Page 28 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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risorse e investimenti adeguati, con il risultato di farla apparire velleitaria: le con-
seguenze sono a tutti note. La letteratura specialistica sul tema è molto ampia e
ben documentata; mi riferisco comunque a quell'assurdo "doppione" (dal pun-
to di vista militare) costituito dalla Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale, ai
colpevoli ritardi nel processo di meccanizzazione delle Forze Armate, ai proble-
mi legati al coordinamento tra le Forze Armate e dunque al "vuoto" normativa
relativo allo Stato Maggiore Generale pure istituito nel 1926 (oggi il problema
sembra avviato a soluzione con le attribuzioni previste per il Capo di Stato Maggiore
della Difesa).
La ricostituzione delle Forze Armate italiane nel secondo dopoguerra, le
problematiche politiche conseguenti all'adesione alla NATO e più in generale al
"sistema" occidentale hanno apparentemente appiattito il dibattito sui temi e pro-
blemi connessi piuttosto alla politica interna: la particolare posizione strategica
del Paese ha determinato, nell'opinione pubblica e in una consistente parte del-
la classe dirigente, un sostanziale disinteresse per la politica estera e, di conse-
guenza, per la politica militare.
Solo gli avvenimenti successivi al 1989, che portano alla radicale trasfor-
mazione dello scenario internazionale, provocano un forte impatto psicologico,
riaccendono il dibattito e attivano la riflessione su alcuni elementi che mi limi-
to a indicare a mo' di conclusione.
In primo luogo esiste una realtà politica internazionale estremamente dina-
mica laddove i singoli Stati sono chiamati a riconsiderare, pur nel rispetto degli
eventuali accordi internazionali riconfermati, il proprio ubi consistam politico. La
globalizzazione dell'economia e delle informazioni impone un'attenzione costante
anche verso le crisi che si manifestano in aree apparentemente lontane, nella
consapevolezza di dover fornire alle organizzazioni internazionali gli strumenti
necessari d'intervento.
La comunità internazionale che si esprime (e si riconosce) massimamente
nell'Organizzazione delle Nazioni Unite si trova di fronte a scelte di portata sto-
rica epocale dovendo ridefinire e reimpostare- in presenza di una diversa con-
cettualizzazione della "minaccia" e di numerosi fattori di instabilità (esplosione
demografica, emigrazione di massa, problemi di sviluppo economico, variabilità
dei sistemi politici ecc.) - un "sistema" di convivenza globale in assenza di una
"cultura dell'intervento" e di norme giuridiche internazionali relative all'uso del-
la forza in presenza di crisi regionali foriere di più ampie implicazioni. È ne-
cessario, in altri termini, costruire modalità di "intervento" che consentano di
uscire, una volta per tutte, da quel colossale equivoco (intellettuale e materiale)
rappresentato dalle cosiddette "missioni di pace" i cui risultati sono a tutti noti
impedendo, parallelamente, la riproposizione di una politica "individuale". Un
"sistema" internazionale in equilibrio non può, e non deve, essere unipolare: ec-
co dunque che si perviene, per logica conseguenza, al ruolo dell'Europa, all'equi-
librio continentale dell'Europa dal quale dipende, ancora oggi e nonostante i
tanti nuovi soggetti sulla scena, la stabilità dell'intero "sistema" internazionale.

