Page 54 - Cittadini e Soldati - I Sacrari Militari Italiani all'estero
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               Le norme internazionali, sancite dalla Convenzione dell’Aja del 1907, obbligavano le nazioni belligeranti a mantenere
               i prigionieri con razioni pari a quelle dei loro stessi soldati, ammettevano che essi potessero essere impiegati in lavori
               che contribuissero al loro mantenimento ma proibivano il loro impiego nello sforzo bellico.
               Complessivamente,  almeno  all’inizio,  il  governo  di  Vienna  si  attenne  a  tali  norme,  pur  dovendo  fronteggiare  la
               crescente scarsezza di cibo che, anche a causa del blocco navale alleato, Germania e Austria-Ungheria, avrebbero
               molto sofferto fino alla fine della guerra.
               Il governo italiano avrebbe potuto, attraverso la Croce Rossa, contribuire al mantenimento dei prigionieri, ma ragioni
               sia politiche che pratiche non lo resero possibile fino al 1918.
               La situazione dei prigionieri italiani peggiorò drasticamente mano a mano che il loro numero aumentava nel corso
               del 1916 e i primi mesi del 1917, e la situazione alimentare e militare dell’Austria-Ungheria peggiorava. Ben presto
               epidemie di tifo e tubercolosi, unitamente alla malaria, si diffusero e a causa della diffusa malnutrizione mietendo
               migliaia di vittime.
               In seguito all’offensiva austro-tedesca dell’ottobre-novembre 1917, la cosiddetta “Battaglia di Caporetto”, altri 260.000
               prigionieri vennero ad aggiungersi ai primi, ed altri 90.000 li seguirono nei dodici mesi seguenti, in seguito alle fallite
               offensive di dicembre 1917 e del giugno 1918.
               A quel punto la Germania e l’Austria-Ungheria controllavano oltre 500.000 prigionieri italiani, e proprio nel momento
               in cui la crisi alimentare toccava il suo apice. Le razioni furono drasticamente ridotte e se ciò non ebbe conseguenze
               drammatiche per gli ufficiali, che erano esentati dal lavoro, ne ebbe per i soldati, in larga parte trasferiti sul fronte
               orientale, dove la Russia si era ritirata dalla guerra, per essere impiegati in faticosi lavori di fatica.
               Solo allora, quando la drammaticità della situazione fu evidente, grazie anche al sostegno statunitense, l’Italia inviò
               attraverso la Croce Rossa una certa quantità di aiuti.
               Quando la guerra terminò nel novembre 1918, circa il 15% dei soldati e il 2,8% degli ufficiali italiani prigionieri in
               Germania e Austria era deceduto in prigionia per un totale approssimativo di quasi 87.000 unità. I loro resti riposano
               in numerosi cimiteri presso i luoghi di detenzione, in parte raggruppati assieme a quelli della Seconda guerra mondiale,
               come nel caso del campo di Mauthausen, in parte separati, come è il caso di quelli nella parte “ungherese” del vecchio
               impero.
               Una percentuale delle salme, quelle dei prigionieri morti nei campi tedeschi della Slesia, fu recuperata già nel 1921 dal
               contingente italiano di interposizione che operò in quelle zone, e costituì il primo esempio di rimpatrio massivo di
               resti di caduti operato dopo il conflitto.
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