Page 24 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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               tale incarico,. Durante la sua permanenza, che ricordò come un piacevolissimo soggiorno, accompagnò
               il principe Ferdinando duca di Genova in visita nella regione dei suoi avi.
                  Si andava così completando, attraverso diverse esperienze anche in campo militare, la sua formazio-
               ne. Era ormai prossimo il momento in cui le vicende storiche, che avrebbero prodotto profondi cambia-
               menti nel Regno di Sardegna e negli stati italiani, lo avrebbero chiamato a partecipare in prima persona.




               Una curiosa missione.
                  L’elezione di Pio IX nel 1846 e la scelta a Segretario di Stato del cardinal Gizzi, bendisposto verso il
               Regno di Sardegna, furono accolte con soddisfazione e grandi speranze negli ambienti liberali e mode-
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               rati piemontesi e dallo stesso Carlo Alberto.
                  L’occasione dell’esordio del giovane tenente di Revel nell’ambito pubblico si presentò circa un anno
               dopo, in questa nuova temperie culturale così carica di attese.
                  Il 1° ottobre 1847 si tenne a Torino una dimostrazione in favore di Pio IX, sciolta violentemente dalle
               forze dell’ordine. In segno di protesta per la dura repressione da lui non ordinata, Emanuele Pes di Villa-
               marina, d’idee liberali, ministro della Guerra e alla direzione di polizia, presentò al re le sue dimissioni.
               Carlo Alberto le accolse, ma contemporaneamente decise di esonerare anche il ministro degli Esteri
               Clemente Solaro della Margherita, esponente degli ambienti più conservatori della società sabauda.
               Questa manovra, che rimetteva in discussione gli equilibri all’interno del governo e apriva la strada a una
               soluzione moderata, fu consigliata al re da un gruppo di aristocratici a lui molto vicini tra i quali Cesare
               Balbo, Massimo e Roberto d’Azeglio, Cesare Promis direttore della Biblioteca reale e il segretario parti-
               colare Cesare Trabucco di Castagnetto. Inoltre, secondo quanto riferì Genova nelle sue memorie, decisi-
               vo fu il parere del fratello Ottavio, molto stimato dal sovrano per le sue doti di equilibrio e di fedeltà alla
               monarchia dimostrate nella lunga collaborazione, prima come segretario della conferenza dei ministri,
               poi come primo ufficiale del ministero degli Interni e infine come responsabile delle Finanze. A sostituire
               dunque Pes di Villamarina e Solaro della Margherita furono chiamati due nuovi ministri e fu proprio uno
               di loro, Ermolao Asinari di San Marzano, a capo del dicastero degli Esteri, che affidò al di Revel il suo
               primo incarico, inviandolo nello Stato Pontificio per una missione tra diplomazia e intelligence, quasi un
               segno profetico del suo futuro destino. La scelta cadde sul giovane ufficiale perché erano ben note a tutti
               le sue amichevoli relazioni con il nuovo segretario di Stato nominato da Pio IX, il cardinale Pasquale
               Gizzi, per alcuni anni nunzio apostolico a Torino e a quell’epoca assiduo frequentatore di casa di Revel
               per appassionanti partite a Whist con il rampollo del nobile casato.
                  Scopo dell’incarico era conoscere «quale era la vera idea del Vaticano e avere informazioni sicure»
               sulle prossime mosse dello Stato della Chiesa dopo l’occupazione della città di Ferrara da parte delle
               truppe austriache nel luglio 1847.
                  Genova si recò a Roma dove incontrò diverse volte il cardinale che, benché sostituito da qualche
               mese nella carica di Segretario di Stato da Gabriele Ferretti, poté fornirgli un quadro preciso e esaustivo



               48  L’evolversi della situazione politica veniva seguita con grande attenzione da Costanza d’Azeglio, che acuta interprete dell’opinione
                   pubblica della capitale sabauda, descriveva al figlio Emanuele l’atmosfera di quei giorni in una lettera del 16 marzo 1847 «Qui tutto
                   è calmo e lo sarà ancora per molto tempo se non sorgeranno altrove novità che ci costringeranno a prendervi parte, cosa che sarebbe
                   molto fastidiosa perché non c’è nulla di pronto. Si chiacchera, si scrive, ma non si prende alcun provvedimento e se ci si trovasse
                   con le spalle al muro si sarebbe molto imbarazzati a sostenere le proprie ragioni (…) Intanto la nazione si sveglia, essa cammina
                   insensibilmente verso un altro ordine di cose. Non ci si accorge di camminare, poi tutto a un tratto ci si avvede che si è cambiato di
                   posto e se si è andati avanti lentamente è perché s’è dovuta rimorchiare la macchina che ci doveva portare». Cfr. Costanza d’Azeglio,
                   Lettera al figlio, cit. vol. I, p. 748. La traduzione in italiano è ripresa da Nazareno Pulischi, Viva casa Zei! Dall’epistolario della
                   Marchesa Costanza d’Azeglio a suo figlio Emanuele. Torino, Edizioni Palatine, 1951. p. 34.
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