Page 202 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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               Quanto all’esercito italiano riteneva che fosse abbastanza ben organizzato e sufficientemente motivato
               per poter assediare le fortezze del Quadrilatero con speranze di successo e giungere così alla liberazione
               del Veneto. Certo, se gli austriaci avessero battuto i prussiani tutto sarebbe cambiato: l’intero esercito
               imperiale sarebbe piombato su quello italiano con un urto terribile. Ma anche di fronte a tale infausta
               ipotesi, il generale di Revel era, con ragione, convinto che la Francia non avrebbe mai permesso un
               ritorno alla situazione precedente al 1859, quindi era del tutto prevedibile un intervento diplomatico
               dell’imperatore Napoleone III: insomma una situazione che, pur osservata da diverse angolature, si pre-
               sentava sempre positiva per l’Italia. A disposizione poi l’arma dei volontari che avrebbero dovuto essere
               impiegati non in linea, come le forze regolari, ma con la tecnica della guerriglia.
                     “Sono poi ottimi per infiltrarsi, invadere e disordinare la resistenza. Si mandano avanti senza tanti
                     preparativi, sconcertano il piano dei nemici. Se poi non riescono, la ritirata non ha lo stesso ca-
                     rattere per essi che pelle truppe regolari. Invadendo le vallate, che non saranno tutte chiuse dagli
                     Austriaci, porteranno lo scompiglio sulle comunicazioni nemiche, promuoveranno dimostrazioni, e
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                     demoralizzeranno gli Austriaci.”


               Eccomi sempre roseo in attesa di essere rosso di sangue austriaco

                  Tanta fiducia si doveva dissolvere al primo scontro con le truppe imperiali a Custoza il 24 giugno.
               Da Gazoldo, un piccolo centro in provincia di Mantova, tra i fiumi Oglio e Mincio, qualche giorno dopo
               scriveva al fratello manifestandogli tutta la propria amarezza, presentendo le ripercussioni negative che
               la sconfitta avrebbe avuto sulla politica italiana, sull’onore dell’esercito, sul morale della nazione. Se-
               condo il suo costume poche parole molto misurate per narrare invece come era sfuggito, insieme al prin-
               cipe Umberto, all’inseguimento della cavalleria austriaca a Villafranca raggiungendo il 4º battaglione
               del 49º reggimento che si era disposto in quadrato:
                     “Un falso movimento del generale Bixio avendo scoperto la nostra sinistra fummo sorpresi dal reg-
                     gimento Ulani Trani (…) A me parve miglior partito seguire la corrente, scartando con la sciabola le
                     lance che non potevano puntarmi poiché correvo quanto loro, guardando bene di filar dritto. Giunti
                     ad un fosso profondo la mia cavalla araba guadagnò talmente terreno da poter girare il quadrato
                     del 4º battaglione del 49º ov’era il Principe col suo Stato Maggiore, ed entrarvi dal lato opposto al
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                     nemico.”
                  Il resto della giornata andò come sappiamo. Due giorni dopo la battaglia di Custoza, il 26 giugno,
               Genova ebbe modo di incontrare Vittorio Emanuele, presente La Marmora, che lo informò che si stava
               preparando una ritirata ben ordinata di tutto l’esercito, il re gli fece intendere che questa era la decisione
               del comandante in capo. Il suo sbigottimento fu tale che ancora due settimane dopo ne parlava con indi-



               4   Genova Thaon di Revel, la cessione del Veneto, cit., Fiorenzuola, 27 maggio 1866, p. 8.
               5   Ivi, p. 12. L’episodio del quadrato di Villafranca, celebrato anche in molti celebri dipinti risorgimentali, così era ricostruito nella rela-
                   zione del Corpo di Stato maggiore: «Il Principe col generale Di Revel ed altri del suo seguito e il generale Ferrero si raccolsero dentro
                   il quadrato del 4º battaglione del 49º (maggiore Ulbrich) a destra della strada di Verona in prima linea. Li avantraini della 11ª batteria
                   furono fatti allontanare di galoppo. Le due sezioni rimaste tra le linee furono voltate a sinistra. La 17ª compagnia del 2º reggimento
                   zappatori (capitano Pandolfi) che si trovava là vicino ai quarti battaglioni del 49º e del 50º, occupata la strada, s’apprestò anch’essa
                   a difesa a gruppi. Tutto ciò in pochi istanti. A carriera furiosa, a frotte informi tramezzo al folto dei campi, li ulani di Rodakowski
                   piombavano sulla sinistra della divisione. Erano ricevuti con foco fitto di fucilate e mitraglia. (…) Quel furioso attacco di 600 cavalieri,
                   che la relazione ufficiale austriaca rappresenta come una carica sola, visto dal lato degli Italiani fece l’effetto di due attacchi successivi
                   tramezzati da un certo intervallo di tempo. Li ulani lasciavano il terreno coperto e i fossi della strade veronese pieni di uomini e cavalli
                   morti e feriti, e non pochi prigionieri nelle mani degli Italiani, alcuni dei quali arresi volontariamente. Il colonnello Rodakowski ne
                   raccolse gli avanzi, 200 cavalieri appena, dietro il Casino, e li ricondusse di là da Ganfardine». Cfr. La campagna del 1866 in Italia,
                   cit., p. 197 – 199.
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