Page 356 - L'Italia in Guerra. Il secondo anno 1941 - Cinquant'anni dopo l'entrata dell'Italia nella 2ª Guerra Mondiale: aspetti e problemi
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L'Africa orientale aveva rappresentato per molti una promessa di un
              avvenire migliore,  di possibilità di  lavoro  e  di vita,  a  cui  non si  voleva
              rinunciare e per la quale valeva la pena di combattere. Su circa 350.000
              uomini alle armi i caduti erano stati circa 8.000 nazionali ed oltre 16.000
              indigeni;  doppio  il  numero  dei  feriti.
                   Alle traversie della guerra succedevano, inoltre, per tutti i nazionali in
              A.O.I., giorni penosi in relazione al malanimo con cui i Britannici tende-
              vano a cancellare ogni vestigia della nostra presenza colà: umiliando i vinti
              facendoli sfilare in ben immaginabili condizioni fra  ali di indigeni, proce-
              dendo alla cattura ed alla deportazione anche dei civili, effettuando il rim-
              patrio di donne e bambini dopo il loro internamento in campi privi di ogni
              minimo  conforto;  asportando  stabilimenti,  macchinari,  mezzi  di lavoro.

                   La  Gran Bretagna tentava allora di subentrare con la sua influenza
              a quella italiana; ma veniva ad incontrare una vivace resistenza  proprio
              in quelle  forze  politiche  che  aveva  sostenuto.
                   Viene spesso ricordata la magnanimità con cui l'imperatore Ailé Sel-
              lassié ebbe a parlare dell'amministrazione italiana del Viceré Amedeo Duca
              d'Aosta e ad invitare i suoi sudditi a non infierire contro i vinti italiani.
              Ma  va  detto  che,  seppure- specie  nel  periodo  1937-1938 ed  in  certe
              regioni -  non erano mancati episodi di dura repressione del cosiddetto
              "banditismo",  condotti generalmente da unità e  bande indigene,  nono-
              stante l'emanazione delle leggi razziali tra gli italiani e gli indigeni si era-
              no spesso instaurati rapporti di umana comprensione e simpatia ben diversi
              da  quelli  prevalenti  in colonie di  altri  paesi,  tanto  che  intere comunità
              ebbero a proteggere nostro personale che cercava di sottrarsi alla cattura.
              L'Imperatore ed i maggiori capi indigeni non intendevano poi passare "dalla
              padella nella brace" e consideravano che, una volta che si fosse posto fine
              al  nostro potere, la presenza di tecnici, artigiani,  operai italiani avrebbe
              potuto essere utile al progresso del loro Paese e non avrebbe costituito più
              alcun pericolo; sul piano politico ed economico tendevano a volgersi ver-
              so  gli  Stati Uniti  d'America.
                   Nel personale italiano deportato in India e nel Kenia non mancaro-
              no di svilupparsi sentimenti violentemente antibritannici, che ebbero suc-
              cessivamente espressione in mancate adesioni ad una collaborazione dopo
              il 1943. Ciò non avveniva per quello inviato nel Sud Africa, dove prevale-
              va il desiderio di non umiliare la figura del "bianco" di fronte agli indige-
              ni. Qui le condizioni dei prigionieri venivano, poi, ulteriormente alleviate
              quando incominciò l'afflusso di sudafricani già prigionieri in Italia, che,
              dopo 1'8 settembre 1943, si erano sottratti alla cattura con l'aiuto di civili


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