Page 55 - Cittadini e Soldati - I Sacrari Militari Italiani all'estero
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la seConda guerra Mondiale
l Secondo conflitto mondiale portò un numero molto elevato di prigionieri militari italiani nei campi dell’Europa
centrale e orientale fra il 1943 e il 1945, unitamente ad almeno altri 200.000 civili, lavoratori coatti o reclusi per
I motivi razziali e politici.
Scesa in guerra nel giugno del 1940 a fianco della Germania nazista, l’Italia firmò il 3 settembre 1943 un armistizio
con le potenze Alleate, nel tentativo di uscire dalla guerra, che aveva raggiunto il territorio nazionale fin dal 10 luglio,
con l’invasione della Sicilia. Reso noto il pomeriggio dell’8, l’armistizio portò alla, ampiamente pianificata, reazione
tedesca che si concretizzò nel repentino disarmo delle truppe italiane ovunque esse fossero schierate assieme a truppe
tedesche. Ogni resistenza da parte italiana avrebbe dovuto essere stroncata immediatamente dove fosse possibile,
oppure tenuta a bada con finte trattative e affrontata in un secondo tempo, a seconda delle circostanze.
Giovò all’attuazione di questo piano, denominato Achse “Asse”, sia lo stato di grave crisi in cui versavano le forze
italiane, disperse e senza mezzi di trasporto a presidiare fronti molto ampi, sia la inconsapevolezza in cui gli stessi
comandi italiani furono tenuti delle trattative armistiziali.
Le unità della 4ª Armata, schierate nella Francia Meridionale, furono colte mentre erano parzialmente in movimento
verso il Piemonte. In massima parte esse furono disarmate dei tedeschi, in parte si dettero alla macchia originando i
primi gruppi di resistenza.
Le truppe schierate in Italia settentrionale, 3ª e 8ª Armata, dove già stazionavano oltre mezzo milione di soldati
tedeschi, furono rapidamente disarmate a loro volta. Diversamente andò per le truppe italiane nel centro-sud della
Penisola. Nella necessità di fare fronte allo sbarco di Salerno il comando tedesco, occupò Roma dopo un giorno di
combattimenti a patto di rilasciare liberi i soldati del presidio.
Sorte analoga ebbe la 7ªArmata nel meridione, in parte disarmata dagli Alleati in avanzata, in parte catturata e deportata
dai tedeschi dopo alcuni combattimenti, ma per la maggior parte dissoltasi.
Più complesse le vicende delle armate nei Balcani, dove oltre ai tedeschi dovettero affrontare la presenza ostile dei
partigiani locali.
La 2ª Armata, dislocata nella Jugoslavia occidentale, da Lubiana al Montenegro, fu disarmata e la maggio parte dei suoi
210.000 componenti deportati in Germania. Circa 20.000 riuscirono ad imbarcarsi per l’Italia e 40.000 si unirono ai
partigiani jugoslavi. Non meno di 20.000, tuttavia, scelsero di collaborare coi tedeschi. La 6ª Armata in Albania e la 5ª
in Grecia furono disarmate e deportate, ad eccezione di alcune migliaia di collaborazionisti. In molti casi gli ufficiali
dei reparti che opponevano resistenza furono assassinati dopo la resa, ed almeno in un caso, a Cefalonia, tale sorte fu
estesa ad alcuni gruppi di soldati e sottufficiali.
Complessivamente i tedeschi disarmarono circa 1.000.000 di uomini, più o meno la metà di quanti l’Italia ne aveva
alle armi l’8 settembre. Di questi 94.000 aderirono alla richiesta di continuare a combattere a fianco dei tedeschi e
196.000 furono lasciati liberi o si dettero alla macchia nei giorni seguenti l’armistizio. Dei 710.000 rimanenti, circa
20.000 morirono in combattimento, assassinati dopo la resa, o, in numero di oltre 13.000, nei naufragi in mare,
mentre 690.000 furono deportati in Germania e nei territori da essa occupati. Di questi, per ragioni note solo alla
burocrazia tedesca, 20.000 furono considerati prigionieri di guerra e assoggettati al trattamento, tutto sommato equo,
dei prigionieri alleati. Tutti gli altri furono classificati con la denominazione di Internati Militari Italiani (o IMI) privi
dunque della tutela sia delle Convenzioni di Ginevra, sia degli aiuti della Croce Rossa.

