Page 81 - Ventimila anni sotto i mari - L'epopea dell'uomo nel continente azzurro
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stotele.  Quanto alla  datazione la  prima redazione sembra
            essere quella composta da Giulio Valeria agli inizi del IV
            secolo, una traduzione dal greco al latino, che pertanto la-
            scia intatto il quesito sulla effettiva datazione del testo, reso
            ulteriormente più enigmatico dall'incessante stratifìcarsi di
            ulteriori apporti intorno al nucleo di base della narrazione.
            In base ad attente analisi alcuni studiosi sono giunti, tutta-
            via,  a ipotizzare un autore greco, un non meglio precisato
            Pseudo  Callistene  che  avrebbe  redatto  il  testo  originario
            in  un ambito non meglio  precisabile del mezzo millennio
            successivo alla morte del Macedone (323  a.C.) in Alessan-
            dria, alla corte dei Tolomei. A conforto della tesi la diversa
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            genealogia di Alessandro, attribuito come figlio naturale a
            Nectanebo, ultimo faraone egiziano e non più a Filippo II.
              L'epopea fantastica, continuando ad accrescersi indistin-
            tamente,  trasformò nel  Medioevo la figura  del sovrano in
            una sorta di divinità, venerata in tutte le religioni che a vario
            titolo rientrarono nel contesto geografico delle sue conqui-
            ste, anche molto dopo la sua morte,  raffigurandolo perciò
            nelle precipue fogge tradizionali, in particolare nella sua av-
            ventura sottomarina a bordo della campana di cristallo. Va
            infine osservato che alla narrazione fu riservata, per secoli,
            l'attendibilità di  una esplorazione geografica,  acquisendo-
            la  come assoluta verità senza alcuna obiezione o riserva di
            sorta.  Solo  le  esperienze  con  le  campane  del  XVI  secolo
            iniziarono a scalfire quelle immaginarie narrazioni.



            5.3.  Kolympha


              La  campana  fatta  costruire  da  Alessandro,  prendeva
            spunto da quella dei pescatori ma  era eli  notevoli dimen-
            sioni e complessità. Consisteva in una sorta eli enorme bot-
            te, alta un paio di metri e larga quasi il doppio, uno scafo a
            daghe completamente chiuso, tranne che per l'unica aper-
            tura inferiore,  ed a perfetta tenuta stagna.  Alcuni piccoli
            fori,  muniti  di  vetri  trasparenti,  permettevano la  visione
            dell'esterno, mentre all'interno vi erano una panca anula-
            re,  delle mensole per il  deposito di abiti asciutti e viveri,
            nonché alcune lampade. Una pesante zavorra annullava la
            spinta di galleggiamento,  e molte funi  ne consentivano il
            recupero dalla nave appoggio mediante una gru su richie-
            sta dal su equipaggio, forse con il suono della campanella
            di bordo azionata da una sottile sagola. Dal momento che
            in in1mersione, come delineato, l'aria nella campana aveva


            4   Cfr.  R.  STONEMAN,  (a cura di), Il romanzo di Alessandro,  Bologna
            2007, vol. I, pp. LXXIII, e sgg.  Cfr. M. CENTANNI, a cura di, Il ro-
            manzo di Alessandro, Venezia  1998, pp. LXV-LXIX.



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