Page 32 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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               Grande dispetto contro i giornali di Milano e Torino

                  L’armata sabauda occupò nei giorni seguenti le posizioni di Goito, Roverbella, Villafranca, Somma-
               campagna; il 30 aprile ebbe luogo lo storico combattimento di Pastrengo, reso famoso dal grande dipinto
               di Sebastiano de Albertis e in seguito ricordato come un episodio esemplare di coraggio e di valore. Fu
               il primo vero scontro tra i due eserciti che si chiuse con la vittoria delle armi piemontesi. Proprio dalla
               battaglia di Pastrengo, cui tuttavia non aveva partecipato, Genova prese spunto per criticare un altro
               aspetto dell’organizzazione militare sabauda: quello della mancanza di una corretta informazione dai
               campi di battaglia
                     “E’ lamentevole – scriveva il 9 maggio al fratello Ottavio- che il bollettino dell’esercito abbia sminu-
                     ito il fatto di Pastrengo. Assalire il nemico in una posizione fortissima, sloggiarlo, [sic] costringerlo
                     a passare sulla riva sinistra dell’Adige, fare 500 prigionieri, e resistere contemporaneamente a tre
                     attacchi simultanei, due da Peschiera, e uno da Verona, costituisce una battaglia, e vittoria quando
                     si ottiene successo su tutti i punti.”  68
                  Ed era incomprensibile e addirittura inaccettabile per il di Revel l’atteggiamento dello Stato Maggio-
               re che nei bollettini ufficiali finiva per sminuire l’importanza delle azioni compiute dai militari regolari,
               di quegli “eroi” che si battevano sui campi mettendo a rischio la propria vita, modelli di valore etico e di
               abnegazione, trascurati da quella parte dell’opinione pubblica che criticava la guerra regia.

                     “Trovai dappertutto buona volontà di battersi, speranza di successo, e grande dispetto [tra i soldati]
                     contro i giornali di Torino e di Milano per i loro articoloni falsi e offensivi. A chi sta continuamente
                     nella polvere o nel fango dei campi a seconda della temperatura, urta i nervi leggere le ampollose
                     descrizioni delle parate dei volontari che se la godono a Milano, mentre i nostri soffrono.” 69
                  In effetti si stava affrontando un tema delicato e complesso al tempo stesso e certamente nuovo. La
               libertà di stampa concessa con lo Statuto Albertino e la vittoriosa insurrezione delle Cinque Giornate
               avevano favorito la nascita di una pluralità di testate giornalistiche. Molte di queste, in particolare a Mi-
               lano e a Torino, erano portavoce delle posizioni più critiche verso la monarchia per la conduzione della
               guerra. Era dunque una necessità improrogabile organizzare un’informazione che si contrapponesse
               a quella di ispirazione repubblicana e democratica, molto battagliera in quel momento e con un largo
               seguito nell’opinione pubblica, per presentare la guerra dall’ottica del comando dell’esercito e dell’uf-
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               ficialità sabauda.
                  Pienamente d’accordo che il problema della stampa avesse ormai assunto un significato politico e
               perciò dovesse essere affrontato con questa consapevolezza e con un impegno diretto dei più autorevoli


               68  Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855, cit., p. 18.
               69  Ivi p.18. Il giovane capitano si riferiva con ogni probabilità agli articoli apparsi sulla Voce del Popolo, il quotidiano di Romolo Griffini
                   e di Pietro Maestri pubblicato a partire dal 26 marzo e portavoce delle idee mazziniane. Sul ruolo dei volontari, verso quell’esercito di
                   popolo che, per dirla con le parole di Mazzini saliva «dalle viscere del paese alle sue sommità, dalla base della piramide al vertice»,
                   nella prima parte della guerra fu unanime il coro delle critiche sollevate dall’ufficialità piemontese. Esemplare la valutazione che ne
                   dava Francesco Faà di Bruno, ufficiale di Artiglieria insieme al di Revel nella divisione di Riserva, in una lettera inviata il 21 aprile
                   dal quartier generale a Cavriana «I volontari, tanto animosi sul principio, in gran parte presentemente schivi delle marcie, [sic] delle
                   fatiche, del serenare; (bivouac) si sbandano e tornano alle loro case. Non bisogna tacere che quei pochi che restano siano veramente
                   valorosi; che anzi essendo dessi di buon conto, ci recano un grandissimo servigio per l’ardore con cui avanzano i primi o contro il
                   fuoco o contro il nemico. Vorrei bene che i nomi di questi tali fossero pubblicati, scritti a lettere d’oro, affinché, se per una parte ciò
                   ridonderà a loro onore, dall’altra rechi infamia a quei vili che posti al paragone compariranno aver più gridato sì ma fatto nò[sic]». Cfr.
                   Aldobrandino Malvezzi, Il Risorgimento italiano in un carteggio di patrioti lombardi 1821 – 1860, Hoepli, Milano, 1924, p. 268.
               70  Sul ruolo avuto dalla stampa durante la guerra fu molto critico anche Carlo Alberto. In una lettera inviata a Ottavio di Revel il 20
                   agosto affermava: «Essa rovinò lo spirito dell’esercito; ad essa si deve in gran parte l’indisciplina, il disgusto penetrato in tutti i
                   cuori che cagiona i nostri mali. Dessa, se non è frenata rovescerà tutti i ministeri, tutti gli uomini altolocati; e fra poco ci trascinerà
                   ai più grandi mali ed alla repubblica». Cfr. Genova Thaon di Revel, Carlo Alberto, in «La Rassegna nazionale», presso l’Ufficio del
                   periodico, Firenze, 16 settembre1901, p. 199.
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