Page 203 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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Il Veneto sI unIsce all’ItalIa 1866 203
gnazione a Ottavio da Zero Branco nei pressi di Treviso:
“Cosa inaudita furono i nostri capi che ci hanno proclamati vinti il 24. Fu da essi che gli Austriaci,
i quali si preparavano alla ritirata, seppero di doversi considerare come vincitori, senza nemmeno
aver visto le divisioni che stavano nei corpi d’armata di Cucchiari e di Cialdini, e fatto pochissimo
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male a quelle del corpo d’armata di Della Rocca!”
Nelle sue memorie, a conferma della confusione che regnava nei ranghi direttivi dell’esercito, citava
le lettere che aveva ricevuto da Petitti e da Menabrea, ufficiali del Comando Supremo i quali, in modo
davvero sconcertante, mostravano di ignorare ancora la disposizione delle forze austriache e esprime-
vano nelle loro considerazioni proposte di operazioni divergenti e contrastanti. Deplorava le invidie, le
ostilità, le gelosie e le reciproche recriminazioni che paralizzavano l’azione dei generali e che di fatto
avevano esautorato La Marmora, da lui sempre difeso, destinato a diventare il capro espiatorio della di-
sfatta di Custoza. Il suo solo conforto era di essere tornato alla guida di una unità operativa e di constata-
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re il desiderio dei soldati di tornare a battersi. Il 1° luglio infatti aveva avuto il comando della 1ª divisione
del Primo Corpo d’Armata di Giovanni Durando in sostituzione del generale Cerale, rimasto gravemente
ferito nella battaglia di Custoza, lasciava così l’incarico di Aiutante di Campo del principe Umberto.
Proprio riguardo ai suoi soldati riferiva al fratello una riflessione che testimoniava dell’attenzione con
6 Genova Thaon di Revel, La cessione del Veneto, cit., 13 luglio 1866, p. 28.
7 L’amara riflessione del di Revel era del tutto giustificata, ma la realtà delle tensioni che attraversavano i vertici militari era più forte
di quanto lui pensasse. Domenico Cucchiari, comandante del primo corpo d’armata, aveva inviato da Goito il 26 giugno al presidente
del Consiglio Bettino Ricasoli una lettera che costituiva un durissimo capo d’accusa al comandante in capo dell’esercito: «Se non ven-
gono immediatamente allontanati dall’esercito La Marmora e Petitti [aiutante generale dell’esercito] tutto andrà di peggio in peggio.
Non posso capire come La Marmora osi ancora farsi vedere dopo la solenne sconfitta dovuta unicamente alla sua solenne incapacità.
Adesso si ha l’infame rimedio di gettare la colpa sopra i soldati dicendo che non si battono. Perché capisca chi è La Marmora e chi
sono i suoi, le basti sapere che egli non ha mai ricevuti i comandanti di corpo d’armata, che non solo non ha domandato il loro pare-
re, ma che neppure ha loro detto che cosa si andava a fare (…) che ha dato ordini in modo che i soldati dovevano per conseguenza
necessaria, irrimediabile, prevedibile da chiunque arrivare sul terreno di combattimento stanchi e affamati (…) che non ha saputo
tenersi informato dei movimenti del nemico, che ha voluto dare a me artiglieri per battere forte i nemici ove non esistevano; malgrado
i miei ripetuti rapporti che non esistevano. Il generale La Marmora ha trattati i tre comandanti di Corpo d’Armata come se fossero tre
caporali. E dopo la toccata sconfitta che avrebbero dovuto persuaderlo a farsi saltare le cervella, ha ancora il tempo di trattarci così. Io
non sono mai stato nemico né di La Marmora, che anzi amava, né di Petitti, ma il disonore che hanno fatto subire all’esercito, ma la
rovina a cui conducono la nazione unicamente per la loro testardaggine, presunzione, ignoranza, mi fanno parlare come parlo. Dio può
salvare l’Italia se quei due uomini fatali scompariscono dall’esercito. Non è con galantomismo e con spavalderia che si guadagnano
le battaglie». Cfr. Carteggi di Bettino Ricasoli. A cura di Sergio Camerani e Gaetano Arfè. Vol. XXII, Istituto storico italiano per l’età
moderna e contemporanea, Roma, 1967, p. 73.

