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                 Il termine della Prima guerra mondiale, con le sue conseguenze, è concorde-
              mente riconosciuto come uno dei principali punti di svolta nella storia europea e
              quindi, per il ruolo centrale che il Vecchio continente ancora rivestiva, mondiale.
              Escono definitivamente di scena quattro troni imperiali, retaggio degli antichi re-
              gimi, mentre si affacciano da dominanti protagonisti gli Stati Uniti d’America; ma
              soprattutto inizia il consolidamento del governo comunista in Russia, evento questo
              che condizionerà tutto il secolo, sia per la sempre più rilevante forza militare e in-
              dustriale dell’Unione Sovietica, sia per la costruzione di quel mito che alimenterà
              nel mondo l’illusione dell’applicabilità della visione marxista tramite il modello or-
              ganizzativo del cosiddetto “socialismo reale”. Inoltre, di fronte all’incapacità dei
              governi parlamentari di dare risposte immediate sia all’incendio della rivoluzione,
              sia alla crisi economica e sociale derivante dalla rapida trasformazione industriale e
              dai collegati processi finanziari, si alimenteranno anche le reazioni e la ricerca di vie
              alternative. La crisi, su cui si innesteranno tragicamente la cattiva gestione della pace
              appena ottenuta e le maldestre risoluzioni delle questioni nazionali, porterà alla na-
              scita di regimi autoritari o totalitari. L’Italia fu coinvolta in pieno da questo processo,
              in particolare a causa del mancato sfruttamento della vittoria sull’Impero asburgico,
              che non solo deludeva le aspirazioni di ampliamento territoriale, ma frustrava anche
              l’ambizione del Paese di essere inserito nel rango delle potenze internazionali di ri-
              lievo. Le decisioni, e ancor più le indecisioni politiche, assunte soprattutto nel bien-
              nio 1918-1920, furono determinanti in questo senso. Le loro conseguenze, insieme
              alle spinte sovversive interne, alimentate da un rivoluzionarismo sociale di stampo
              internazionalista, determineranno per reazione i futuri sviluppi degli eventi politici.
                 L’Esercito, come nel conflitto appena concluso, restò uno degli attori principali
              di quel confuso periodo. Benché travolto, insieme all’apparato produttivo bellico,
              da una pesante smobilitazione, fu coinvolto in una serie di impegnative missioni
              fuori dai confini nazionali che raggiunsero, nella primavera del 1919, il picco mas-
              simo, con l’impiego di diverse decine di migliaia di uomini. Fu questa la prima grave
              contraddizione, derivante dalle decisioni politiche, cui dovette far fronte. In tale
              frangente, si aprirà per le Forze Armate quel drammatico scenario (che caratteriz-
              zerà spesso il loro impiego) rappresentato dal divario tra esigenze da affrontare ed
              effettiva capacità operativa, e tra compiti assegnati e mancato supporto politico-di-
              plomatico.
                 Al termine del conflitto mondiale, l’Italia disponeva di uno strumento militare
              indubbiamente di prim’ordine, di livello non inferiore alle principali potenze mon-
              diali non solo per massa numerica – circa 2 milioni 150 mila uomini alle armi – ma
              soprattutto per l’acquisita esperienza di quadri e gregari, e per la modernità degli
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