Page 223 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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Ministro della Guerra 1867 223
Pur troppo si manca della vera devozione al paese
L’ soli: il ministero cadde sul problema della liquidazione dell’Asse ecclesiastico secon-
onda alta della sfortunata guerra del ’66 finì col travolgere il governo del barone Rica-
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do le indicazioni fornite dal responsabile della Giustizia Francesco Borgatti e delle
Finanze Antonio Scialoja . La proposta, una specie di rilancio del separatismo cavou-
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riano , rappresentava un tentativo di trovare un accordo per la complessa questione
dei rapporti tra il nuovo Regno e il Vaticano e appariva come la soluzione più praticabile per sanare il
pesante deficit del bilancio ulteriormente appesantito dalle spese militari per la guerra contro l’Austria.
Il progetto fu però ostacolato dalla concorde opposizione tanto della Chiesa quanto degli ambienti più
conservatori della Destra, dalla Sinistra e dai gruppi laici.
Vittorio Emanuele sciolse le camere e indisse nuove elezioni per il 10 marzo 1867, anche per con-
sentire ai veneti di avere una rappresentanza parlamentare. Il di Revel si trovava a Padova e, tediato dal
lungo periodo di inerzia, si candidò nelle liste della Destra nel collegio di Chivasso, dove era già risultato
eletto altre volte. Nel ballottaggio venne però superato da Saverio Crosa. La sua temporanea esclusione
dalla Camera dei Deputati (l’elezione di Crosa fu sospesa e poi annullata per brogli e corruzione pra-
ticata su larga scala, così Genova poté essere eletto il 27 maggio) gli procurò una profonda delusione,
anche perché la concorrenza alla rielezione, che lui definì guerra, venne da un esponente del suo stesso
partito, quello moderato, ormai diviso tra la Consorteria e la Permanente, per di più appartenente a
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quest’ultima corrente in cui si riconoscevano i deputati piemontesi. Vedeva in questa competizione sen-
za esclusione di colpi, e forse con ragione, considerando le successive vicende di cui fu al centro come
responsabile del dicastero della Guerra, anche un attacco all’esercito che in quel momento si sentiva di
rappresentare; al fratello confidava tutta la sua amarezza con parole in cui sembrava aver smarrito la
fiducia che lo aveva sempre sostenuto:
“L’Italia si è trovata inaspettatamente riunita. Nessuno aveva l’esperienza di un regno di 23 milioni.
1 Francesco Borgatti (Corporeno, Ferrara 1818 –Firenze 1885) Laureato in giurisprudenza all’università di Bologna, cominciò a im-
pegnarsi nella vita politica nel 1848 nel nuovo clima seguito all’elezione di Pio IX quando gli fu affidato il segretariato generale del
ministero degli Esteri, incarico che mantenne fino alla caduta della Repubblica Romana. Nel Regno d’Italia fu ministro di Grazia e
giustizia dal 1866 al 1867 e, in questa veste, presentò, insieme al ministro delle Finanze Antonio Scialoja, il progetto di legge sulla
libertà della Chiesa e la liquidazione dell’asse ecclesiastico. Nel 1870-71 diede un importante contributo alla discussione parlamentare
sulla legge delle guarentigie.
2 Antonio Scialoja (San Giovanni a Teduccio 1817 – Procida 1877) Laureatosi in Giurisprudenza a Napoli divenne nel 1846 professore
di economia politica presso l’università di Torino e nel 1848 fu ministro dell’Agricoltura e commercio nel governo costituzionale na-
poletano. Con il ritorno del Borbone fu costretto all’esilio in Piemonte. Fece ritorno a Napoli nel 1860, dove fu ministro delle Finanze
durante la Dittatura di Garibaldi e consigliere di luogotenenza con Farini. Senatore dal 1862, ricoprì la carica di ministro delle Finanze
nel 1865 e con Borgatti presentò nel 1867 il progetto di legge sulla libertà della Chiesa e la liquidazione dell’asse ecclesiastico.
3 «Non parliamo più di Libera Chiesa in libero Stato, ma di separazione della Chiesa dallo Stato, in questo senso soltanto (…) che lo
Stato deve spogliarsi delle ingerenze fin qui attribuitesi in rapporto all’amministrazione del patrimonio e ai diritti temporali delle as-
sociazioni religiose, e farne restituzione agli aventi diritti e interessi. Con Roma non ci si può intendere» Cfr. Lettere e documenti del
barone Bettino Ricasoli, a cura di Marco Tabarrini e Aurelio Gotti, Le Monnier, Firenze 1892, Vol. VII, p. 286, lettera del 21 marzo
1865 a Celestino Bianchi.
4 «Dopo le funeste giornate del settembre 1864, che inasprirono il malcontento pella Convenzione, i deputati piemontesi furono avver-
sari della Consorteria che accusavano di aver conchiusa la convenzione con la Francia per levare la capitale da Torino e portarla a Fi-
renze. Questo partito fu chiamato della Permanente, perché voleva permanesse il proposito di Roma capitale. La Gazzetta del Popolo
era il suo organo; come la Perseveranza della Consorteria» Cfr. Genova Thaon di Revel Sette mesi al Ministero. Ricordi ministeriali,
p. 65n, F.lli Dumolard, Milano 1895.

