Page 36 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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                  Così il di Revel, nella sua corrispondenza con la madre e il fratello Ottavio dal fronte, riferiva del
               sempre più diffuso scoramento dell’ufficialità per la direzione della guerra. Demoralizzato per come
               era stato programmato e condotto l’attacco, capiva che la gravità della situazione non era dovuta alla
               mancanza di slancio delle truppe o all’impreparazione dei singoli comandanti, ma, in ultima analisi, allo
               stesso Carlo Alberto:

                     “Valoroso, sprezzante del pericolo, amante delle cose militari, non aveva però l’intelligenza e non
                     era capace di guidare l’esercito (…) Questa deficienza d’iniziativa, e di capacità produsse un’irre-
                     solutezza funesta, s’iniziava un’operazione e poi si arrestava per non saper compirla, e così non si
                     andava avanti, ancorché l’esercito piemontese fosse pronto a qualunque attacco gli venisse ordinato
                     dal suo Re.”
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                  Si univa così ai molti che criticavano in quel momento la conduzione del conflitto e disapprovava in
               particolare quell’insieme di rituali e cerimonie anacronistiche che accompagnavano gli inizi e la fine dei
               combattimenti.
                     “La presenza del Re elettrizza le truppe è vero, ma ciò si otterrebbe egualmente quando il Re smet-
                     tesse dal non lasciar iniziare le operazioni prima della sua venuta sul luogo, e farle cessare quando
                     parte, ed ancora portarsi in prima linea assoluta con tutto il suo seguito. Non si sorprende il nemico,
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                     si opera nelle ore calde, e non si può completare il primo successo.”



               Non si pensava all’Italia, ma al proprio partito

                  Il primo di giugno il di Revel ebbe notizia, comunicatagli dal quartier generale a Sommacampagna,
               di essere destinato al comando della 9ª batteria che si stava formando a Venaria Reale e dunque prese la
               strada di Torino.
                  Viaggiò per due giorni con un normale servizio di diligenza postale attraverso la Lombardia. La vet-
               tura era attesa nelle stazioni di sosta: autorità e singoli cittadini si facevano intorno al giovane ufficiale
               per interrogarlo sul procedere delle ostilità, sul possibile esito della campagna, sul loro futuro politico,
               e in particolare per avere notizie dei militari al fronte. Poté così constatare da vicino, al di là delle po-
               lemiche ormai quotidiane sulla direzione delle operazioni belliche, dei contrasti politici tra sabaudisti e
               repubblicani, la partecipazione emotiva delle popolazioni coinvolte nel conflitto, l’ansia per la salute di
               un figlio, di un marito, di un familiare o di un semplice amico, si accorse che la tensione per i congiunti
               impegnati nella guerra accumunava contadini, borghesi e persino la Corte. Così, una volta giunto in città
               non poté sottrarsi alle domande incalzanti di amici e compagni d’arme.








                   Verona. Ho visto che andiamo alla morte senza una meta: l’ordine fu dato ieri mattina: 40.000 uomini della nostra armata marceranno
                   su Verona, tutta la mia divisione e altre tre, delle quali solo due saranno impiegate. Non conosciamo per nulla il teatro della battaglia:
                   è tutto coperto da boschi di gelsi dove si può procedere in linea retta al massimo per 10 passi, poi in tutte le direzioni si incontrano
                   grossi mucchi di pietre che dividono i campi. Il nemico ben preparato e ben fortificato ci attendeva ancora ben lontano da Verona, con
                   forze equivalenti alle nostre, si è battuto con ferocia sempre al coperto, mentre noi eravamo allo scoperto; le palle di cannone, dei fucili
                   e le bombe son venute giù per cinque o sei ore come una grandinata. San Massimo e Santa Lucia furono conquistate d’assalto. Il tuo
                   povero caro non è stato ferito e ha meritato la medaglia dei valorosi. Ma il terreno resta coperto dai nostri morti, quanto avrei pagato
                   per ricevere un colpo quando ho visto tutti i miei soldati intorno a me, quando ho visto morire i miei migliori ufficiali». Cfr. lettere di
                   Vittorio Emanuele II, (a cura di) Francesco Cognasso, cit., vol. I, 7 maggio 1848, p. 151. (In francese, la traduzione è mia).
               76  Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855, cit., p. 11.
               77  Ivi, p. 20.
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