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IntroduzIone • AvIAzIone e superIorItà tecnologIcA trA nuovI conflIttI e dIplomAzIA
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conflitti interstatali . Questi ultimi sono in calo e coinvolgono per lo più piccole e
medie Potenze fuori dell’Occidente (ma India e Pakistan sono tutt’altro che piccoli).
È ovvio che la prevalenza di conflitti infrastatali porti ad un aumento delle vittime
civili, ma certamente ad esso ha contribuito anche l’avvento dell’aviazione.
Le operazioni militari in Libia, anch’esse motivate ufficialmente da ragioni “uma-
nitarie”, hanno riproposto gli stessi problemi del precedente intervento in Kosovo,
del quale hanno già superato la durata con risultati scarsi e controversi (al momento
in cui scriviamo, metà luglio 2011). Le bombe sono ancora più “intelligenti”, ma non
tanto da evitare le vittime civili e da permettere una rapida vittoria.
Gli ultimi più importanti conflitti ingaggiati dagli Stati Uniti e dai loro alleati
occidentali, nel quadro della NATO o di coalitions of the willing e con un parziale e
successivo avallo dell’ONU, contro la Serbia per il Kosovo, in Afghanistan (2001),
in Iraq (2003) ed in Libia (2011), hanno mirato, più o meno esplicitamente, al regime
change ed allo State building. Nell’intervento per il Kosovo l’obiettivo del muta-
mento di regime a Belgrado non era apertamente dichiarato, anche se implicito; co-
munque si voleva imporre una diversa amministrazione per la provincia del Kosovo.
Il regime change, ancor più un vero e proprio State building, è stato invece lo scopo
proclamato degli interventi in Afghanistan ed Iraq, in questo secondo caso con una
differenza rispetto al 1991, quando la prima guerra ebbe l’obiettivo più classico di
imporre il ritiro dal Kuwait degli invasori iracheni ed il presidente George Bush Sr.
non volle marciare su Bagdad per abbattere il regime di Saddam Hussein. In Libia
il mandato dell’ONU autorizza varie misure per l’ottenimento di una tregua e la
protezione dei civili. Diversi membri della coalizione lo hanno tuttavia forzato fino a
dichiarare apertamente di mirare alla sconfitta di Gheddafi, obiettivo ormai accettato
pressoché da tutti. All’epoca del Kosovo l’obiettivo della destituzione di Milosevic
non fu mai proclamato, ma emerse solo sulla lunga distanza.
È certo condivisibile la conclusione del già citato saggio del Prof. Corum: «Yet,
in the ongoing counterinsurgency campaigns in Afghanistan since 2001 and in Iraq
since 2003, the technological advantage does not play the same central role as it
might in conventional war. Current conflicts against non state forces offer no stra-
tegic target set or industrial nodes whose destruction will cripple the enemy forces.
If unconventional wars are the norm for the coming decades, American airmen will
have a frustrating future».
La “frustrazione”, se si vuole usare questo termine, comunque riguarda l’intera
questione dell’uso della forza militare. Se è vero che «il potere aereo può devastare,
punire e distruggere, ma non può dominare, mantenere e controllare aree terrestri o
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Cfr. J.-J. Roche, Le relazioni internazionali. Teorie a confronto, Bologna, 2000, p. 140. Secondo al-
tri calcoli le vittime civili furono il 10% nella Prima Guerra Mondiale, il 52% nella Seconda, il 90%
nei conflitti successivi al 1945 (R. Toscano, Il volto del nemico. La sfida dell’etica nelle relazioni
internazionali, Milano, 2000, p. 150, n. 49). Sul tema cfr. Aa. Vv., Conflitti militari e popolazioni
civili. Guerre totali, guerre limitate, guerre asimmetriche, Atti del XXXIV Congresso della Com-
missione Internazionale di Storia Militare, Roma, 2009, tomi I-II.

