Page 278 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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           altamente meritori della Commissione che ci  ospita - azione che presenta i van-
           taggi  ma  anche  gli  inevitabili  limiti  imposti  dalla  provenienza  da  un  soggetto
           istituzionale  - ciò  che  manca  al  settore  è  proprio  un  soggetto  che  funga  da
           punto di riferimento e da centro di stimolo.
                Basti pensare che l'Italia è  forse  l'unico tra i paesi belligeranti nella seconda
           guerra  mondiale  a  non  disporre  ancora  di  una  storia  generale  del  conflitto  dal
           punto di vista militare,  malgrado la ricchezza della produzione monografica degli
           uffici  storici  ed  i  contributi  settoriali  di  studiosi  "laici",  per  non  parlare  della
           memorialistica.
                Ma  allo stato attuale,  il  proposito di  assegnare alla Società di Storia Militare
           un ruolo del genere non può che essere considerato velleitario.
                Naturalmente,  ciò  non significa che le  funzioni  di  raccordo,  cÒordinamento
           e propulsione non possano essere assolte in futuro,  anche a breve termine.
                E non esclude  affatto  che,  intanto,  possano essere  assunte  iniziative  valide
           nelle direzioni suddette, come del resto già si fa.
                Nelle  odierne  condizioni  di  struttura  della  Società  - un  sodalizio  privato
           sotto l'egida della  Libera  Università  di  studi Sociali  "Guido Carli",  con un mode-
           sto contributo finanziario del Ministero della Difesa - occorre tuttavia considerare
           realisticamente  come  praticabile  un'altra  strada,  del  resto  tutt'altro  che  priva  di
           rilievo,  quella della diffusione della cultura storico-militare all'esterno delle istitu-
           zioni  deputate,  l'università  e  l'organizzazione  di  ricerca  ed  addestrativa  delle
           Forze Armate.
                Perché  l'informazione  diffusa,  abbia  livello  adeguato  è  indispensabile  il
           rispetto di alcuni postulati.
                Una  certa  selettività,  innanzitutto.  Non  possiamo  considerare  come  nostri
           certi campi di indagine che, con il massimo rispetto,  potremmo definire "latera-
           li"  rispetto al tema principale, come la storia delle armi, quella dei mezzi milita-
           ri,  l'uniformologia.  E così pure occorre  rinunciare ad un approccio divulgativo
           di taglio giornalistico.
                Il  secondo  punto  è  l'attualizzazione  degli  argomenti  trattati,  riferita  ovvia-
           mente  non  ai  singoli  temi,  ma  al  taglio  dell'analisi.  Penso  che  nessuno  possa
           ritenere  inattuale,  ad  esempio,  lo  studio  della  crisi  politico-militare  dell'estate
           1943,  così  come  un'analisi  della  partecipazione  italiana  alle  operazioni  di
           "peace- keeping" che,  come ricordava  ieri  il  Professar Gabriele,  inizia  nel 1864,
           con la missione della squadra di evoluzione nel Golfo di Tunisi.
                Terzo  indirizzo,  la  ricerca  di  un approccio interdisciplinare,  un argomento
           ripreso poco fa  da Ilari, sulla base dell'intervento di Minniti.
                Non  occorre  certo  spendere  parole  per mettere  in  evidenza  quello  che  è
           un carattere  essenziale  dei  problemi militari  o,  se si  vuole  allargare  il  discorso,
           dei problemi di strategia conflittuale.
                La  valorizzazione  di  questo  approccio,  che  ci  proponiamo  di  perseguire,
           consentirà anche di  affrontare  un problema,  per così  dire,  di  natura territoriale,
           la definizione del limite tra studi storico-militare e studi strategici.
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