Page 76 - Le Forze Armate e la fine della II Guerra Mondiale - Atti 10 maggio 2005
P. 76
Alberto ZigJlal/i
plessivo (escluse le navi da battaglia che erano ormai vecchie e superate) che non avreb-
be dovuto superare le 67.500 tonnellate e, in prospettiva, il vincolo che nessuna nave da
guerra avrebbe potuto essere acquistata o impostata prima del 1950.
Tutte le navi militari ancora esistenti alla fine della guerra, comprese quelle più pic-
cole, furono poi ripartite in tre gruppi.
Il primo gruppo era costituito dalle Unità che era stato deciso di lasciare alla Marina
italiana e consisteva in: 2 navi da battaglia, 4 incrociatori, 4 cacciatorpediniere, 16 tor-
pediniere, 19 corvette, più un ceno numero di dragarnine e vedette, nonché un detta-
gliato elenco di naviglio ausiliario che comprendeva navi petroliere, navi cisterna, rimor-
chiatori, una nave scuola, una nave appoggio, una nave trasporto e alcune navi idrogra-
fiche.
Il secondo gruppo era costituito dalle Unità che avrebbero dovuto essere messe a
disposizione dei Governi delle (luattro C;randi Potenze, entro tre mesi dall'entrata in
vigore dci Trattato, per essere consegnate alle Nazioni belligeranti. Questo gruppo
comprendeva: 3 navi da battaglia, 5 incrociatori, 1 esploratore, 7 cacciatorpediniere, 6
torpediniere, 8 sommergibili, 14 motosiluranti, 15 MAS e, inoltre, un cospicuo numero
di dragamine, vedette, motozaUere, petroliere, navi cisterna e una nave scuola.
Il terzo gruppo si riferiva alle Unità eccedenti e comprendeva: 28 sommergibili, da
affondare in alto mare, Unità di superficie galleggianti o in costruzione, da demolire,
Unità di superficie affondate nei porti e nei canali di entrata nei poni, da recuperare e
demolire.
In sintesi, il Trattato imponeva alla Marina la rinuncia a ben 162 navi per oltre
198mila tonnellate di dislocamento (una perdita che si avvicinava a quelle subite nell'in-
tera durata della guerra dallO giugno 1940 all'8 settembre 1943), trasformando la Forza
Armata, sotto il profilo qualitativo, in un complesso inadatto all'offesa, capace solo di
una limitata scorta di convogli e di un'approssimativa capacità di controllo costiero.
Tutto ciò lasciò l'amaro in bocca agli Italiani. In Parlamento si udirono parole forti.
Molti definirono questo trattato un diktat. l'vIa doveva essere ratificato. E la sua ratifica
- approvata dall'Assemblea Costituente dopo un lungo dibattito durato dal 24 al 31
luglio 1947 - fu depositata a Parigi dall'Ambasciatore Quaroni il 15 settembre 1947, alle
ore 12.30, cioè mezz'ora dopo il deposito delle ratifiche di Stati Uniti, Gran Bretagna,
Unione Sovietica e Francia, e questo come segno di protesta per le sue ingiuste clauso-
le. La sera del 15 settembre, il Presidente dci Consiglio, Ono De Gasperi, lesse alla radio
un discorso alla Nazione che iniziava con queste parole: «Scende in quest'ora la notte
su una delle più tristi giornate della nostra storia: tutto è stato detto ormai sul fatale
scorcio di tempo che ci ha condotto al doloroso epilogo. Ma in questo momento non
è il caso di imprecare contro il passato, bensì di l'accoglierci tutti in un senso di digni-
tosa fiducia nella rinascita del nostro Paese».
Negli ambienti militari la delusione fu profonda allorché si dovette constatare che si
erano avverate le previsioni pessimistiche di quanti avevano previsto che la cobellige-
ranza non sarebbe stata tenuta in alcun conto. Dopo il generoso C01Hributo fornit-o nei
quattro anni che ormai ci separavano clall'armistizio, nel Trattato compariva ancora la
dizione di "arresi senza condizione" e si riprendevano quasi interamente le clausole
68

