Page 75 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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EPISTEMOLOGIA DELLA STORIA MILITARE 65
implica una logica di automigliorantento. Invece nelle Forze Armate italiane la
storia militare è stata studiata prevalentemente a scopo autocelebrativo, difensi-
vo, autoassolutorio, non di rado con indirette ma pregnanti finalità giudiziarie. È
divenuta parte di una involuzione burocratica.
Ciò è stato in parte anche il riflesso della nascita, nell'ambito della saggisti-
ca e della storiografia politica e sociale italiane, di una "controstoria", spesso
apoditticamente polemica e maligna, delle esperienze belliche e delle istituzioni
militari nazionali. Si deve peraltro riconoscere che la parte migliore e più solida
di questa storiografia civile dell'arte e delle istituzioni militari, ha comunque
aperto filoni di ricerca e sollevato problemi in precedenza insospettati e poco
studiati proprio nei paesi occidentali in cui la storia militare "classica" ha mag-
giormente resistito al generale declino verificatosi nell'era bipolare/nucleare. La
storia civile del militare non è una peculiarità italiana, ma certamente da noi
non è bilanciata dalla storia militare applicata che fertilizza il pensiero militare
anglosassone. D'altra parte l'inflazione dell'approccio storico allo studio civile
del militare spiega anche Io scarso sviluppo e il modestissimo livello della socio-
logia militare italiana, un imparaticcio amatoriale e ideologico di topiche mal
recepite e raramente attinenti alle specifiche questioni della difesa italiana.
La storia militare è dunque concepita, al massimo, come un capitolo che si
giustifica solo in funzione del suo oggetto, non già del suo metodo e dei suoi
scopi. Da parte della cultura accademica c'è stato addirittura un rifiuto ideologi-
co di attribuire allo studio storico della guerra e delle istituzioni militari una
qualsiasi finalità militare. Tutte le finalità sono state ammesse: il diletto, la curio-
sità, la denunzia, perfino la difesa della corporazione militare. Tutte tranne una:
il contributo all'efficienza e all'efficacia del sistema di sicurezza e di difesa del
paese e alla strategia nazionale. Questo rifiuto ideologico squalifica moralmente
e scientificamente la storia militare prodotta dall'accademia italiana. Basti fare il
confronto con la storia del diritto, della medicina, della tecnica, dell'economia.
È chiaro che questo tipo di storia militare non può in alcun modo contri-
buire a fertilizzare la politica di difesa e la pianificazione militare e ad accrescere
il controllo democratico e l'assunzione di reponsabilità degli stati maggiori e
soprattutto del decisore politico. Al contrario, incoraggia la ben nota prassi
opportunistica di settorializzare le questioni per poterle gestire come "variabili
indipendenti" e dunque come merce di scambio politico con le lobbies, le cor-
porazioni e le clientele sociali di riferimento. La storia della legislazione sulla
coscrizione obbligatoria e sul servizio civile e dei tentativi di "professionalizza-
zione" furbastri e scervellati e perciò matematicamente destinati al fallimento, è
illuminante al riguardo, se il legislatore, prima di legiferare a vanvera, si pren-
desse la briga di Ieggerla, visto che è stata già scritta. Occorre però che il consu-
lente, per il il bene superiore e inestimabile della Corona, abbia la testa e le reni
del medico chiamato a guarire la pazzia di Re Giorgio: esplicito nella diagnosi,
inflessibile nella cura, fiero delle Regie Pedate di ringraziamento.
Una sgradevole conseguenza ulteriore di questa latitanza nazionale e politi-
ca della storiografia accademica italiana è che essa favorisce la riduzione del

