Page 138 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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128 MARIANO GABRIELE
Se mai, al mondo militare si può imputare qualche volta un certo confor-
mismo alla tradizione. Faccio un esempio: i primi piani difensivi verso la Francia,
agli albori del Regno d'Italia, previdero per oltre un decennio la ritirata in pia-
nura e lì la manovra a massa secondo il modello napoleonico: ma quale mano-
vra, quando la Francia poteva mettere in campo un esercito più numeroso, quando
sul morale delle truppe avrebbe pesato la cessione di Torino, quando Napoleone
non c'era? Di questa tendenza a guardare al passato faceva giustizia Carlo Rossi
nel primo numero della Rivista Marittima (aprile 1868), ricordando che la tradi-
zione aveva perduto più armate di quante ne avesse salvate. E tuttavia si deve
ritenere che questa debolezza fosse meno diffusa tra i capi militari del Regno
nel secolo scorso che tra i loro colleghi di quello che sta per finire, in partico-
lare tra la fine della prima e della seconda guerra mondiale. Certo, un simile ap-
punto non si può fare al generale Cosenz, primo Capo di Stato Maggiore dell'Esercito,
per la Convenzione militare con la Germania del 1888, che si fondava sulla blin-
datura delle Alpi per trasferire un'armata sul fronte tedesco.
Né si può dire che l'opinione pubblica ebbe a smarrire veramente, al di là
di qualche giornale e di qualche studente, il senso della realtà. La coscienza na-
zionale diffusa manteneva un atteggiamento piuttosto dimesso dinanzi alla sto-
ria. Ci fu un momento, dopo la presa di Roma, nel quale aleggiò l'idea di un
destino di grandezza, ma più nella penna dei poeti che nei sentimenti del po-
polo. Si dirà: ma era la forza delle cose, ed anche questo è vero. C'era però an-
che una dose di buon senso; giustamente in Italia non circolò mai un modo di
dire analogo a quello germanico: "Noi tedeschi temiamo Dio, e nessuno nel
mondo". Sarebbe stato come comparare "Tripoli, bel suoi d'are" con la Seven
Seas Song, la canzone dei sette mari, sui quali "navigano le navi dell'Inghilterra,
fioriscono i commerci dell'Inghilterra, garriscono al vento le bandiere dell'Inghilterra".
Al tempo di queste orgogliose affermazioni britanniche, l'Italia non esportava po-
tenza, ma emigranti poveri, e certo non aveva spazio, nella lunga crisi di fine
secolo, per celebrare trionfi inesistenti.
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Ma ritorniamo al primo dopoguerra. Il conflitto era durato a lungo ed era
costato molto: momenti foschi si profilavano all'orizzonte. Cessato il freno dell'emer-
genza bellica, gravissimi problemi interni scossero il Paese, mentre l'insistente
messaggio della vittoria mutilata turbava l'opinione pubblica e scatenava la rab-
bia per la supposta inutilità dei sacrifici compiuti.
Nel novembre 1918, in una logica ancora ottocentesca, la Stampa di Torino
scrisse: "Benedetti, benedetti, benedetti tutti coloro che portano la libertà. Benedetti
coloro che lottano per conservarla ed integrarla". Il richiamo non concerneva
soltanto la liberazione di alcune città perché gli ideali del Risorgimento recla-
mavano, insieme all'indipendenza nazionale, la libertà politica. Non si deve di-
menticare che, per i loro tempi, le Repubbliche giacobine erano state democratiche,
lo Statuto albertino era stato liberale.

