Page 238 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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           la americana (1861-65), la russa (1918-21), la spagnola (1936-39) e infine quella cinese
           (1921-49).
              Riconoscere il carattere civile di un conflitto spetta solo e unicamente al vincitore; in-
           fatti è insito in detto riconoscimento il fatto di attribuire al vinto una dignità etica nonché
           politica (certo sostanziale e non formale), accompagnate da una qualche comprensione
           delle ragioni che lo hanno determinato. Tutto questo prevede la rinuncia - se non allo
           sterminio e alla persecuzione - almeno alla damnatio memoriae, con la disponibilità a
           ricostruire l’integralità della memoria storica nazionale in chiave di comune tragedia e
           non come epopea di parte, destinata ad un permanente e pernicioso uso politico. Tutto
           ciò significa fare definitivamente i conti con il passato per offrire una speranza al futuro.
           Affinché questo riconoscimento possa essere attribuito da parte del vincitore si presup-
           pone che questi possieda, o possa e voglia attribuirsi - proprio attraverso questo rico-
           noscimento postumo - una vera autorità, in cui possiamo affermare che la lungimiranza
           politica e civile si connota e si arricchisce di un elemento che si definire quasi “sacrale”.
              Al contrario, il passato che non passa rappresenta il segno più tangibile ed evidente
           che la guerra non si è mai conclusa, che essa continua ad avvelenare la convivenza civi-
           le, che la nazione non è stata rigenerata, che il presunto vincitore non possiede autorità
           e che il vinto fa ancora paura. Nello sterminato elenco dei conflitti civili che - nelle pa-
           gine della storiografia ufficiale - hanno insanguinato la nostra penisola, fino a oggi sono
           definiti come tali solo quello milanese (1447-50) e quello piemontese (1638-42). Tutti
           gli altri sono passati appunto alla storia come “rivolte”, “moti”, “rivoluzioni”, “stati
           d’assedio”.
              Le “insorgenze” e il “brigantaggio” post unitario trovano a mala pena una citazione
           fugace.
              Non sono considerate guerre civili neanche lo scontro - con il suo corollario di san-
           gue e di violenza - tra squadrismo rosso e nero del primissimo dopoguerra, e nemmeno
           il conflitto che ha militarmente e moralmente diviso il nostro Paese tra il ’43 e il ’45,
           e che porta il nome ufficiale di “guerra di liberazione nazionale”. Entrambe sono state
           considerate come l’avvio di una rigenerazione nazionale di parte: la prima da parte dei
           fascisti, la Resistenza da parte degli azionisti (ma non dai comunisti).
              Una memoria “altra”, quella dei vinti (insorgenti, briganti, fascisti ed anticomunisti),
           scorre parallela - sotterranea, come un fiume carsico -  a quella dei vincitori. Le due
           memorie non hanno avuto fino a oggi un piano di incontro o di scontro: si sono sempli-
           cemente e reciprocamente ignorate. Questo perché, purtroppo, il confronto e lo scontro
           politico hanno sacrificato il problema della relativizzazione storiografica, che avrebbe
           consentito l’evoluzione delle reciproche memorie identitarie in memorie critiche; ren-
           dendo possibile, forse, una superiore comprensione, liberando il presente dall’ingom-
           brante presenza del passato. Al contrario, si è verificato un ancoraggio permanente al
           passato, la perpetuazione dell’identità quasi in un passaggio generazionale del testimo-
           ne.
              Come ha notato Virgilio Ilari, «proprio perché demonizzata e perseguitata, la memo-
           ria del fascismo, e specialmente dell’ultimo fascismo, sovrasta di gran lunga, per quan-
           tità di cultori e per potenza identitaria, la memoria antifascista, banalizzata e asfissiata
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