Page 370 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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LE DONNE NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE 370
Mai pronostico fu più puntualmente confermato nel futuro, sebbene quei primi rozzi
impianti mieterono fra quelle generose operatrici numerose vittime stroncate vuoi dalle
subdole radiazioni vuoi dal coinvolgimento nei combattimenti. Mitiche le motocicliste di
un reparto di ambulanze volanti in Belgio, che resistettero al loro posto di soccorso sotto
il fuoco nemico fino al 1918, quando vennero gravemente investite dai gas.
Ma é in Italia che, proprio per la sua tradizione intrisa di un cattolicesimo formale e
di una concezione familiare patriarcale che la rivoluzione femminile colse i suoi maggiori
successi e, per conseguenza, subì le più aspre conseguenze. Del resto anche negli Stati
Uniti, entrati tardi nel conflitto, il nuovo ruolo delle donne stentò a imporsi, ricevendo
inizialmente l’etichetta di prestazione, senza dubbio necessaria, ma inesorabilmente tem-
poranea, da non prolungarsi oltre la durata del conflitto!
Tra le tante difficoltà che il lavoro femminile in fabbrica dovette superare vi fu
anche quello connesso alla sicurezza personale, che le rudimentali macchine utensili
dell’epoca esponevano a gravi rischi, i più deleteri quelli derivanti dalle loro cinghie di
trasmissione. Ogni macchina, infatti, non era azionata da un proprio motore, come
le attuali, ma prelevava la forza motrice da un unico albero che correva lungo l’intero
capannone, e dal quale discendevano tante cinghie quante erano le stesse. Disposi-
zione estremamente pericolosa già per le maestranze con la tuta ed inconciliabile con
la sia pur minima distrazione, e perciò sicuramente micidiale per le operaie se non
avessero subito mutato il loro abituale abbigliamento. Mutarono di conseguenza il
carattere e gli atteggiamenti delle lavoratrici e mutò pure il relativo abbigliamento,
adeguandosi per ovvie ragione ai precipui compiti. Sparirono così, senza eccessivi
rimpianti le gonfie e lunghe gonne, le camice ridondanti di merletti e svolazzi, e sparì
soprattutto quello che da tempo i medici consideravano un verso strumento di tortu-
ra, dalle micidiali conseguenze ortopediche: il corsetto con le sue stringhe e stecche. A
sostituirlo un recente indumento intimo, denominato dapprima reggipetto e poi più
elegantemente reggiseno: il suo brevetto, infatti, sebbene fosse stato richiesto a New
York già il 12 febbraio del 1912, da una certa Mary Phelpls Jacob, ventenne ereditie-
ra americana, fu rilasciato soltanto il 3 novembre successivo col numero 1.115.674.
Nella stessa giornata la flotta d’alto mare della marina imperiale tedesca bombardò la
cittadina inglese di Great Yarmouth nel Norfolk.
Se dal punto di vista tecnico il brevetto di Mary Jacob non era una grande invenzio-
ne, in sostanza un paio di piccoli triangoli di stoffa uniti fra loro e sorretti da adeguate
bretelle per fornire un adeguato sostegno al seno, dal punto di vista pratico, invece, fu tal-
mente importante da mutare il costume delle donne non tanto esteticamente ma anche,
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