Page 39 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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La formazione e La Prima Guerra d’indiPendenza                           39




                             portarci alla repubblica, che i Genovesi vogliono vendicarsi della nostra dominazione. Lo credo
                             possibile, ma è troppo tardi per protestare e che se ci ribelliamo, i lombardi chiameranno i francesi
                             e proclameranno la repubblica; Genova farà altrettanto; la Savoia e Nizza passeranno alla Francia
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                             e i piemontesi abbandonati da tutti faranno quello che potranno.”
                           E pochi giorni dopo, il 2 luglio, affermava ironica
                             “Invece di farci diventare italiani, gli italiani farebbero meglio a divenire piemontesi.”  85
                           Fu sufficiente comunque a Genova tornare in linea perché l’entusiasmo delle giornate milanesi la-
                        sciasse il posto alla delusione, ai dubbi, alle critiche. In una lettera da Valeggio del 29 giugno a Ottavio
                        raccontava di un cortese interessamento di Carlo Alberto per la madre, a cui il di  Revel aveva riposto
                        con scontate parole di circostanza, ma poi aggiungeva con amarezza e preoccupazione:

                             “Se avessi dovuto esporre sinceramente al Re le mie impressioni sarei stato non poco imbarazzato.
                             Sono ancora sotto l’incubo dei discorsi urlati nei circoli democratici e degli articolacci pubblicati in
                             certi giornali di Torino e Milano da parolai mestatori impudenti, i quali denigrano chi opera coscien-
                             ziosamente per acclamare chi promuove il torbido per pescarvi dentro. Qual contrasto col contegno
                             modesto e fermo del nostro Esercito che pur soffre tanti disagi e corre volonteroso tanti pericoli! Né
                             minor doloroso contrasto si manifesta tra le variopinte e lucide assise di colà e lo sciupato uniforme
                                                                                                              86
                             dei nostri! Là c’è la commedia, qui il dramma, Dio non voglia che tutto volga in tragedia! “


                        Né v’era da rallegrarsi sull’andamento della guerra

                           Se questo era il suo stato d’animo, non può sorprendere che nelle numerose lettere scritte in quel
                        periodo alla madre e al fratello dal quartier generale di Roverbella non facesse alcun cenno a quanto
                        accadde il 5 luglio. Quel giorno, infatti, al cospetto di Carlo Alberto si presentò Giuseppe Garibaldi. Il
                        re rimase insensibile, come evidentemente Genova, al fascino dell’Eroe dei Due Mondi e lo congedò
                        invitandolo a recarsi a Torino dal ministro della Guerra Franzini al quale fece avere per tempo uno scritto
                        il cui spirito avrebbe certamente sottoscritto anche il giovane capitano di Revel.
                             “La cosa migliore sarebbe che si mettesse a disposizione di altri e da un’altra parte, e per incorag-
                             giarlo con i suoi bravi, si potrebbe dare un sussidio a condizione che parta” 87
                           Di Garibaldi dunque non si curò; era la conduzione incerta della guerra, la mancanza di una direzione
                        autorevole, l’inerzia che sembrava pervadere il Comando Supremo dell’Esercito che lo esasperavano, al
                        pari degli altri ufficiali, soprattutto se raffrontate con l’impegno e lo spirito di sacrificio dei singoli mi-
                        litari. In una lettera alla madre del 27 luglio di Revel descriveva con toni accorati e indignati lo scontro
                        sostenuto tre giorni prima a Staffalo:
                             “Alle ore 4 pomeridiane del 24 marciammo avanti, e riportammo una vera vittoria rioccupando di
                             forza Custoza e Sommacampagna, e facendo 2 mila prigionieri. Il nemico si ritirava in disordine,
                             ma non potemmo inseguirlo ad oltranza per motivo dell’oscurità venuta colla notte. Passai la notte a
                             Staffalo aspettando l’alba del 25 per proseguire il combattimento, ed a meglio dire, la vittoria del 24.
                             Disgraziatamente non marciammo al nemico che alle 2½ pom. dopo molte contromarce e senza aver
                             potuto far mangiare la truppa. Ciò fu la nostra rovina, imperocché i nostri soldati furono vincitori
                             sinché ebbero la forza di star in gamba.”
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                        84  Costanza d’Azeglio, Lettere al figlio, cit., Torino, 24 giugno 1848, p. 883 (In francese, la traduzione è mia).
                        85  Ivi, Torino 2 luglio 1848, p. 888.
                        86  Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855, cit., p.33.
                        87  Cesare Spellanzon, Storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, cit., vol. IV, p. 522.
                        88  Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855, cit., p. 35.
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