Page 34 - Il 1919. Un’Italia vittoriosa e provata in un’Europa in trasformazione. Problematiche e prospettive - Atti 11-12 novembre 2019
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32 Il 1919. Un’Italia vittoriosa e provata in un’Europa in trasformazione
di memoria influì probabilmente nella preparazione della guerra su tutti i teatri,
per tutti i Corpi e le specialità militari, e quindi non è qui riassumibile.
Il fatto è che alcune lezioni della Grande Guerra passarono anche così, in mo-
dalità da studiare meglio, attraverso queste testimonianze di “ufficiali ordinari” e
non solo attraverso i ricordi interessati dei maggiori comandanti.
Per completezza, un ultimo attore sociale andrebbe inserito in questa lista di
coloro che in Italia trassero le lezioni della Grande Guerra. In parte esso fuoriesce
dai confini più tradizionali del “militare”, perché – anche quando ne avesse fatto
parte – non vi apparteneva più da quando la guerra era finita. Si tratta degli italiani
in generale, dei quasi cinque milioni e mezzo di italiani che erano stati mobilitati
per la guerra e che le erano sopravvissuti.
Ovviamente, al loro interno le opinioni erano assai diverse. Sicuramente la
guerra (con il suo potere omologante, e poi l’orgoglio della vittoria, e infine grazie
alla grande politica delle commemorazioni dei tanti lutti che la guerra aveva cau-
sato) li aveva fatti sentire “più” italiani, e forse un po’ più convinti delle ragioni
della guerra. Ma molti (all’inizio, durante e soprattutto dopo che essa fu finita)
non avevano voluto quella guerra, ne avevano capito meno di altri europei le sue
ragioni, erano rimasti estranei, se non contrari, a quella guerra che a loro conti-
nuava ad apparire “di lor signori”. E questo – si badi bene – anche se durante il
conflitto avevano sopportato, avevano combattuto e avevano vinto.
Molti di quei cinque milioni e mezzo di italiani pensavano adesso, come tanti
europei, “mai più”: questa era la loro “lezione appresa”.
I governi e i militari avrebbero dovuto tenere conto di questi sentimenti. Ap-
prendere le lezioni della guerra significava anche capire perché il conflitto non
era stato, in Italia, a people’s war; perché la propaganda dei fini di guerra era neces-
saria ma non era stata organizzata (la si era vista soprattutto dopo Caporetto,
quando fu intensa); perché nell’epoca delle guerre moderne, delle macchine e
delle masse, il consenso era decisivo. L’Italia liberale, nei suoi ultimi anni (a parte
la grande macchina delle commemorazioni), non pareva aver imparato questa le-
zione.
Forse sembrò averla imparata di più il fascismo, che con la sua “fabbrica della
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propaganda” voleva costruire “l’Uomo nuovo”, un italiano “guerriero”, un fa-
scista bellicoso. Ma anche qui la lezione fu solo apparentemente imparata.
54 CANNISTRARO, P. V., La fabbrica del consenso. Fascismo e mass media, prefazione di Renzo DE
FELICE. Laterza, Roma-Bari 1975.

