Page 236 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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876 XXXIX Congresso della CommIssIone InternazIonale dI storIa mIlItare • CIHm
La corona d’alloro
Proviamo a pensare alle rappresentazioni artistiche: a eccezione di pochissime ope-
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re - pensiamo al “Galata morente” o al “Galata suicida” - nel mondo antico, in modo
assolutamente trasversale, al centro delle opere d’arte c’è sempre stato il vincitore: steli,
colonne, archi, statue sono stati eretti su campi di battaglia o nei luoghi simbolici delle
città antiche per cristallizzare il momento della vittoria, per celebrare la gloria o ampli-
ficare la portata di un determinato evento bellico.
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I greci sono persino giunti ad attribuire alla vittoria una vocazione divina. Allo stes-
so modo per i romani uno dei momenti più alti della vita pubblica, viatico per le più alte
cariche dello Stato, è il Trionfo. 7
Cesare sintetizza questa visione nel suo memorabile “Veni, vidi, vici”, pronunciato
dopo la sua guerra lampo contro Farnace II. 8
E fondamentalmente anche nella sconfitta (o meglio: sacrificio) delle Termopili viene
visto il seme delle successiva vittoria di Platea.
Questo non significa che non esista il senso di pietà per gli sconfitti, anzi: il rispetto
delle spoglie - dall’Iliade fino all’Antigone - è uno dei tratti distintivi della civiltà occi-
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dentale ; allo stesso modo la clemenza è uno degli attributi più nobili del trionfatore e la
hybris uno dei pericoli più gravi a cui è esposto.
Quanto detto non vale solo per la cultura occidentale. Nell’arte della guerra di Sun
Tzu non c’è nessuna simpatia - nel senso letterale del termine (sun pathos) - nei con-
fronti della sconfitto, di cui anzi si sottolinea l’arroganza, l’avventatezza, l’imperizia,
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l’imprudenza. Quasi il suo consegnarsi al proprio carnefice.
Una significativa eccezione a questa tradizione è la “tarda” riflessione giapponese sul
bushido, in particolare l’Hagakure kikigaki (“Annotazioni su cose udite all’ombra delle
foglie”) di Yamamoto Tsunetomo.
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Si tratta di un’opera composta nel periodo Edo, e quindi in piena decadenza della
casta guerriera. Nel volume, l’autore arriva ad affermare (dando voce a un sostrato pro-
5 Il “Galata morente” era una scultura bronzea attribuita a Epigono, databile tra il 230 e il 220 a.C. e oggi nota
grazie a una copia marmorea dell’epoca romana conservata nei Musei Capitolini di Roma. Con il “Galata
suicida” faceva parte del “Donario” di Attalo nella città di Pergamo.
6 La Nike è un personaggio della mitologia greca, personificazione della vittoria: viene raffigurata come una
donna con le ali, fatto da cui le derivano gli appellativi di Vittoria alata e di Dea alata della vittoria.
7 Il Trionfo era il massimo onore che nell’antica Roma veniva tributato con una cerimonia solenne al generale
che avesse conseguito un’importante vittoria. Il primo a ottenerlo fu Romolo che, dopo aver ucciso il re dei
Ceninensi, poté celebrarlo percorrendo la via Sacra nel foro romano e salire sul Campidoglio, deponendo nel
tempio di Giove Feretrio le spolia opima.
8 Veni, vidi, vici è la frase con la quale, secondo la tradizione, Gaio Giulio Cesare annunciò la straordinaria
vittoria riportata il 2 agosto del 47 a.C. contro l’esercito di Farnace II a Zela nel Ponto. Le parole vengono
citate nella Vita di Cesare (50, 6) di Plutarco: «Subito marciò contro di lui con tre legioni e dopo una gran
battaglia presso Zela lo fece fuggire dal Ponto e distrusse totalmente il suo esercito. Nell’annunziare a Roma
la straordinaria rapidità di questa spedizione, scrisse al suo amico Mazio tre sole parole: “Veni, vidi, vici”»
(Plutarco, Vite Parallele: Alessandro e Cesare, BUR. Milano, 2004).
9 G. De Luna, Il corpo del nemico ucciso, Einaudi, Milano, 2003.
10 Sun Tzu, L’arte della guerra, Mondadori, Milano, 2003.
11 Y. Tsunetomo, Hagakure, Einaudi, Milano, 2010.

