Page 292 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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L’ipotesi più convincente è che sia stata la contessa Parravicino, la figlia Sabina, il trait d’union tra la
redazione della rivista, gli altri firmatari del programma e il padre. 143
Questi erano i punti fondamentali del progetto del nuovo schieramento sostenuto dal di Revel con la
propria prestigiosa firma e in cui si possono ritrovare anche molte delle sue argomentazioni. In apertura
del fascicolo del 1° e 16 febbraio 1908 usciva dunque l’articolo Un programma conservatore riformista,
nove pagine di testo preceduto da una nota in cui la direzione della rivista esprimeva la propria soddisfa-
zione nel pubblicare un programma «sintesi di tutte le idee che la nostra rivista ha propugnato e per cui
ha combattuto aspre e non ingloriose battaglie»
Il nuovo gruppo politico chiariva la propria posizione ideale «delineando una chiarissima opposizio-
ne, tanto al sovversivismo sfrenato, che, in forme più o meno esplicite, mina le fondamenta della società,
quanto al conservatorismo troppo assoluto che in via negativa concorre al disastro, (...). Il compito è
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grave, multiforme, difficile; ma appunto per questo, doveroso e seducente». Proclamava poi fedeltà
indiscussa ai sani principi delle istituzioni monarchiche costituzionali e alla fede cattolica e cristiana
fondamento della morale su cui si basava l’Italia, «un’etica la quale col riconoscere il libero arbitrio,
rende logica la responsabilità, con l’anteporre il dovere al piacere ci eleva alle più sublimi altezze della
virtù (…) ci convince che val la pena di vivere facendo del bene o di morire sacrificandosi».
Affrontava poi la delicata questione dell’insegnamento religioso. Questa fede, questa morale, doveva
poter esistere, diffondersi e essere insegnata al pari di tutte le altre; il ministro del culto cattolico aveva
dunque diritto «al pari del rabbino, del pastore protestante, del fachiro buddista, dell’ateo, di non aver
con ispeciali misure impedita la libera manifestazione del proprio pensiero»
La libertà poi doveva essere ampia, comune a tutti e uguale per tutti, ma non doveva trasformarsi in
un abuso della libertà. Quindi non era una garanzia la formula teorizzata e applicata dagli ultimi governi
«né reprimere, né prevenire, essendo affatto inconciliabile col concetto di governo l’assenza di preven-
zione». Analizzava poi le azioni che un buon governo avrebbe dovuto mettere in atto in modo da perse-
guire lo sviluppo del benessere morale, intellettuale e materiale dei cittadini, un vero caposaldo politico
di contrasto alle idee radicali e socialiste. Necessario quindi che non fosse «esagerata la lotta contro la
proprietà e l’interesse individuale, che, quando son temperati in maniera da non contrastare col pubblico
bene, divengono molle precipue di sicuro processo; contro la famiglia, (…) contro la patria, che un triste
vento di follia vorrebbe oggi distrutta».
Analizzava poi i problemi posti dalla classe operaia e dai conflitti capitale – lavoro. «Finora la classe
operaia ingannata da chi, spesso con secondi e inconfessabili fini, la trascina a richieste assurde, a cri-
minosi e vani propositi, ha finito col preoccuparsi unicamente dei propri diritti. Solo quando gli operai
saranno ben consapevoli dei loro doveri di salariati, di cittadini, solo allora potranno formulare in modo
sensato i loro diritti che non dovranno mai escludere quelli di qualunque altra classe sociale sia essa
composta da capitalisti o da quei veri e propri diseredati a cui nessun finora ha mai prestato attenzione».
E qui il programma affrontava, in modo senza dubbio inatteso, il problema della distribuzione della
ricchezza «è ben imperfetta una società in cui un galantuomo può, contro ogni suo miglior buon volere
e per circostanze infelici, esser costretto a perir di fame o di stenti, ogni qual volta una singola mano
pietosa non si stenda in suo aiuto (…) Chiunque nasce ha diritto di vivere (…) A tutti il necessario. E’
questo un motto della nostra bandiera». Il programma assumeva una posizione decisamente contraria
porti, e di veder risolte, secondo equità e giustizia, da un giurì d’onore, questioni che sarebbero state altre volte malamente risolte con
un duello. Da tali sentimenti fui sempre ispirato nei varii comandi che ebbi nella lunga mia carriera militare. Onore dunque al nostro
Re, al quale dobbiamo l’atto magnanimo, che toglierà l’uso del duello dalla nostra Italia».
143 Insieme al di Revel e al Fabbricotti, firmarono la presentazione i senatori Giuseppe Avarna duca di Gualtieri, Francesco Buonamici,
Carlo Francesco Gabba, Paolano Manassei, Giovanni Rossi e il professor Francesco Filomusi Guelfi.
144 Un programma conservatore riformista, in «La Rassegna Nazionale», cit., p. 263.
capitolo decimo

