Page 15 - Una foresta di carte - Materiali per una guida agli archivi dell’Amministrazione Forestale
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              Premessa





                       o non so se sia vero quel che si legge nei libri, che in antichi tempi
                       una scimmia che fosse partita da Roma saltando da un albero all’altro
              “I poteva arrivare in Spagna senza mai toccare terra”: si apre con queste
              parole il quarto capitolo de Il barone rampante, il secondo romanzo della Trilogia
              degli antenati di Italo Calvino, il cui protagonista trascorre la vita sugli alberi,
              dopo essersi arrampicato per protesta su un leccio del giardino paterno, in seguito
              a una lite familiare. Il grande scrittore italiano proveniva da una famiglia di forte
              tradizione scientifica e naturalistica; in particolare suo padre e sua madre avevano
              una solida formazione botanica: il primo era direttore della Stazione sperimentale
              di floricoltura di Sanremo, la seconda era assistente di botanica nell’Università di
              Pavia. Chissà se è un caso che il barone rampante nasca in un paesino immagi-
              nario della Riviera ligure dal nome evocativo (per gli studi forestali) di Ombrosa.
              Chissà …

                 Forse nessuna pagina letteraria descrive meglio del romanzo di Calvino le
              straordinarie caratteristiche dell’ambiente vegetale ligure, o forse sarebbe meglio
              dire italiano. “Finiti gli orti, cominciava l’oliveto, grigio-argento, una nuvola che
              sbiocca a mezza costa”. Poi “una vegetazione più disinteressata e altera che pren-
              deva sfogo – un ordinato sfogo – nella zona dove i nobili avevano costruito le
              ville e cinto di castelli i loro parchi.  Sopra gli olivi cominciava il bosco. I pini
              dovevano un tempo aver regnato su tutta la plaga, perché ancora s’infiltravano in
              lame e ciuffi di bosco giù per i versanti fino sulla spiaggia del mare, e così i larici.
              Le roveri erano più frequenti e fitte di quel che oggi non sembri, perché furono la
              prima e la più pregiata vittima della scure. Più in su i pini cedevano ai castagni, il
              bosco saliva la montagna, e non se ne vedevano confini”.
                 Quel che è certo, è che Calvino ha immaginato quella storia (con qualche
              tratto autobiografico) su un solido sfondo di cultura e storia forestali. Il volon-
              tario esilio fra gli alberi del barone rampante era iniziato nel giugno 1767, ma
              il narratore ne racconta la storia a Ottocento iniziato da tempo: “Ai tempi miei
              – ricorda – di luoghi così fitti d’alberi c’era solo il golfo d’Ombrosa da un capo
              all’altro e la sua valle fin sulle creste dei monti”. Poi però qualcosa era cambiato:
              “Ora, già non si riconoscono più, queste contrade. S’è cominciato quando ven-
              nero i Francesi, a tagliar boschi come fossero prati che si falciano tutti gli anni e
              poi ricrescono. Non sono ricresciuti. Pareva una cosa della guerra, di Napoleone,
              di quei tempi: invece non si smise più. I dossi, noi che li conoscevamo da prima,
              fa impressione”.
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