Page 25 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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La formazione e La Prima Guerra d’indiPendenza                           25




                        della situazione politica dello Sato Pontificio. Il giovane di Revel considerò que-
                        sto mandato «una curiosa missione», ma l’assolse con l’attenzione, l’impegno e
                        la serietà che rappresentarono una costante della sua vita. La relazione che fece al
                        ministro San Marzano al suo ritorno nella capitale non conteneva informazioni di
                        grande novità, riprendeva in sostanza quello che era ormai di pubblico dominio:
                        Pio IX, risentito per l’occupazione di Ferrara e per l’arroganza austriaca, auspicava
                        una confederazione degli stati italiani come quella germanica.
                           Non fu in ogni modo per lui una missione inutile, in quanto gli permise di entrare
                        in contatto con quel patrimonio ideale degli ambienti moderati impegnati a costru-
                        ire un nuovo assetto politico nazionale che estromettesse l’Austria dalla penisola
                        italiana.


                        L’eccitazione degli animi aumentava in tutta Italia.
                           Ormai l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale si era focalizzata
                        sulle iniziative politiche dello stato sardo. La storica missiva di Carlo Al-
                        berto al conte di Castagnetto letta il 3 settembre 1847 al Congresso dell’As-
                        sociazione Agraria tenuto a Casale Monferrato, aveva sollevato non solo
                        l‘acceso entusiasmo dei presenti, ma, una volta diffusa nel Regno, la pas-
                        sione dei molti che si riconoscevano nelle idee liberali.
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                           Le attese dei moderati si orientavano per una politica indirizzata in
                        modo chiaro verso la soluzione nazionale, sulla spinta anche delle emo-
                        zioni generate dalla diffusione dell’inno di Goffredo Mameli Fratel-
                        li d’Italia, che, con l’assunto della patria ridesta, aveva posto il tema
                        dell’unità oltre i particolarismi regionali. La situazione politica aveva
                        preso un indirizzo ben preciso: Carlo Alberto concesse temperate ri-
                        forme amministrative, giudiziarie, fiscali e una relativa libertà di stam-
                        pa. Le misure prese, decise sotto la pressione dell’opinione pubblica,
                        assunsero un significato che certamente trascendeva le intenzioni del
                        sovrano e suscitarono la speranza di altri più decisivi provvedimenti.
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                           Genova, in contatto costante con i fratelli, poté seguire le fasi deci-


                        49  «Se vi scrivessi più a lungo non potrei che ripetervi ciò che dissi a Racconigi
                           riguardo ai sentimenti e ai voti che ho espresso per il presente e per l’avvenire ;
                           aggiungo solo che se Dio ci farà la grazie di poter intraprendere una guerra d’in-
                           dipendenza, assumerò il comando dell’esercito e sarò risoluto a fare per la cau-
                           sa guelfa quello che Sciamill fa contro l’immenso impero russo». Cfr. Nicomede
                           Bianchi, Scritti e lettere di Carlo Alberto, in Curiosità e ricerche di Storia Subal-
                           pina, F.lli Bocca, Torino, 1879, vol. III, p. 717.
                        50  In proposito cfr. Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, Milano, Feltrinelli,
                           1966,  vol.  III  p.  70  –  89.  Quanto  l’attesa  di  importanti  novità  politiche  fosse
                           consolidata  e  largamente  condivisa  lo  scriveva  Massimo  d’Azeglio  al  fratello
                           Roberto  da  Roma  il  17  dicembre  1847,  dove  senza  mezzi  termini,  parlava  di
                           costituzione: «Se il gran fatto annunciato dal Re è veramente Costituzione, è un
                           tratto di genio e un colpo da maestro. Due anni or sono gli dissi L’opinione è
                           matura e V.M. può mettersi alla testa dell’Italia. Deve vedere che non gli avevo
                           detto bugia né dato cattivo consiglio. Ora gli dico che può mettersi ancora alla
                           testa dell’Italia», in Massimo d’Azeglio, Epistolario, a cura di Georges Virlogeux,
                           Centro studi piemontesi, Torino, 1992, vol. III, p. 503.
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