Page 226 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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                     dell’andamento del Governo. Insomma Lei deve accettare per far piacere a me, e stia tranquillo che
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                     la sosterrò sempre. Ciao». Mi strinse la mano, e mi congedò.”
                  Pur molto lusingato dalle parole di Vittorio Emanuele, non modificò il suo dissenso nei confronti del
               governo troppo sbilanciato a sinistra e con ministri che non gli davano il minimo affidamento. Decisivo
               a questo punto fu l’intervento del generale La Marmora, che lo convinse ad accettare per il bene dell’e-
               sercito, spiegandogli che era moralmente obbligato a impedire la nomina di un ministro della Guerra
               garibaldino. Insomma, come scrisse anche alla moglie Camilla, se fosse entrato nel governo, era per
               evitare che le forze armate cadessero in cattive mani.
                     “Milla cara, più di te desidero ritornare a Padova, ma nulla posso ancora dire di preciso (…) De-
                     sidero cavarmene, ma sai che quando si tratta di dovere, non mi rifiuto. Ora si tratta di non lasciar
                     cadere l’armata in cattive mani. Se poi fossi ministro ritengo che non lo farei per molto tempo, poi-
                     ché coglierei la prima occasione per ritirarmi con onore (...) Rattazzi esce di camera mia, e dovetti
                     dirgli di sì ecco come farebbe il ministero. Interni e Presidenza Rattazzi, Giustizia Tecchio, Istruzione
                     pubblica Correnti, Lavori pubblici D’Afflitto, Esteri Venosta, Finanze Ferrara, Agricoltura e Com-
                     mercio Cambray Digny, Guerra il tuo povero Ratin! (…) Mille baci ai tre esseri che amo di più al
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                     mondo, doppio per te pensando al nascituro.”
                  Il recalcitrante generale finì dunque per acconsentire per senso del dovere e per devozione alla Casa
               Reale, ma la valutazione negativa sulla qualità e sulla composizione del ministero Rattazzi traspariva
               in modo chiaro nel racconto della cerimonia del giuramento, avvenuto il 10 aprile, descritta al fratello:
                     “Giunto a Pitti, mi parve che il nostro convegno, senza voler far torto all’onorabilità dei miei colle-
                     ghi, ricordava il pranzo di nozze della Parabola (Vangelo secondo Matteo, come direbbe un predi-
                     catore), pel quale il Re mandò a raccapezzare individui pelle piazze, onde sostituirli agl’invitati che
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                     rifiutarono.”
                  A questa sfiducia così manifesta si aggiungeva anche il dispiacere per la lontananza dalla famiglia.
               Aveva scritto alla moglie Camilla che, se lei non se la  fosse sentita di traslocare con i figli, avrebbe pre-
               ferito lasciare il ministero piuttosto che vivere lontano da loro. A fine aprile Camilla si trasferì a Firenze
               per stare vicino al marito e crescere con lui i figli Umberto e Sabina.
                  Comunque ci furono da subito in seno al governo gravi contrasti, in particolare sui tagli ai bilanci dei
               ministeri, anche di quello della Guerra, che lo portarono a decidere per le dimissioni il 15 aprile, dopo
               solo cinque giorni dalla formazione dell’esecutivo. Pareva risoluto e irremovibile nella sua scelta, dovet-
               te intervenire il fratello Ottavio per fargli cambiare idea, toccando ancora una volta il tasto a cui Genova
               era più sensibile: la salvaguardia dell’integrità ideale delle Forze Armate.
                     “Sei per difendere l’esercito dalla breccia che la sinistra vuole aprire contro esso. Devi starci per
                     ritardare almeno, se non lo potrai impedire, l’indebolimento dell’esercito. Nostro padre agì sempre
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                     in tal modo. Dobbiamo seguire il venerato suo esempio.”
                  Così visse l’esperienza del ministero: come un impegno cui non era moralmente lecito sottrarsi, ma
               che rappresentava per lui davvero un amaro calice, che cercava di allontanare da sé alla prima occasione.
               Si urtò anche con il suo antico amico Giuseppe Govone, il quale aveva incautamente dichiarato al mini-
               stro della Istruzione Pubblica Michele Coppino che il bilancio della Guerra si poteva ridurre al di sotto
               dei centocinquanta milioni, soglia considerata invece dal di Revel come il limite oltre il quale si sarebbe
               solo danneggiato l’esercito. La polemica si risolse amichevolmente tra i due vecchi compagni d’arme,


               7   Genova Thaon di Revel Sette mesi al Ministero, cit., p. 76.
               8   Collezione privata, Carte GTR, Alla moglie Camilla, Firenze, 8 aprile, 1867
               9   Genova Thaon di Revel Sette mesi al Ministero, cit., p. 78.
               10  Ivi, p. 82, Ottavio di Revel, Torino 18 aprile 1867.

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