Page 52 - 79 D.C. Rotta su Pompei - La prima operazione di protezione civile
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gli storici coevi secondo le quali il faro di Alessadria, alto e la nafta nel Vicino Oriente: è probabile che anche quelli
poco meno di 150 m, si scorgeva da oltre 50 km di distan- romani bruciassero olio, garantendo così alla lanterna l’au-
za, torna plausibile che quello in questione fosse visibile tonomia di una intera notte, consentendo per la sua rego-
da ogni angolo dell’intero golfo di Napoli, isole comprese. larità l’adozione di una lamiera lucida rotante fungente da
Ma, come accennato, non tutti gli studiosi ravvisano specchio riflettore. Agevole, infine, l’approvvigionamento
nel grottone i resti di un faro. Infatti: “l’identificazione di con catene di secchi simili alle norie. Del resto i fari del
quest’insieme come faro solleva delle difficoltà: non soltan tipo di quello di Alessandria, tramandano delle strutture
to, come ha sottolineato A. ZeviGallina, questo ‘faro’, che a pianta ottagonale, sormontate da una statua e in alcune
non si trova all’imbocco del porto, ed è coperto verso sud, ed monete di Domiziano appare: “che questo piano ottagonale
anche verso ovest (dunque verso il largo) per Capo Miseno era in realtà costituito da un colonnato, coperto da una piat
è assai mal posto. Inoltre, la sua pianta, come riconobbe lo taforma sulla quale insisteva la statua. Il fuoco doveva dun
stesso A. Maiuri, è piuttosto quella di una tomba, non cor que bruciare al centro del colonnato, sistema che consentiva
rispondendo a quanto possiamo sapere circa i fari antichi, oltre alla fuoriuscita dei fumi la visione delle fiamme…” .
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ed in particolare dei due che si sono ancora conservati su
qualche altura: quello di Leptis Magna e quello di la Coro 28 Da M. Reddé, Mare Nostrum… , cit., p. 868.
gne. Manca prioritariamente a questo ‘faro’ di Miseno una
rampa d’accesso verso l’alto, ed è proprio questo che non ci Sotto: lucerna di epoca romana riproducente il faro di Alessandria.
consente di identificarlo come tale” . Nella pagina a fianco: ricostruzione virtuale di lanterna da faro.
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Dunque le critiche fondamentali possono ridursi a due:
la collocazione sbagliata del supposto faro rispetto all’im-
bocco del porto di Miseno e la mancanza in esso di una
rampa di servizio. Circa la prima va ribadito che i fari ro-
mani non segnalavano, magari con una luce rossa o verde,
l’imbocco del porto, ma semplicemente la costa: poiché le
navi dell’epoca, militari e mercantili, salvo pochissime rot-
te, navigavano a vista, cioè di giorno, il faro non serviva ad
indicare un preciso punto della costa ma, la costa stessa! E
ciò avveniva per i rari piloti notturni con la sua fiammante
lanterna e, soprattutto, per i tanti diurni con la relativa al-
tissima colonna di denso fumo nero, visibile da molto più
lontano del raggio luminoso. Per cui la loro collocazione
era determinata dalla quota massima idonea per l’impian-
to e non già dall’adiacenza del suddetto accesso. Circa
l’orientamento occorre precisare che non scaturiva dalla
visibilità da sud o da ovest ma soprattutto da est e da nord,
ovvero da Capri e da Baia e dalla costa vesuviana, essendo
oltre che faro anche torre di controllo e segnalazione.
Quanto poi alla mancanza della rampa, lungo cui si
sarebbero dovuti arrampicare i muli carichi di legna da
ardere, la riserva scaturisce dal non prendere in considera-
zione l’alimentazione della lanterna a combustibile liqui-
do, di gran lunga più probabile. In molti fari medievali,
dalla Lanterna di Genova alla Torre del Serpe ad Otranto,
il combustibile era l’olio, per l’esattezza quello lampante,
27 Da M. rEddé, Mare Nostrum…, cit.,p. 196. Dello stesso autore
cfr. La représentation dei phares à l’epoque romaine, in Mélanges de
l’école française de Rome, tome 91, Roma 1979, 2, pp.845-872.
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