Page 201 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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Il Veneto sI unIsce all’ItalIa 1866 201
Ci vorrebbe una gran disdetta per non riuscire
P ra, il presidente del Consiglio apriva una complessa partita diplomatica, politica e militare
iù o meno nello stesso periodo in cui il di Revel scriveva queste amare parole a La Marmo-
con la Prussia, l’Austria e la Francia il cui fine era l’unione del Veneto al nuovo Regno, un
problema di vita o di morte per la nuova Italia e presupposto essenziale per la sua stessa
esistenza. Genova vedeva in un conflitto l’esito delle lunghe e inconcludenti trattative in
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cui erano impegnate le diplomazie europee, a cominciare da quella francese, per giungere a un accordo
che impedisse una nuova guerra continentale; una tesi largamente condivisa dall’opinione pubblica, dal
governo, dalla Corte e dallo stesso Vittorio Emanuele . Il punto nodale di tutta la questione era il persi-
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stente rifiuto dell’Austria a negoziare direttamente con l’Italia la cessione del Veneto, come il generale
Thaon di Revel scriveva al fratello il 27 maggio 1866 da Fiorenzuola, dove si trovava con la 16ª divi-
sione Principe Umberto, un’orgogliosa quanto irragionevole posizione che aveva fatto naufragare fino
allora ogni tentativo di accordo tra le diplomazie dei due paesi. Dava comunque del probabile fallimento
un giudizio positivo: confidava nel nuovo esercito nazionale che riuniva i militari degli stati preunitari
per la prima volta sotto un’unica bandiera contro il nemico ventennale e avanzava considerazioni lusin-
ghiere sull’entusiasmo che la prospettiva della guerra stava suscitando, in particolare per l’ardore che
giungeva dall’adesione dei volontari:
“Ormai che tutto è arrivato a punto per agire, meglio varrebbe rompere le trattative che prolunga-
re la situazione così tesa nella quale si trova l’Italia. Lo slancio dei volontari ha preso dimensioni
imprevedibili, massime colle norme regolamentari loro applicate. E’ una forza morale e fisica ben
degna di considerazione. Un eccellente esercito di 300 mila uomini e 60 mila volontari ben organiz-
zati sono argomenti positivi (…) Ci vorrebbe una gran disdetta per non riuscire. “ 3
Sull’esito militare dello scontro con l’esercito asburgico, manifestava un cauto ottimismo: i prussiani
avevano dimostrato nella recente campagna di Danimarca, sia pur breve e poco impegnativa, l’efficienza
della loro organizzazione e gli ottimi effetti dei nuovi armamenti individuali con i fucili ad ago. Contro
l’impero austriaco la Prussia metteva in gioco la propria esistenza quindi si sarebbe battuta senza riserve.
1 Su tutta la questione Richard Blass, Tentativi di approccio per la cessione del Veneto, in «Ateneo Veneto. Rivista di Scienza, Lettere
ed Arti», fascicolo speciale per il centenario dell’unione del Veneto all’Italia. 1866 – 1966, Tip. Commerciale, Venezia, 1966, pp. 5-52.
2 «L’essenziale era per il re che ci fosse una guerra, e il più presto possibile. Vittorio Emanuele era sempre tentato dalla prospettiva di
guidare le truppe alla vittoria, e gli ufficiali addetti alla Casa reale, da buoni cortigiani, alimentavano zelantemente questa tentazione:
benché la Prussia fosse considerata meno forte dell’Italia e rischiasse di essere sconfitta dall’Austria, Italia e Prussia unite potevano di
certo battere un esercito costretto a sostenere l’attacco su due fronti e il re era pronto a scommettere dieci contro uno che così sarebbero
andate le cose». Cfr. Denis Mack Smith, Vittorio Emanuele II, Laterza, Bari, 1972, p. 216.
3 Genova Thaon di Revel, La cessione del Veneto: ricordi di un commissario regio militare Milano, F.lli Dumolard, 1890, p. 7.
Sulla questione dei tentativi della diplomazia per evitare la guerra: «Già il 22 di maggio davasi per certa la riunione del Consesso, s’
indicava Parigi come il luogo prescelto alle adunanze, si accertava che vi sarebbero intervenuti i rispettivi Ministri degli affari esteri
delle tre potenze neutrali, delle tre contendenti; e per la Confederazione Germanica, che si voleva partecipe alle deliberazioni, la Dieta
affidava alla Baviera l’incarico di rappresentarla. Aggiungevasi essere il programma fondato sul principio di sciogliersi le quistioni
mercè compensi territoriali. Assicuravasi essersi già fatte dal Drouin de Lhuys comunicazioni confidenziali del progetto ai tre Stati
discordi-, e i più creduli dicevano pure avervi aderito Prussia ed Italia, aspettarsi solo 1’ adesione dell’Austria. Passano due giorni, e
già Vienna comincia a trovare cavilli per intorbidare gli accordi: non vuole che sia pur menzione di cessione della Venezia, non vuole
che ci sia in campo una questione veneta; ma invece che si accenni alla ricerca dei mezzi di garantire la sicurezza ed il consolidamento
del Regno d’Italia, che si tratti di una differenza italiana». Cfr. Felice Venosta, Custoza e Lissa, fatti della guerra italiana del 1866,
Carlo Barbieri, Milano, 1866, p. 89.

