Page 111 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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La Seconda Guerra d’IndIpendenza 1857 -1859                             111











                        Ma Dio volle che questo fermento fosse nazionale ed operoso

                       O
                                     rmai pienamente ripresosi dalle precarie condizioni che abbiamo ricordato, tornò a Vene-
                                     ria Reale, con il grado di maggiore d’Artiglieria, al comando della sua 9ª batteria.
                                        Riprese a incontrare con assiduità gli amici a Palazzo Birago dove era la sede del Club
                                     del Whist e in quell’esclusivo circolo di nobili piemontesi favorì nella primavera del 1857
                                       l’ingresso del suo amico e collega d’arma Giuseppe Govone, il compagno della missione
                        d’intelligence nell’impero asburgico . Quelle sale udirono certamente i loro commenti e le loro appas-
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                        sionate conversazioni sugli avvenimenti che scandirono in quell’anno la vita politica italiana.
                           Al centro della loro attenzione fu la nascita nell’agosto, proprio nella capitale piemontese, della So-
                        cietà Nazionale italiana, guidata da Daniele Manin, Giuseppe La Farina e Giorgio Pallavicino. Genova
                        probabilmente non entrò mai in diretto contatto né con La Farina né con altri esponenti dell’associazio-
                        ne, in quanto il suo nome non figura nell’epistolario dell’uomo politico siciliano. Senz’altro condivise
                        il programma della Società Nazionale, là dove dichiarava che intendeva anteporre a ogni predilezione
                        di forma politica o di interesse municipale il principio dell’indipendenza e dell’unità d’Italia, per poi
                        aggiungere che il movimento sarebbe stato «per la Casa di Savoia, finché la Casa di Savoia sarà per
                        l’Italia in tutta la estensione del ragionevole e del possibile».   Avevano fiducia i promotori della So-
                                                                                    2
                        cietà Nazionale nei cannoni e nelle baionette che ritenevano strumenti più adeguati delle cospirazioni
                        mazziniane per raggiungere l’unificazione nazionale e quindi ritenevano indispensabile l’accordo con la
                        monarchia sabauda. L’opinione pubblica li identificava come gli “italianissimi,” perché il loro obiettivo
                        era il superamento del rigido regionalismo piemontese che aspirava al più al Regno dell’Alta Italia. La
                        nuova formazione politica raccolse, oltre al consenso dei liberali e dei moderati, quello di numerosi
                        repubblicani (lo stesso Daniele Manin) sfiduciati dai fallimenti delle cospirazioni ordite da Giuseppe
                        Mazzini, di coloro che
                             del Mazzini detestavano l’incapacità organizzatrice, il sogno di poter creare tra i marosi di una
                             rivoluzione un esercito, una diplomazia, gli organi centrali dello stato; detestavano l’implacabile o
                             tutto o nulla, che avrebbe temerariamente compromesso i successi ottenuti in un primo tempo; dete-
                             stavano l’atteggiamento universalmente rivoluzionario che moltiplicava i nemici. 3

                           Erano sotto gli occhi di tutti la tragica conclusione della spedizione di Carlo Pisacane nell’Italia
                        meridionale e il fallimento del moto insurrezionale di Genova e di Livorno del giugno, che aveva visto
                        coinvolto lo stesso patriota genovese.
                           Forse furono proprio questi due ultimi eventi e la nuova connotazione più radicale che il movimento
                        per l’indipendenza stava assumendo in alcune delle sue componenti che spinsero il di Revel a decidere
                        di entrare in Parlamento per mantenere ben fermo il percorso verso la sovranità nazionale secondo i
                        valori su cui aveva fondato la vita: Dio, Re e Patria. Si presentò così alle elezioni convocate dal 15 al
                        18 novembre 1857, quelle che diedero vita alla sesta legislatura del Parlamento subalpino, la legislatura
                        dello storico Grido di dolore e della guerra all’Austria. La campagna elettorale fu molto combattuta e
                        vissuta in modo convulso negli Stati Sardi di terraferma, come raccontava Costanza d’Azeglio in una
                        lettera scritta al figlio Emanuele proprio alla vigilia delle elezioni:

                        1   MNRT, Archivio Govone, cit., Cart. 9, b. 3, n.14 del 06/03/1857.
                        2   Società Nazionale Italiana, Ti p. Bozza, Torino, 1860, p. 3.
                        3   Adolfo Omodeo, L’opera politica, cit., vol. II, p. 162.
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