Page 98 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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Gli avvenimenti sono fin troppo noti e sulla "vittoria mutilata", negli
anni Venti e Trenta, sono stati prodotti fiumi di parole, utilizzate in funzione
demagogica dal regime fascista come supporto di una politica "revisionista"
(sicuramente fondata) e di una politica "imperiale" non supportata da inve-
stimenti coerenti nel settore militare. Un a cosa è indiscutibile: l'Italia, potenza
vincitrice, non riuscì ad imporre- per inerzia, incapacità e quant'altro- una
propria linea politica, un progetto politico complessivo (questo tema è stato
magistralmente trattato da L. Incisa di Camerana, La vittoria dell'Italia nella
terza guerra mondiale, Bari 1966). Non riuscì, l'Italia, a impedire la costitu-
zione del Regno dei Serbi, dei Croati, degli Sloveni (poi Jugoslavia); adottò
una debole politica nei confronti delle forze che si opponevano all'annessio-
ne del Montcnegro al nuovo Stato; ottenne territori pure importanti, come
l'Alto Adige, l'Istria e la Dalmazia, senza che questi divenissero mai un reale
patrimonio collettivo. Dopo la seconda guerra mondiale alle perdite territo-
riali inevitabili per un paese sconfitto si aggiunse un abbassamento del livello
di guardia sul piano della dignità e dei principi: il Trattato di Osimo, esaltato
quale rilevante risultato dell'azione diplomatica, in verità nella quasi totale
indifferenza della cosiddetta opinione pubblica, rappresenta piuttosto il
punto finale di una "svendita" senza precedenti nella storia dei rapporti fra
Stati. Le complesse trattative seguite all'armistizio dell'S settembre 1943 fino
alla conclusione del Trattato di Pace, furono tutte impostate sulla speranza
che si affermasse l'interesse esterno - inglese prima e statunitense poi - che
non voleva un'Europa divisa in due sulla linea di Riga-Trieste, con il predo-
minio russo sull'Adriatico, sullo Ionio, sull'Egeo; solo tale interesse avrebbe
potuto costituire un valido elemento di contrapposizione alla manifesta
volontà dei partigiani di Tito di avanzare almeno fino a Gorizia c all'Isonzo,
occupando l'Istria con Trieste e Fiume.
La questione del confine orientale fu dunque trattata alla Conferenza di
Potsdam (luglio 1945), dove Stalin e Molotov premevano perché la posizio-
ne italiana fosse equiparata a quella della Romania, della Bulgaria, della
Finlandia e dell'Ungheria.
Loccupazione jugoslava della Venezia Giulia determinò da parte di De
Gasperi l'adesione alle posizioni degli Stati Uniti e alla linea Wilson vista
come un male minore (Conferenza di Londra, settembre 1945). Venne ripre-
sa poi a Parigi nella primavera del 1946 (Consiglio dei Ministri degli Esteri)
dove si apprese che le isole minori della Dalmazia erano state assegnate alla
Jugoslavia ancora prima dell'inizio della discussione. Il 3 maggio Kardelj e
De Gasperi esposero gli argomenti dei rispettivi governi. Kardelj considera-
va assolutamente inaccettabili le linee di confine proposte da Stati Uniti,

