Page 523 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo I
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          ActA
                 La porta si spalanca e sulla soglia appare la sagoma gigantesca di un militare in assetto
                 di guerra, tutta nera perché proprio alle sue spalle i fari di una jeep prendono d’infilata
                 la baracca, creando paurosi giochi di ombra […]. Fanno roteare i manganelli […].
                 Quando finalmente se ne sono andati, corriamo tutti verso i due colpiti. Lividi, sangue,
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                 intontimento .
             Prima che sul “caso Hereford” si accendessero i riflettori con la visita e le proteste
          dell’ambasciata italiana, sembra che le autorità del campo si sentissero completamente
          indisturbate nelle  loro  azioni;  Roberto Mieville,  ricordando uno  dei tanti episodi  di
          violenza, scrive:

                 Quando il Generale Comandante del Campo fece le proteste per i soprusi e le sopraffazioni
                 in netto contrasto con la Convenzione di Ginevra, il colonnello Calworth rispose: “La
                 guerra è guerra, Generale! E le convenzioni di Ginevra sono le convenzioni di Ginevra,
                 qui siamo negli Stati Uniti, Generale! Credo che vi convenga dire ai vostri ufficiali di
                 collaborare.  E’ meglio per loro… 35

             Tutte le memorie concordano sul fatto che sia la politica della  starvation  sia i
          maltrattamenti sarebbero serviti, nelle intenzioni americane, a piegare le ultime resistenze
          e quindi ad ottenere, anche se tardivamente, la collaborazione.
             Per quanto eccezionale nell’ambito della prigionia in America, il caso di Hereford non
          rappresentò mai, per la comunità storico-accademica, un fatto eclatante; detto in altri
          termini, il caso di Hereford fu qualcosa di noto già all’indomani della Seconda guerra
          mondiale: calate in un contesto in cui la violenza della guerra era ancora un ricordo
          recente, le memorie dei prigionieri “sedimentarono lentamente”, togliendo ai fatti stessi
          quel carattere di esplosività e di mistero.
          Lo stesso non si può dire per la vicenda dei prigionieri tedeschi in mano americana.

             I prigionieri tedeschi in mano americana in Germania (1944-1946)
             A differenza del caso sopra illustrato, la vicenda dei prigionieri tedeschi fu, fin dall’inizio,
          “diversamente gestita”: in Europa, e in particolare in Germania, l’organizzazione dei campi
          si presentò molto più articolata sia dal punto di vista strettamente quantitativo sia dal
          punto di vista della localizzazione geografica sia dal punto di vista politico-decisionale.
          La massa di prigionieri tedeschi a cui il Supreme Headquarters Allied Expeditionary Forces
          (SHAEF) si trovò a dover far fronte fu qualcosa di “oceanico” ed inaspettato: il generale
          Eisenhower aveva previsto un totale di tre milioni di uomini in mano statunitense sul
          continente europeo, ma nel giugno 1945 il numero reale ammontava a cinque milioni .
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          Il carico maggiore supportato dall’esercito americano fu dovuto al venir meno del

          34  Ivi, pp. 85-86.
          35  R. Mieville, Fascists’ Criminal Camp cit, p. 67.
          36  S. Ambrose e G. Bishof (a cura di), Eisenhower and the German POWs. Facts against Falsehood, Louisiana State
             University Press, Baton Rouge e Londra, 1992, pp. 2-5. Alla fine della guerra, il numero dei prigionieri tedeschi
             in mano alle quattro potenze alleate supera gli undici milioni. Per un approfondimento quantitativo, rimando
             anche a F. Cochet, Soldats sans armes. La captivité de guerre: une approche culturelle, Bruylant, Bruxelles, 1998,
             p. 120.
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