Page 139 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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DALLE  GUERRE  NAZIONAU  AGLI  INTERVENTI  MULTINAZIONALI              129

              Il  Fascismo  non fu  né  democratico,  né  liberale,  però interpretò certe  pul-
         sioni del secolo.  François  Furet riconosce le  stesse  origini  e  spesso gli stessi fi-
         ni  alle  dittature  di  destra  e  di  sinistra  - uso  termini  convenzionali - e  osserva
         che  la  passione  rivoluzionaria  si  manifesta  in  Russia,  "ma  anche  nell'Italia  fru-
         strata  e  nella  Germania  sconfitta,  dove  diventa  sentimento  di  massa",  per cui,
         "avvolta  nella  bandiera  della  nazione  infelice  e  passata  al  popolo,  l'avversione
         alla  democrazia è  diventata democratica".
              La  politica  estera  dello  Stato  totalitario  italiano  è  orientata  ad una  espan-
         sione di tipo imperiale, sostenuta da una forte componente ideologica. Essa pro-
         duce in successione: la conquista dell'Etiopia, un'impresa coloniale anacronistica,
         ma accompagnata da notevole consenso popolare; la  partecipazione alla guerra
         civile  spagnola,  una costosa crociata di  regime assai meno popolare;  l'interven-
         to  nel  secondo  conflitto  mondiale,  presentato  in  chiave  rivendicazionistica  ma
         anche  ideologica.  Nel  discorso  con  cui  annunciò  la  dichiarazione  di  guerra,
         Mussolini disse che la decisione discendeva dalla rivoluzione fascista:  in una spe-
         cie di lotta  di classe  internazionale,  la  nazione proletaria affrontava le  plutocra-
         zie  democratiche e  reazionarie.
             In ogni modo,  se alla  base dell'intervento c'è stato un calcolo,  l'andamento
         del conflitto lo delude:  la Gran Bretagna non cede e  alla fine  del  1940 la  guerra
         parallela è  perduta.  Per un momento qualcuno a Vichy temerà una nuova intesa
         itala-britannica di cui la  Francia farà  le  spese,  ma sono fantasmi.  Arriverà  invece
         la Germania,  in Italia  e  nel Mediterraneo,  e vi  resterà sino alla fine.
              Caduta  la  Sicilia,  sbarcato  il  nemico  sulla  penisola,  l'armistizio  italiano  se-
         gnerà  una  cesura.  Cambierà  tutto,  mentre  l'Italia  diventa  un campo di  battaglia.
         C'è insieme la guerra alla Germania e la guerra civile.  In questa temperie la com-
         ponente  ideologica  esplode  e  diventa  primaria,  sia  nella  Resistenza  che  nella
         Repubblica  di Salò;  nel governo del re  crescerà mano a  mano che le  responsa-
         bilità  passeranno ai  partiti.  Nella  tragedia  nazionale  cobelligeranza  e  Resistenza
         accendono negli italiani speranze che il  redde rationem dimostrerà  ottimiste.

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              Intanto il  mondo si divide  in due ed anche in Italia,  tra  il  piano Marshall e
         le  elezioni politiche  del  1948,  si  consuma la  rottura,  che diventa  insanabile con
         l'adesione al Patto Atlantico.  Pastorelli rileva che l'identità nazionale italiana so-
         pravvive  alla  sconfitta - è  presente  nella  Resistenza  contro  lo  straniero,  anima
         una  partecipazione  popolare  alla  passione  per Trieste  - ma  non  al  contrasto
         ideologico,  tantanto  che  vi  saranno  "due  paesi",  "due  politiche  estere",  "due
         identità diverse che dureranno fino  alla  caduta del muro di Berlino".
              La  spiegazione non sta tanto nell'incultura di questo o  di quello,  quanto in
         un processo generale di  esasperazione dell'ideologia  che  legittima  dissensi irri-
         ducibili,  superando  qualunque  remora  di  natura  !egalitaria.  Del  resto,  neanche
         Mussolini  ne  aveva  avute  quando  aveva  fondato  la  Repubblica  Sociale  Italiana.
         Hannah Arendt mette in luce la  novità radicale del fenomeno totalitario,  nel quale
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