Page 526 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo I
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              E su un altro campo:
                  Im Frühjahr 1945 befand sich bei Ludwigshafen ein grosses amerikanisches Sammellager
                  für Kg, in dem über 100 000 Mann untergebracht waren. Die Gefangenen mussten ohne
                  Zelte auf freiem Feld kampieren, durften sich auch keine Löcher für ihre Unterkunft
                  graben. Zelte, die sie noch besassen, wurden ihnen weggenommen. Die Verpflegung war
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                  schlecht. In das Lager wurde von den Wachen gelegentlich hereingeschossen .
              In un’intervista che mi è stata rilasciata da un reduce di questi campi, Heinz Heindorf,
           così vengono descritti i Rheinwiesenlager e nello specifico Heidesheim:

                  Dieses war ebenfalls ein offenes Lager. Da können sich vorstellen eine Pferdekoppel, das
                  war nachts alles beleuchtet und wenn jemand ausrücken wollte, der wurde erschossen .
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              In queste  enclosures  i prigionieri tedeschi furono selezionati e identificati: furono
           in sostanza soggetti alle procedure di screening decise dal Supreme Headquarter, Allied
           Expeditionary Forces (SHAEF). Prima di essere mandati in campi permanenti e ben
           organizzati, questi prigionieri furono lasciati in uno stato di grave abbandono e disagio,
           senza ripari, senza letti, senza viveri, costretti a nutrirsi di erba e a scavarsi delle buche per
           ripararsi dalle intemperie e dal freddo . I dettagli di questa esperienza non trapelarono
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           pubblicamente né negli anni né nei decenni successivi, non solo perché non si sviluppò
           mai una memorialistica, ma anche perché i risultati dei pochi studi sul tema furono tenuti
           in un estremo riserbo. I due fatti non sono casuali: siamo rispettivamente davanti ad un
           caso di autocensura volontaria e ad uno di censura semi ufficiale. Nel primo, le vittime di
           quella parentesi della gestione statunitense non ebbero il coraggio di mettere per iscritto
           la loro esperienza traumatica in quanto schiacciati dall’onta dell’Olocausto che pesava
           chiaramente sulla coscienza del popolo tedesco. I prigionieri dei  Rheinwiesenlager
           sentivano di non avere il diritto di denunciare quelle violenze, alla luce di tutti i crimini
           di cui il Reich si era macchiato. Paragone di certo improponibile e inadeguato, ma questo
           fu il meccanismo mentale che impedì loro di scrivere. Ci fu tuttavia una memoria orale:
           erano racconti che i padri tramandavano ai figli, erano voci tenute “sotto chiave” che
           comunque circolavano; i tedeschi del dopoguerra conoscevano bene queste storie. Nel
           secondo caso, si trattò, come ho già detto, di una censura semi-ufficiale: negli anni
           Sessanta i risultati di una ricerca- promossa dal Parlamento della Germania Federale-
           sulla sorte dei prigionieri tedeschi in mano alleata durante la Seconda guerra mondiale,
           confluirono in una serie di volumi la cui diffusione si limitò ai soli organi istituzionali e a





           44   Ibidem. Traduzione: “Nella primavera del 1945 presso Ludwigshafen, si trovava un grande campo di raccolta
              statunitense, nel quale erano ammassati più di 100 000 uomini. I prigionieri dovevano accamparsi all’aperto
              senza tende, per cui erano costretti a scavarsi di buchi che fungevano da ricoveri. Le tende che i prigionieri
              possedevano ancora, furono loro tolte. L’alimentazione era cattiva. All’interno del campo venivano sparati dei
              colpi dalle guardie, e non casualmente, ma apposta”.
           45  Intervista che Heinz Heindorf, residente a Trautenstein (nei pressi di Hannover), mi ha rilasciato nel luglio del
              2007. Traduzione: “Era un campo aperto. Immaginatevi un pascolo per cavalli che di notte era completamente
              illuminato e dove, se qualcuno cercava di uscire, veniva ucciso a fucilate”.
           46  F. Somenzari, I prigionieri tedeschi cit.., pp. 77-103.
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