Page 536 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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           catastrofe della guerra e del regime fascista. Basti considerare, come per esempio nella
           sua biografia, il riferimento a questo percorso: Raimondo Luraghi ad un certo punto
           viene richiamato alle armi, ha il suo primo battesimo del fuoco in Sicilia, frequenta poi
           la Scuola Allievi Ufficiali e l’8 settembre lo ritroviamo Sottotenente della Guardia alla
           Frontiera  che  presidia  una  posizione  al  confine  con  la  Francia.  In  quel  momento
           Raimondo  Luraghi,  come  fortunatamente  non  pochi  altri  ufficiali  o  sottufficiali  del
           Regio Esercito che si andava sbandando drammaticamente dopo l’8 settembre, fu tra
           coloro che non si sbandarono e tentarono, nei limiti delle circostanze e delle possibilità,
           di fronteggiare la nuova situazione, mantenendo un impegno di dignità e anche di lucida
           consapevolezza. Consapevolezza del fatto che, se il destino e la salvezza della Patria
           continuavano ad essere la missione del Regio Esercito, anche se eventualmente non più
           Regio – o Regio con molta sofferenza, in considerazione dei comportamenti tenuti dal
           sovrano in quella occasione – ebbene, ciò si doveva proprio a persone di questo tipo. Noi
           sappiamo che la Resistenza antifascista e anche la guerra di liberazione in particolare,
           hanno  conosciuto  figure  di  grande  rilievo  provenienti  da  una  militanza  politica
           consapevole di lunga data, magari che tempratesi nell’antifascismo, nel confino, nelle
           carceri,  nell’esilio,  nel  fuoriuscitismo.  Ma sappiamo  anche  che  le  prime  formazioni
           partigiane e quello che all’inizio permette di costituire un punto di riferimento, precario,
           in certi casi poi travolto dalle circostanze, a coloro i quali non intendono abbandonarsi
           alla sottomissione all’autorità nazista tedesca e dei suoi collaboratori repubblichini, lo
           dobbiamo proprio a molti di questi sottufficiali e ufficiali, i quali danno poi vita, come
           noto, a molte delle formazioni partigiane chiamate “autonome”, perché appunto non
           espressioni di un legame o di un collateralismo esplicito con partiti politici antifascisti
           di riferimento. Questo fatto non significa naturalmente che coloro che si erano impegnati
           in questa direzione non avessero consapevolezza o riferimenti politici ideali; significa
           piuttosto che erano fra quei non moltissimi italiani, i quali al momento dello sfacelo
           nazionale mantengono ferma la consapevolezza che c’è un ruolo e che il ruolo non può
           essere abbandonato, e che se anche le circostanze sono diventate insostenibili e prive di
           orientamento, essi comunque in quanto cittadini, cittadini in uniforme in molti casi,
           mantengono piena consapevolezza di questo ruolo, non lo abbandonano e hanno anche
           la capacità  di comprendere  che il mutato  quadro degli  avvenimenti  esige un rapido
           adeguamento, che non significhi in nessun caso però la resa e la sottomissione. È stato
           rilevato, da molto tempo, come nella storiografia troppo apologetica della Resistenza
           non si fosse ricordato con sufficiente attenzione il ruolo svolto in essa dai militari, in
           particolare poi da quei quasi 600.000 militari italiani deportati nei lager tedeschi, i quali
           nella stragrande maggioranza rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al regime
           fascista, nonostante la promessa di tornare in Patria: questo è anche un altro fatto che fa
           riflettere e che dimostra come, tutto sommato, quelle Forze Armate che l’8 settembre
           sembrarono dare – almeno  a livello  degli alti  comandi – un’immagine  di sé così
           sconfortante, in realtà erano state comunque in grado di mantenere sottotraccia, attraverso
           questa rete che spesso passava attraverso ufficiali di grado inferiore o sottufficiali, una
           struttura che, nei mesi successivi all’8 settembre,  avrebbe permesso di dar vita a
           formazioni  partigiane,  magari  con  una  consapevolezza  e  un  riferimento  politico
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