Page 186 - Lanzarotto Malocello dall'Italia alle Canarie
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                  Chissà se Erodoto apprese di persona, spostandosi anche per mare,
               quanto poi scriverà nelle sue opere. Di certo gli spostamenti per mare del
               grande matematico Eudosso di Cizico sono abbastanza certi, come pure
               quelli di Plinio, magari, nel caso di quest’ultimo, con navigazioni (forse)
               più “a vista”.
                  Ma vi fu anche una categoria di uomini (di santi uomini, a ben vedere)
               come Paolo di Tarso e lo stesso Agostino di Tagaste che si misero per mare
               lasciando le rispettive patrie, già conoscendo interiormente la stella polare
               che doveva guidarli, condurli sul sentiero della Fede e della predicazione.
                  Nel caso di Paolo di Tarso si trattò di un viaggio di sola andata e Roma
               fu la sua meta finale e, con il martirio, luogo di ricongiungimento al Padre.
               Per Agostino la sorte concesse anche un ritorno e ad Ippona fu consacrato
               Vescovo. Dunque, anche in questo caso, questi scrittori si misero per mare
               ed essi videro confermata l’idea che è tra le tempeste (interiori, soprattutto)
               che si delinea compiutamente Dio e non soltanto la sua idea.
                  Riferendoci a Lanzarotto Malocello, la scenografia più esatta, quel “giu-
               sto sapore d’epoca” di cui si parlava poco sopra è nominare, chiamare in
               scena, proprio coloro che in quel tempo trattavano, naturalmente in modo
               diverso, questioni di mare, argomenti di luoghi remoti. Che tanto poi av-
               venisse sull’onda, per così dire, di intenti commerciali, politici o religiosi
               non che muti la questione.
                  Dunque, tornando al nostro tema, sia in Plinio che in Tolomeo le Isole
               Fortunate corrispondevano alle moderne Canarie. Abbiamo citato Petrarca
               e Boccaccio come scrittori che spostano la loro attenzione verso l’Atlan-
               tico e in particolare alle Isole Fortunate. Tale apertura d’orizzonte pone
               innanzitutto un problema gnoseologico; v’è in quelle spedizioni che si osa-
               no, per l’appunto all’alba del nuovo mondo, un momento in cui lo scopri-
               tore “scopre” innanzitutto se stesso. E infatti soltanto con la scoperta o, se
               si vuole, con la constatazione dell’altro, di chi in quei lembi remoti di terra
               vive – nel nostro caso, ricordiamolo, lo scenario è l’arcipelago delle Cana-
               rie – che si comprende chi realmente sia lo scopritore (gli scopritori).
                  Quello che si apre allo sguardo dell’uomo occidentale con il superare le
               Colonne d’Ercole e raggiungere coste e arcipelaghi è l’altro, inteso come
               individuo mai visto, più volte forse sognato, mai comunque delineato com-
               piutamente nella sua realtà.
                  Nel De vita solitaria – opera che s’inserisce nel solco d’una tradizione
               forte che dal Seneca più intimo sfila accanto alle Confessioni di Agostino e
               giunge al Boezio del De consolatione philosophiae – l’intento è di allestire
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