Page 57 - Cittadini e Soldati - I Sacrari Militari Italiani all'estero
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               alla guerra. Al momento della loro cattura solo una percentuale limitata, non più del 12-13% scelse di collaborare coi
               tedeschi, gli altri optarono per una prigionia sulla cui condizioni non era possibile farsi illusioni, dato il comportamento
               tenuto dai tedeschi all’indomani dell’armistizio. Dopo un inverno nel lager una analoga porzione optò per collaborare,
               ottenendo però nella maggior parte dei casi non la libertà ma piuttosto una prigionia a condizioni meno dure.
               Complessivamente, 121.480 adesioni vennero dai prigionieri dei lager, cifra non modesta alla quale bisogna aggiungere
               quanti aderirono nella immediatezza dell’armistizio.
               Complessivamente, dunque, non più del 25% scelse di non rispettare il giuramento fatto. Una percentuale analoga
               a quella di quanti, prigionieri degli Alleati, scelsero di rimanere fedeli al regime fascista della Repubblica Sociale e
               rifiutarono la cobelligeranza, scelta, occorre dire, fatta in condizioni materiali assai meno dure.
               La percentuale delle adesioni fra gli IMI, tuttavia, merita di essere ben analizzata. Tolte le adesioni ideologiche, che
               come già detto avvennero già l’8 settembre e riguardarono individui per lo più appartenenti alla Milizia, essa fu
               sostanzialmente frutto delle condizioni di prigionia.
               Significativo è che l’adesione fu più alta, maggioritaria in certi casi, nei campi dove le condizioni erano più dure e la
               mortalità più frequente. Per giudicare quanti non resistettero alle privazioni della prigionia e vollero cercare una via di
               salvezza occorre quindi considerare le loro condizioni, l’isolamento, l’abbandono cui furono soggetti, materialmente
               e moralmente, non ultima la loro età. Alcuni erano infatti uomini non più giovani, le cui probabilità di salvezza
               diminuivano mano a mano che la guerra si prolungava e la vita nei campi peggiorava. Soprattutto per gli ufficiali di
               carriera era difficile immaginare alla lunga una esistenza senza lo stipendio, la routine della caserma, la cornice di
               certezze cui erano abituati da una vita. Se alcuni non ressero si può, se non approvarli, provare a capirli.
               Proprio per questo, tuttavia, si deve diversamente considerare il sacrificio di quanti quel passo non vollero compierlo,
               e le privazioni e la prospettiva della morte le accettarono consapevolmente. Fu il caso dei generali di Shokken, molti
               dei quali pagarono con la vita, degli ufficiali di Unterluss, che rischiarono l’esecuzione pur di non aderire all’obbligo
               del lavoro, dei giovani cadetti dell’Accademia Navale, che clandestinamente giurarono in segreto su un Tricolore
               clandestinamente ricostituito. Fatto questo assai significativo, in quanto si trattava di giovani cresciuti nel fascismo e
               che non avevano nemmeno memoria di una Italia senza Mussolini.
               Il  “no”  degli IMI,  proprio  perché  confrontato  alla  non  esigua  percentuale di  chi  non  riuscì  a  mantenerlo,  resta
               gigantesco. Lo rendono tale, oggi, le oltre 50.000 vite di quelli che morirono per averlo pronunciato, per aver onorato
               il giuramento militare.
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