel circuito dei campi, con
                                                                                    3
             cui all’interno degli spacci, essi potevano acquistare cioccolata, sigarette, penne .
                Diversi erano anche gli svaghi proposti dalla YMCA, organizzazione mondiale
             cristiana per l’assistenza dei giovani, che svolse un ruolo importantissimo lungo
                                         4
             tutte le varie fasi della prigionia . In questa prima fase (1941-1943), lo spirito del-
             la YMCA consisteva nell’alleviamento delle sofferenze del prigioniero e nell’or-
             ganizzazione di attività didattiche per la campagna di alfabetizzazione.
                Il governo inglese si rese conto di poter utilizzare la fama di questo buon tratta-
             mento per fini propagandistici, invogliando gli altri italiani al fronte ad arrendersi
             spontaneamente. E questa propaganda avvenne attraverso i giornali, in particolare
             quello in circolazione tra i prigionieri era il “Corriere del Prigioniero”, attraverso
             il quale i soldati si informavano della realtà e delle condizioni interne ed esterne
                     5
             ai campi . Questa era la testimonianza dello scontro tra due culture diverse, quella
             italiana e quella inglese, l’una che preferiva lasciare i suoi soldati nell’ignoranza
             pur di non far emergere la tragedia che li vedeva protagonisti, e l’altra praticante
             la libertà di informazione.
                Il principale motivo d’indisciplina dei prigionieri italiani ed anche ciò che più
                                                                       6
             di tutto faceva soffrire i soldati, era un order emanato nel 1940  che stabiliva il
             divieto di fraternizzazione per i prigionieri di guerra; per fraternizzazione, si in-
             tendeva chiaramente il divieto di contatti diretti con la popolazione civile locale,
             in particolare con le donne britanniche. Al secondo posto tra i comportamenti
             indisciplinati, si collocavano gli attacchi alle scorte dei prigionieri, e al terzo, il
             rifiuto collettivo del lavoro. Quindi, oltre alla fratellanza, ossia oltre ad i segni d’a-
             micizia, erano vietati anche quelli di ostilità, e proprio questa situazione anomala
             ed insostenibile creava il malessere psicologico del prigioniero italiano nei campi.
             Ma i rapporti di affetto e simpatia tra italiani e i britannici, soprattutto donne, era-


             3  Ben  diversa  era  la  situazione  nel  famoso  “campo  n°  4”  dove  erano  ospitati  gli  illustri
                prigionieri, gli alti gradi dell’esercito che soggiornavano in questa villa, nella quale, non
                dovendo lavorare, come tutti gli ufficiali, si dedicavano ad attività di svago e sportive, non
                consci del fatto che tutto questo aveva il fine, da parte degli inglesi, di raccogliere attraverso
                opportune intercettazioni, delle informazioni sui vertici delle forze armate italiane.
             4  Young Men’s Christian Association. Fondata nel 1845 a Londra ad opera di un giovane
                commerciante  inglese,  George  Williams,  dall’Inghilterra  il  movimento  si  estese  presto
                nell’Europa e nell’America settentrionale per la creazione di un’opera sociale-religiosa
                che finì con il divenire una delle maggiori istituzioni educative e culturali. Durante i due
                conflitti mondiali la YMCA collaborò con la Croce Rossa Internazionale e americana per
                prestare assistenza morale e materiale ai soldati. Analoghe finalità persegue nel campo
                femminile l’Y. W. C. A. (Young Women’s Christian Association).
             5  A partire dal giugno del 1943 il nome della testata venne sostituito, per ovvi motivi, con “Il
                Corriere del Sabato”.
             6  Access and Communication, varato dal Prisoners of War and Internees. Nel 1942 vennero
                introdotte restrizioni ancora più rigide.]]></page><page Index="464"><![CDATA[464                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             no diventati ormai un fenomeno difficilmente arginabile.
                il progetto di rieducazione cui sottoporre i prigionieri italiani lavorava su due
             fronti: il primo consisteva nel fornirgli gli strumenti per comprendere le basi e
             principi della democrazia, il secondo nell’inculcare nelle loro menti l’avversio-
             ne per il comunismo, che era già percepito come una minaccia. Quest’opera di
             rieducazione che era stata messa in atto in inghilterra per far conoscere agli ita-
             liani la parabola del democratic way of life, si rivelò alla fine dei giochi un gran
             fallimento, poiché un governo che irreggimentava con restrizioni di questo tipo i
             rapporti umani, e sfruttava questi uomini come manodopera, non poteva di certo
             godere dell’immaginario collettivo dei soldati della nomina di un paese modello
             di democrazia.

             Seconda parte
                L’estate del 1943 segnò, nel destino di questi uomini, un profondo solco, det-
             tato da due importanti avvenimenti: il 25 luglio, in cui avvenne la caduta del
             ventennale regime fascista e l’arresto di Mussolini, e l’8 settembre, celebre data
             dell’armistizio.
                Gli italiani, una volta crollato il fascismo, pensarono di poter essere finalmente
             rimpatriati, ma questo non era neanche lontanamente nei piani degli inglesi, (suc-
             cessivamente spiegheremo meglio perché) ma anzi, questi decisero vilmente, di
             sottoporre gli italiani ad una sorta di ricatto psicologico, dicendo loro che ora che
             il fascismo era stato sconfitto, bisognava pensare alla ricostruzione della penisola,
             e quindi loro dovevano continuare a lavorare, per fornire cibo alla povera Italia.
                Per l’Inghilterra, il vero problema era cercare di sopperire alla mancanza di
             manodopera; dato che sembrava poco corretto continuare a fare prigionieri i sol-
             dati di uno stato non più belligerante, la soluzione più ovvia appariva proprio
             quella di attingere dai campi di prigionia dei Dominions, i cui prigionieri vede-
             vano nella Gran Bretagna la salvezza e desideravano abbandonare quei territori
             duri, dove le condizioni di internamento erano ai limiti del sopportabile, dove si
             soffriva fame e caldo, come in Kenya. Lasciare questa terra, imbarcarsi da Mom-
             basa per tornare in Europa, solo questo pensiero sollevava già di molto, l’animo
             di questi prigionieri che si sentivano già più vicini a casa.
                L’armistizio creò uno scompiglio ancora maggiore, poiché adesso l’Italia, non
             solo non era più un paese belligerante, ma era anche formalmente quasi un allea-
             to, dunque il trattenimento dei “prigionieri” in Inghilterra diveniva sempre meno
             giustificato. Tuttavia, proprio sull’aspetto formale di questo accordo, si soffermò
             il War Office per ribadire che si trattava unicamente di un atto militare, il quale
             poco aveva a che fare con la condizione e lo status dei prigionieri italiani detenuti
             in Gran Bretagna.
                Di questa possibile modifica dello status, che si poneva ora, si preoccupò parti-
             colarmente il Ministry of Agricolture, che continuava a necessitare della manodo-]]></page><page Index="465"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        465



             pera italiana. L’idea di veder sfumare l’apporto di 155 mila uomini, perdere le loro
             braccia, avrebbe significato per l’economia agricola inglese un durissimo colpo.
                Pertanto vista l’importanza degli interessi in gioco, la discussione relativa alla
             modifica del loro status, fu subito molto accesa, ed eventualmente, sarebbe dovuta
             nascere dall’accordo tra i governi alleati e Badoglio. Churchill si dimostrava fa-
             vorevole ad un cambiamento dello status a patto che gli ex nemici continuassero a
             lavorare, e tutti coloro che avessero rifiutato di essere impiegati, sarebbero rimasti
             prigionieri di guerra. Ma a queste condizioni praticamente gli italiani avrebbero
             sì, lavorato al fianco degli alleati, perdendo la denominazione di P.o.W (7), ma
             lo sarebbero rimasti tali di fatto e avrebbero perso anche tutte le garanzie della
                                   7
             Convenzione di Ginevra .
                Questo era il fulcro della questione per gli inglesi: superare le limitazioni di
             Ginevra, che finora avevano impedito di impiegare i prigionieri in occupazioni at-
             tinenti alla guerra, ma che con il cambiamento dello status degli stessi, sarebbero
             decadute e avrebbero lasciato libero spazio agli inglesi.
                Tuttavia, per superare le limitazioni imposte da Ginevra, era necessario un as-
             senso formale di Badoglio; a differenza degli inglesi, gli americani lavorarono su
             questo punto: nell’ottobre del 1943 il Generale Eisenhower chiese a Badoglio di
             poter utilizzare i prigionieri italiani in Nord Africa, per “servizi non di combatti-
             mento connessi con lo sforzo bellico alleato”, e due giorni dopo Badoglio diede il
             suo assenso, e questo assenso altro non fu che la concretizzazione di quanto sup-
             posto alla stipula dell’armistizio, ossia la convinzione che prima o poi gli italiani
             si sarebbero affiancati agli Alleati in guerra.
                Gli americani, avendo a questo punto riconosciuto agli italiani il ruolo di co-
             belligeranza, si dimostravano più propensi, per senso logico, al cambiamento del-
             lo status dei prigionieri, che tali non potevano più essere considerati.
                L’unica soluzione concepita dagli inglesi invece, era che il governo italiano
             accettasse di far rimanere prigionieri gli italiani detenuti, mentre questi collabo-
             ravano con loro anche in occupazioni belliche, essendo ora non più sottoponibili
             alla Convenzione di Ginevra. Queste erano le condizioni a cui avevano deciso di
             sottoporre l’assenso di Badoglio.
                Questa differente ottica tra gli alleati anglo americani li portò a procedere in
             maniera separata sulla questione.
                Il governo americano stipulò con gli italiani un accordo secondo il quale i
             prigionieri detenuti negli States sarebbero stati “prigionieri che godevano di par-
             ticolari privilegi”.


             7  P.o.W. ovvero Prisoners of War, forma abbreviata utilizzata nella documentazione militare
                inglese, il cui anagramma Wop, simboleggiava, con un termine difficilmente traducibile
                nella nostra lingua, “ italiano” in senso dispregiativo, “guappo” ed era assimilato all’e-
                spressione  without papers/passport, persona senza documenti.]]></page><page Index="466"><![CDATA[466                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate




                Per gli inglesi, raggiungere un accordo fu più difficile. Essi proponevano agli
             italiani di arruolarsi come volontari e quelli che non fossero stati idonei o avessero
             rifiutato sarebbero poi stati impiegati in settori comunque utili alla causa comune.
             Gli inglesi offrivano dunque la possibilità agli italiani di dividersi tra cooperatori
             e non; per i cooperatori sarebbe stata rimossa dalla divisa la scritta P.o.W  (anche
             se sarebbero rimaste vigenti le restrizioni sul divieto di fraternizzazione) e tramite
             un documento sottoposto a firma, avrebbero perso tutti i benefici dello status pre-
             armistiziale, quali le tutele della Convenzione di Ginevra, guadagnando così di
             fatto solo l’eliminazione della scritta dalla divisa.
                Con la cobelligeranza, gli italiani non solo perdevano la protezione del Trattato
             di Ginevra ma anche la paga, perché se prima percepivano lo stipendio previsto
             dalle Forze Armate italiane, e un secondo stipendio per i servizi prestati in Gran
             Bretagna, adesso divenendo appartenenti alle forze alleate, avevano diritto ad un
             solo stipendio, poiché le altre attività rientravano tra i doveri di leva.
                L’armistizio nel concreto non portò a cambiamenti effettivi della routine degli
             italiani, ma questi divennero meno malleabili e grazie al progetto di rieducazione,
             con il supporto del “Corriere”, che si rinnovò totalmente,  i lettori furono invitati
             a scrivere sul giornale e vennero loro poste le questioni dei grandi temi delle po-
             litica italiana.
                Uno dei rari enti inglesi a non approvare lo smantellamento della Convenzione
             di Ginevra, era come preannunciato, il Ministry of Agricolture. Dato che ora gli
             italiani potevano essere impiegati in occupazioni connesse all’attività bellica, il
             MFA temeva che venissero così sottratte troppe braccia all’agricoltura. Inoltre
             sempre nuovi settori facevano domanda per attingere al bacino di manodopera
             italiana a basso costo. In realtà i timori dell’ MFA erano piuttosto infondati, visto
             che questo continuava ad ottenere le quote di assegnazione maggiori.
                La proposta di accordo degli alleati giunse, nel gennaio del 1944, al Governo
             italiano, che la bocciò in blocco, trovando ridicolo che tale accordo volesse esser
             fatto passare come l’inizio di una collaborazione, che in realtà era già iniziata da
             mesi, e soprattutto l’Italia non poteva accettare che quegli uomini continuassero
             ad essere chiamati prigionieri. Gli inglesi rimasero molto stupiti di questo rifiuto
             anche perché avevano già predisposto ogni cosa per le procedure di cooperazione,
             che era tra l’altro già vigente in Nord Africa. In più, gli inglesi premevano per
             eliminare la Convenzione, soprattutto per fattori di convenienza economica: se
             gli italiani fossero rimasti tutelati, non si sarebbe potuto applicare al pagamento
             dei loro stipendi il cambio da sterline a lire, per loro estremamente vantaggioso.
                In questo momento, si inserì nella discussione il generale Pietro Gazzera, al
             quale Badoglio diede piena libertà d’azione nella contrattazione con gli Alleati;
             questi poneva al primo posto la disciplina, e al secondo il miglioramento delle
             condizioni dei prigionieri. Ci furono numerosi meeting tra Gazzera e mac Far-]]></page><page Index="467"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        467


































             lane, referente degli Alleati, dopo i quali si decise di sospendere le trattative per
             mancanza di accordi; a questo punto Badoglio intervenne in prima persona per
             chiedere a Mac Farlane di essere comprensivo nei confronti di questa difficile
             situazione, ma a nulla valsero i suoi appelli. La questione dello status non era
             ritenuta trattabile.
                Visto che continuavano a proporsi solo difficoltà, gli inglesi pensarono che
             sarebbe stato bene imporre a Badoglio un accordo forzoso, metterlo quindi da-
             vanti al fatto compiuto. Non tutti gli enti inglesi erano d’accordo nell’utilizzare
             gli italiani senza consenso del loro capo del governo, tra questi il PWE (Political
             Warfare Executive). Tuttavia, le lamentele furono ignorate e venne persino soste-
             nuto che l’art 31 della Convenzione, era divenuto inapplicabile agli italiani per il
                                            8
             solo fatto che erano ora cooperanti .
                Tra mille contraddizioni, il reclutamento per i cooperanti iniziò nella primave-
             ra del 1944, in silenzio, per evitare situazioni imbarazzanti con il governo italiano.
             Pochissimo tempo dopo, il quotidiano statunitense “Stars and Stripes” e Radio
                                       9
             Londra, resero nota la notizia . Badoglio scrisse a mac Farlane:


             8  Articolo  31  «Le  prestazioni  d’opera  dei  prigionieri  non  avranno  alcun  rapporto  con
                le operazioni belliche.  E’ strettamente  proibito adibire  i prigionieri alla fabbricazione
                e al trasporto di armi e munizioni come pure al trasporto di materiale destinato a unità
                combattenti».
             9  Stars and Stripes, quotidiano ufficiale delle forze armate americane.]]></page><page Index="468"><![CDATA[468                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                   “Ora apprendo con mia grande sorpresa che i militari italiani sarebbero
                stati organizzati in unità speciali comandate di fatto da ufficiali alleati...
                se così realmente fosse il governo italiano sarebbe messo di fronte ad un
                fatto compiuto che non tiene conto né dei suoi diritti, né dei suoi desideri.
                Il consenso generico da me dato l’11 ottobre del 1943, non autorizzava
                affatto alla costituzione di unità senza il concorso del comando italiano, né
                tanto meno che gli italiani dovessero compiere lavori esplicitamente proi-
                biti dalla Convenzione di Ginevra. il Governo italiano ha ripetutamente
                sostenuto il massimo apporto alla cobelligeranza: i militari italiani tuttora
                detenuti devono cessare dallo status di prigionieri, tutti, senza ricorrere al
                volontarismo. Le unità italiane devono di diritto e di fatto essere comandate
                da ufficiali e sottoufficiali italiani”.

                La risposta a Badoglio fu lapidaria, la cooperazione esisteva già in Nord Afri-
             ca, con gli americani, e la Convenzione vietava unicamente che i prigionieri fosse-
             ro impiegati contro il proprio paese. Quindi il 10 maggio i britannici annunciarono
             senza preoccupazioni, poiché ormai la notizia era nota, l’inizio della cooperazio-
             ne.
                Tuttavia, a fine maggio, ci si rese conto che, con la cessazione della guerra in
             Europa, (dato che gli italiani avevano ormai come unico nemico la Germania) per
             continuare ad utilizzarli, e non contravvenire dunque a quanto pochi giorni prima
             avevano affermato, necessitavano, per impiegarli a quel punto in una guerra extra-
             europea, dell’assenso italiano. L’unico ostacolo per giungere all’accordo con gli
             italiani era la modifica dello status dei prigionieri, ma gli inglesi non erano ancora
             pronti e la manodopera italiana si rendeva sempre più necessaria.
                Nel frattempo Bonomi divenne Presidente del Consiglio e Stone, sostituì l’in-
             transigente Mac Farlane, il quale comprendeva l’imbarazzo che questa vicenda
             stava causando al governo italiano, il quale appariva ormai totalmente impotente.
                Nel novembre del 1944, con la dichiarazione di Hyde Park, fu consentito all’I-
             talia di inviare a Londra un rappresentante ufficiale, Nicolò Carandini, uomo ap-
             parentemente comprensivo verso i sentimenti tristi dei prigionieri, ma che allo
             stesso tempo, li invitava a collaborare attivamente con gli alleati, anche per ria-
                                        10
             bilitare l’immagine dell’italia . Su 153.000 italiani prigionieri in Inghilterra, nel
             1945, il 75% cooperava, il restante 23% era costituito da non cooperatori e il 2%,
             da fascisti.
                Gli inglesi sostenevano che il Governo italiano faceva della questione dello
             status dei prigionieri, solo una questione di nome, non comprendevano che elimi-


             10  Nicolò Carandini (1895-1972),  Treccani Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 19
                (1976) Carandini Albertini, Elena, Passata la stagione... Diari 1944-1947, Firenze, 1989.
                Riccardi, Luca, Nicolò Carandini il liberale e la nuova Italia, 1943-1953, Grassina, Bagno
                a Ripoli, 1992.]]></page><page Index="469"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        469



             nare quella denominazione significava per l’Italia anche risolvere quella determi-
             nata questione.
                Il morale dei soldati italiani intanto era a terra, per quanto avessero capito che
             il rimpatrio era ormai un miraggio lontano, desideravano almeno (visto che di
             fatto non erano più nemici, ma cooperatori), che le limitazioni riguardo alla fra-
             ternizzazione venissero allentate.
                Intanto Gazzera si preoccupava delle modalità con cui sarebbero stati accolti
             questi soldati al loro rimpatrio: non sarebbero mai state adeguate! Non era nelle
             possibilità dell’Italia onorarli né tanto meno reinserirli nel contesto di una società,
             totalmente dissestato dalla guerra.
                La YMCA continuava la sua attività, mutando in questa seconda fase le pro-
             prie finalità. Essa adesso mirava a rendere i campi più accoglienti possibili, anche
             se la cooperazione, con il suo avvento, aveva creato una grossa divisione nella
             grande famiglia dei prigionieri dei campi, dove i cooperatori erano separati dai
             non cooperatori. Le ragioni che avevano spinto i primi a collaborare erano state,
             oltre all’obbedienza agli ordini del Governo legittimo, anche la speranza in un
             trattamento migliore ed in una priorità acquisita per i rimpatri, così come nella
             convinzione che fosse bene passare dalla parte del vincitore.
                i non cooperatori dal canto proprio avevano all’origine della propria scelta
             più diverse motivazioni. Gli italiani del Nord, collaborando con gli Alleati, teme-
             vano che i loro familiari, al confine con la Germania potessero subire ritorsioni,
             la paura di subire essi stessi delle ritorsioni da parte dei compagni fascisti o non
             cooperatori; l’agricoltura era un’attività più apprezzata della guerra e decisamente
             anche molto meno rischiosa; la disponibilità per i lavori connessi alla guerra, po-
             teva significare un trasferimento, e quindi l’abbandono dell’unico punto di riferi-
             mento che si aveva in Inghilterra, la comunità di campo; immaginavano e avevano
             saputo che i privilegi per i cooperatori non si sarebbero concretizzati; non capi-
             vano quale posizione il governo italiano aveva deciso di prendere in merito alla
             questione, perché da un lato non riconosceva le unità di collaborazione, dall’altro
             auspicava ad una partecipazione sempre più ampia dei prigionieri. Infine, ma si
             trattò di una minoranza veramente irrisoria, alcuni fra i non cooperatori erano di
             convinzione fascista. Tuttavia, quasi mai quella di cooperare o non cooperare fu
             una scelta politica, come abbiamo ampiamente visto.
                L’unica differenza nel trattamento dei cooperatori, era che ad essi era conces-
             so l’accesso ai negozi, bar e mezzi pubblici, ma con risultati pratici veramente
             deludenti, visti i numerosi episodi di xenofobia, in quanto gli inglesi accusavano
             gli italiani di starsene al sicuro in Inghilterra, mentre i loro soldati pensavano alla
             ricostruzione dell’Italia, rischiando la vita. Ma il vero motivo dei litigi era quasi
             sempre la gelosia che nasceva per i rapporti che gli uomini italiani creavano con
             le donne britanniche, segno al contrario, questo, di un’ integrazione.]]></page><page Index="470"><![CDATA[470                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             Ultima fase
                Il rimpatrio non fu mai per gli inglesi un atto di compassione, ma piuttosto una
             strategia economica e un’esigenza politica. infatti i rimpatri vennero curati con un
             processo di selezione tale, da far in modo che riscuotessero un certo successo dal
             punto di vista propagandistico, quindi si scelse ad esempio di dar precedenza agli
             alti gradi piuttosto che ai soldati. i rimpatri servivano anche a stemperare il clima
             effervescente che c’era in Italia, quei soldati erano infatti trattenuti in Inghilterra
             per il solo sfruttamento della loro manodopera.
                Il rientro era motivo di preoccupazione per il passaggio da prigionieri a reduci,
             con tutte le difficoltà del caso, che si era già proposto durante il primo dopoguer-
             ra. Già dal novembre del 1944 era attivo l’Ufficio Autonomo Reduci Prigionia di
             Guerra e Rimpatriati che si sarebbe occupato del reinserimento civile e lavorativo
             dei reduci. L’Ufficio, guidato da Mannerini, suggeriva di rimpatriare gli italiani
             prigionieri degli alleati per ultimi, poiché godevano di un buon trattamento ed una
             buona salute rispetto agli altri; era quindi lampante che l’Italia, questi prigionie-
             ri, non li desiderava veramente, o per lo meno non subito. Non c’erano i mezzi
             materiali per fornire loro alloggio, per sfamarli, vestirli, trasportarli. Le autorità
             italiane infatti continuavano a sperare che gli alleati si sarebbero fatti carico degli
             ex prigionieri, ma questi non ne avevano molta intenzione.
                La mancanza di naviglio fu una giustificazione spesa più volte sia dai britan-
             nici che dagli italiani, per il ritardo dei rimpatri, e per quanto potesse il più delle
             volte sembrasse una scusa, era una realtà effettiva. La priorità per il ritorno in
             Italia era data ai paesi più lontani, come ad esempio l’Australia, dunque per questa
             ed altre ragioni, i prigionieri detenuti in Inghilterra, come anche quelli in Nord
             Africa, furono gli ultimi a rientrare in patria.
                La guerra si concluse nel maggio del 1945. Carandini, rappresentante italiano
             a Londra, che gestiva dunque i rapporti di intermediazione come un diplomatico
             e aveva sotto la sua protezione i prigionieri italiani, fece capire che, prima di
             provvedere al rimpatrio, era bene sparisse ogni distinzione fra cooperatori e non.
             Anche perché queste erano state scelte prese in momenti di confusione, ed il più
             delle volte erano state scelte dettate dal timore di ritorsioni o false speranze che
             erano state maleficamente alimentate.
                Per fare in modo che questa differenziazione venisse cancellata, l’ambascia-
             tore Carandini propose di dare l’ordine a tutti gli italiani di cooperare. Gazzera
             manifestò le sue perplessità, come si poteva chiedere di cooperare visto che ora
             con la fine della guerra l’oggetto della cooperazione era venuto  meno? Inoltre
             l’equiparazione tra cooperatori e non avrebbe generato un forte malcontento tra
             i prigionieri stessi che avrebbero visto vanificare il loro impegno. Ma Carandini
             insistette, e allora Gazzera comunicò che il Consiglio dei Ministri aveva deciso
             di assecondare la sua proposta, ma sotto la veste di un invito e non di un ordine.
                In più, gli americani a guerra terminata iniziarono a rimpatriare i prigionieri]]></page><page Index="471"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        471



             italiani e questo mise in difficoltà gli inglesi, che non erano ancora pronti all’idea
             di rimanere sprovvisti di manodopera. Ma se da una parte questa era la preoccu-
             pazione inglese, dall’altro lato anche l’Italia si diceva fortemente in allarme per
             la gravissima situazione economica in cui versava e per il conseguente difficile
             reinserimento dei reduci. Lo stesso Carandini manifestò ambigui atteggiamenti
             sulla questione, dichiarando che i rimpatri degli italiani si sarebbero effettuati alla
             fine del raccolto annuale.
                In questo contesto di assurdità si inserì un aspetto della storia democratica
             occidentale del quale c’è poco da andare fieri, perché si poneva la questione delle
             elezioni del 2 giugno. Carandini sosteneva che si sarebbero tratti dei vantaggi nel
             trattenere gli italiani ancora in inghilterra. si prese anche in considerazione l’idea
             di far votare questi uomini nel paese in cui erano ancora trattenuti, ma questa
             procedura avrebbe poi dovuto valere per ogni altro paese che deteneva i soldati
             italiani. Quindi, solo pensando alla Russia sovietica, si decise di accantonare tale
             ipotesi: il rischio che il comunismo prendesse tutti quei voti andava evitato, anche
             a costo di pilotare in un qualche modo quelle che dovevano essere le prime vere
             elezioni a suffragio universale della storia d’italia.
                Intanto, sul fronte dei trasporti i britannici fecero sapere che per gli italiani non
             ci sarebbe stato spazio sulle navi prima del marzo del 1946, ed erano difficoltà
             reali. Anzi singolare fu che 7.000 italiani riuscissero ad essere rimpatriati già a
             dicembre del 1945.
                Con la fine della guerra vi fu la cosidetta germanizzazione del lavoro, i tede-
             schi furono impiegati in condizioni simili a quelle degli italiani ma fu loro vietato
             l’accesso agli esplosivi, e non potevano alloggiare nei billets, quindi vennero fatte
             costruire dai tedeschi stessi delle altre sistemazioni. Questo processo di germa-
             nizzazione, fece si che venissero quasi cancellate le tracce dei prigionieri italiani
             in Inghilterra, poiché i tedeschi continuarono a rimanere nel paese fino al 1948.
                Intanto, in Italia, le proteste e le manifestazioni per il ritardo dei rimpatri di-
             vennero all’ordine del giorno. Nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946 in-
             fatti, venne negato di partecipare a 260 mila italiani, ancora prigionieri nel mondo,
             dei quali 38 mila ancora in Gran Bretagna. Il governo inglese decise di velocizzare
             i rimpatri circa 9.000 uomini al mese, e a fine luglio del 1946, questi potevano
             dirsi conclusi.
                Vi era poi una minoranza di italiani che avevano scelto di rimanere, come im-
             piegati agricoli, ottenendo poi nel tempo dei contratti temporanei di lavoro; altret-
             tanti riconoscimenti vennero dati a tutti quegli italiani che in Inghilterra avevano
             trovato l’amore, e avevano deciso di sposare le donne con le quali, per tutti quegli
             anni di prigionia, non avevano potuto mostrare in pubblico, il loro legame. Queste
             politiche presero piede soprattutto per riconoscere un certo basso numero di figli
             illegittimi che erano nati durante questo passaggio italiano in Gran Bretagna.]]></page><page Index="472"><![CDATA[472                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             Conclusioni
                Eppure nei ricordi di questi italiani, al di là delle mille sofferenze patite dal
             punto di vista psicologico, per la lontananza, la privazione di libertà personale e
             l’allontanamento dal mondo esterno, al di là di tutto questo, l’Inghilterra non la-
             sciò un cattivo ricordo, anzi in molte delle lettere che questi soldati scambiavano
             con le famiglie emerge una visione piuttosto armoniosa del paese in cui per tanti
             anni erano stati costretti a lavorare.
                Il reinserimento dei reduci nella realtà socio economica italiana è decisamente
             un argomento altrettanto complesso, che non può essere approfondito in questa
             sede. Ho il piacere di mostrarvi però una fotografia che venne scattata al momento
             del rimpatrio di mio nonno.
                Il caso dello status degli italiani prigionieri, dopo l’armistizio, è rimasto una
             vergognosa questione irrisolta; fu senza dubbio uno sfruttamento a vantaggio de-
             gli anglo americani, ma, al contempo, servì all’Italia come merce di scambio,
             nella speranza di un atteggiamento più accomodante nei propri confronti per aver
             contribuito a sostenere, con il sacrificio dei propri uomini, l’economia inglese
             durante e dopo la seconda guerra mondiale.
                Questo spiega perché la storia si sia poco soffermata sulla prigionia degli ita-
             liani in Inghilterra, senza dubbio anche dimenticati a scapito di storie di prigionia
             decisamente più cruente come quella dei militari internati in Germania. E’ una
             storia di assenti, e la nostra colpa è quella di continuare a non colmare questo
             vuoto. È la storia di qualcuno che non c’è stato quando l’Italia ha cambiato il suo
             volto. Quindi, se questo Congresso è nato con l’intento di ricordare quanti hanno
             partecipato alla ricostruzione dell’italia nell’ambito delle Forze Armate dopo il
             secondo conflitto mondiale, io mi sono sentita in dovere di parlare di quanti inve-
             ce, a questa ricostruzione, non hanno potuto,  non per propria volontà, partecipare.]]></page><page Index="473"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        473



             La politica energetica dell’Italia
             nel secondo Dopoguerra



             lilian Monteiro




                   lla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Italia aveva subìto danni signi-
             A ficativi alle sue industrie, ma soprattutto al settore dei trasporti e delle co-
             municazioni, mentre nell’agricoltura, la produttività, soprattutto cerealicola, era
             molto calata rispetto all’anteguerra e non bastava nemmeno a coprire le necessità
                               1
             alimentari del paese .  Il secondo dopoguerra non tardò dunque a palesare i primi
             difficili problemi della ricostruzione, soprattutto nel campo economico.
                Fin dalla fine della Grande Guerra, lo Stato italiano aveva avuto, nella gerar-
             chia delle potenze più influenti a livello internazionale, una posizione di rilievo,
             ma nel panorama dei nuovi  assetti politici che si stavano delineando dopo il 1945,
             le difficoltà della ricostruzione rischiavano di compromettere la posizione dell’I-
             talia . Bisognava dunque arrivare in fretta ad una ripresa economica, facilitata
                 2
             fortunatamente dai danni parziali subiti dagli apparati industriale del Nord.
                La dipendenza italiana dalle importazioni straniere  e una politica economica
             molto debole per il mercato internazionalie avevano già  influito negativamen-
             te  in  passato,    sulle  condizioni  dell’economia  italiana.  Già  nell’Italia  fascista,
             mussolini aveva appoggiato  le iniziative governative indirizzate verso il settore
             energetico, quali la costituzione della SADE ( Società Adriatica  di Elettricità) e
             dell’AGIP ( Azienda Generale Italiana Petroli), con il   compito primario di garan-
             tire una certa autonomia del Paese in campo petrolifero promuovendo  la ricerca
             e la produzione di oli combustibili e gas, sia in patria che all’estero, e di affinare
             e vendere prodotti petroliferi sul mercato domestico allora dominato dal duopolio
             di SIAP e NAFTA, le filiali italiane delle due potenti multinazionali Standard Oil




             1  si pensi che l’italia era un paese prevalentemente agricolo. Gravi danni all’agricoltura
                significarono allora una profonda mutilazione economica.
             2  Dopo la liberazione era assai forte l’influenza americana nel Paese. Dal 1948 al 1951 l’Italia
                poté beneficiare degli aiuti del Piano Marshall per 1470 milioni di dollari, e buona parte
                degli aiuti venne impiegata per il ripristino degli stabilimenti e per l’acquisto di attrezzature
                industriali  per  i  principali  settori  della  siderurgia;  meccanica;  elettricità;  industria
                automobilistica e petrolchimica. U. BERTONE, Capitalisti d’italia, Milano, Boroli, 2005,
                p. 54. Per un quadro generale dell’attuazione del Piano Marshall vedi: D. ELLWOOD,
                l’europa ricostruita, Bologna, Il Mulino, 1994; e F. FAURI, Il Piano Marshall e l’Italia,
                Bologna Il Mulino, 2010.]]></page><page Index="474"><![CDATA[474                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                3
             del New Jersey e la Royal Dutch-shell .
                Nella del secondo dopoguerra , la mancanza di giacimenti di petrolio e carbone
             sul suolo nazionale sfavoriva dunque il paese rispetto ai produttori europei, tra-
             ducendosi in un pesante limite per il suo coerente sviluppo economico: disporre
             di grandi quantità di fonti energetiche avrebbe significato per l’Italia evitare le
             conseguenze prolungate della guerra sull’economia del Paese.
                In questa situazione, fu decisiva l’azione di una delle maggiori personalità del
             dopoguerra italiano: Enrico Mattei, colui che sostenne più di ogni altro la necessi-
             tà  per l’Italia di avere una propria politica energetica nazionale.
                Enrico Mattei nasce ad Acqualagna in provincia di Pesaro nel 1906, e sin da
             giovane  aveva espresso il suo forte spirito d’impresa creando una società di di-
             mensioni modeste per la miscela di oli vegetali e minerali, l’Industria Chimica
             Lombarda, guadagnatasi presto una notevole reputazione nell’ambito imprendi-
             toriale. Durante la lotta di liberazione, Mattei svolse un importante ruolo orga-
             nizzativo al vertice del CLN quale esponente della Democrazia Cristiana e capo
                                                          4
             riconosciuto delle formazioni partigiane cattoliche .
                Proprio nell’ambito delle organizzazioni resistenziali, ancora durante la guerra
             venne costituita nel 1944 la Commissione centrale economica del Comitato di
             Liberazione Alta Italia ( CLNAI) , che si insediò ufficialmente il 5 febbraio 1945
             con lo scopo di decidere della sorte delle aziende e degli enti economici controllati
                       5
             dallo stato . La Commissione nominò Mattei Commissario incaricato per la liqui-
             dazione dell’Agip  che dalla sua nascita, non aveva conseguito grandi risultati ed
             era rimasta esclusa dall’”Olimpo” delle più grandi compagnie petrolifere .
                                                                              6
                Nonostante le carenze dell’Agip, Mattei non aveva alcuna intenzione di liqui-
             dare l’azienda, fermamente convinto che l’Italia dovesse conseguire una politica
             di autonomia energetica che potesse riscattarla dalla posizione di potenza scon-
             fitta .
                 7
                Nell’estate del 1945, appena assunto l’incarico, Mattei scrisse al Presidente del
             Consiglio Ferruccio Parri che «l’Agip deve essere salvata». La chiusura della so-

             3  CARLO MARIA LOMARTIRE. Mattei. Storia dell’italiano che sfidò i signori del petrolio.
                Milano, Mondadori, 2006,  p. 105.
             4  G. BOCCA, Storia dell’Italia partigiana, Milano, Feltrinelli, 2002, p. 352.
             5  Verbale della riunione di insediamento della Commissione centrale economica per l’Alta
                Italia del 5 febbraio 1945.
             6  A questo proposito vedi: M. CANALI, Mussolini e il petrolio iracheno, Torino, Einaudi,
                2007; M. PIZZIGALLO, Alle origini della politica petrolifera italiana (1920-25), Roma,
                Giuffrè, 1981, e dello stesso autore L’Agip degli anni ruggenti, Roma, Giuffrè, 1984..
             7  Mattei era convinto che all’Italia spettasse, nonostante la sconfitta nella guerra, un posto
                fra le principali democrazie dell’Occidente, e che per questo fosse indispensabile dotare la
                nazione di un sistema economico solido e indipendente dai capitali stranieri. U. BERTONE,
                Capitalisti d’Italia, pp. 79-80. Cfr. E. MATTEI, Scritti e discorsi, Milano, Rizzoli, 2012.]]></page><page Index="475"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        475



              cietà allora, avrebbe recato gran-
              di  benefici  in  modo  particolare
              alle grandi compagnie petrolifere
              straniere riunite nel cartello detto
              delle  “Sette  Sorelle”,  decise  ad
              espandere il loro business sul ter-
                          8
              ritorio italiano . Anche le aziende
              private italiane del resto, come la
              Edison di Giorgio Valerio, avreb-
              bero  tratto  notevoli  benefici  una
              volta eliminata l’azienda control-
              lata  dallo  Stato,  ed  esercitava-
              no  pressioni  in  questo  senso  sul
              Governo. L’azienda  pubblica era
              al contrario l’unica  che secondo
              mattei fosse in grado di operare
              nell’interesse generale in una na-                          Enrico Mattei
              zione povera di risorse energetiche.
                Tra Enrico Mattei ed il suo predecessore, nel ruolo di Commissario dell’Agip,
              l’ingegner Carlo Zanmatti, si creò uno spirito di cooperazione: Zanmatti riportò
              delle informazioni sulle ultime trivellazioni dell’Agip,  interrotte nel 1944 per
              l’avanzare del fronte, che avevano condotto alla scoperta di tracce di metano a Ca-
              viaga, in Val Padana. Sulla base di questo elemento il nuovo Commissario studiò
              un piano di sviluppo dell’azienda, in totale contrapposizione con le direttive del
              Governo che formalmente erano ancora quelle di sciogliere l’AGIP.
                Dopo aver accolto le informazioni di Zanmatti Mattei intraprese dunque nel
              1945 i lavori di perforazione a Caviaga, dove nel marzo 1946 finalmente venne
              trovato il metano, fattore che dette modo al Commissario Straordinario Mattei di
              rinviare ulteriormente le trattative per la liquidazione dell’Agip .
                                                                     9
                Il progetto di Mattei era quello di traghettare a pieno titolo la vecchia Agip
              nel complesso dell’industria statale italiana, obbiettivo a cui dedicò la maggior
              parte delle proprie attenzioni verso il mondo politico, e che fu oggetto di lunghe
              trattative. Fu decisivo in questo frangente l’appoggio dato a Mattei da Alcide De
              Gasperi, Presidente del Consiglio dei ministri italiano, che fu persuaso della bontà
              del progetto.

              8  Le sette società erano le statunitensi Standard Oil California, Standard Oil New Jersey,
                Standard Oil New York e  Oil Gulf, la britannica Anglo-persian oil Company , e la anglo-
                olandese Royal Dutch Shell.
              9  Una spinta in questa direzione gli viene  data anche da offerte importanti per  l’ acquisto
                dell’Agip da parte di Giorgio Valerio, proprietario della Edison. U. BERTONE, Capitalisti
                d’italia, p. 79.]]></page><page Index="476"><![CDATA[476                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                Il 27 marzo 1953 entrò finalmente in vigore la legge che istituiva l’Ente Na-
             zionale Idrocarburi (Eni), il quale assorbiva l’Agip, e del quale Mattei fu prima
             Presidente e poi Amministratore Delegato e Direttore Generale. L’ENI ereditò,
             quindi, il ruolo dell’ex-AGIP, sia a livello nazionale che internazionale, assorben-
             do nel corso degli anni alcuni tra i più importanti soggetti che operavano nel set-
             tore energetico nazionale, nella petrolchimica e nelle industrie connesse, come ad
             esempio l’AGIP stessa, ANIC, SNAM, Romsa, SAIPEM, Snamprogetti, Liquigas
             e Officine del Pignone (poi Nuovo Pignone).
                Allo stesso tempo, però, la gestazione e la nascita dell’Eni destarono un forte
             allarmismo tanto negli ambienti statunitensi particolarmente sensibili agli inte-
             ressi dei petrolieri che in quelli dell’economia italiana più diffidenti nei confronti
             dell’industria di Stato, considerata un cedimento ad una economia socialista.
                Tuttavia, un nuovo successo consentì a Mattei di tacitare, almeno momenta-
             neamente, i suoi oppositori interni: una perforazione dell’Eni a Cortemaggiore
             aveva portato alla scoperta del primo giacimento profondo di metano contenente
             petrolio dell’Europa. Tale scoperta, in un’Italia che già si proiettava nel decennio
             poi detto “del miracolo economico”, si limitò ad avere un forte impatto mediatico,
             poiché il petrolio da esso estratto fu utilizzato semplicemente per produrre la ben-
             zina “Supercortemaggiore”. Ma, come disse un noto giornalista, per altro avverso
             a Mattei, “in un Paese reduce dalle mortificazioni della disfatta, più che di petrolio
                                                   10
             c’era bisogno di fiducia. E Mattei ne dava” .
                Assai ostacolato nella sua azione da quanti sostenevano la necessità di priva-
             tizzare la vendita del metano, e quindi l’Eni, la cui condizione di azienda pub-
             blica che agiva come una impresa privata sollevava molte critiche, Mattei riuscì
             comunque ad imporre il concetto che per difendere un interesse nazionale come
             l’approvvigionamento energetico, la cui importanza trascendeva l’aspetto pura-
             mente economico, fosse necessaria una azienda di Stato. Venne favorito in ciò dal-
             lo sviluppo dell’economia italiana a partire dal 1948, e dalla parte che vi ebbero
             manager come Oscar Sinigaglia, che fu per la siderurgia italiana ciò che Mattei fu
             per l’energia, Adriano Olivetti, il pioniere dell’informatica, ed il banchiere Raffa-
                        11
             ele mattioli .
                Nel 1953, Mattei ottenne per l’Eni il monopolio del metano nella Val Padana,
             portando sui cartelloni stradali il disegno del cane a sei zampe, “fedele amico
             dell’uomo a 4 ruote”, simbolo della rete dei distributori Agip.
                Nonostante i successi, tuttavia, il petrolio di Cortemaggiore non era abbondan-



             10  G. MEYR, Enrico Mattei e la politica neoatlantica dell’Italia nella percezione degli Stati
                Uniti, in: Il Mediterraneo nella politica estera italiana del dopoguerra, a cura di M. DE
                LEONARDIS, Bologna, Il Mulino, 2003.
             11  CAMILLO DONEO, La politica economica della ricostruzione. 1945-49. Torino, Einaudi,
                1975, pp. 275-276.]]></page><page Index="477"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        477



             te e vi erano grosse difficoltà di reperirne all’estero dove il cartello delle “Sette
             sorelle” non lasciava molto spazio. Mattei dovette quindi lottare per accedere di-
             rettamente al mercato dei paesi produttori, e sotto la sua presidenza  l’Eni negoziò
             rilevanti accordi petroliferi in medio Oriente ed in Africa settentrionale.
                Nel 1957, egli ottenne delle concessioni esplorative dai paesi fornitori, avendo
             cura di evitare nel corso delle trattative atteggiamenti che potessero riecheggiare
             il colonialismo. Mattei cambiò la regola del 50%, secondo la quale metà dei pro-
             fitti andava alle compagnie e metà ai paesi produttori, proponendo a questi ultimi
             una formula più flessibile di divisione dei profitti. Secondo il sistema proposto da
             Mattei all’Eni sarebbero spettate le spese di ricerca e impianto dei nuovi pozzi,
             i cui eventuali proventi sarebbero stati suddivisi in base a diverse variabili, che
             potevano portare i paesi produttori a ricevere fino al 75% dei profitti derivanti
                                           12
             dallo sfruttamento dei giacimenti . La morte di Enrico mattei in un controverso
             incidente aereo nel 1962 pose fine al periodo più ambizioso e imprevedibile della
                            13
             politica dell’Eni , che in ultima analisi aveva coinciso con quello più dinamico
             dell’economia italiana, ma lasciò comunque all’Italia una eredità niente affatto
             scontata: una grande azienda nazionale dell’energia che proseguì ad operare in-
             serita nei maggiori mercati mondiali, sia pure in condizioni meno conflittuali di
                                             14
             quelle in cui operò il suo fondatore . Lo stesso Mattei, del resto, nei mesi pre-
             cedenti la propria scomparsa, aveva già appianato le principali divergenze con i
             grandi cartelli del petrolio, siglando accordi che definivano per il futuro i confini



             12  Vedi: A. TONINI, il “sogno proibito”. Mattei, il petrolio arabo e le sette sorelle”. in: il
                Mediterraneo nella politica estera italiana del dopoguerra, a cura di M. DE LEONARDIS,
                Bologna, Il Mulino, 2003.
             13  Nonostante le aspettative generate dalla scoperta di riserve di petrolio e di gas nella Pianura
                Padana,  un  settore  idroelettrico  invecchiato  ma  ancora  vitale  (secondo  alcune  stime,  il
                potenziale idroelettrico italiano vantava alla metà degli anni ‘60 tra il 50 e 60 miliardi di
                kWh, di cui 45 miliardi utilizzati) e una maggiore presenza sui mercati internazionali, le
                ambizioni italiane in termini di autosufficienza energetica erano generalmente svanite dopo
                la metà degli anni ‘60. L’obiettivo di ridurre al minimo una dipendenza esterna inevitabile
                è  stato  perseguito  da  allora  solo  in  modo  casuale,  soprattutto  dopo  la  crisi  del  ‘neo-
                atlantismo’ e l’ammorbidimento dell’aggressiva penetrazione commerciale dell’ ENi dopo
                la morte di Enrico Mattei nel 1962.  Fino ai primi anni 1970, l’azione dell’Eni ha sostituito
                l’azione del governo in termini di materie energetiche del Paese. Negli anni successivi,
                nonostante gli sforzi fatti per invertire la situazione e per definire una politica energetica
                nazionale più o meno comparabile con gli altri paesi europei, i risultati non sono stati del
                tutto soddisfacenti, in quanto la produzione di energia domestica non è mai aumentata,
                mentre la dipendenza è cresciuta costantemente, con l’importazione di gas naturale che
                ha sostituito in gran parte quella petrolifera. Vedi: G.PASTORI, Between continuity and
                change: the italian approach to energy security.
             14  Per una valutazione dell’eredità di Mattei, vedi: N. PERRONE, Enrico Mattei, Bologna, Il
                Mulino, 2001, pp. 149-160.]]></page><page Index="478"><![CDATA[478                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                                      15
             delle attività dell’Eni e della sua politica verso i paesi produttori .
             Politica energetica e ricerca nucleare: applicazione civile e militare
                Fin dai primi mesi dopo la fine della guerra, furono avanzate le prime rifles-
             sioni circa l’impatto che l’avvento dell’arma atomica avrebbe avuto nella scienza
             militare e nei  futuri rapporti fra gli stati, ed era ampiamente condivisa fra i politici
             e i militari come fra gli scienziati, l’idea che fosse iniziata una nuova era nel siste-
             ma degli equilibri internazionali.
                Se l’effetto della bomba atomica ebbe dunque una forte influenza sulla so-
             cietà e sulla cultura, ancor più forte fu logicamente il suo impatto dal punto di
             vista scientifico ed economico. Fin da prima della sua realizzazione, infatti, la
             possibilità di sfruttare l’energia liberata dalla fissione dell’atomo aveva fatto im-
             mediatamente pensare alla realizzazione di impianti per la produzione di energia
             attraverso la creazione di reazioni atomiche “controllate”: i reattori, il cui primo
             grande esemplare civile entrerà in funzione in gran Bretagna nel 1956.
                In Italia quegli anni erano un periodo di grande intraprendenza sia per l’in-
             dustria privata che per quella pubblica. In un Paese che andava ricostruendo il
             proprio tessuto economico e che al partire dal 1948 vedeva lievitare il proprio
             benessere con crescente velocità, alcuni maturarono la convinzione che l’energia
             nucleare sarebbe stata la migliore soluzione per integrare le tradizionali fonti ener-
             getiche, soggette ai vincoli e all’arbitrio di potenze straniere. La scelta nucleare,
             pur limitata alla sua applicazione civile, era dunque per l’Italia una scelta politica
             e, in prospettiva, anche strategica .
                                           16
                In un periodo di grandi necessità e povertà di mezzi quale fu il dopoguerra,
             era necessario ricostruire non solo l’economia e le infrastrutture, ma anche ridare
             slancio alle ricerche scientifiche, soprattutto nel campo delle risorse energetiche,
             dove l’era atomica aveva posto fine alla esclusiva dipendenza dal carbone e dal
             petrolio. Si vedeva dunque nella ricerca scientifica di energie alternative, una pos-
             sibilità di sviluppo economico.
                Fu Mario Silvestri, scienziato e pubblicista italiano, autore anche di fortunati
             libri di storia militare, che nel 1945 entrò nella Giunta Tecnica della Edison, ad
             occuparsi dell’ utilizzazione industriale a scopo pacifico dell’energia nucleare per
             la produzione di energia elettrica. Egli lavorò per gli accordi fra alcune grandi
             aziende (Adriatica di Elettricità, Falck, Fiat, Montecatini e Pirelli), alla fondazio-
             ne di una società dedicata alla ricerca nel campo della fisica nucleare, settore in
             cui l’Italia vantava una buona tradizione di studi che aveva prodotto, fra gli altri,


             15  C. LOMARTIRE, Mattei.  p.306.
             16  Le condizioni geografiche ed economiche di una nazione, e soprattutto il suo rapporto con
                le fonti di approvvigionamento di materie prime sono i principali fattori condizionanti della
                sua politica estera. C. JEAN, L’uso della forza, Bari, Laterza, 1996.]]></page><page Index="479"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        479



             Enrico  Fermi  ed  Emilio  Segre,  due  dei
             “padri” dell’atomica .
                Prima di procedere era tuttavia  ne-
             cessario  scongiurare  l’eventualità  che  il
             Trattato di Pace che si stava negoziando
             in quegli anni vietasse all’Italia in modo
             permanente  di  effettuare  ricerche  sulle
             applicazioni  pacifiche  dell’energia  nu-
             cleare. Ci si chiedeva allora se lo sfrutta-
             mento pacifico dell’energia atomica, che
             era stata pur sempre l’arma dei vincitori
             della guerra, fosse un’attività consentita
             all’Italia, paese sconfitto.
                Le potenze vincitrici che proprio allo-
             ra iniziavano le discussioni sul trattato di
             pace con l’Italia, non ritennero tuttavia di
             dover allargare anche all’ambito econo-                     Mario Silvestri
             mico e scientifico le limitazioni imposte
                                                 17
             all’italia nel campo della ricerca militare .
                 Vi erano dunque tutte le premesse per procedere all’istituzione nel 1946 del
             CISE  (Centro Informazioni Studi Esperienze), che diede inizio alla ricerca nucle-
             are applicata in Italia e nel quale Mario Silvestri assunse la direzione del labora-
             torio di Ingegneria Nucleare. Il CISE nacque su impulso di un gruppo di società
             private: la Montedison (chimica), la Fiat (meccanica), la Edison e la Sade (elettri-
             che),  alle quali si aggiunsero ben presto industrie pubbliche come la Cogne e la
             Terni (acciai). silvestri aveva compreso l’importanza che la nuova fonte energeti-
             ca poteva avere per un paese come l’Italia, che aveva allora già largamente attinto
             alle risorse idroelettriche, mentre era quasi privo — ed allora in modo particolare
             — di fonti energetiche tradizionali quali carbone e petrolio. Nel 1952, nacque (su
             decreto del Presidente del Consiglio del 26 giugno) il primo ente di Stato le cui
             finalità erano le ricerche in campo energetico ed in particolare in campo nucleare:
             il Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari (CNRN) che negli anni Sessanta


             17  Il trattato era oggetto dei negoziati iniziati a Parigi nel luglio 1946. L’Articolo 51 di quello
                che sarà il Trattato di Parigi del 1947 proibì quindi all’Italia gli studi, gli esperimenti e la
                costruzione di proiettili razzo e torpedini radiocomandate, ma tacque sull’energia nucleare.
                Art. 51. Trattato di Parigi 1947: L’Italia non dovrà possedere costruire o sperimentare:
                alcuna arma atomica, alcun proiettile ad auto-propulsione o guidato, o alcun dispositivo
                impiegato per il lancio di tali proiettili (salvo le torpedini o dispositivi di lancio di torpedini
                facenti parte dell’armamento normale del naviglio autorizzato dal presente Trattato),alcun
                cannone di una portata superiore ai 30 chilometri ,mine marine o torpedini di tipo non a
                percussione azionate mediante meccanismo ad influenza, alcuna torpedine umana.]]></page><page Index="480"><![CDATA[480                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



             fu trasformato nel  Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN) e che oggi
             ha assunto il nome di Ente Nazionale Energie Alternative (ENEA).

                Il primo reattore nucleare italiano, battezzato Avogadro, sia pure sperimentale,
             entrò in funzione nel 1959 all’interno di una cooperazione fra Fiat e Montecatini,
             rimanendo attivo per circa un decennio.
                Dati i costi assai rilevanti che la gestione dell’impianto imponeva, l’industria
             elettrica comprendeva però che solo  con il concorso dello stato si sarebbe potuto
             iniziare a produrre in proprio energia elettrica attraverso l’impianto di grandi re-
             attori industriali. Tale progetto si concretizzò negli anni seguenti con l’impianto
             successivo di cinque centrali, tre delle quali entrarono poi effettivamente in fun-
             zione .
                  18
                L’applicazione del nucleare aveva interessato anche l’ambiente militare dove
             nacquero vari  interrogativi sulle conseguenze dei nuovi armamenti e dei nuovi
             scenari internazionali per la difesa dell’italia.
                 L’istituzione del Trattato Nord-Atlantico nel 1949 e la guerra di Corea l’an-
             no successivo avevano fatto entrare prepotentemente la materia ”atomica” tra le
             preoccupazioni principali degli stati membri. Dopo una fase iniziale, in cui l’in-
             teresse per il nucleare era visto come prerogativa delle superpotenze USA-URSS,
             il conflitto asiatico, considerato il primo della “guerra fredda”, convinse i verti-
             ci militari occidentali  che le armi atomiche fossero necessarie per le strategie
             difensive future.  La minaccia atomica, ha condizionato fortemente le politiche
                            19
             internazionali del dopoguerra, mescolando questioni strategiche ed industriali che
             gravitavano intorno ad una possibile atomica europea. Anche l’Italia, che nel 1951
             vide cadere le limitazioni imposte dal Trattato di Parigi al proprio apparato mili-
             tare convenzionale, intensificò quindi gli studi sull’applicazione militare dell’e-
             nergia atomica.
                Intanto  anche  il  quadro  internazionale  faceva  dell’Italia  uno  dei  principali
             scacchieri della politica militare occidentale. Nel 1955, quando l’Austria riacqui-
             stò la piena sovranità dichiarandosi neutrale alla fine dell’occupazione da parte
             delle quattro potenze vincitrici, gli Stati Uniti dislocarono circa 10.000 uomini nel



             18  La storia dell’industria dell’atomo italiana si interromperà nel 1987, in seguito al referendum
                che bloccherà i finanziamenti statali all’impianto e al mantenimento di nuove centrali.
             19  Inevitabilmente  l’energia  nucleare  condizionava  allora  ogni  pianificazione  militare
                strategica. L’arma atomica infatti rendeva lontana con la propria stessa capacità distruttiva
                la possibilità di una guerra fra due potenze atomiche, nessuna delle quali avrebbe avuto
                la certezza di scampare alla rappresaglia dell’altra in caso di conflitto. In tale equilibrio,
                detto  “della  deterrenza”,  “la  sicurezza  era  paradossalmente  fondata  sulla  possibilità  di
                distruggere anche quanto si voleva difendere”. C. JEAN, L’uso della forza, p.5. Cfr. G.
                VALDEVIT, La guerra nucleare. Da Hiroshima alla difesa antimissile. Milano, Mursia,
                2010.]]></page><page Index="481"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        481



             Nord d’Italia,  a Vicenza , che diventò successivamente sede della SETAF ( Sou-
                                                                           20
             thern European Task Force).  Nacque così la base militare Site Pluto  , occultata
             tra le caverne carsiche e i boschi del comune di Longare (Vicenza)  dove furono
             immagazzinati missili nucleari statunitensi a breve raggio, destinati in caso di
             necessità ad essere impiegati  dalla NATO.
                Fu in questo contesto, e nella prospettiva di dotarsi di un organismo tecnico-
             scientifico che portasse le ricerche al livello degli altri paesi che, nel 1956 nacque
             il CAMEN (Centro per le Applicazioni Militari Energia Nucleare), oggi CISAM
             (Centro Interforze Studi e Applicazioni Militari ), volto alla preparazione tecnico-
             scientifica del personale militare nel campo dell’energia nucleare,  allo  studio e la
             ricerca delle applicazioni militari di tale energia quale fonte alternativa alle fonti
                          21
             convenzionali . Situato a San Pietro a Grado, poco distante da Pisa ed inizialmen-
             te annesso all’Accademia Navale di Livorno, nacque come una struttura top secret
             diretta dal professor Tito Franzini. Ovviamente i limiti che impedivano l’uso di
             materiali fissili per applicazioni militari , imposti dal Trattato di Pace, resero le at-
             tività del CAMEN molto riservate, sfuggendo addirittura ai controlli dell’Agenzia
             Internazionale dell’Energia Atomica ( AIEA) . Nella sede di San Pietro a Grado,
                                                     22
             il CAMEN venne dotato di laboratori e di attrezzature sperimentali e dal 1962, dal
                                                    23
             Reattore Nucleare RTS-1 “Galileo Galilei”   .
                Intorno alla metà degli anni cinquanta, venne formulata l’ipotesi di un pro-
             getto comune di una atomica europea tra francesi, tedeschi ed italiani, obbiettivo
             portato poi a termine in via univoca dal francese De Gaulle ponendo fine al pro-
             getto congiunto. Tuttavia, la volontà di dotarsi un proprio arsenale, rimase viva
             nell’ambiente militare italiano, dove si esaminò anche l’ipotesi della costruzione
             di sommergibili a propulsione nucleare con il supporto del CAMEN,  progetto



             20  Il Site Pluto fu il più importante deposito d’armi atomiche in Italia ed uno dei più importanti
                d’Europa.  Dossier  “Site Pluto ieri, oggi , domani “.
             21  La  marina  militare  stava infatti pensando all’impiego  dell’energia nucleare  nel campo
                della propulsione navale, sia di superficie che subacquea. A.VAGLINI, Nucleare a Pisa,
                quaderno di memorie storiche sul Camen. ETS, 2009 .
             22  P. CACACE , L’atomica europea. I progetti della guerra fredda, il ruolo dell’Italia, le
                domande del futuro, Roma,   Fazi, 2004
             23  Il reattore RTS-1 “G.GALILEI” è un reattore di ricerca a piscina, appartenente alla famiglia
                dei reattori eterogenei ad uranio fortemente arricchito (90%), moderato e raffreddato ad
                acqua leggera. Commissionato dal Ministero della Difesa nel 1958, il reattore fu costruito
                dalla Vitro Italiana, su progetto della Babcok & Wilcox, tra il 1960 ed il 1963. Raggiunse la
                prima criticità il 4 Aprile 1963, ed è rimasto in esercizio fino al 1980. Come tutti i reattori di
                questo tipo, fu costruito allo scopo di rendere possibili studi e ricerche in vari campi. M.E.
                Dalessandri F. Fineschi A.m. spano , Smantellamento delle Barre di controllo e regolazione
                del reattore nucleare  “G.Galilei” Atti del Dipartimento di ingegneria meccanica, nucleare
                e della produzione dell’Università di Pisa, 2002.]]></page><page Index="482"><![CDATA[482                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                                                 24
             abbandonato successivamente per l’opposizione americana .
                Agli inizi degli anni settanta, sembrò concretizzarsi il progetto del missile ba-
             listico Alfa, un missile equiparabile ad una testata atomica, la quale realizzazione
             venne affidata alla Marina militare con il compito di progettare e far costruire il
                                      25
             missile bistadio autoguidato .  il missile era una versione italiana dell’americano
             Polaris A1,  interamente studiato dagli ufficiali italiani sotto l’egida del capitano
             di vascello Glicerio Azzoni.  i test coperti dal segreto di stato vengono eseguiti nel
             poligono militare di Quirra in Sardegna tra il 1974 e 1975 , ma la ratifica da parte
             italiana del trattato di non proliferazione delle armi nucleari giunto  nell’aprile
             del 1975 cancellò  anche questo ambizioso programma tecnologico di disporre
             di un missile da poter imbarcare e lanciare da bordo di sottomarini o di unità di
             superficie, come l’incrociatore Giuseppe Garibaldi, già armato con lanciamissili.


             Conclusione
                Il progresso economico dell’Italia, negli anni dal 1948 al 1960, è in larga misu-
             ra connesso allo sviluppo del suo settore energetico. Quando si dovettero affronta-
             re i problemi della ricostruzione in Europa, forse nessuno avrebbe mai scommesso
             su una così rapida ripresa economica dell’Italia, che nell’arco di un decennio dalla
             fine del conflitto godeva di un tenore medio di vita di gran lunga superiore a quello
             dell’anteguerra. Ciò fu reso possibile, oltre che dagli effetti del Piano Marshall e
             dalla generale ripresa dell’economia europea, anche  dalla disponibilità di grandi
             quantitativi di energia cui l’economia italiana poté attingere per riavviare i proces-
             si produttivi e quindi i consumi.
                In tale senso fu, come si è detto, determinante l’operato di Enrico Mattei che
             guadagnò all’Italia un posto nel mercato mondiale  petrolifero e metanifero, setto-
             re quest’ultimo che assumerà ancor più importanza negli anni Settanta.
                In quegli stessi anni, l’Italia riuscì a ritagliarsi un proprio spazio anche nel
             settore dell’energia nucleare, nonostante il consistente gap iniziale, sfruttando la



             24  La Marina militare aveva pianificato dal 1959 la costruzione di sottomarini nucleari della
                classe S-521 “ Guglielmo Marconi”, programma annunciato dal Ministero della Difesa,
                retto da Giulio Andreotti nel luglio dello stesso anno. Gli stati Uniti non vollero fornire
                l’uranio  arricchito  per  il  reattore  nucleare  ,  determinando  il  fallimento  del  programma
                nucleare  volto  alla  costruzione  di  un  sommergibile  atomico.    Vedi:  A.  LATTANZIO,
                L’Italia Atomica,  Eurasia Rivista di Studi Geopolitici.
             25   Per far fronte a tale responsabilità, viene costituito nel 1971 un organo esecutivo , il GRS
                (  Gruppo  di  Realizzazione  Speciale  interforze)  che  riuniva  i  rappresentanti  delle  forze
                armate. La Marina militare oltre al compito di progettare e far costruire il missile , doveva
                coordinare il lavoro delle industrie e di stabilire rapporti con gli enti di ricerca nazionali
                e stranieri.  Le aziende coinvolte erano : Aeritalia per le strutture, SNIA Viscosa per il
                propellente, SISTEL per l’elettronica di governo, Selenia per i servocomandi idraulici degli
                ugelli mobili.]]></page><page Index="483"><![CDATA[Workshop giovani ricercatori                                        483



             buona tradizione della fisica italiana e sviluppando un prezioso patrimonio di ri-
             cerche.
                Alle soglie degli anni Sessanta, l’Italia poteva dirsi, grazie alle fatiche del de-
             cennio precedente, uno Stato dal consistente potenziale scientifico ed economico,
             un capitale che, seppure solo parzialmente sfruttato nei decenni seguenti, costitui-
             sce ancora un patrimonio cospicuo ed una eredità degli anni della “ricostruzione”.



             Bibliografia
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                terraneo nella politica estera italiana del dopoguerra, a cura di M. DE LEONARDIS,
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                Marshall e l’Italia, Bologna Il Mulino, 2010.]]></page><page Index="484"><![CDATA[484                      L’ItaLIa 1945-1955, La rIcostruzIone deL Paese e Le Forze armate



                                    Comitato d’Onore

                             Congresso di studi storiCi internazionali
                  “l’italia 1945-1955, la ricostruzione del Paese e le Forze armate”

                                     roma, 20 - 21 novembre 2012

                                     on.  giampaolo di Paola
                                        Ministro della difesa

                                       gen.  Biagio aBrate
                                 Capo di stato Maggiore della difesa

                                  gen. C. a.  Claudio graziano
                                Capo di stato Maggiore dell’esercito
                                amm. sq.  luigi Binelli Mantelli
                            Capo di stato Maggiore della Marina Militare

                                gen. s. a.  giuseppe de Bernardis
                           Capo di stato Maggiore dell’aeronautica Militare

                                  gen. C. a.  leonardo gallitelli
                           Comandante generale dell’arma dei Carabinieri

                                  gen. C. a.  saverio CaPoluPo
                           Comandante generale della guardia di Finanza
                                  gen. s. a.  Claudio de Bortolis
                            segretario generale del Ministero della difesa

                                 gen. s.a. orazio stefano Panato
                            Presidente del Centro alti studi per la difesa

                                         Prof.  luigi Frati
                       Magnifico Rettore dell’Università di Roma “La Sapienza”

                                     Prof.  andrea giardina
                                Presidente giunta storica nazionale
                                      Prof. romano ugolini
                     Presidente dell’istituto per la storia del risorgimento italiano]]></page><page Index="485"><![CDATA[Atti del Congresso internAzionAle                                   485



                                 Comitato SCIENTIFICO

                             Congresso di studi storiCi internazionali
                  “l’italia 1945-1955, la ricostruzione del Paese e le Forze armate”

                                     roma, 20 - 21 novembre 2012

                                      Col. Matteo Paesano
                            Presidente CISM e Capo Ufficio Storico SMD


                                     Col. antonino zarCone
                              Capo Ufficio Storico dell’Esercito Italiano

                                      C.V. Francesco loriga
                              Capo Ufficio Storico della Marina Militare

                                       Col. Vittorio CenCini
                            Capo Ufficio Storico dell’Aeronautica Militare

                                      Col. Claudio lunardo
                            Capo Ufficio Storico dell’Arma dei Carabinieri

                                     Col. Maurizio Pagnozzi
                            Capo Ufficio Storico della Guardia di Finanza

                                      Prof. antonello Biagini
                          Pro Rettore dell’Università “La Sapienza” di Roma

                                   Prof. Massimo de leonardis
                                   Università Cattolica di Milano

                                      Prof. Mariano gaBriele
                                  Università “La Sapienza” di Roma

                                      Prof. romano ugolini
                     Presidente dell’istituto per la storia del risorgimento italiano]]></page><page Index="486"><![CDATA[486



             Sommario

             Presentazione del Presidente della CisM
             Col. Matteo Paesano                                             pag.  3
             intervento del Presidente del Casd
             Gen. Sq. A. Orazio Stefano Panato                                “    5
             Intervento del Capo Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa
             Col. Matteo Paesano                                              “    7
             intervento del Capo di stato Maggiore della difesa
             Generale Biagio Abrate                                           “   11
             intervento del Ministro della difesa
             Amm. Giampaolo Di Paola                                          “   15
             Intervento del Prorettore della Sapienza Università di Roma
             Prof. Antonello Biagini                                          “   17
             Programma del Congresso                                          “   23


             i sessione - la rinasCita
             I riflessi della situazione internazionale sulle Forze Armate
             Massimo de Leonardis                                             “   29
             i Ministri della difesa. 1945-1955
             Aldo A. Mola                                                     “   45
             la guerra fredda
             Lucio Caracciolo                                                 “   59

             ii sessione - Forze arMate e soCietà
             Il Generale Efisio Marras e la ricostruzione dell’Esercito
             Antonino Zarcone                                                 “   67
             il contributo della Marina alla ricostruzione dell’italia
             Francesco Loriga                                                 “   75
             l’aeronautica Militare e l’industria aeronautica
             Basilio Di Martino                                               “   89
             il contributo dei Carabinieri alla ricostruzione del Paese
             Flavio Carbone                                                   “  125
             “la guardia di Finanza” a trieste e nella Venezia giulia
             Maurizio Pagnozzi                                                “  155
             l’esercito italiano dalla repubblica all’adesione alla nato
             Fabrizio Giardini                                                “  175
             il “Piano Marshall”
             Daniel Pommier Vincelli                                          “  189]]></page><page Index="487"><![CDATA[487


             iii sessione - l’italia rePuBBliCana e la guerra Fredda
             la decolonizzazione francese dell’algeria e gli interessi italiani
             Jean Avenel                                                     pag.  211
             un barlume di speranza per il futuro: la gran Bretagna e la difesa
             e le Forze di Polizia italiane, 1943-47
             Effie G. H. Pedaliu                                              “  219
             la Costituzione e l’uso della forza militare
             Natalino Ronzitti                                                “  231
             dialogo fra sordi. le Forze armate, il governo e i negoziati per la Ced
             Daniele Caviglia                                                 “  245
             la cooperazione economica militare italo-britannica
             all’indomani del Secondo conflitto mondiale
             Alessandra Frusciante                                            “  274

             iV sessione - Casi di studio
             C’erano una volta le guardie. dalla ricostruzione al boom economico
             Raffaele Camposano                                               “  283
             Maggio 1945 - Maggio 1955: il servizio sanitario Militare dell’italia rinnovata
             Antonio Santoro                                                  “  307
             italia 1945-1955 la ricostruzione del Paese.
             lo sport come impegno di crescita delle Forze armate
             Marco Arpino                                                     “  323
             Le Forze Armate nell’intervento per le pubbliche calamità  (45 - 55)
             Marco Ciampini                                                   “  335
             la ricostituzione dei servizi d’informazione militare italiana
             nel periodo 1945-1949
             Maria Gabriella Pasqualini                                       “  343
             le Forze armate e la questione di trieste nel 1953:
             interesse nazionale, contesto internazionale e “esigenza t”
             Filippo Cappellano - Andrea Carteny                              “  365
             a.F.i.s. amministrazione Fiduciaria italiana della somalia.
             Presupposti giuridici e sfide diplomatiche
             Francesca Romana Lenzi                                           “  391
             l’apporto delle Forze armate nella ricostruzione della somalia
             Elena Bigongiari                                                 “  401
             la spedizione Borsari in terra del Fuoco. l’emigrazione e le
             tentazioni di ispirazione coloniale del dopoguerra
             Stefano Pelaggi                                                  “  413]]></page><page Index="488"><![CDATA[488


             WorkshoP gioVani riCerCatori
             La fine del conflitto e la parabola del separatismo siciliano (1943-1951)
             Antonello Battaglia                                             pag.  427
             La collaborazione italo-jugoslava alla difesa del teatro Sud-Europa (1951)
             Alberto Becherelli                                               “  448
             Prigionieri di guerra italiani in mano dell’alleato
             inglese: una realtà scomoda, una realtà da ricostruire
             Sara Corsi                                                       “  461
             la politica energetica dell’italia nel secondo dopoguerra
             Lilian Monteiro                                                  “  473
             Comitato d’onore                                                 “   484

             Comitato Scientifico                                             “   485]]></page><page Index="489"><![CDATA[]]></page><page Index="490"><![CDATA[]]></page></pages></Search>