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390 Il 1919. Un’Italia vittoriosa e provata in un’Europa in trasformazione
L’Inghilterra era sempre stata il finanziatore delle guerre europee, in particolare
quelle dei periodi 1792-1814 e 1861-1865. Già dal 1915, però, la resilienza del-
l’Intesa era garantita dagli USA e fu proprio il modesto prestito dell’ottobre 1916
(che già il famoso economista John Maynard Keynes ebbe a definire il primo vero
atto di “pignoramento dell’Impero britannico”) a puntellare le potenze dell’Intesa
e a rendere obbligato il successivo intervento del creditore (USA) per salvare il
debitore (le potenze dell’Intesa stessa).
All’inizio della guerra quindi l’Inghilterra, nel già citato trattato di Londra,
aveva garantito la propria disponibilità a finanziare l’Italia anche se con clausole
un po’ vaghe, che si basavano su una generica dizione di fornire all’Italia stessa
«un contributo militare proporzionato ai propri sacrifici».
Alla fine del 1916, indebitata a sua volta con gli USA, l’Inghilterra dovette vin-
colare le risorse accreditate all’Italia ad acquisti di merci provenienti dall’Impero
britannico, creando problemi al Tesoro per scarsa disponibilità di valuta estera,
in particolare sterline canadesi, dollari australiani e rupie.
La difficile situazione bellica per l’Intesa provocò un deciso aumento delle
forniture economiche e militari dagli USA. Tale aumento rese necessaria, oltre ai
normali canali istituzionali, la moltiplicazione di canali bilaterali per velocizzare
e agevolare il flusso di denaro e materiali. A tal fine molti Paesi – tra cui l’Italia –
istituirono Alti Commissariati a ciò preposti presso gli stessi USA. L’ambasciatore
Vincenzo Macchi di Cellere ad esempio, rappresentava l’Italia nel Comitato inte-
ralleato, presieduto dal sottosegretario americano per le Finanze, che ogni mese
valutava i fabbisogni di merci, i mercati di acquisto e le eventuali necessarie aper-
ture di credito al fine di ottimizzare i flussi.
Per potersi procurare le sterline e i dollari occorrenti per il pagamento delle
importazioni, degli interessi e il rimborso del debito, l’Italia avrebbe dovuto in-
crementare notevolmente le esportazioni, e la lira continuò a peggiorare sul mer-
cato dei cambi. Si riaccesero polemiche tra coloro che invocavano provvedimenti
intesi a moderare le oscillazioni e stabilizzare i cambi e coloro che si opponevano
a questa linea. Questi ultimi obiettavano che si trattava di prezzi fatti dal mercato
internazionale e pertanto difficilmente influenzabili dall’Italia che difettava di
mezzi, quali crediti sull’estero e oro, per un efficace e duraturo controllo dei
cambi, che il gioco dei cambi avrebbe adattato la domanda alle esigenze dell’of-
ferta, e così via.
Queste obiezioni avevano autorevoli assertori in alti funzionari della Banca
d’Italia ed eminenti economisti, quali Bonaldo Stringher e Maffeo Pantaleoni, e
gran parte del mondo bancario; per molto tempo prevalsero sulla linea dirigista

