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298 Il 1919. Un’Italia vittoriosa e provata in un’Europa in trasformazione
vacchi tratti dai prigionieri e dai disertori dell’esercito nemico. Questa riuscì a en-
trare in linea, partecipando ai combattimenti, prima della fine delle ostilità. For-
mata una seconda divisione, a conflitto appena finito, si diede vita al Corpo
a
a
d’armata cecoslovacco (6 e 7 Divisione).
Interamente armato ed equipaggiato, e inquadrato da numerosi ufficiali italiani,
al comando del generale Piccione, il Corpo d’armata fu trasferito in Slovacchia
con lo scopo di alimentare il primo nucleo organizzato dell’esercito regolare del
nuovo Stato. Subito però, nonostante l’impegno organizzativo espresso, la situa-
zione si dimostrò sfavorevole al riconoscimento di un ruolo italiano nel Paese,
soprattutto a causa dell’azione francese che stava cercando, a sua volta, di eserci-
tare la propria influenza per attrarre il nuovo Stato nella propria orbita. Infatti la
carica di Capo di Stato Maggiore Generale, che doveva organizzare le nuove Forze
Armate, era stata già affidata a un generale francese, nonostante il maggior peso
dell’aiuto italiano. Solo l’intransigenza del generale Piccione gli permise di mettersi
sotto la dipendenza diretta del ministro della Guerra cecoslovacco. La situazione
si fece presto insostenibile. La posizione italiana si trovò stretta tra la necessità di
contrastare le pressioni ungheresi sui territori di confine e i soprusi cecoslovacchi
sulle minoranze presenti nel Paese. Ogni tentativo di mediazione minava ora le
simpatie cecoslovacche, ora il tentativo di stabilire delle utili relazioni con l’Un-
gheria, naturale alleato in funzione antijugoslava. La decisione finale fu di distri-
carsi ritirando il personale italiano.
Anche nella questione ottomana l’Italia tentò, inutilmente, di ritagliarsi un
ruolo che la inserisse proficuamente nell’ambito delle potenze di primo piano,
così come stabilito negli accordi con gli alleati francesi e inglesi. Pertanto il go-
verno Orlando, poco dopo il termine delle ostilità (alla fine del gennaio 1919),
chiese di partecipare alla presenza militare sui territori ottomani allo scopo di
mettere salde premesse per dei guadagni politici e territoriali nel futuro riassetto
dell’Impero sconfitto. Le mire italiane, in ambito di contrattazione con gli Alleati,
furono però abilmente deviate verso alcuni territori già appartenuti all’Impero
russo, dal quale si erano distaccati a seguito degli eventi rivoluzionari. Si trattava
di quattro piccole nuove repubbliche, all’epoca individuate come regione sotto il
nome di Transcaucasia. L’Italia avrebbe dovuto presidiare due di queste, la Ge-
orgia e l’Azerbaigian, sostituendo le truppe della Gran Bretagna. Si trattava di
una regione che offriva ottime prospettive economiche per le sue ricchezze mi-
nerarie e petrolifere. Il generale Diaz, in conseguenza di questa decisione, diede
il via in patria ai preparativi militari, predisponendo sotto il comando del generale
Pennella un cospicuo contingente di circa 32.000 uomini (dotato di artiglieria e

