Page 43 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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La formazione e La Prima Guerra d’indiPendenza 43
impegnati nella difesa di Custoza non avevano preso cibo negli ultimi due giorni. Lo stesso Duca di
Savoia confessava di aver sofferto la fame, insieme ai suoi soldati, per molti giorni. Anche Genova, nel
raccontare la ritirata della sua unità a Villafranca, non mancava di fare un personale e garbato riferimento
a questo problema:
“Vado al quartier generale, chiedo del generale Salasco – E’ a tavola, - ma ho qualcosa importante
a dirgli; - ed intanto non respingevo la speranza che mi avrebbe invitato a far penitenza con loro.
Viene Salasco, gli dico la cosa. – Tante grazie, mio caro Revel, mi stringe la mano e ritorna a pranzo,
lasciandomi a bocca asciutta”
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Il disastro di Custoza si stava consumando: la battaglia iniziata il 22 davanti a Rivoli fu decisa il 27
luglio a Cerlongo, un piccolo centro a poca distanza da Goito. Cinque giorni decisivi per le speranze e le
sorti dell’Italia. Amare le sue riflessioni mentre si spostava da Roverbella a Goito:
“In un paese amico dopo tre mesi che l’esercito era schierato più o meno sempre sulla stessa linea,
non si era riusciti a stabilire nessuna comunicazione tra le varie parti dell’esercito, la destra non sa-
peva cosa facesse la sinistra; cosicchè in quei giorni in cui sarebbe stato così importante un perfetto
accordo di movimenti, non si sapeva al quartier generale cosa faceva Sonnaz e questi non si moveva
per secondare l’attacco del 25 perché non ne aveva mai ricevuto l’ordine positivo.” 91
La drammatica conclusione della prima guerra d’indipendenza era tutta in queste considerazioni.
Il povero re pareva impietrito
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Il capitano di Revel ebbe a Staffalo la menzione d’onore il suo primo riconoscimento per il valore
e le capacità dimostrate nel combattimento. Ma non ne accennò mai nelle sue memorie. Nella relazione
al generale Giuseppe Rossi aveva sottolineato, come detto, il comportamento generoso di tutti i militari
della sua unità impegnati nel combattimento. Ma più che nella professionale esposizione della relazione
ufficiale, il dolore per la situazione vissuta si coglie, nonostante qualche certa reticenza, nella lettera
che Genova scrisse alla madre il 29 luglio. Il giovane, sempre molto misurato nelle lettere ai familiari,
lasciava però trapelare una profonda amarezza, anche se evitava il racconto, se non per brevi accenni, dei
pericoli corsi, delle fatiche affrontate e guardava alla situazione nel suo insieme con un certo distacco,
quasi fosse un cronista attento alla ricostruzione dei dolorosi momenti del ripiegamento dell’esercito
sabaudo dalla linea del fronte.
“Qual rovescio della medaglia! Pensare che il 24 eravamo vincitori, ed il 25 fu solamente la stan-
chezza e il manco di cibo che ci costrinsero a ritirarci. Si è lasciato passare il Mincio al nemico sul
ponte di Salionze, occupare Valeggio e Volta. Quest’ultima posizione fu ripresa con gran valore e
gravissime perdite dalla brigata Savoia. C’era commovente il ritorno di questa brigata quand’ebbe
ordine di ritirarsi su Goito. Il Re stava in piedi, impassibile, in un prato attiguo alla strada; i soldati
sfilando gridavano “Viva il Re” e molti tra essi e gli uffiziali erano feriti e malamente fasciati; se
fossi stato il Re, avrei saltato il fosso della strada e preso la bandiera l’avrei baciata! Ma il povero
Re pareva impietrito!” 93
90 Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855 cit., p. 36.
91 Ivi.
92 Ministero della Guerra. Stato di Servizio, cit., «Menzione onorevole per essersi distinto nei fatti d’armi del 24 e 25 luglio 1848 presso
Somma Campagna e Berrettara».
93 Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855 cit., p.37. Molto più esplicito e diretto invece nel descrivere la realtà della guerra il principe
Vittorio Emanuele, comandante della divisione di riserva dove operava la 9ª batteria del giovane capitano, in una lettera alla moglie.
«Ci si è battuti cercando la morte per 7 ore e mezzo, il nemico respinto alla baionetta per più di 40 volte, uccidemmo più di 4.000
nemici. Se non sono morto è un puro miracolo (…) La sera in buon ordine ci siamo ritirati a Villafranca; l’indomani andammo a Goito;
io proteggevo la ritirata. Là cominciarono le nostre sventure. Erano due giorni che i soldati non mangiavano: l’impresario milanese e

