Page 43 - Lanzarotto Malocello from Italy to the Canary Islands
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e Canarie furono lungo l’arco di tutto il “Basso Medioevo”, fra Due
e Quattrocento – ma forse fin da prima – le più tenacemente sognate
L tra le “Isole Felici” che si diceva sorgessero da qualche parte nel
misterioso e invalicabile Oceano Atlantico: quelle che avevano già fornito
materiale onirico ai miti ellenici e a quelli celti, che erano talora balenate for-
se tra la bruma dinanzi ai missionari-navigatori come san Brendano e la più
bella delle quali, l’Isola-Non-Trovata, avrebbe riempito i sogni di Sancho
Panza e perfino di Guido Gozzano fino a ispirare Francesco Guccini.
Il medioevo, pieno di bestiari, di erbari, di lapidari, lo è non meno di
“isolari”, che non ci si deve precipitare a definir con leggerezza “fantastici”.
In essi convergevano sì private fantasie ed esiti di casuali allucinazioni, ma
anche conoscenza degli auctores classici, pratica marinara, voci diffuse e
tramandate. Anche allora si navigava in una stanza, leggendo un vecchio
libro; e per contro si meditava profondamente proprio quando ci si trovava
soli, sgomenti dinanzi al silenzio del mare o atterriti di fronte all’urlo della
tempesta.
Il destino di Lanzarotto Malocello sta in fondo tutto nel suo nome perso-
nale e familiare, in apparenza così strano eppure così naturale, quasi ovvio,
nella sua genovesità. Lanzarotto, nome guerriero che evoca la cavalleresca
“lanza” da torneo, è solo la forma genovese di “Lancelot”, il nome del ca-
valiere della Tavola rotonda proposto in pieno XII secolo da Chrétien de
Troyes e divenuto, in Italia, Lancillotto; come “Perceval”, l’origine del quale
era la stessa, era divenuto in Germania Parzival e a Genova Percivalle, nome
ricorrente anche in casa Doria.
Che i genovesi, almeno dalla seconda metà del Duecento, affibbiassero ai
loro figli i nomi dei grandi eroi della letteratura cavalleresca arturiana, non
deve sorprendere. La voga dei romanzi graalici aveva invaso tutta l’Europa
del Duecento, insieme con le mode cavalleresche; ma in particolare, a Ge-
nova, verso la fine del secolo il vescovo-agiografo-cronista, il domenicano
Iacopo da Varazze, aveva fatto di un vecchio piatto in pasta vitrea verde che
da quasi due secoli giaceva nel tesoro della cattedrale di San Lorenzo, il co-
siddetto “Sacro Catino” che i crociati genovesi avevano portato nel 1102 da
Cesarea di Palestina come trofeo, che era in realtà glorioso palladio cittadino
in quanto identificabile nientemeno che con la coppa nella quale Gesù aveva
consacrato il vino durante l’Ultima Cena.
Nella “vulgata” dei romanzi graalici, Lancillotto è il padre del più puro
eroe della Tavola Rotonda, Galaad. Ma non deve stupire se, in quella Geno-
va medievale risonante di ferro e odorosa della pece dei cantieri, l’idea di

