Page 137 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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DALLE GUERRE NAZIONALI AGLI INTERVENTI MULTINAZIOI\ALI 127
Gravi squilibri economici e sociali indebolirono l'Italia nella crisi di fine se-
colo, dopo la quale però il Paese registrò una fase di maggiore sviluppo. Nuove
aperture in politica estera prepararono la conquista della Libia. Certo, non era
una guerra per il riscatto della nazione, ma un'impresa coloniale secondo la mo-
da del tempo, un tempo nel quale Kipling incitava i popoli a "correre col bran-
co". E il branco venerava il nazionalismo come vocazione di potenza, l'imperialismo
come necessità di grandezza.
Saranno questi gli ingredienti esplosivi del1914, la guerra che non voleva nes-
suno e nella quale si cacciarono tutti. L'intervento italiano fu preceduto da una lun-
ga contrattazione che condusse al patto di Londra; secondo Giorgio Rumi, questo
accordo "aveva unito malamente la tradizione risorgimentale e le nuove aspirazio-
ni tipiche della politica di potenza". Ossia un moderno, famelico look, esaltato co-
we "sacro egoismo", venne abbellito da vecchi motivi irredentistici.
L'italianità di Trento e Trieste, peraltro, era un dato reale, che motivò il po-
polo in armi ad affrontare come l'ultima guerra del Risorgimento il nuovo con-
flitto con l'Austria. Per questa ragione Piero Pieri, tirando un bilancio delle virtù
e delle deficienze emerse durante il conflitto, non esita a considerare prevalen-
ti le luci. E nella breve ubriacatura di felicità che seguì la vittoria ci fu posto an-
che per qualche scampolo di autentica commozione risorgimentale. Rievocando
l'arrivo dei soldati italiani a Trieste, Bartolomeo Mirabella ricorda la passione de-
gli esuli che tornavano con loro: "avevano trovato la patria perduta, un grande
amore perduto".
Ripercorrendo da questo momento all'indietro la breve storia dello Stato uni-
tario, una lezione emerge con evidenza palmare. La povertà dell'Italia, la sua fra-
gilità geografico-strategica, la sua debolezza militare rispetto alle grandi potenze
europee, negavano alla sua politica estera la scelta dell'isolamento, che invece al-
tri Paesi, come l'Inghilterra, o anche la Germania, potevano considerare. L'esito
politico dei conflitti con l'Austria del 1859 e del 1866 era stato determinato dalle
vittorie francesi e tedesche. Quando l'Italia era rimasta sola, come nella seconda
metà degli anni '70 del secolo XIX, aveva ottenuto soltanto disillusioni e bac-
chettate sulle dita, e aveva dovuto ricercare protezione nella prima Triplice a con-
dizioni quasi umilianti. Ma gli italiani lo capivano?
Tutto sommato, risponderei affermativamente. I responsabili politici e mili-
tari, fatte le debite eccezioni, se ne rendevano conto. Frequentemente i ministri
ricordarono anche a chi non aveva un gran piacere a sentirlo - come Visconti
Venosta agli elettori di Tirano nel 1872 - che "noi non siamo ricchi, non siamo
forti". E quando Crispi se ne dimenticò, ecco che la politica di Rudinì ricondus-
se le cose verso la porta d'uscita dalla stanza degli specchi deformanti. Le com-
missioni per la difesa dello Stato e i capi dell'Esercito e della Marina avevano
ben presenti i pericoli cui un'azione militare avrebbe potuto esporre il Paese, ed
insistettero fino ai limiti del possibile per ottenere un rafforzamento degli stru-
menti di difesa.

