Page 73 - Le Forze Armate e la fine della II Guerra Mondiale - Atti 10 maggio 2005
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La <~IIf1TtI èjìllila.  1-11  lù(),flmzi()IIC de/le  l'orze Amlale italialle


        zione dell'apoliticità delle  l'Ol'ze Armat-c,  così come poi trovò riscontra nell'art.  9R  che
       prevede  la  possibilità  di  limitare  per legge  il  diritto  d'iscrizione  ai  partiti politici  per i
        militari in servizio attivo  (oltre che per i magistrati, i diplomatici e i poliziotti).
          Corollario della democratizzazione fu  considerata anche la coscrizione obbligatoria.
       'fogliatti dichiarò alla  Costituente che «con il  servizio volontario non si avrebbe più un
        esercito intero che si arma ed è pront-o a difendere il  suolo della patTia, ma una catego-
        ria  di professionisti delle armi che potrebbero rappresentare la  rovina  di una società e
        la  rovina dello Stato».
          D'altra  parte  la  coscrizione obbligat-oria  era  sostenuta  non  solo  da  gran  parte  dei
        costituenti, ma anche dalle gerarchie militari e così essa trovò riscontro nell'art. 52 (<<La
        difesa  della  Patria  è sacro  dovere  del  cittadino.  Il  servizio  militare  è  obbligatorio  nei
        limiti e nei modi stabiliti dalla legge.  ( ... ) l ,'ordinamento delle Porze Armate si informa
        allo spirito democratico della Repubblica»).
          Della collocazione internazionale dell'l talia si  dibatté, invece, in quel periodo, quasi
        esclusivamente sulla pubblicistica militare e all'interno delle alte gerarchie militari.
          L'elemento dominante negli studi e nelle valutazioni delle alte autorità militari italia-
        ne era un diffuso senso di  pessimismo circa la  situazione militare del Paese e i prevedi-
        bili sviluppi a breve, medio termine.
          Nel ridimensionamento del ruolo internazionale dell'I talia non era infatti facile  pre-
        figurare  uno strumento militare sostenibile e credibile.
          C'era un problema di risorse che non induceva all'o t timismo e c'era un problema di
        rapporti con gli Alleati che vincolava le già scarse possibilità di scelta. Era ben vero che
        tutti,  come  sempre,  ponevano l'accento  sulla  qualità  dello  strumento  da  perseguire  a
        scapito,  ovviamente, della  quantità, condizionata, appunto, dalle limitate risorse su cui
        si poteva fare  affidamento.
          Ma era altTettanto vero che permaneva, aggravato, l'annoso problema del consenso
        dell'opinione pubblica, afflitta ora da ben più pressanti preoccupazioni. C'era ino!tTe la
        necessità di studiare e porre in atto delle riforme per assicurare il controllo politico delle
        Porze Armate:  riforme  che prevedevano  lo  sfoltimento degli organi deliberativi,  con-
        sultivi e ispettivi delle  l,'orze  Armate, l'abolizione dci  Corpo di Stato Maggiore, il  ridi-
        mensionamento delle  funzioni degli Stati Maggiori  (organi  tecnici  e  di  consulenza del
        ì\1inis tra), ecc.
          C'era, c]uindi, chi si poneva addirittura la domanda se l'Italia dovesse ancora dispor-
        re  di  Forze  Armate e  con  quali  compiti.  In  una  riunione  del  Comitato di Difesa  del-
        l'agosto  1945,  l'ammiraglio  De  Court:en,  Ministro  e  Capo  di  Stato  Maggiore  della
        Marina,  ipotizzava «l'eventualità  che la  Marina  militare  italiana  pot-csse  essere  messa a
        disposizione  della  Commissione Suprema  Tvlilitare  (rJl:WIlli.rIl/O  di  CIIi  ,ri prevede/JtI  allom  la
        co,rtittlziolle)  delle Nazioni  Unite come forza internazionale». Posizione, questa, condivi-
        sa,  nella stessa riunione, anche da parte del ministro dell' Aeronautica.
          E  il generale Trezzani, Capo di Stato ì'v[aggiol'e (;enerale, nel dicembre 1945 dichia-
        rava che «se gli Alleati vogliono attribuire al  futuro  l':sercito italiano compiti prevalen-
        temente  di  tutela  dell'ordine  pubblico,  è  meglio  portare  a  200mila  la  forza  dei
        Carabinieri, abolire l'J ':sercito e dichiarare la neutralità permanente».



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