Page 136 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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                 Intanto però,  dalla  fine  di aprile,  la  rivoluzione  di  Firenze aveva  cambiato
            le  carte  in  tavola.  Il  moto  unitario  italiano  dilagava  oltre  l'Appennino,  il  regno
            dell'Italia centrale non era più fattibile  e il  corso della storia italiana piegava ver-
            so il Risorgimento di tutto il Paese.  ~.on per nulla da settembre Francesco II temette
            uno sbarco di truppe toscane sulle coste adriatiche del suo regno. Gli sviluppi, non
            preventivati nemmeno a  Torino,  resero il seguito inarrestabile.
                 L'li  maggio  1860  Garibaldi  sbarcò  a  Marsala;  gli  straordinari  avvenimenti
            della Sicilia e  quelli successivi fino  al Volturno giustificarono la retorica della gi-
            nevrina Èsperance, che assimilò la follia della Patria alla follia della Croce, e quel-
            la  di  Victor Hugo,  che  evocava  con tono  ispirato  la  nuova  nazione:  "L'Italia  si
            leva,  l'Italia cammina.  Patuit Dea".
                 Fin dall'inizio il  Regno d'Italia,  proclamato il  17  marzo 1861, fu  qualcosa di
            più della somma dei vecchi Stati,  malgrado le  sue difficoltà  politiche e  finanzia-
            rie.  Gli  mancavano Roma  e  Venezia:  per la  prima l'opposizione francese  consi-
            gliò  le  Convenzioni  del  settembre  1864,  per  la  seconda venne  tentata  la  carta
            della guerra, con alleata la  Prussia.  Nel  1866 i tedeschi vinsero a Sadowa la bat-
            taglia  decisiva  del conflitto,  mentre gli  italiani  perdevano di  nuovo a  Custoza e
            sul mare a Lissa.  Invano, tra l'armistizio di Cormons e  la pace di Vienna, si tentò
            di ottenere almeno i  territori  occupati in  Trentina:  fu  inevitabile firmare  quella
            "povera pace" che Ricasoli  aveva temuto.
                 Eppure  il  Paese  cresceva  e  dimostrava  vitalità,  tanto  che  nella  primavera
            1867  l'Italia  fu  chiamata  per la  prima  vol~, in  occasione  della  questione  lus-
            semburghese, a  fare  parte del concerto delle  potenze europee. Sopravvenne un
            disastro  politico:  in  autunno  Garibaldi  tentò  la  scorciatoia  rivoluzionaria  per
            Roma  e  venne  fermato  a  Mentana.  Il  governo  Rattazzi  crollò  e  il  successore
            Menabrea dovette incassare a  dicembre una serie di jamais gridati  dal  ministro
            Rouher davanti all'Assemblea  di  Parigi.
                 Never say never again in politica.  Il  20  settembre  1870,  mentre  il  Secondo
            Impero cadeva  di fronte  alla  Prussia,  l'Italia andò a  Roma  per la  breccia di Porta
            Pia,  un atto quasi simbolico per dimos~re che il  Papa aveva ceduto alla forza.
                Col  tricolore sul Campidoglio le  istanze  nazionali unitarie erano sostanzial-
            mente soddisfatte.  I tempi cambiavano, Berlino era il  nuovo faro  e  l'Europa ap-
            pariva votata  in maniera crescente alla  Realpolitik.  Il  mondo diventava diverso,
            i protagonisti del Risorgimento romantico erano morti.
                                                ....


                 ~ma si  muoveva ~t9rmai tra  problemi  diversi:  l'affermazione  dell'influenza
            politiça e commerciale, le colonie. C'era anche l'irredentismo, ma durante la Triplice
            sarebbe stato come un fiume  carsico che affiora  dì quando in quando; se ne sa-
            rebbe riparlato  nel  1915.  Nel  frattempo  la  bàhdiera italiana sventolò con alterna
            fortuna in Eritrea e  in Somalia; nel 1896 ad Adua, dove morirono più italiani che
            in tutte le guerre del Risorgimento, la sua presenza sfortunata fece nascere un mi-
            to· nazionale etiopico che ancora oggi viene riproposto.
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