Page 131 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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LA DECOLONIZZAZIONE                                               121


        dovuto vertere unicamente sull'intensità di tale sovranità; per la Libia, di cui
        si  sottolineava  la  tradizionale  funzione  di  equilibrio  nel  Mediterraneo,
        l'Italia era  pronta a  riconoscere gli  speciali interessi  inglesi  in  Cirenaica e,
        riguardo all'Eritrea, ad offrire all'Etiopia le più ampie facilitazioni nel porto
        di Assab; nel caso in cui si  fosse  costituito un trusteeship comprendente tutti
        i territori somali, l'Italia era disposta ad accettarlo. (R)
            Un mese  più tardi,  lo  stesso  De Gas peri  aveva  scritto  al  Segretario  di
        Stato americano Byrnes che l'Italia democratica considerava le colonie come
        un mezzo per assorbire l'eccesso di manodopera, e aveva espresso delle riser-
        ve circa l'applicabilità ad esse del regime di trusteeship appunto in relazione
        al carattere demografico della colonizzazione italiana; aveva quindi ribadito
        che la restituzione della Cirenaica e dell'Eritrea all'Italia non era incompati-
        bile con le altrui esigenze strategiche e con la necessità di garantire all'Etio-
        pia uno sbocco al mare. ( 9 )
            Sul  punto  del  trusteeship  si  registrò  poi  un'evoluzione,  nel  senso  che
        l'Italia, verificata l'impossibilità di riavere le  ex colonie in amministrazione
        diretta  finì  per  attestarsi  sulla  richiesta  di  trusteeship  su  Libia,  Eritrea  e
         Somalia; richiesta che venne mantenuta grosso modo fino alla fine del 1948,
         allorché si cominciò ad accettare a Roma l'ipotesi di una riduzione del pro-
        gramma di rivendicazione "globale".
             Una impostazione del genere, condivisa per altro da tutte le forze poli-
        tiche  italiane,  rivela  una  scarsa  percezione  degli  sconvolgimenti  prodotti
        dalla guerra e del fatto che l'epoca delle colonie di popolamento era ormai
         finita. E  se si può comprendere l'atteggiamento per così dire "filo-coloniale"
         degli  "esperti"  del  Ministero dell'Mrica  italiana,  assai  meno comprensibile
         risulta  invece  l'estrema  riluttanza  dei  vertici  politici  e  diplomatici  (salvo
         qualche rara avis), oltre che dei partiti di opposizione, ad abbandonare posi-
         zioni e concezioni non più compatibili con la nuova realtà postbellica.
            Al  di  là  della  più volte  dichiarata volontà  di  ispirarsi  ai  principi  della
         Carta di San Francisco, si ha ad esempio la netta sensazione che nell'Italia di
         quegli anni il  sistema di amministrazione fiduciaria fosse  concepito un po'
         da  tutti non tanto come strumento di promozione del  progresso politico e
        civile delle popolazioni africane quanto piuttosto come un mezzo per affer-
         mare una duratura influenza italiana nelle ex colonie; che era poi in fondo
         un'impostazione assai vicina a quella che circolava allora a Londra, a Parigi
        e a Mosca, come si è appena detto.
            A  sostenere interamente e  fino  all'ultimo le  aspirazioni italiane furono
         solo i francesi. Si può anzi dire che tra il  1945 e il  1949 la questione africana
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