Page 28 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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               apparire ormai superfluo se non addirittura azzardato l’intervento delle armi piemontesi.
                     “La guerra finita, e non rimanere che a distruggere le bande sparse; e mentre era già nota la marcia
                     del nostro esercito, il proclama diceva probabile l’ajuto dei Piemontesi.”
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                  Si era dunque formata, a giudizio del di Revel, una battagliera minoranza che aveva avvelenato l’o-
               pinione pubblica ed era riuscita a contrastare e contenere l’iniziale entusiasmo della maggioranza dei
               milanesi impazienti di unirsi all’esercito sardo per combattere gli austriaci.
                  Naturale quindi che il giovane ufficiale in questa temperie non potesse dimenticare che il padre, Igna-
               zio Isidoro, indicato da Carlo Alberto nel momento solenne del giuramento come l’esempio da seguire,
               aveva combattuto al fianco dell’esercito austriaco contro la Repubblica francese nata dalla rivoluzione.
                  Si deve ancora ricordare come nella scuola di Artiglieria frequentata dal giovane Genova a partire
               dal 1834, ad eccezione del matematico Giovanni Plana di idee liberali, vi fossero in maggioranza do-
               centi che magnificavano la Santa Alleanza e i trattati di Vienna e criticavano apertamente la rivoluzione
               francese e i moti piemontesi del 1821 dove, ancora una volta, il padre aveva svolto il ruolo di tenace
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               difensore della Corona e dell’ordine.  Solidamente ancorata, dunque, alla sua formazione culturale era
               la profonda ostilità nei confronti delle forze democratiche e repubblicane, un’avversione che rimase un
               elemento costante nel corso della sua lunga vita e che lo portò a osteggiare anche le politiche anche dei
               governi liberali che si prestassero a collaborazioni con movimenti politici repubblicani, radicali o addi-
               rittura socialisti.
                  In questo frangente la sua viva attenzione era rivolta in particolare all’aspetto militare della situazione
               che giudicava intenzionalmente travisato dagli avversari politici della monarchia sabauda.
                     “Ben presto si capì che il quadrilatero rendeva seria e difficile la guerra. Sarebbe stato ovvio portare
                     tutte le forze disponibili all’esercito sul Mincio, ed invece a Milano si spendeva parole e denari per
                     encomiare e far credere alla realtà dell’esercito delle Alpi, ed alle gesta insuperabili dei volontari.”  60
                  Il vero nodo della polemica, per i moderati piemontesi, era dato dalla posizione del Governo Prov-
               visorio «intimorito dal malcontento manifestato da pochi sovvertitori» che aveva rinviato alla fine delle
               ostilità ogni decisione sulla possibile unione della Lombardia al Regno di Sardegna.   Il dibattito aperto
                                                                                                61
               all’interno dei vari schieramenti che avevano animato le Cinque Giornate, e che ritardavano quell’u-
               nione tanto auspicata, sembrava al di Revel null’altro che un espediente per strumentalizzare la guerra
               di Carlo Alberto, un modo per vanificare quella decisione che era parsa subito tanto coraggiosa quanto
               arrischiata, un abile tentativo per utilizzare la generosità piemontese al fine di liberare con poco sforzo
               la Lombardia dal dominio austriaco.
                  Genova guardava con crescente apprensione anche al progetto di organizzare un’armata lombarda,



               58  Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855, cit. p.10. Il di Revel faceva qui un preciso riferimento a un proclama del 25 marzo del
                   Comitato di guerra che esplicitamente dichiarava: «Le formidabili linee di Verona e Mantova diventano vane. Bisogna affrettarsi a
                   distruggere le bande sparse. La guerra è finita, ci rimane la caccia»; Cfr. Antonio Casati, Milano e i principi di Casa Savoia: cenni
                   storici, 2ª edizione, S. Franco e Figli, Torino, 1859, p. 249
               59  «Dell’attività di Carlo Alberto nel quindicennio si può dire in particolare quel che abbiamo detto in generale dell’opera dei sovrani della
                   Restaurazione, cioè che essa fu una ripresa dell’assolutismo illuminato del secolo XVIII, e per ciò appunto viziata di anacronismo.
                   E peggio che anacronistica fu l’educazione politico-morale delle classi dirigenti, civili e militari, allontanate, segregate, da tutte le
                   idee di libertà e di autogoverno (inseparabili dalla causa nazionale, elementi essenziali di questa) aggrappate al binomio trono –altare,
                   strettamente solidali con l’Europa del Congresso di Vienna, e orientate verso l’Austria, sostegno di questa Europa e di quel binomio».
                   Cfr. Luigi Salvatorelli, Pensiero e azione del Risorgimento cit., p. 108.
               60  Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855, cit., p. 12.
               61  In una lettera al di Revel il conte Cesare Trabucco di Castagnetto, Intendente Generale della Real casa, segretario privato di Carlo
                   Alberto affermava: «L’idea di una costituente che rimetterebbe in discussione tutti i principii del governo in un paese così legalmente
                   costituito com’è il Piemonte, e lo darebbe in balia dei democratici Genovesi e Lombardi, mi fa spavento, Quel Piemonte che agì con
                   tanta generosità, dando uomini e denari, e così fedele alla dinastia!». Cfr. Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855, cit., p. 13.
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