Page 23 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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IL TRATTATO DI PACE DI PARIGI                                      13


          dell'Italia ormai era stata già decisa  a priori,  ben prima che noi uscissimo dalla
          guerra:  e che  tutte le  mezze promesse fatte  e poi ritirateci  non  erano  state che
          mezzi tattici per arrivare alla fine che si desiderava  raggiungere:  l'eliminazione
          dell'Italia come Grande Potenza, sia pure l'ultima, e togliere all'Italia non solo i
          mezzi di offendere,  ma anche,  in quanto possibile,  i mezzi per continuare la sua
          politica  tradizionale  di  destreggiarsi fra  i  contrasti  e gli  aggruppamenti  delle
                      .   .  ,  (3)
          potenze maggzorz...  .
               E  chiaro che, a  questo punto, ogni disquisizione di  tipo giuridico per-
           deva  il  suo peso e prevalevano le  considerazioni di  tipo politico generale, o
           meglio, le  considerazioni che non riguardavano più l'Italia, entità trascura-
           bile, bensì i rapporti e l'equilibrio tra i Grandi di cui la questione del tratta-
           to di pace con l'Italia era modesto elemento.
               Per gli  italiani  invece  la  questione  era  d'importanza  somma  e  tutti  si
           domandavano quale Italia la coalizione vittoriosa, riunita a Parigi, intendes-
           se  punire. Era chiaro che a questo punto soltanto la  dura legge di guerra, e
           quindi il  diritto del più forte e non il  diritto delle genti, doveva essere evoca-
           ta appieno, pur essendo il caso italiano un caso eccezionale.
               Non si  riusciva neppure a capire bene a quale delle due ltalie il  trattato
           era  diretto,  se  all'Italia  fascista,  Stato  aggressore  e  nemico  debellato,  o
           all'Italia democratica cobelligerante e  alleata de facto  della  coalizione delle
           Nazioni Unite. Ed in questo secondo caso era chiaro che le promesse, i rico-
           noscimenti ed i documenti del periodo della cobelligeranza dell'Italia dove-
           vano tenere banco e dare a quell'Italia un trattato certamente non punitivo.
           Fino alla conferenza dei Ventuno i governanti italiani si cullavano in quelle
           illusioni, in quel 'riconoscimento dovuto' che spesso veniva evocato a Roma.
           Persino  un  uomo  avveduto  come  Renato  Prunas,  il  segretario  politico  del
           Ministero degli Mfari Esteri,  non pareva  nutrire dubbi su  questi aspetti.  In
           previsione  della  redazione  del  trattato di  pace  con  l'Italia  egli  scriveva  il  7
           luglio  1945, agli incaricati d'affari di un gruppo di paesi dell'America latina
           che si erano schierati a sostegno delle tesi italiane, un promemoria nel quale
           affermava  che gli  Stati  Uniti "avevano fatto  sapere  (all'Italia)  che  l'America
           non  avrebbe mai apposto  la  propria firma  ad un  trattato  che fosse  oppressivo  e
           ingiusto verso  l'Italia,  e ... avrebbe fatto tutto il possibile."
               Dell'eccezionalità del caso italiano i quattro Grandi non seppero inten-
           dere  la  sostanza,  e  ritennero  prevalente  la  prima  ipotesi,  quella  dell'Italia
           nemica e debellata. Pur evocando nel Preambolo del testo del trattato il con-
           tributo  italiano  alla  causa  delle  N azioni  Un i te,  non  ne  tennero  in  alcun
           conto nel resto del trattato stesso.
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