Page 35 - Il 1919. Un’Italia vittoriosa e provata in un’Europa in trasformazione. Problematiche e prospettive - Atti 11-12 novembre 2019
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Introduzione e apertura dei lavori 33
Quando arrivò il momento, fra il 1939 e 1940, e poi fra 1940 e 1943, di nuovo
gran parte degli italiani non volle riconoscersi nella guerra fascista, anzi se ne di-
staccò sempre di più, e questo nonostante vent’anni di regime.
Da questo punto di vista, forse, la lezione (e con essa il sentimento popolare)
l’avrebbero còlta di più i piccoli gruppi di pacifisti e antimilitaristi, e soprattutto
i circoli antifascisti che stavano riorganizzandosi.
Ma questa è un’altra guerra, e un’altra storia.
Conclusioni
Quando le lezioni della Grande Guerra avrebbero dovuto essere ormai impa-
rate, avvenne qualcosa di importante. Avvenne a Berlino fra gennaio e febbraio
1933, con l’ascesa al potere di Adolf Hitler, e cambiò la storia d’Europa. Non fu
un evento internazionale e militare, ma finì per avere conseguenze militari su
tutt’Europa. Pur non ineluttabilmente, esso mise in moto un processo che
avrebbe portato di nuovo alla guerra, in Europa e nel mondo.
Non tutti in Italia si accorsero subito della rilevanza dell’evento, ma presto
esso mise alla prova tutto quanto era stato fatto, o non fatto, in campo militare,
dalla fine della Grande Guerra a quel 1933, come dovunque anche a Roma. Avviò
un esame per capire se, di quella guerra ormai lontana una quindicina di anni,
erano state imparate davvero le lezioni più importanti, adesso che la possibilità
di un’altra guerra si era fatta più concreta. È per questo che abbiamo scelto gli
inizi del 1933 come data finale dell’esame di come i militari italiani avevano ri-
flettuto sulla loro esperienza nella Prima guerra mondiale. A partire da quella data
anche “i militari” italiani furono chiamati a rispondere.
Abbiamo visto però che, come categoria, “i militari” è troppo vaga. E insuf-
ficienti sono le spiegazioni, molto “filosofiche” o semplificatorie, di chi vede que-
sti militari divisi fra modernisti e tradizionalisti, fascisti e liberali, fra futuristi e
tradizionalisti, o “piemontesi”. Quella militare, anche in Italia, era un’istituzione
complessa, fatta di vertici supremi (Commissione suprema mista di difesa), vertici
con funzioni politiche (ministri), vertici con funzioni tecniche (Capi di Stato Mag-
giore), organismi collettivi di rappresentanza, e poi grandi teorici e oscuri buro-
crati, insegnanti delle accademie militari e collaboratori di riviste militari, traduttori
lettori di Relazioni ufficiali, generali polemici e ufficiali che scrivevano le proprie
memorie di una guerra appena passata, o che più semplicemente le leggevano. E
attorno a loro, adesso civili e non più “militari”, c’erano i milioni di italiani che
avevano fatto la guerra, e che forse avevano poca voglia di farne un’altra. Dire “i
militari” non basta.

