Page 56 - Cittadini e Soldati - I Sacrari Militari Italiani all'estero
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52 Cittadini e Soldati - i SaCrari Militari italiani all’eStero
La soluzione consentiva ai tedeschi di impiegare questa grande riserva di manodopera nella propria industria bellica
mantenendola ad uno stato di pura sopravvivenza o anche al di sotto.
La creazione della Repubblica Sociale Italiana, che per i tedeschi rappresentava lo stato legale italiano, consentiva loro
di giustificare questo trattamento con una parvenza giuridica, avendo i soldati italiani non aderenti alla Repubblica
perduto la qualifica di militari combattenti.
Sorte ancora peggiore attendeva i militari che, aderenti alle formazioni partigiane, furono catturati in seguito.
Considerati nella categoria dei “politici”, essi furono destinati ai Campi di punizione, nei quali le condizioni di vita
erano tali da portare alla morte la maggior parte degli internati.
Gli ufficiali furono separati dalla truppa e concentrati in una serie di campi appositi, fra cui i maggiori furono Deblin
Irena, Wietzendorf, Sandbstel e Shokken, riservato ai generali. Le condizioni erano molto dure, ma essi erano almeno
esentati dal lavoro. Ai soldati esso fu invece imposto, a partire dal 1944 attraverso la loro arbitraria riconversione a
internati civili.
Altri 90.000, di fronte alla prospettiva di un nuovo inverno nei campi, aderirono a questo punto alla Repubblica
Sociale, venendo per lo più destinati a lavori meno gravosi e in qualche caso rimpatriati. Le autorità fasciste, che
vedevano nella mancata adesione degli internati un grosso problema politico nei confronti della popolazione in Italia,
cercarono inutilmente di ottenere dai tedeschi ulteriori possibilità di operare propaganda nei campi. I tedeschi tuttavia
non intendevano privarsi di altra manodopera né si fidavano delle autorità italiane, le cui richieste furono da allora
respinte.
Solo alcune migliaia di malati furono rimpatriati in Italia negli ultimi mesi della guerra, mentre le condizioni alimentari
della Germania si facevano sempre peggiori e le condizioni degli internati peggiorarono, anche per l’intensificarsi delle
incursioni aeree.
Sparpagliati in oltre un migliaio di campi in Germania, oltre ad un rivolo di circa 20.000 in Jugoslavia, gli IMI attesero
così la fine della guerra privi sostanzialmente di ogni tutela, esclusi dalla possibilità di adoperare i rifugi antiaerei,
appartenenti ad uno stato, il Regno d’Italia, che i tedeschi non riconoscevano e che non era in grado di minacciare
rappresaglie per reclamare il rispetto nei loro confronti del diritto di guerra. Solo sul finire del conflitto, quando si
profilò la minaccia di una eliminazione di massa dei prigionieri, le autorità italiane riuscirono attraverso l’ambasciatore
Prunas ad ottenere dagli Alleati un monito ai tedeschi a rispettare gli IMI come prigionieri di guerra, pena severe
rappresaglie.
Una sorte tragica toccò cionondimeno ad alcuni dei generali rinchiusi nel campo di Shokken. Costretti ad una
estenuante marcia verso occidente di fronte all’avanzata dell’Armata Rossa, cinque di loro furono eliminati durante il
cammino dalle SS della scorta nei pressi di Luckenwalde, e uno subì la stessa sorte per mano dei sovietici.
La sorte dei prigionieri caduti in mano russa fu dettata dal caso: per la maggior parte furono considerati prigionieri
di guerra, e restituiti con lentezza negli anni seguenti. Altri furono semplicemente liberati, altri ancora arruolati come
lavoratori militarizzati e trattenuti fino alla fine della guerra.
Per quanti, già prigionieri dei tedeschi, furono poi detenuti in prigionia in Unione Sovietica, la loro sorte si confonde
dal 1945 con quella dei prigionieri dell’Armir, e solo recentemente e con non poca difficoltà si è potuto distinguere,
grazie alle schede individuali dell’amministrazione sovietica, la sorte di molti soldati ritenuti dispersi in Germania e
invece morti in territorio russo.
La vicenda degli IMI rimane ad oggi una delle più drammatiche e significative pagine della partecipazione italiana

