Page 29 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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La formazione e La Prima Guerra d’indiPendenza 29
interpretando un pensiero largamente condiviso dall’ufficialità subalpina. Una volta cacciati gli austria-
ci, questo era il timore, l’esercito piemontese estenuato da quella lotta, si sarebbe trovato a doversi con-
frontare con la Lombardia, colla sua diffusa diffidenza, con una sua forza regolare e coll’idea già venti-
lata che la futura capitale dell’Alta Italia dovesse essere Milano. Gabrio Casati, il moderato presidente
del Governo Provvisorio aveva altri intendimenti, ma era «incagliato» dalle dimostrazioni popolari che
turbavano l’opinione pubblica e ostacolavano la collaborazione con il Regno di Sardegna.
“Una ventina d’arruffapopoli andava in piazza S. Fedele, ed in pochi momenti i curiosi facevano
salire a centinaia l’attruppamento, ed era a nome di questa folla, in massima parte d’opinione con-
traria, che i mestatori imponevano la loro volontà.”
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Certo il giudizio così negativo nei confronti di figure e di movimenti ideali, che pure erano destinati
ad avere un ruolo centrale nel lungo, difficile e tormentato percorso verso l’unità nazionale, può appari-
re poco coerente in un militare che si batterà tutta la vita per l’indipendenza italiana e per la patria, ma
era il naturale approdo della sua formazione culturale aristocratica e conservatrice, dall’aver vissuto in
una società, quella sabauda, che si era distinta per un atteggiamento di chiuso immobilismo e di attenta
salvaguardia dei principi di tradizione e di ordine. Con la concessione dello Statuto sembrava aprirsi al
confronto con le nuove idee, ma persistevano nel Regno istituzioni contrarie al nuovo equilibrio e tra
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questi vi era, come già visto, l’Esercito.
62 Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855, cit. p.11. Pare molto preciso il riferimento al ruolo che in quelle giornate ebbe Giuseppe
Mazzini che alloggiava proprio in piazza San Fedele all’albergo La Bella Venezia.
63 «Ogni volta ch’io tornavo a Torino sempre più spiccato mi appariva il confronto fra la vita torinese e la milanese. Quell’abuso
di regolarità, di formalità, di distinzioni sociali, di gesuitismo; quella mancanza assoluta di ogni sintomo di energia e di vita che
m’opprimeva in Torino, non poteva essere compensato nemmeno dal piacere di rivedere tanti amici e parenti che v’avevo, e dall’incanto
che più o meno hanno gli oggetti, e mura, l’aria che vi han visto nascere. Mi sentivo alla lettera soffocato. Ed io, un odiatore di
professione dello straniero, lo dico colla confusione più profonda, se volevo tirare il fiato, bisognava tornassi a Milano». Cfr. Massimo
d’Azeglio, I miei ricordi e scritti politici e lettere, cit., p. 254.

